Terza Conferenza di Organizzazione del PRC, 29 Marzo - 1 Aprile 2007 - Carrara

Relazione introduttiva di Francesco Ferrara

(Responsabile area Organizzazione)

Compagne e compagni,Abbiamo cercato di fare della conferenza di organizzazione un evento politico dentro un percorso  di partecipazione. Oltre duemila assemblee di circolo, 117 conferenze di federazione, migliaia di interventi, centinaia di ordini del giorno e documenti votati e approvati.

Non voglio sottacere problemi. E' vero che quando non sono in discussione liste elettorali o l'elezione di gruppi dirigenti, la partecipazione è vissuta con meno impegno militante. E', per me, anche questo uno dei segni della crisi della politica, uno dei temi, cioè, del nostro dibattito. Ma, non voglio che venga messa in secondo piano la partecipazione di decine di migliaia di compagne e compagni alle assemblee di circolo e di oltre 7000 compagne e compagni a quelle delle federazioni,  le migliaia di interventi, le  centinaia di documenti e ordini del giorno discussi e approvati.

I temi della conferenza si sono intrecciati con un dibattito politico complesso, con una discussione interna anche aspra,  che non ha eluso i temi di fondo dello scontro politico e sociale del momento. Anzi, spesso questi hanno preso il sopravvento e hanno lasciato in secondo piano le questioni di merito più specifiche del documento sottoposto alla consultazione. Naturalmente ciò è non solo legittimo ma, anche del tutto naturale. Un dibattito lo fai con i piedi per terra e non tra le nuvole e se c'è la crisi di governo, come l'abbiamo attraversata nelle scorse settimane, è giusto e necessario discuterne e interrogarsi su di essa. Abbiamo attraversato, centralmente, territorialmente, una bufera durante i giorni della crisi, abbiamo risposto e cercato di tenere la barra su di una impostazione di fondo. C'è stato nel partito, nei gruppi parlamentari, un dibattito molto impegnativo su questo e sui temi fondamentali della pace, di come valutare la politica internazionale del Paese, i segnali di discontinuità, l'uscita dall'Iraq, il Libano, come determinare anche in Afghanistan, dove vi sono posizioni differenti e contrastanti dentro l'Unione, elementi di novità nella direzione del dialogo, dell'uscita dall'opzione militare, di rapporto con le popolazioni civili. La nostra linea è quella dell'uscita da quel teatro di guerra dentro un giudizio drastico della strategia della guerra preventiva e della necessità di un nuovo approccio. Abbiamo realizzato un compromesso: la direzione è quella giusta, una conferenza internazionale di pace, il coinvolgimento delle parti in causa, la società civile ma, che ha ostacoli grandissimi, primo fra tutti la posizione oltranzista dell'Amministrazione conservatrice statunitense. Un contrasto è apparso netto, la vicenda del sequestro del giornalista di Repubblica ne è stato la cartina di tornasole: la punta dell'iceberg.

Abbiamo giustamente apprezzato la trattativa svolta, dobbiamo continuare, assieme ad Emergency e le altre associazioni, a richiedere notizie, a rivendicare l'incolumità, a chiedere la liberazione dell'interprete e del mediatore che ha permesso la liberazione di Mastrogiacomo.

Insomma, una discussione vera non la si fa come se si fosse in un laboratorio, asettico e senza relazioni con la realtà che si modifica sotto i nostri occhi.

Dico soltanto che il nostro sforzo testardo deve consistere nel cercare spunti, relazioni, connessioni anche nel rapporto tra la fase politica, la sua complessità e durezza e la questione centrale che abbiamo posto al centro della nostra riflessione: la crisi della politica e l'ipotesi di un percorso di una uscita a sinistra da questa crisi medesima.

Io credo che se c'è un elemento che è stato largamente apprezzato nel dibattito tra le compagne e i compagni, esso consiste nella crudezza con la quale abbiamo messo a nudo gli aspetti di questa crisi, anche se poi, naturalmente, il dibattito su come farne fronte è stato più articolato e complesso. Testardamente, ritengo che la nostra riflessione debba intrecciare questi elementi e che anche quando affrontiamo i temi di più stringente attualità e di più rilevante scontro politico, il crocevia tra pace e guerra, le pensioni, la condizione sociale, la precarietà del lavoro e la sua estensione  e generalizzazione, i diritti civili e così via, dobbiamo compiere il tentativo di alzare lo sguardo e di cercare di individuare le questioni di fondo che si intrecciano con il dibattito specifico della conferenza: il rapporto tra società, movimenti e politica, la questione del governo come attraversamento e non come fine, la critica al potere, la messa  a prova della cultura della nonviolenza come scelta dell'agire politico.

Insomma, dobbiamo mettere a prova i caratteri di fondo dell'innovazione politica e culturale di cui Rifondazione Comunista è stata protagonista in questi anni. Verificare se questa innovazione la pratichiamo davvero e se regge alle repliche dure del conflitto sociale e politico. Come si dice, non siamo invitati a un pranzo di gala, ma, siamo in un conflitto aperto, dentro una transizione irrisolta, il cui esito è aperto e ancora da definire. Dentro questo conflitto e questa transizione, si misurano questioni fondamentali per il futuro, sulla scala mondiale delle grandi contraddizioni ma, anche delle culture politiche e delle identità medesime di queste. Abbiamo detto che un altro mondo è possibile ma, non necessitato e che dalla crisi della guerra preventiva e delle politiche neoliberiste non inevitabilmente si esce verso la costruzione di una alternativa.

Ugualmente, penso che in questi anni, dentro un rapporto con i movimenti, si sono delineati almeno alcuni elementi di fondo di una cultura politica della sinistra nella direzione di una profonda innovazione. Per spiegarne i caratteri, abbiamo detto che,  era possibile concludere un ciclo e aprirne un altro. Per oltre 25 anni, quelli degli ultimi due, tre decenni del secolo scorso, innovare a sinistra aveva fatto rima con smarrire o diluire i contenuti di trasformazione, aveva il significato di adattamento progressivo all'esistente e rinuncia all'idea e alla pratica di costruzione di una alternativa di società. Per questo, nelle parti più avanzate  e più combattive del movimento operaio e delle sue rappresentanze, vi era una giusta diffidenza addirittura verso quei termini.

E' come sulle politiche economiche e sociali più generali, in cui si determina un rovesciamento e i termini "riforma" e "innovazione" in realtà significano perdita di diritti e tutele. Vi è stato un riflesso, quasi naturale e del tutto legittimo, anzi sacrosanto, a resistere, a dire no a una innovazione che significa regressione.

Dentro l'onda lunga della ripresa nel mondo dei movimenti, del movimento plurale che definiamo altermondialista, si è affermata al contrario la possibilità di cominciare a costruire elementi di una nuova cultura politica della sinistra nella direzione di una innovazione che non dismette i caratteri di una profonda alterità, anzi ripensa e cerca di riattualizzare il tema arduo e difficile della rivoluzione. Insomma, anche dentro le sinistre e le loro culture politiche abbiamo affermato che era possibile una innovazione a sinistra.

Dentro l'orizzonte di un nuovo mondo è possibile, anche una nuova sinistra è possibile. Ma, anche qui, non è necessitata. Dal conflitto aperto dentro la transizione irrisolta che viviamo, anche questa innovazione è alla prova e può uscirne con le ossa rotte. Anche qui, l'esito non è scontato. Lo dico con altre parole: è l'anomalia di Rifondazione Comunista che è messa in discussione e non da un solo versante. E' l'anomalia di voler stare dentro un crinale: quello del rapporto tra società e politica, tra movimenti e rappresentanza, di cercare e di tentare nuove forme di relazioni e di connessioni. Viene riproposto il rifugio dentro l'alveo  della pratica di una separatezza. Come in altri momenti, viene messa in discussione, in fondo, l'autonomia e, ancora di più, quasi la legittimità di una cultura politica di innovazione a sinistra.

Per alcuni, dentro le stanze del potere, non è sopportabile che si possa dire che i movimenti debbano investire direttamente la politica, pervaderla, entrare fin dentro le istituzioni. E' insopportabile  per quelle orecchie che la terza carica dello Stato possa dire che una manifestazione come quella di Vicenza non solo è legittima, ma, è importante e che occorrerebbe andarci.

Questo perché c'è anche un simbolico che con quelle parole viene trasmesso:  vuol dire legittimare le lotte, vuol dire rendere le stanze delle istituzioni permeabili dai movimenti, contaminabili da essi. Vuol dire ragionare con una idea della democrazia che si fa pratica, rivendicazione, movimento, che, quindi, rifiuta la passivizzazione e la delega.

Altrettanto, fa chi ripropone il rifugio di una pratica che ripropone la scorciatoia rassicurante di una presunta ortodossia e che ti scomunica proprio per la tua eterodossia e ripropone, anche dentro la sinistra,  la coppia amico/nemico. Anzi, secondo sempre questa logica:  se non la pensi come me, più sei a sinistra e più sei nemico.

Vorrei, quindi, anche a nome di tutte le compagne e i compagni di Rifondazione Comunista, rivolgere un saluto caldo e affettuoso a Fausto Bertinotti e una vera solidarietà assieme politica e umana.

Con quella logica, si compie un balzo all'indietro, l'interruzione di un percorso di innovazione politico e culturale, riproposizione di una separatezza che si fa estraneità ed esclusione, autorappresentazione e celebrazione della propria autoreferenzialità, testimonianza.

E' come se di fronte alle durezza della sfida, alle difficoltà del camminare assieme riconoscendosi differenti, di fronte alla promiscuità della contaminazione, ritorna la scorciatoia della celebrazione di sé, peggio, in alcuni, la tentazione di piegare il movimento. Se non si riesce (e non vi si può riuscire), di dividerlo per acquisirne uno spicchio dentro una opzione politica, praticare una autonomia del politico che si fa dominus di un movimento che rinunciando alla sua molteplicità, si fa uniforme (sì proprio uniforme come logica militare di riconoscimento, come gli eserciti che si riconoscono dalla divisa differente) e quindi si riduce a braccio della politica.

La forza del movimento in questi anni è stata la sua molteplicità. Per noi, l'immagine è quella di Genova dove le suore di  Boccadasse, le mani bianche di Lilluput, i disobbedienti che sfidavano la zona rossa, condividevano uno spazio, alla fine anche fisico, comune, senza alzare il tono della propria voce per coprire la voce degli altri, ma, mischiando le voci componendo un discorso che trovava un filo comune e si faceva intendere assieme. Quella cultura politica ha investito e cambiato la politica (fin dentro la sinistra riformista in alcune componenti più inquiete). La molteplicità, la diversità, l'unità del movimento ne sono state le condizioni.

Questa molteplicità, diversità, unità, noi l'abbiamo difesa sempre, anche con un dibattito aspro, cominciando a dismettere le logiche egemoniche del partito che dà la linea ai movimenti e li guida. L'abbiamo difesa quando si voleva dividere i buoni dai cattivi e ci si diceva di cacciare gli antagonisti, in nome dell'ortodossia e della compatibilità delle pratiche.

L'abbiamo fatto prima, lo facciamo oggi, quando qualcuno pensa di fare il contrario e, sempre in nome di una ortodossia, di un'altra ortodossia e di un'altra compatibilità.

A chi ci invita, alcune volte ci intima, di cancellare l'anomalia di Rifondazione Comunista e di scegliere da che parte stare: o stai dentro le logiche delle compatibilità, nelle stanze della politica o stai nell'antagonismo dei movimenti, senza enfasi e senza gonfiare il petto ma, con la determinatezza di chi ha scelto a occhi aperti e conosce le difficoltà che questo comporta ma, anche la grande opportunità che rappresenta, noi rispondiamo che questa anomalia non è disponibile sul mercato è un bene comune della politica e della politica della trasformazione.

Rifondazione Comunista sta nei movimenti e non rinuncia a tessere un filo per determinare nuove connessioni e pervadere la politica della forza dei movimenti e incidere fin dentro le scelte, quelle degli enti locali e quelle del governo nazionale, scalando il tema difficile dell'efficacia e, dentro un movimento ancora più generale, le grandi scelte che riguardano il futuro del mondo. Non rinuncia, dentro una ispirazione che viene da lontano e che vogliamo rinnovare a fare in modo che quelle istanze trovino ascolto, penetrino fin dentro le più alte istituzioni democratiche del Paese per rinnovarle, per farne un pezzo di quella grande riforma, sociale, politica, culturale di cui il Paese ha bisogno. La discussione delle conferenze ha attraversato una asprezza che riguarda il dibattito interno al partito, le sue rappresentanze istituzionali, il voto dato su questioni dirimenti da alcuni nostri eletti.

Non voglio ripercorrere questo dibattito, con la testa  all'indietro. Penso che dobbiamo riflettere su di esso guardando in avanti e alla connessione tra di esso e i temi al centro della conferenza di organizzazione: la crisi della politica.

C'è un punto che vorrei sottolineare e che per me è quello centrale. E' quello che riguarda il tema, del rapporto tra democrazia e rappresentanza. Io non credo che all'ordine del giorno sia la questione della messa in discussione della libertà e dell'autonomia degli eletti.

La pratica della democrazia è difficile e faticosa. Sempre. Uno degli elementi di fondo della crisi della politica è lo svuotamento degli spazi di decisione e il suo spostamento verso sedi che si autonomizzano, si separano. La critica radicale alla separatezza istituzionale è un  punto di fondo per la stessa possibilità di una uscita da sinistra alla crisi della politica.

Una decisione, presa in una sede democratica non può essere cambiata nella sede istituzionale che si separa così dalla sede della comunità nel nome del quale si assume quella decisione. Vale per il municipio e vale per il Parlamento.

Si può legittimamente chiedere di spostare la decisione in una sede ancora più democratica, dalla democrazia rappresentativa alla democrazia diretta, per esempio, ma, non di cambiare nella sede delle istituzioni la decisione che non si è stati capaci di far prevalere nel confronto democratico, fino a stravolgere  la collocazione politica medesima, del partito e la sua percezione di massa.

Questo distrugge la democrazia e la partecipazione. Questo è accaduto con la vicenda del compagno Turigliatto!Ogni volta che si compie uno strappo lo si fa in nome di una presunta ortodossia di cui ci si autonomina numi tutelari, un delirio di onnipotenza a cui si ricorre quando ci si vuole separare da una decisione che non si è stati in grado di far prevalere con la democrazia. Nella storia più recente di Rifondazione Comunista, è stato così nel 1998. Anche lì venivamo da un dibattito ancora più lacerante e da una discussione interna difficile ma, che aveva dato un esito. Chi si separò dall'esito che non condivideva, si richiamò alla necessità di intervenire perché si era modificato il codice genetico del partito. Ma, la questione da porre è anche  un'altra. Perché questa deviazione istituzionalista, perché la sede privilegiata è sempre e comunque quella delle istituzioni e delle assemblee elettive ? Perché non si sceglie un'altra sede, per esempio quella  di una offensiva di discussione,  per rovesciare le decisioni che si giudicano così gravi e nefaste che i gruppi dirigenti assumono? Perché si è dentro fino al collo ai riti della politica e della sua rappresentazione.

La critica radicale a questa politica è la cifra che informa, il documento per la conferenza di organizzazione, un documento che sta raggiungendo un ampio grado di condivisione nel dibattito delle compagne e i compagni.

Questo dibattito è chiamato a individuare possibili risposte a domande difficili. Una delle più difficili è come ricostruire una comunità politica che vuole cambiare la politica così come oggi è e non essere cambiata da essa.

Il PRC è una forza politica che ha innovato profondamente la sua cultura politica in questi anni, ma, non ha ancora innovato il suo modo di essere.

Burocratismo, autoreferenzialità, verticismo, correntismo esasperato, separatezza istituzionale, fenomeni, parziali, locali, marginali ma, non da sottovalutare, di affacciarsi di fenomeni di elettoralismo, di comitati elettorali, di forme di inquinamento della politica come partecipazione. La prima, cosa è un atto di verità: nominare i guasti, senza tralasciarne alcuno, guardare con crudezza la realtà, anche con maggiore crudezza di quanto sarebbe giusto in astratto.

Due cose vanno dette subito per evitare equivoci.

Il fatto che la denuncia venga da noi non esclude, anzi include necessariamente, una responsabilità dei gruppi dirigenti nazionali, io direi dei gruppi dirigenti più complessivi. Questa assunzione di responsabilità non è solo un atto di responsabilità e di onestà politica. E' il riconoscimento da cui non si può prescindere per tentare di percorrere una strada differente.

Da qui, parte la terapia d'urto di cui parliamo nel documento sottoposto alla consultazione del partito.

L'altra premessa riguarda il partito diffuso. Affrontare con determinazione la crisi della politica e come questa investa anche noi, non vuol dire non considerare il patrimonio enorme rappresentato dall'impegno volontario e generoso che si esprime dentro Rifondazione Comunista.

Questa forza rappresenta un valore grande per la democrazia di questo Paese: oltre 93000 iscritti (superiamo il dato dello scorso anno), 2200 circoli in tutte le realtà territoriali e i posti di lavoro, una organizzazione complessa di gruppi dirigenti locali e centrali, rappresentanze in tutte le istituzioni, dai piccoli centri fino al parlamento europeo, presenza attiva nelle organizzazioni dei lavoratori, nelle organizzazioni di massa, un quotidiano nazionale, numerose pubblicazioni e riviste, una presenza attiva, una rete di relazioni e di intrecci con i movimenti grandi e piccoli, con le vertenze territoriali. Le feste di liberazione, che costituiscono una vera e propria campagna popolare e di massa estesa su tutto il territorio, esprimono bene questa capacità di coinvolgimento, ben oltre anche i confini delle iscritte e degli iscritti, la ricchezza delle relazioni che diffusamente il partito intrattiene, le competenze e i saperi (per le feste, anche i sapori) che sa esprimere.

Noi non vogliamo lasciare tutto questo per modelli  partecipativi  legati principalmente, quando non esclusivamente, ai momenti istituzionali: le liste, le elezioni e le campagne elettorali.

Il problema, che poniamo è l'opposto: come coinvolgere e far pesare di più nelle scelte quella ricchezza partecipativa, come non disperderla, come consentire che rompa le incrostazioni che impediscono la piena agibilità e la piena partecipazione anche dentro il partito, le sue regole e modalità di funzionamento.

Se con la nonviolenza, abbiamo affermato che vi deve essere coerenza tra i mezzi e i fini, pena lo snaturamento dei fini medesimi, dobbiamo   affermare e praticare che vi deve essere coerenza tra gli obiettivi di liberazione che perseguiamo e le  modalità con le quali discutiamo, funzioniamo, assumiamo le decisioni. Il punto di applicazione deve consistere nel dirigerci in maniera decisa verso la sperimentazione di forme partecipative più avanzate, anche di democrazia diretta. Anche dentro al partito, dobbiamo fare una critica alla delega e  alla sua istituzionalizzazione. La politica non si esaurisce nel voto e tra un voto e l'altro c'è la pratica dell'autonomia autoreferenziale della politica.

Pensiamo che la partecipazione attiva, i movimenti possano e debbano intervenire direttamente e  cambiare le scelte quando non le condividono. Pensiamo, allo stesso modo, che la partecipazione democratica dentro al partito non si deve esaurire con i congressi e, tra un congresso e l'altro c'è la routine o la pratica correntizia. Ci sono passaggi, decisioni, attraversamenti in cui vanno sperimentate e praticate modalità di coinvolgimento in forme anche inedite. Ciò non per sottrarre, anche opportunisticamente, ai gruppi dirigenti la responsabilità della scelta anche in momenti cruciali ma, per praticare una idea della partecipazione che, anche nelle forme imperfette del partito, renda protagonisti le compagne e i compagni, le iscritte  e gli iscritti e ancora più in là: le realtà sociali, associative, di movimento con cui intrecciamo relazioni e conduciamo assieme vertenze e lotte.

Non possiamo limitarci a formulare auspici o a richiamare esigenze. Dobbiamo tradurre tutto questo in una pratica. Per questo motivo, proponiamo una serie di misure concrete e specifiche.

Se la differenza è un valore che attraversa la cultura della rifondazione comunista, allora, almeno cominciamo a praticare la democrazia di genere. Se diciamo che un sesso non può essere rappresentato negli organismi oltre un a certa percentuale, allora l'organismo che non lo rispetta non può legittimamente continuare a vivere. E' una cosa elementare: se dici una cosa, bisogna farla! Se lo facessimo, e lo dobbiamo fare subito, il nostro Comitato Politico Nazionale sarebbe illegittimo. Come si sa, il pesce puzza dalla testa!Rompere la struttura piramidale del partito, la circostanza che a tutti i livelli: dal centro ai territori, in tutta la struttura del partito, si ripropone la medesima, modalità di funzionamento, quella generalista. Sperimentiamo e strutturiamo forme di adesione al partito che si svolgano anche attraverso una parzialità: un tema, un interesse, una vertenza, un movimento e che, attraverso questo, si può aderire al Partito e si hanno gli stessi doveri, ma, anche  gli stessi diritti, di tutti gli iscritti.

Rendiamo l'inchiesta l'elemento sovraordinatore dell'azione del partito a tutti i livelli, come leva di un sapere che si connette direttamente con le vertenze e le lotte. Rompiamo attraverso la generalizzazione dell'inchiesta il pressappochismo, la superficialità, spesso la banalità con le quali, al centro come nei territori, svolgiamo dibattiti, confronti e iniziative.

Democratizziamo davvero il funzionamento del nostro partito, recuperando cose vecchie: l'elezione in parte degli organismi dirigenti nei livelli di base (parte dei cpf nei circoli e del cpn nei comitati federali), e facendone di nuove, come le consultazioni periodiche o straordinarie dei gruppi dirigenti di base  e del corpo del partito.

Poniamo come centrale il tema dell'autofinanziamento e della non dipendenza dalle istituzioni, poniamo apertamente in un dibattito aperto la questione delle forme di comunicazione e discutiamo apertamente di Liberazione, dei suoi sforzi di radicamento come le pagine locali, di approfondimento con gli inserti e il livello del dibattito ma, anche dei suoi limiti evidenti e del fatto che, almeno in parti non marginali, il partito non lo avverte come uno strumento adeguato e qualche volta come strumento utile.

Affrontiamo di petto i nodi dei costi della politica e della connessione tra questo problema e quello della separatezza istituzionale di cui prima parlavo.

Il fatto che a questo problema, la risposta più gridata è a destra e nella direzione dell'antipolitica, non lo elimina o lascia come unico orizzonte possibile la deriva plebiscitaria e populista. Esiste un'altra possibilità: una critica da sinistra e una uscita da sinistra.

Anche qui, rimettiamo il tema, della riforma, della politica con i piedi per terra. Lo dico con semplicità e schiettezza: chi vuole cancellare i costi pubblici della politica, in realtà vuole far arretrare il Paese in una condizione predemocratica, alla politica basata sul censo dell'epoca liberale. Hai i soldi, hai poteri che ti sostengono allora  ti imponi.

Ma, noi, dobbiamo e con forza, avanzare un'altra critica che non attenua, anzi inasprisce la radicalità dell'opposizione a questa politica. I costi della politica sono lievitati in maniera esponenziale attraverso i meccanismi delle riforme istituzionali che proprio quelli che gridano contro i costi della politica hanno determinato.

La lotta per ridurre i costi della politica deve connettersi con quella contro l'autoreferenzialità istituzionale.

Allora, questa cosa riguarda anche noi: assumiamo un regolamento che impedisca il riprodursi e l'estendersi di comitati elettorali dentro Rifondazione Comunista e di spese individuali e/o personalistiche durante le competizioni elettorali. Stabiliamo in maniera cogente l'obbligatorietà di una alternanza, anche temporale, tra impegno nelle istituzioni, lavoro nel partito, nelle organizzazioni di massa e nei movimenti. Non ribattiamoci la questione tra il centro e la periferia: deve valere per il Parlamento, per le Regioni, per gli enti locali, fino per le Circoscrizioni. Insomma, occorrono misure concrete per impedire una sorta di separazione di carriere non scritta ma, praticata tra chi vive nelle istituzioni e lì compie per un tratto interminabile la propria attività politica e chi vive nel partito e nei movimenti. Questo deve valere non solo per gli incarichi istituzionali elettivi ma, anche per altre funzioni istituzionali, incarichi, presenze in consigli di amministrazione e analoghe postazioni.

Poniamo dei vincoli specifici per impedire il cumulare, tranne eccezioni nominate espressamente, cumuli di incarichi elettivi, di altro tipo istituzionale e così via.

Io credo che non sia moralistico riproporre il tema irrisolto di una questione morale che pervade il funzionamento della politica nel rapporto intimamente corruttivo dei meccanismi istituzionali e delle sue propaggini. Credo che non sia moralistico riproporre, adeguandolo all'oggi, il tema della diversità, specialmente per noi che siamo una forza dell'alternativa, una forza che sogna, pensa, lavora in concreto per un nuovo mondo possibile. Senza la pratica di questa diversità il sogno, il pensiero, il lavoro svaniscono e rimane solo l'adeguamento all'esistente.

La diversità è anche garanzia dell'autonomia politica e culturale.

Compagne e compagni,come ho già detto, svolgiamo questa nostra conferenza in una fase non semplice, in un passaggio non scontato della vita politica, economica e sociale del Paese. Un passaggio difficile dentro un crinale impervio: la transizione irrisolta in cui si dibatte il Paese, sospeso tra ansia di rinnovamento e tentazioni al continuismo. E questa transizione irrisolta,  sta dentro una crisi ancora più grande: quella della globalizzazione capitalistica e della strategia della guerra preventiva. Il quadro generale è quello dell'instabilità e non è questo un elemento contingente o destinato ad affievolirsi.

Il governo dell'Unione è alla prova decisiva. Il suo rapporto con la società diffusa ha subito colpi pesanti, anche la relazione con le realtà sociali e del mondo del lavoro più avvertite ha subito un appannamento. A  chi critica il governo dal lato della mancanza di una incisiva azione contro la precarietà e per affrontare i nodi di una irrisolta questione salariale, non credo vada risposto semplicemente che avevamo ragione noi e che c'erano i margini di una manovra economica differente sia per l'impatto complessivo che per le misure specifiche al suo interno. Non basta neanche  ricordare quanto di positivo pure è stato fatto, sia nella lotta all'evasione  ed elusione fiscale, sia nel contrasto a rendite di posizione di alcuni settori di categorie privilegiate, sia in una modesta redistribuzione di risorse, in parte non piccola rimangiata dagli aumenti in sede locali o di altri tributi e tariffe.

Penso che dobbiamo avere la consapevolezza che la cosa più importante nella manovra alle nostre spalle è ciò che non c'è. Al di là di aver tenuto fuori interventi come quelli sulla previdenza, il punto politico è che per la prima, volta, dopo alcuni decenni, una manovra economica, tra le più pesanti per dimensioni, è stata fatta senza sostanzialmente incidere sui redditi popolari. Non è poco, ma, non basta. Il punto è rendersi conto di come la situazione sociale del Paese e la condizione economica di strati sociali sempre più vasti sia cambiata in peggio. Il fatto di non essere stati ulteriormente penalizzati non esaurisce, ma, mantiene aperta, anzi acuisce perché passa ulteriore tempo, la questione irrisolta del risarcimento sociale necessario. E' suonato un campanello di allarme nel rapporto tra il governo dell'Unione e il suo popolo. Dobbiamo ascoltare bene quel campanello, non è solo l'allarme è, come nel ciclismo su pista, anche il campanello dell'ultimo giro, quello in cui devi dare tutto e fare lo sprint, altrimenti hai perso.

Insomma, per molti versi, dopo la manovra dello scorso anno, questo 2007 è l'anno decisivo in cui l'Unione deve giocare fino in fondo le sue carte e dimostrare di essere all'altezza delle speranze e delle attese di tanta parte del Paese che attende una ripresa economica che si congiunga con una grande opera di riforma, sociale e politica.

In questa sfida, il tema del salario è decisivo. Sono in corso vertenze di categorie importanti: il pubblico impiego, la scuola e fra non molto i metalmeccanici e altre categorie ancora, le cui ragioni noi sosterremo con grande forza. Il tema del salario è indifferibile e la leva fiscale ne può rappresentare una sponda (penso al recupero del fiscal drag per fare un solo esempio). Ma, anche questo, va inquadrato in una cornice più generale almeno per avere chiara la dimensione della sfida di fronte a noi.

Non è questo il momento dei bilanci ma, dell'investimento. Dobbiamo scatenare una grande offensiva. Occorre dire con grande nettezza lo stato della situazione reale. Questo Paese ha bisogno di una grande riforma sociale, economica, nel campo dei diritti, nel ruolo internazionale. C'è una realtà sociale avanzata, noi l'abbiamo definita l'Unione materiale, per dare il senso concreto di un tessuto democratico, organizzazioni delle lavoratrici e dei lavoratori, associazioni, movimenti sociali. Sono questi che hanno animato l'opposizione al governo delle destre in questi anni. Senza questo tessuto, nessuna sconfitta delle destre, delle loro culture e delle loro politiche sarebbe possibile. C'è un tessuto sociale ancora più diffuso, noi l'abbiamo definito il popolo dell'Unione, che, in questi anni ha subito i colpi di una politica selvaggia, in difesa di privilegi di categorie, di interessi corporativi e personali addirittura, che ha pagato duramente in termini di potere di acquisto e di diritti e che, comunque, ha resistito e ha acceso una speranza di cambiamento, di cominciare a cambiare pagina. Non c'è alcun estremismo in questi due ambiti, anzi un realismo molto  concreto. C'è la richiesta, però, di una vera inversione di marcia. Con l'Unione materiale e con il popolo dell'Unione, l'Unione politica ha stabilito una alleanza e il programma dell'Unione ne rappresenta il patto.

Questa è la sfida dell'oggi: non è tutto, non è, però, poco. Infatti, è del tutto evidente, lo dobbiamo dire con energia, che vi sono poteri, apparati, forze che, in Italia e fuori dall'Italia, tentano di frapporre un diga, di resistere, di compromettere, rimandare, ritardare, diluire i contenuti di questo cambiamento necessario. Non è la riproposizione della categoria del complotto. Il complotto si basa sulla cospirazione, sull'agire nell'ombra per far prevalere un progetto che si ha paura di affrontare a viso aperto. Qui è tutto il contrario. Questa sfida è alla  luce del sole.

Si tratta di poteri economici ben definiti, la Confindustria ne è la principale ma, non unica componente, si tratta delle gerarchie vaticane - la Cei entra ancora ieri a gamba tesa nel dibattito politico in corso sui Dico e la "comunicazione politica"  che i vescovi mettono in campo costituisce un nuovo vulnus alla laicità dello Stato - si tratta del governo conservatore statunitense. Queste forze agiscono per impedire quell'avanzamento sociale, economico, culturale, dei diritti, del ruolo di relazione con Paesi del sud del mondo e di altre realtà emergenti che questo Paese può raggiungere, che la sua parte maggioritaria e io direi migliore chiede, che, oserei dire, questo Paese merita.

Il nostro errore più grave sarebbe quindi ritirarci dentro una nicchia, come se il problema, fosse, come nel 1996, la relazione tra Rifondazione Comunista e l'Ulivo (si potrebbe dire oggi, il Partito Democratico) oppure fosse ristretto dentro i confini del confronto tra la cosiddetta sinistra radicale, i riformisti e il moderati dell'Unione. Noi dobbiamo avere una aspirazione molto più ambiziosa, noi siamo la maggioranza ed esprimiamo una idea generale e una cultura politica che può essere egemone. Il punto ritorna quindi quello dell'autonomia del Partito, dei sindacati, delle associazioni, dei movimenti. Lo ho già detto, non è un pranzo di gala, ma, una sfida vera, aperta, io direi anche alta sull'idea di società e sul futuro del Paese, come lo si immagina tra 5 / 10 anni almeno. Questa forza sociale e popolare deve essere in campo in questa sfida.

C'è il tema delle pensioni. Ebbene, non solo  noi, ma, anche gli altri sono andati davanti alle fabbriche a dire: vogliamo abolire lo scalone che porta a 60 anni l'età pensionabile. Lo abbiamo detto, lo dobbiamo fare! Così sulle pensioni minime e quelle basse, sul tema di come i giovani possano pensare di costruirsi una pensione dignitosa, sul tema di trasferimenti monetari verso gli incapienti, su questioni di grande impatto sociale come quella della casa (l'ICI sulla prima casa, la detassazione anche per gli inquilini degli affitti, l'edilizia pubblica),  l'abolizione dell'inutile balzello dei ticket sanitari. Un grande moto partecipativo. Andiamo a chiedere, facciamolo  come una specie di bilancio preventivo partecipativo,  al popolo dell'Unione e all'Unione materiale come utilizzare le risorse che una importante azione di rigore e di contrasto all'evasione e all'elusione sta producendo. Azione che forse dovremmo valorizzare di più, anche per il comportamento sociale che individua. Non è quello un modo nuovo e importante per entrare in Europea e superare le distanze che ancora separano il nostro Paese dai più importanti Paesi europei? La lotta all'evasione e alla elusione fiscale come messaggio di società, per la coniugazione di onestà, lotta alla criminalità organizzata,  rigore e uguaglianza. Promuoviamola, facciamola come primo impegno che scaturisce da questa conferenza, una grande inchiesta sulla condizione del Paese reale, le sue esigenze, le sue richieste. Facciamo entrare questo vento fresco dentro la discussione nei vertici, nelle aule parlamentari che decidono. Insomma, compagne e compagni, non dobbiamo stare in attesa, l'attendismo è il nostro principale avversario.

Una grande opera di riforma morale, sociale e politica. Lo standard di crescita di civiltà del Paese costruiamolo con nuovi indicatori. Poniamo obiettivi drastici: quelli di colpire la mala pianta dell'insicurezza del lavoro, le morti bianche, gli incidenti di cui rimangono vittime centinaia di migliaia di lavoratrici e di lavoratori, fenomeni alimentati dalla precarietà del lavoro, dalla mancanza di controlli, dalla deregolazione salariale e normativa. Che ci sia sui morti sul lavoro una grande mobilitazione civile e politica, una vera campagna, almeno dello stesso livello, giustissimo, che si dà alle morti sulle strade! Che sia indicata l'evasione contributiva come un vero crimine e perseguiti, come si è cominciato a fare giustamente, tutti i meccanismi, per esempio degli appalti e subappalti, che rendono praticabili l'aggiramento delle norme sulla sicurezza. Da cosa si misura la civiltà di un Paese, quindi? Ripeto, nessuna fuga in avanti, anche un passo alla volta, ma, la direzione sia quella giusta! Sui migranti si annunciano novità importanti. Io credo, che sia già stato segnato un punto importante di cultura politica. Anche grazie alla nostra azione, forse soprattutto grazie ad essa, oggi il dibattito aperto sui migranti non è su come inasprire leggi e regolamenti, non è la riduzione del problema, a ordine pubblico, non è utilizzare la paura del clandestino per il conflitto di civiltà. Oggi la discussione è come aumentare diritti, come e quanti cpt chiudere, come incrementare opportunità e garanzie. Non sarà tutto perché ci sono anche gli altri che contrastano queste scelte. Non vedere, però, il cambio del paradigma è cecità. Voglio esser chiaro su un punto che, secondo me è cruciale nella valutazione della fase. Non si tratta di stabilire gerarchie o di scartare in una direzione economicistica della battaglia politica. Per dirla in maniera un po' greve, portare a casa un po' di pane e salame, cosa che non guasta mai. Occorre tenere il quadro generale, anche in relazione al fatto che l'offensiva degli altri è generale.

Le unioni civili stanno dentro questa offensiva e valgono allo stesso modo della questione generale della difesa del contratto di lavoro nazionale e della lotta contro la precarietà. Dobbiamo connettere assieme salario, diritti del lavoro, diritti sociali, diritti di civiltà, diritti delle comunità locali in lotta nelle grandi e piccole vertenze territoriali, diritti della persona, lotta per la pace e nuovo ruolo internazionale dell'Italia. Lo dobbiamo fare perché si tratta di una offensiva complessiva, di una idea della società, della cultura, della politica, di una grande riforma sociale, economica, culturale, del costume, del ruolo mondiale che affidiamo al nostro Paese. Una spinta grande contro la regressione che viene proposta dentro il precipitare nel baratro del conflitto di civiltà. Con grande forza, con grande coraggio: l'esito della transizione irrisolta in cui l'Italia si dibatte può anche essere nella direzione della costruzione di questa nuova cultura di solidarietà e dei diritti.

Dentro questa sfida, compagne e compagni, giocano il loro destino le sinistre. Si è aperto un confronto molto importante e impegnativo: un confronto sui fondamenti culturali e politici del socialismo per il XXI secolo, un confronto anche con una ricaduta più stringente: come costruire una vera forza della sinistra di alternativa in Italia che aiuti a scalare il tema difficile dell'efficacia.

Noi ci siamo disposti in questo confronto con una proposta: la costruzione della sinistra europea. Per noi, la sinistra europea è un progetto di lungo periodo, non una proposta organizzativa, un assemblaggio, è la  proposta di costruzione della sinistra di alternativa dentro una ispirazione. Essa non può prescindere dall'esperienza in Europa del Partito della Sinistra Europea e dalle modalità medesime della sua costruzione: non sulla base di una fissità ideologica, di una presunta ortodossia, bensì sulle discriminanti del no alla guerra e al neoliberismo.

Ad esso, infatti, partecipano partiti comunisti che hanno rinnovato le proprie culture, forze della sinistra socialista che hanno rotto con la deriva moderata delle socialdemocrazie europee, forze della sinistra ecologista e più legate alla contaminazione dei nuovi movimenti.

Le prove che subito ha affrontato sono i nodi di fondo dello scontro sul modello di Europa: la Costituzione, la direttiva Bolkenstain ne hanno rappresentato anche simbolicamente, passaggi fondanti. La costituzione europea elaborata e sottoposta alla ratifica di parlamenti o popolazioni rappresenta un salto all'indietro nella concezione democratica delle costituzioni dei principali Paesi europei, all'indomani della vittoria contro il nazifascismo. Un processo costituzionale, quello delineato dalla Convenzione che costituzionalizza il mercato e trae la sua forza originaria non dal popolo ma, dai governi: un balzo all'indietro, verso i modelli liberali e predemocratici. La direttiva Bolkenstein sulla privatizzazione dei servizi pubblici, a cui oggi si vuole aggiungere il cosiddetto "libro verde" che determina uno stravolgimento delle regole del confronto tra le parti sociali, in quanto, di fatto, ne cancella una, quella delle lavoratrici e dei lavoratori, rappresentano assieme il modello di Europa che viene prospettato. La sinistra europea, al contrario, nasce dentro l'ispirazione della costruzione di un'altra Europa, dentro l'ispirazione di un nuovo europeismo popolare  e di sinistra. In cui, i termini "di sinistra" e "popolare" sono fondamentali. Di sinistra, in quanto si propone di costruire un'alternativa al modello sociale, politico, militare proposto. Popolare perché chiede di contaminarsi, di connettersi con i movimenti europei, le organizzazioni dei lavoratori, di concorrere alle gradi vertenze ambientali e territoriali, perché cerca di incontrare il movimento pacifista europeo nell'idea di contrastare l'ideologia e la pratica della guerra e  costruire  ponti di relazioni con i popoli del Sud del mondo.

E' dentro questa onda lunga che si sono aperti, laddove c'è stata una originale capacità di impegno, fatti politici nuovi e importati anche dentro il campo delle sinistre. In Germania, a metà giugno, avverrà il congresso di  fondazione  della Linke, la soggettività politica della sinistra di alternativa che connette le esperienze della PDS e della sinistra socialdemocratica di Lafontaine con originali esperienze dentro la classe operaia tedesca.

Pensiamo che un laboratorio importante sia anche quello che siamo andati costruendo in Italia in questi mesi, con l'incontro con altre soggettività della sinistra politica, di quella ambientalista, dei diritti civili, dell'informazione e della rete.

Abbiamo svolto incontri, allacciato relazioni, è in campo un progetto concreto che entro giugno vedrà una sua prima fase di concretizzazione con l'assemblea nazionale delle reti aderenti a sinistra europea.

Non chiediamo ad altri di annettersi a Rifondazione Comunista, non intendiamo sciogliere o diluire dentro la Sinistra Europea l'identità o l'autonomia politica e organizzativa di Rifondazione Comunista.

Insomma, abbiamo pensato alla sinistra di alternativa dentro una ispirazione generale, dentro una cultura politica, dentro una sperimentazione di nuove forme dell'agire politico. Per questa ragione si rivolge ad altri che con altre storie, altre culture autonome, altri percorsi, si pongono le medesime domande.

Nella Conferenza, noi non poniamo il "se" costruire la sinistra europea ma, il "come". Pensiamo a un processo partecipato, che parta dal basso, dai territori.

Per questo, abbiamo pensato alle case della sinistra, come luoghi del fare società, luoghi del confronto, ma, anche dell'organizzazione sociale, aperti e partecipati. Su questa strada, siamo assolutamente determinati e pensiamo che occorra fare presto e bene. Ma, è necessario uno sforzo che venga direttamente dai territori, dalla capacità di saper coinvolgere anche associazioni, gruppi, comitati che stanno dentro una esperienza locale ma, che vogliono praticare quella parzialità dentro l'ispirazione generale di un processo di trasformazione. Alcune esperienze territoriali sono importanti, anche in alcune grandi città, ma, non c'è una articolazione e una diffusione ancora sufficienti e adeguate.

Per questo, vogliamo procedere con grande determinazione ma, anche con grande apertura. Dopo l'assemblea nazionale delle reti nazionali a giugno, si deve svolgere un nuovo percorso, che parta direttamente dalle città e dai territori con una assise nazionale delle case della sinistra e delle reti locali. La sinistra europea  la pensiamo,  quindi, come intreccio tra la verticalità delle reti nazionali e la orizzontalità delle esperienze territoriali dentro una ispirazione confederale, una struttura a rete, molteplice e policentrica.

Si è aperto un confronto ancora più ampio, l'idea di un cantiere per la sinistra, per definire culture politiche e anche per verificare forme di relazione e di unità possibile.

E' un dibattito importante. La costruzione della sinistra europea non ci ostacola in questo dibattito, ci aiuta. Ci aiuta in quanto siamo dentro una sperimentazione che si muove nella direzione dell'apertura e della connessione di culture e percorsi differenti. Non ci ostacola in quanto facciamo sinistra europea per rompere recinti e steccati, non per costruirne un altro.

Va detto, innanzitutto, che noi abbiamo profondo rispetto per la discussione interna ai democratici di sinistra, tanto più per il dibattito interno alla sinistra ds su cui non  intendiamo avere alcuna interferenza.

Con il progetto del Partito democratico, intendiamo misurarci a viso aperto in una competizione di lungo periodo che non esclude il dialogo e la ricerca dell'unità possibile.

Con la sinistra ds, condividiamo molte battaglie comuni nel Parlamento e nel Paese,  ci sentiamo dentro un dibattito che parte da domande analoghe ed è rivolto verso l'innovazione di cultura politica.

Non pensiamo che si debbano o possano mettere discriminanti né che possano essere posti vincoli al proseguo di questo confronto. Ognuno parte da sé: noi dalla sinistra europea e dalla cultura politica della rifondazione comunista; altri da altre ipotesi di collocazione internazionale e altri riferimenti, del tutto legittimi. Nessuno rinunci a nulla, la prospettiva deve essere il misurarsi in un confronto, i cui tempi e modalità vanno naturalmente condivisi. Un punto deve essere chiaro: la costruzione di una soggettività della sinistra di alternativa non è la risposta a come far pesare di più la sinistra nell'azione di governo (non che il problema, non esista, l'ho già detto prima, ma, è un'altra questione), perché guarda oltre quel passaggio, guarda all'alternativa di società. Tanto meno, può essere, naturalmente, il mero adattamento alle mutazioni del sistema, elettorale.

Una convergenza programmatica è necessaria ma, non è sufficiente, la dimensione europea, la cultura politica, il rapporto con i movimenti, l'orizzonte di società a cui si pensa sono punti non eludibili dentro un percorso che guardi oltre la contingenza del momento, che traguarda la fase attuale e la connetta con una prospettiva di lungo periodo. Ci interroghiamo camminando: siamo interessati anche a forme di relazioni costanti, a relazioni unitarie anche con chi si pone domande analoghe alle nostre, anche se fornisce risposte differenti ma, ancora non conclusive.

La nostra sfida con il partito democratico è una sfida di fondo, viviamo non una competizione contingente ma, una alternatività radicale e che, anche per questo, non esclude, anzi include il confronto e anche alleanze per impedire la regressione proposta dalle destre politiche e sociali.

Il punto di approdo della cultura politica che sta dietro alla costruzione del Partito Democratico mi sembra la seguente: l'economia (a monte) è il regno della disuguaglianza; la politica, a valle, può al massimo essere uno strumento di parziale riequilibrio, di moderazione degli effetti prodotti nella sfera della produzione. C'è l'assunzione dell'esistente come immodificabile, l'introiezione che questo è l'unico mondo possibile. Una sfida di fondo, una fase differente di quella delle due sinistre. L'ubriacatura neoliberista è passata e ha lasciato l'amaro, si affacciano inquietudini e incertezze. Insomma, dismesse le magnifiche sorti del neoliberismo rampante, almeno si vedono le disuguaglianze e ci si interroga. Ma, l'orizzonte è plumbeo e non c'è via di uscita se non di temperamento.

La sinistra, dentro la prospettiva del Partito Democratico, non solo smarrisce il suo nome, smarrisce il suo codice e la sua missione: trasformare, cambiare la realtà.

La sinistra, invece, che c'è e pensa e si interroga e si arrovella nella costruzione dell'alternativa: è la nostra sinistra, è Rifondazione Comunista, è la sinistra europea, è una relazione ancora più ampia con forze della sinistra politica, sociale, espressioni del movimento operaio di questo Paese. Credo che, con grande forza, dovremmo dire anche in questa tornata amministrativa, la prima, dopo la decisione del partito democratico, che in Italia una sinistra è viva e forte, non è una sinistra nostalgica e guarda all'indietro, è una sinistra che rinnova le proprie culture e trova in quella innovazione le ragioni della propria esistenza e della ricerca di una più avanzata unità.

Compagne e compagni, la rinascita dei grandi movimenti di massa e la dimensione mondiale dei medesimi hanno riaperto la partita della trasformazione, una partita che sembrava chiusa. Vincerla, però, è tutto un altro discorso. Neoliberismo e guerra non convincono più, ma, non sono vinti.

Ho già detto in precedenza, lo riaffermo nella conclusione perché credo che sia l'elemento distintivo della fase, che siamo dentro una crisi e una transizione irrisolte nella dimensione grande delle grandi sfide globali e in quella dell'Italia dentro un quadro europeo instabile ma, in cui la ricerca della stabilità si muove in senso conservatore.

Detto in altri termini, il prevalere di una cultura reazionaria di massa non è fuori dall'esito possibile dell'instabilità che viviamo. Il conflitto tra l'alto e il basso della società può anche inasprirsi ma, non necessariamente incontrare la sfida tra la destra e la sinistra e il conflitto verticale di classe può essere sostituito con il conflitto orizzontale nella società in basso (la guerra tra i poveri) e l'unificazione essere trovata nella logica devastante del conflitto di civiltà.

Possono anche determinarsi conflitti acuti e vasti ma, fuori dalla possibilità di politicizzarsi, di intervenire dentro fin dentro le istituzioni.

Non esistono scorciatoie e rifugi rassicuranti, neanche la falsa sirena del ritorno a una ortodossia che liquidi, di fatto, l'innovazione di cultura politica praticata in questi anni.

L'unica possibilità di fronte a noi, al contrario, è di continuare nel cammino intrapreso, avanzare ancora con coraggio nella medesima direzione: non violenza come scelta dell'agire politico, il rifiuto della coppia amico/nemico, e della categoria politica del tradimento, la molteplicità, e l'unità dei movimenti, la coerenza tra i mezzi e i fini, la critica al potere separato, la trasformazione come processo che si fa dal basso e nella società e che costruisce un nuovo senso comune, la contaminazione, oltre la contaminazione, la connessione tra le culture del movimento operaio e le altre culture critiche, non come aggiuntive ma, costitutive di una teoria e pratica della trasformazione, il femminismo, l'ambientalismo, il pacifismo, i diritti della persona.

Rifondazione Comunista è un crocevia, un laboratorio vitale di questa innovazione. Noi pensiamo che l'autonomia politica e organizzativa di Rifondazione Comunista non è in discussione, non è in discussione neanche la sua simbologia. Noi non lo poniamo in discussione e pensiamo che questa scelta non sia contraddittoria con l'apertura unitaria che anche da questa assise intendiamo lanciare. Questa perché, con la stessa autonomia consideriamo le culture politiche, sociali, di movimento che incontriamo.

Ma, c'è anche un'altra ragione di fondo. Non si tratta soltanto di essere giustamente attaccati e orgogliosi della propria cultura e dei propri simboli. La questione di fondo, almeno per noi, è che nessun ragionamento sul socialismo del XXI secolo sia fecondo senza assumere anche l'innovazione culturale e politica prodotta dalla rifondazione comunista, innovazione che non solo non intendiamo dimettere ma, intendiamo approfondire.

Liberamente comunisti è stato lo slogan felice della nascita del nostro Partito. Era il momento della negazione della possibilità di ragionare oltre l'orizzonte del pensiero unico che prepotentemente veniva imposto come nuova razionalità e fine del mondo.

Ora che abbiamo conquistato le ragioni per affermare che un nuovo mondo è possibile, possiamo dirci comunisti per la liberazione, la liberazione dalle catene della precarietà, la liberazione dalle culture oscurantiste, patriarcali e omofobiche, la liberazione della natura dal disastro prodotto da questo modello di produzione e riproduzione, la liberazione dell'Italia dalla commistione di interessi di poteri e apparati  e la liberazione del mondo dai disastri della guerra.

Buon lavoro compagne e compagni.

Francesco Ferrara (Responsabile area Organizzazione del PRC - Nazionale)
Carrara, 29 marzo 2007