1. Questa Conferenza ci interroga sul tipo di organizzazione che vogliamo costruire e su quale processo di aggregazione politica promuovere a sinistra dell'Ulivo in Italia e del Pse in Europa. Ma in politica non esistono questioni meramente organizzative, che prescindano cioè dalla linea politica, dalla strategia e dalla tattica, dai fini e dai mezzi. In altre parole un'organizzazione buona per tutte le stagioni, funzionale sia a lunghi periodi di governo sia a lunghi periodi di opposizione, sarebbe un'astrazione. Anzi, proprio la scelta della propria collocazione politica nella società (di cui le istituzioni fanno parte) individua un modello di costruzione dell'organizzazione e ne determina anche eventuali patologie. Oggi emerge a nostro avviso e in modo sempre più evidente come la collocazione di governo che abbiamo scelto sia al contempo elemento di crisi del rapporto tra il partito e i suoi settori sociali di riferimento e di crisi politico-organizzativa del partito stesso. A conferma di quanto Progetto Comunista e l'area del terzo documento sostennero all'ultimo congresso.
2. Rifondazione eredita i suoi assetti dal Pci “di lotta e di governo” (dotato di una struttura federativa di sezioni diffuse in tutte le città e in tutti i quartieri, che si affiancavano alle cellule nei luoghi di lavoro e di studio) e la sviluppa lungo le direttrici della propria politica sempre più di governo e sempre meno di lotta. Il tesseramento denuncia un turn over massiccio che testimonia la capacità di catturare consensi e militanza ma allo stesso la tempo la velocità nel perderli. Man mano che si stabilizza l'inserimento nell'area dei partiti di governo i suoi circoli, cioè i suoi presidi e centri di mobilitazione, tendono perdere peso rispetto alle sue rappresentanze istituzionali. Man mano che si marginalizza la rappresentanza di classe chiudono o si assottigliano i circoli di lavoro. Oggi dunque ci chiediamo quale organizzazione ci serve. Ma per rispondere a questa domanda - “Quale organizzazione?” - è inevitabile chiedersi “Con quale prospettiva?”
3. Le contraddizioni all'interno del capitalismo italiano si vanno accumulando come fascine che possono prendere fuoco da un momento all'altro. Cosa intendesse Marx quando definiva lo Stato il “comitato d'affari” della borghesia oggi è comprensibile a chiunque. Non c'è apparato dello Stato o potere capitalistico, dalle banche all'industria; dai servizi segreti alla polizia; dai grandi monopoli dei servizi alla sanità, dalle amministrazioni pubbliche alle società sportive fino ai media, che non siano travolti dagli scandali e da una guerra intestina tra le diverse fazioni della classe dominante, spesso secondo linee di demarcazione trasversali agli schieramenti politici. Proprio per questo il capitalismo italiano deve esorcizzare la propria crisi scaricandone i costi sui lavoratori e i ceti popolari. Ma questo amplifica le tensioni sociali e le potenzialità di una reazione diffusa contro queste politiche. Lo stesso complessivo operato del governo di Centrosinistra entra in contraddizione con le aspirazioni di quell'elettorato popolare che dalla sconfitta di Berlusconi si attendeva alcuni segnali di netta discontinuità e che oggi invece esprime la propria delusione e chiede - soprattutto a noi - di dare voce alle sue ragioni, riconoscendoci ancora come un interlocutore naturale. In questo quadro va calata la riflessione sullo strumento di cui abbiamo bisogno per costruire un processo di radicalizzazione delle lotte, di intensificazione del conflitto sociale, di rottura con le politiche neoliberiste.
4. Serve un partito. La progressiva trasformazione di Rifondazione Comunista in un'organizzazione leggera non è il risultato di un piano segreto ordito negli esecutivi e tale quindi da poter essere “svelato” o “smentito”. E' il prodotto di una trasformazione politico-culturale, di un cambiamento - per sostituzione o per integrazione - dei riferimenti storici e teorici del partito, peraltro esplicitato dalla maggioranza del gruppo dirigente in particolare nell'ultimo congresso. L'idea della semplice sommatoria, nel Partito e/o nella Sinistra Europea, di culture, pratiche e provenienze che vanno dal marxismo rivoluzionario al liberalprogressismo, in nome del “pluralismo”, rappresenta non soltanto un'illusione ma anche un ostacolo alla reale costruzione di un percorso di collaborazione politica con esponenti di culture diverse. Per esercitare un'attrazione su soggetti diversi da noi è necessario che essi possano “identificarsi” nella nostra proposta politica e nella nostra organizzazione e affinché questo avvenga è necessario che noi “abbiamo un'identità”, costruita su un'idea di rappresentanza sociale, sui contenuti e sul metodo. Rivendicare una propria identità non significa “essere identitari”. Anzi è proprio chi, in nome del “pluralismo” e del “rispetto reciproco”, mette culture differenti una accanto all'altra, senza sottoporle a una critica e senza individuare al loro interno una scala di valori, che in realtà finisce per cristallizzarle.
5. Serve un partito dei lavoratori. I danni prodotti dall'interclassismo nella politica italiana sono sotto gli occhi di tutti. Le contraddizioni di classe, che un tempo rappresentavano le linee di frattura tra destra e sinistra, oggi si ripropongono all'interno degli stessi schieramenti di centrodestra e di centrosinistra (e più marcatamente in quest'ultimo) o trasversalmente a essi. Un partito con una forte connotazione operaia e popolare e con profonde radici nel mondo del lavoro e tra i giovani è l'unico argine possibile a questo processo di snaturamento che sta intaccando anche il profilo sociale della sinistra. Ciò non significa ovviamente non confrontarsi con una composizione di classe che si rinnova negli anni né il disprezzo settario e moralistico nei confronti di chi non è un “proletario doc”. Né tanto meno significa che in nome della centralità della contraddizione capitale-lavoro si debbano rinnegare le mille altre contraddizioni, di genere, di nazionalità, di religione presenti nella nostra società. Le quali tuttavia si fondano su quel conflitto o ne costituiscono le articolazioni, non le eccezioni.
6. Serve un partito anticapitalista, in lotta contro le politiche neoliberiste e antisociali di ogni colore e di ogni provenienza, coerente nel rappresentare queste lotte dentro le istituzioni. Il Governo Prodi, nonostante la presenza di compagni di Rifondazione Comunista all'interno della sua maggioranza non si sta comportando come un “governo amico”. Per questo oggi dobbiamo sostenere e partecipare a ogni lotta che i lavoratori e i ceti popolari intraprendano contro i provvedimenti iniqui e aggressivi che industriali e finanzieri italiani, attraverso la mediazione dei settori più moderati dell'Unione, chiedono al Governo di realizzare. E dobbiamo esprimere coerenza tra l'azione di sostegno e di partecipazione a quelle lotte e le sue scelte di voto in aula. Dobbiamo rappresentare le istanze di quelle lotte nelle istituzioni, non istituzionalizzarle. Perché la nostra gente oggi come mai chiede alla politica coerenza e comprensibilità. Ogni giorno che passa il nostro popolo si dimostra sempre più insofferente nei confronti di chi, a sinistra, evocando la spauracchio di Berlusconi, elude i propri compiti e dimentica le proprie ragioni sociali. 7. Serve un partito internazionale e internazionalista, contro - senza se e senza ma - guerre neo- coloniali e vecchi e nuovi imperialismi. Anche sotto questo punto di vista il Governo Prodi non si sta comportando come un governo amico dei lavoratori e dei popoli della terra. L'aumento delle spese militari e il sostegno agli appetiti confindustriali e al desiderio di gloria delle gerarchie militari; la garbata critica nei confronti dell' “unilateralismo” americano in direzione di una piena integrazione nell'Europa capitalista disegnata nella Costituzione che i lavoratori francesi e olandesi hanno respinto; il sogno di emanciparsi dalla tradizionale qualifica di “capitalisti straccioni” attraverso un nuovo protagonismo costruito sulla teoria dell' “equivicinanza” (che di fatto ci colloca sempre “più equivicini” al più forte, in Afghanistan come in Iraq, in Palestina come in Libano) non rappresentano una reale discontinuità nel quadro degli equilibri politici mondiali. Il ritiro delle truppe dall'Iraq, peraltro già in qualche misura preventivato dal Governo precedente (nella forma di un progressivo assottigliamento del corpo di spedizione militare italiano), pur rappresentando un fatto positivo, non cambia il segno complessivo della politica estera italiana. Rifondazione Comunista deve sapere esprimere radicalità e coerenza, sviluppando le sue relazioni internazionali su base politica e programmatica e non semplicemente sulla condivisione di un generico orizzonte pacifista e progressista. Se all'interno della stessa organizzazione internazionale si manifestano - come accade nella Sinistra Europea - valutazioni e scelte diverse rispetto all'invio di truppe in Libano - si pone un problema la cui radice affonda nello stesso processo costitutivo di quell'organizzazione. E ancora, se al suo interno c'è chi guarda al Gue e chi guarda al Pse, cioè a raggruppamenti politici diversi nel Parlamento Europeo, quel problema è ancora più evidente, perché mette in luce indirizzi politici che marciano in direzioni diverse. Un'organizzazione internazionale si costruisce soltanto su base politica. A partire da una collocazione coerente contro tutti gli imperialismi, quello statunitense come quello europeo.
“La nostra lotta ha rivelato una crisi sociale e politica. Non si tratta di un attacco di febbre ordinario, ma di una manifestazione della crisi di tutto il sistema sociale. La logica capitalista è messa sul banco degli accusati. Il capitalismo non può creare alcuna riforma sociale. All'opposto è per sua stessa natura portato a smantellare le antiche conquiste sociali. Tutti i deplorevoli leader della destra e della sinistra di governo portano avanti, con differenti sfumature di metodo, la stessa politica al servizio di un sistema economico predatore”. Queste parole non sono tratte dal volantino di un qualche gruppuscolo di estrema sinistra ma dal documento finale del Coordinamento nazionale degli studenti universitari francesi svoltosi dopo la conclusione della vittoriosa battaglia contro il Cpe. Esprimono una presa di coscienza di massa, frutto di uno straordinario movimento, capace di coinvolgere milioni di lavoratori, di studenti, di giovani. E allo stesso tempo portano alla nostra attenzione il tema dell'irriformabilità del capitalismo e ci interrogano su come costruire un partito in grado di promuovere, accompagnare e far crescere le lotte sociali per indirizzarle verso l'abolizione di quel “sistema economico predatore” - appunto - che è il capitalismo. Un partito forgiato nel vivo dei movimenti e della lotta di classe e non irretito nel pantano delle mediazioni istituzionali. Che deve scegliere tra gli operai di Mirafiori e le burocrazie sindacali; tra i ricercatori precari del Cnr e gli alfieri delle liberalizzazioni e delle compatibilità di bilancio. Lo ribadiamo in piena continuità con quanto Progetto Comunista e l'area del terzo documento sostennero all'ultimo congresso.
L'esempio francese è la miglior cartina di tornasole delle contraddizioni di casa nostra. In Italia, a quattro anni dalla promulgazione della Legge 30 continuiamo ad averla in vigore e per mesi, durante la stesura del programma dell'Unione, ci siamo avvitati in un una stucchevole disputa terminologica: va abrogata, superata, riscritta, trasformata “radicalmente”? Una disputa proseguita dopo il 9 aprile, costringendo i lavoratori precari (e non) a dar vita alla grande manifestazione del 4 novembre, e trasformatasi nell'altrettanto ozioso disquisire se quei lavoratori avessero sfilato pro o contro la Finanziaria, pro o contro il Governo.
Gli studenti francesi, scendendo in piazza a milioni e trascinando dietro di sé la classe operaia del loro paese, hanno “abrogato” la loro Legge 30, ottenendo in meno di tre mesi e con un “governo nemico” quello che in Italia non si è riusciti a ottenere in tre anni di “governo nemico” e sei mesi di governo dell'Unione. E' un caso se Prodi, in piena campagna elettorale, ripeteva che la sua candidatura avrebbe scongiurato “scenari francesi”?
Questa Conferenza ci interroga sul tipo di organizzazione che vogliamo costruire e su quale processo di aggregazione politica promuovere a sinistra dell'Ulivo in Italia e del Pse in Europa. Ma in politica non esistono questioni meramente organizzative, che prescindano cioè dalla linea politica, dalla strategia e dalla tattica, dai fini e dai mezzi. In altre parole un'organizzazione buona per tutte le stagioni, funzionale sia a lunghi periodi di governo sia a lunghi periodi di opposizione, sarebbe un'astrazione. Anzi, proprio la scelta della propria collocazione politica nella società (di cui le istituzioni fanno parte) individua un modello di costruzione dell'organizzazione e ne determina anche eventuali patologie. Quando si parla di un “rischio di istituzionalizzazione” a cosa ci si riferisce se non al prodotto di una determinata scelta di linea politica? Cinque anni fa, quando indicavamo come nostra collocazione quella del pesce che “nuota nell'acqua dei movimenti”, non avremmo corso quel rischio. Oggi emerge a nostro avviso e in modo sempre più evidente come la collocazione di governo che abbiamo scelto sia al contempo elemento di crisi del rapporto tra il partito e i suoi settori sociali di riferimento e di crisi politico-organizzativa del partito stesso.
La scelta di collocazione nella società e nella politica dunque individuano un modello organizzativo. La stessa storia del movimento operaio italiano e delle sue organizzazioni conferma questo principio. Il Partito Operaio Italiano, antecedente del Partito Socialista e nucleo dell'unificazione (attorno a un programma politico) di una serie di esperienze germogliate sul terreno della lotta economica, nasce come aggregazione di leghe di resistenza, società operaie e di mutuo soccorso, camere del lavoro e comitati di sciopero. Il Pci raccoglie quell'eredità e la sviluppa in clandestinità durante il fascismo, costruendosi nelle cellule clandestine, nelle fabbriche e nelle università, e sviluppando una struttura militare per la guerra di liberazione. Nel dopoguerra infine accompagna la scelta della “rivoluzione democratica”, dell'alleanza sociale con la piccola borghesia commerciale e il ceto intellettuale, dell'opposizione quarantennale ai governi nazionali e della partecipazione alle amministrazioni locali con la fondazione del “partito nuovo”, dotato di una struttura federativa di sezioni diffuse in tutte le città e in tutti i quartieri, che si affiancano alle cellule, non più clandestine, nei luoghi di lavoro e di studio. Una struttura che Rifondazione eredita e sviluppa lungo le direttrici della propria politica. Il tesseramento denuncia un turn over massiccio che testimonia la capacità di catturare consensi e militanza ma allo stesso la tempo la velocità nel perderli. Man mano che si stabilizza l'inserimento nell'area dei partiti di governo i suoi circoli, cioè i suoi presidi e centri di mobilitazione, tendono a perdere peso rispetto alle sue rappresentanze istituzionali. Man mano che si marginalizza la rappresentanza di classe chiudono o si assottigliano i circoli di lavoro. Oggi dunque ci chiediamo quale organizzazione ci serve. Ma per rispondere a questa domanda - “Quale organizzazione?” - è inevitabile chiedersi “Con quale prospettiva?”
Non si vuole riaprire artificiosamente il dibattito congressuale ma affrontare la questione del partito e dell'organizzazione su base politica e a partire da una verifica della corrispondenza tra mezzi, tattica e fini. Se si vuole giudicare la bontà di un trapano bisogna esaminare i buchi che ci abbiamo fatto. Se il Partito e la Sinistra Europea erano il trapano e il fine era quello di aprire contraddizioni e buchi nello schieramento del Centrosinistra attraverso la tattica della partecipazione al governo, allora notiamo con rammarico che è stato semmai il Centrosinistra ad aprire contraddizioni al nostro interno:
Certo che si possono enumerare la riduzione delle aliquote Irpef al di sotto dei 40mila euro, qualche agevolazione e qualche diritto in più strappato con le unghie e coi denti a questo governo. Ma ciò che conta è il risultato finale. Sommati tutti i vantaggi e sottratti tutti gli svantaggi bisogna guardare se il segno è positivo o negativo. E a giudicare da un insieme di fattori che vanno dal crollo del gradimento nei confronti del governo alle contestazioni di Mirafiori e di Bologna; dal preoccupante risultato delle elezioni in Molise ai risultati decisamente negativi del tesseramento 2006 ai fenomeni di logoramento e di chiusura di un numero sempre maggiore di circoli, il giudizio dei nostri elettori e dei nostri stessi iscritti e simpatizzanti è netto e inequivocabile. Nel 2001 tutti noi vedevamo arrivare nei nostri circoli giovani entusiasti che ci chiedevano di aderire al nostro partito sull'onda della grande mobilitazione di Genova e grazie al ruolo che Rifondazione aveva avuto in quel movimento e nel difenderlo dalla repressione dello Stato. Oggi ciò non avviene più. Non dare una risposta significherebbe far intendere che, anche secondo noi, il nostro popolo non ci capisce perché “è matto”.
Le contraddizioni all'interno del capitalismo italiano si vanno accumulando come fascine che possono prendere fuoco da un momento all'altro. Cosa intendesse Marx quando definiva lo Stato il “comitato d'affari” della borghesia oggi è comprensibile a chiunque. Non c'è apparato dello Stato o potere capitalistico, dalle banche all'industria; dai servizi segreti alla polizia; dai grandi monopoli dei servizi alla sanità, dalle amministrazioni pubbliche alle società sportive fino ai media, che non siano travolti dagli scandali e da una guerra intestina tra le diverse fazioni della classe dominante, spesso secondo linee di demarcazione trasversali agli schieramenti politici. Proprio per questo il capitalismo italiano deve esorcizzare la propria crisi scaricandone i costi sui lavoratori e i ceti popolari, attraverso politiche sociali aggressive e una politica estera “di proiezione strategica verso est” (supportata dalla diplomazia e dall'esercito) lungo le direttrici su cui scorrono investimenti e delocalizzazioni produttive in un senso e risorse, materie prime, merci e forza lavoro migrante a basso costo in direzione opposta. Ma questo amplifica le tensioni sociali e le potenzialità di una reazione diffusa contro queste politiche. Lo stesso operato del governo di Centrosinistra nel suo complesso entra in contraddizione con le aspirazioni di quell'elettorato popolare che dalla sconfitta di Berlusconi si attendeva alcuni segnali di netta discontinuità e che oggi invece esprime la propria delusione e chiede - soprattutto a noi - di dare voce alle sue ragioni, riconoscendoci ancora come un interlocutore naturale. In questo quadro va calata la riflessione sullo strumento necessario per costruire un processo di radicalizzazione delle lotte, di intensificazione del conflitto sociale, di rottura con le politiche neoliberiste. Di cosa dunque abbiamo bisogno?
1. Serve un partito. La progressiva trasformazione di Rifondazione Comunista in un'organizzazione leggera non è il possibile risultato di un “piano segreto” ordito negli esecutivi e tale quindi da poter essere “svelato” o “smentito”. E' il prodotto di una trasformazione politico-culturale, di un cambiamento - per sostituzione o per integrazione - dei riferimenti storici e teorici del partito, peraltro esplicitato dalla maggioranza del gruppo dirigente in particolare nell'ultimo congresso. E si inscrive nella traiettoria - tratteggiata poc'anzi - di un partito che, a partire dal modello di un Pci “di lotta e di governo” e stabilmente collocato all'opposizione dei governi nazionali, naviga verso un Prc “sempre più di governo e sempre meno di lotta”. In cui l'istituzionalizzazione è il frutto di una progressiva marginalizzazione e quindi di un incipiente deperimento delle strutture che dovrebbero esprimere allo stesso tempo il radicamento sociale del Partito e la sua capacità di intervento e di mobilitazione.
L'idea della semplice sommatoria, nel Partito e/o nella Sinistra Europea, di culture, pratiche e provenienze che vanno dal marxismo rivoluzionario al liberalprogressismo, in nome del “pluralismo”, rappresenta non soltanto un'illusione ma anche un ostacolo alla reale costruzione di un percorso di collaborazione politica con esponenti di culture diverse. Per fare un solo esempio, la storia del movimento operaio è ricca di esempi di collaborazione tra organizzazioni marxiste e settori di base di ispirazione cristiana. Ma quei rapporti tanto più sono stati fecondi quanto più si sono fondati su un preventivo riconoscimento delle proprie differenze di partenza e non sulla loro giustapposizione in nome di un generico “pluralismo”. Lo stesso processo di aggregazione di una sinistra radicale alternativa al Partito Democratico ha bisogno di un nucleo propulsore in grado di attrarre altre organizzazioni e i settori più dinamici all'interno della classe operaia, dei ceti popolari, dei giovani e degli intellettuali. Ma per esercitare un'attrazione su tali soggetti è necessario che essi possano “identificarsi” nella nostra proposta politica e nella nostra organizzazione e affinché questo avvenga è necessario che noi “abbiamo un'identità”, costruita su un'idea rappresentanza sociale, di contenuto e di metodo. Rivendicare una propria identità non significa “essere identitari”. Anzi, è proprio chi, in nome del “pluralismo” e del “rispetto reciproco”, mette culture differenti una accanto all'altra, senza sottoporle a una critica e senza individuare al loro interno una scala di valori, che in realtà finisce per cristallizzarle. Se Rifondazione Comunista e la Sinistra Europea si fondano sull'accostamento eclettico di culture diverse sono destinate a diventare soltanto un sistema di scatole cinesi, di organizzazioni incastrate l'una dentro l'altra e racchiuse in un unico contenitore, che al confronto tra culture e riferimenti diversi darebbe una risposta puramente formale.
2. Serve un partito dei lavoratori. I danni prodotti dall'interclassismo nella politica italiana sono sotto gli occhi di tutti. Le contraddizioni di classe, che un tempo rappresentavano le linee di frattura tra destra e sinistra, oggi si ripropongono all'interno degli stessi schieramenti di centrodestra e di centrosinistra (e più marcatamente in quest'ultimo) o trasversalmente a essi. Nell'Unione (e nella stessa sinistra) non esiste lobby o ceto, professione o casta, che non siano rappresentate: dal finanziere all'industriale, dal teodem al poliziotto, dal sindacalista al giornalista, dal barone universitario a tutta la gamma delle figure del cosiddetto “ceto medio”. Buon ultimo qualche lavoratore. Un partito con una forte connotazione operaia e popolare e con profonde radici nel mondo del lavoro e tra i giovani è l'unico argine possibile a questo processo di snaturamento che sta intaccando anche il profilo sociale della sinistra. Ciò non significa ovviamente non confrontarsi con una composizione di classe che si rinnova negli anni né la santificazione dell'operaio in tuta blu e il disprezzo settario e moralistico nei confronti di chi non è un “proletario doc”. Né tanto meno significa che in nome della contraddizione capitale-lavoro si debbano rinnegare le mille altre contraddizioni, di genere, di nazionalità, di religione, presenti nella nostra società. Le quali tuttavia si fondano su quel conflitto o ne costituiscono le articolazioni, non le eccezioni. Fenomeni come la violenza contro le donne o la discriminazione verso gli immigrati si manifestano non nei confronti di una figura astratta di donna o di immigrato, ma contro individui in carne e ossa che nella quasi totalità dei casi sono lavoratrici donne o lavoratori immigrati. Un partito dei lavoratori si radica in particolare nei posti di lavoro, nel sindacato e in tutti i luoghi dove i lavoratori e i ceti popolari sono presenti, nei quartieri popolari e nei centri sociali, nelle scuole e nelle università. E' in grado di accogliere e di far sentire a proprio agio in quei luoghi anche chi ha un'estrazione sociale differente ma aderisce a una battaglia per la trasformazione della società in senso socialista. Pratica una politica di alleanze sociali ma sa mantenere la propria autonomia politica e programmatica. Sa utilizzare le istituzioni come una tribuna e uno strumento per costruire consenso alle proprie lotte ma sa al contempo che mai i lavoratori hanno strappato al capitalismo neppur minime concessioni se non attraverso la lotta di classe e il conflitto sociale. Un partito dei lavoratori chiede ai propri dirigenti e rappresentanti istituzionali di condurre un tenore di vita analogo a quello dei lavoratori che essi rappresentano e questo è il solo modo per affrontare, in termini materialistici, il problema dell'istituzionalizzazione, per evitare che si formino nel partito corpi separati che non rappresentano direttamente la base sociale del partito ma pensano di agire “per conto di quella base” (finendo più spesso per agire “per conto di sé stessi”). Un partito dei lavoratori infine richiede che l'organizzazione sia di tutti; che a tutte la posizioni e le opinioni venga data la massima agibilità politica; che gli organismi dirigenti e tutte le istanze del partito agiscano in modo trasparente e che siano costantemente sotto il controllo degli iscritti. Contro ogni tentazione di “superamento della forma-partito” e “rifiuto della delega” in nome di un democraticismo antidemocratico, che spesso è di moda anche nella sinistra e nei movimenti sociali. Tutti i movimenti sociali che negli ultimi anni hanno saputo esprimere radicalità e autonomia, strappare dei risultati concreti e sedimentare una propria presenza nella società, dai piqueteros argentini agli studenti francesi fino all'esperienza dell'Asamblea Popular del Pueblo de Oaxaca in Messico si sono dati forme di democrazia basate sulla discussione assembleare e sulla rappresentanza tramite delegati eletti e revocabili. Quando si è fatto diversamente, magari in nome della “partecipazione”, ciò ha rappresentato un elemento di crisi, non un punto di forza.
3. Serve un partito anticapitalista, in lotta contro le politiche neoliberiste e antisociali di ogni colore e di ogni provenienza e coerente nel rappresentare queste lotte dentro le istituzioni. Perché - come ci dicono gli studenti francesi che hanno cancellato il Cpe - “Il capitalismo non può creare alcuna riforma sociale. All'opposto è per sua stessa natura portato a smantellare le antiche conquiste sociali.” Perché i governi possono essere amici dei lavoratori e dei ceti popolari soltanto quando siano in qualche modo espressione diretta delle loro ragioni. Il Governo Prodi, nonostante la presenza di Rifondazione Comunista all'interno della sua maggioranza, non è un “governo amico”. Per questo oggi dobbiamo sostenere e partecipare a ogni lotta che i lavoratori e i ceti popolari intraprendano contro i provvedimenti iniqui e aggressivi che industriali e finanzieri, attraverso la mediazione dei settori più moderati dell'Unione, chiedono al Governo di realizzare. Dobbiamo esprimere coerenza tra l'azione di sostegno e di partecipazione a quelle lotte e le sue scelte di voto in aula. Dobbiamo cioè rappresentare quelle lotte nelle istituzioni, non istituzionalizzarle. Perché la nostra gente oggi come mai chiede alla politica coerenza e comprensibilità. Ogni giorno che passa il nostro popolo si dimostra sempre più insofferente nei confronti di chi, a sinistra, evocando lo spauracchio di Berlusconi, elude i propri compiti e dimentica le proprie ragioni sociali.
Dopo una Finanziaria di cui abbiamo misurato l'impatto sul paese e sui nostri settori sociali di riferimento nel calo vertiginoso dell'indice di gradimento del Governo e nelle contestazioni di Mirafiori e di Bologna, ci attende la cosiddetta “fase 2”. Privatizzazioni, liberalizzazioni, aumento dell'età pensionabile e varo della previdenza integrativa, riforma del mercato del lavoro sono gli assi su cui il Governo, sospinto da Confindustria e dall'Ulivo, ha annunciato di voler “accelerare”. Un partito anticapitalista che sappia contrastare tutte le politiche di aggressione ai lavoratori e ai ceti popolari oggi si costruisce - su di una base politica - lanciando una forte iniziativa nel paese
4. Serve un partito internazionale e internazionalista contro - senza se e senza ma! - guerre neocoloniali e vecchi e nuovi imperialismi. Perché la spesa militare mangia la spesa sociale e non è giusto chiedere ai lavoratori di andare in pensione più tardi e intanto spendere miliardi in spedizioni militari, per acquistare aerei da guerra o armi al fosforo. Perché la politica di “proiezione strategica verso est” perseguita dai grandi gruppi del capitalismo italiano ed europeo e in- dirizzata lungo i cosiddetti “corridoi” (e i tracciati dell'Alta Velocità!) delocalizza gli investimenti verso est e riporta verso ovest merci a basso prezzo che producono ulteriori delocalizzazioni e impoverimento delle nostre economie, impoverimento che viene puntualmente scaricato sulle spalle dei lavoratori. Perché quella politica colpisce i popoli, devastando interi paesi, sostituendo regimi dittatoriali con altri regimi dittatoriali, creando concorrenza sul salario tra lavoratori di diversi paesi, spostando le produzioni dove i lavoratori “costano” meno e spostando i lavoratori dove si vuole che costino meno le produzioni, sradicando milioni di persone dai propri territori e dalle proprie culture. Perché quella politica favorisce la maturazione di un odio a volte (comprensibilmente) indiscriminato nei confronti dell'occidente, promuovendo nazionalismo e fondamentalismo religioso a scapito della diffusione dei principi della democrazia e del socialismo. Anche sotto questo punto di vista il Governo Prodi complessivamente non può essere definito amico dei lavoratori e dei popoli della terra. L'aumento delle spese militari e la subalternità agli appetiti confindustriali e al desiderio di gloria delle gerarchie militari; la garbata critica nei confronti dell' “unilateralismo” americano in direzione di una piena integrazione nell'Europa capitalista disegnata da quella Costituzione a cui i lavoratori francesi e olandesi hanno detto no; il sogno di emanciparsi dalla tradizionale qualifica di “capitalisti straccioni” attraverso un nuovo protagonismo costruito sulla teoria dell'equivicinanza (che di fatto ci colloca “più equivicini” al più forte, in Afghanistan come in Iraq, in Palestina come in Libano) non rappresentano una reale alternativa nel quadro degli equilibri politici mondiali. Il ritiro delle truppe dall'Iraq, peraltro già in qualche misura preventivato dal Governo precedente (nella forma di un progressivo assottigliamento del corpo di spedizione militare italiano), pur rappresentando un fatto positivo, non cambia il segno complessivo della politica estera italiana.
Dunque, anche sul terreno della politica estera, Rifondazione Comunista deve sapere esprimere radicalità e coerenza, sviluppando le sue relazioni internazionali su base politica e programmatica e non semplicemente sulla condivisione di un generico orizzonte progressista e pacifista. Se all'interno della stessa organizzazione internazionale si manifestano - come accade nella Sinistra Europea - valutazioni e scelte diverse rispetto all'invio di truppe in Libano - si pone un problema la cui radice affonda nello stesso processo costitutivo di quell'organizzazione. E ancora, se al suo interno c'è chi guarda al Gue e chi guarda al Pse, quel problema è ancora più evidente, perché mette in luce indirizzi politici che marciano in direzioni diverse. Un'organizzazione internazionale di partiti anticapitalisti si costruisce, su base politica: