Con la morte di Guido Busnelli se ne va una parte importante della storia della sinistra di Meda.
Nato il 10 ottobre 1943, Guido Busnelli, soprannominato “ul culzunin”, era figlio di Giuseppe Busnelli (1910 - 1985).
Il padre, un eccelso intagliatore formatosi nella prestigiosa bottega di Pericle Barozzi (1863-1948) e di Giovanni Borgonovo (1886 - 1974, ha una influenza determinante sulla formazione del figlio. Da lui imparerà i segreti del mestiere ma soprattutto erediterà la passione politica. E’ lui che consiglia a Guido di leggere le opere di Antonio Gramsci ed è sempre lui che porta con sé il figlio alle riunioni, quando quasi ogni sera esce di casa per incontrare i suoi amici antifascisti “come Carlo Ballabio, medese, partigiano e commissario politico di una brigata Garibaldi o come Emilio Besana, iscritto al PCI fin dai primi anni cinquanta e che ascoltavo affascinato. Di lui mi piaceva la signorilità e l’eleganza di comportamento. In Consiglio Comunale era impeccabile nel vestire: giacca, camicia e papillon e quando parlava si alzava in piedi in segno di rispetto verso gli interlocutori. Il fratello era stato massacrato di botte dai celerini durante una manifestazione e ricordava quell’angoscioso evento soltanto ubriacandosi”.
Guido frequenta le scuole elementari ma poi smette: “odiavo la scuola, la disciplina e il grembiule nero”. A 11 anni comincia a lavorare come apprendista falegname prima nella bottega di Ernesto Ballabio e poi in quella del padre. Si scopre intagliatore per caso, a 18 o forse 19 anni, quando approfittando dell’assenza del padre e dovendo portare a termine una consegna, termina da solo un intaglio. “Fin dall’inizio ho imitato ogni gesto di mio padre e come lui, prima di cominciare, salivo su di un asse di legno e masticavo un pezzetto di legno. Ma è stata dura. A causa delle idee politiche mie e di mio padre, gli artigiani medesi ci hanno negato il lavoro”.
Da sempre refrattario a qualsiasi forma di imposizione e di autoritarismo, pur avendo interrotto anzitempo gli studi, coltiva l’amore per i libri. Da adolescente, “giovane e idealista” legge i classici della letteratura italiana e straniera.
All’età di 25 anni si butta in politica e si iscrive al Partito Comunista italiano. Sono gli anni della contestazione e dell’autunno caldo.
A Milano Guido frequenta il circolo “Concetto Marchesi” di via Spallanzani e collabora a “Interstampa” il giornale pubblicato dal gruppo. La ribellione contro le regole, le gerarchie e le ingiustizie si rafforza grazie alla conoscenza di fatti e uomini per lui determinanti. “Un giorno, un amico mi ha portato un ritaglio di giornale che ancora conservo. Era la lettera ai cappellani militari che don Lorenzo Milani scrisse nel 1965 insieme ai suoi studenti. In essa i ragazzi della scuola popolare avevano espresso tutto lo sdegno per un’affermazione fatta dai cappellani secondo cui l’obiezione di coscienza (allora il servizio militare era ancora obbligatorio) era estranea al comandamento cristiano dell’amore. Mi colpì molto il fatto che nessuna autorità civile e religiosa avesse reagito ad un simile pronunciamento, mentre lo sdegno dei ragazzi e il coraggio con cui scrissero la lettera con l’aiuto di don Milani mi è stato di stimolo e di esempio da quel momento in poi nel voler prendere posizione contro ogni forma di ingiustizia”.
Il 1970 è l’anno del matrimonio: ad agosto si sposa con Virginia Gaslini, dalla quale avrà quattro figli, Martina, Matteo, Silvia e Valentina. Il suo impegno nel partito non si arresta. Nel 1972 per il PCI entra nel Consorzio Sanitario, dove conduce indomito le proprie battaglie contro clientelismi e inutili sprechi.
Con la crescita dei figli, entra nel Comitato Genitori delle scuole elementari e medie di Meda e diviene un esponente particolarmente attivo del gruppo dei Genitori democratici. Parallelamente prosegue il suo lavoro di intagliatore e restauratore di mobili.
Nel 1985 muore l’amato padre. “Dopo la morte di mia madre avvenuta nel 1977, mio padre non si era più ripreso. Amava portare al mare, a Bordighera, mio figlio Matteo e spendeva i soldi della sua pensione comprando rubli d’oro ai nipoti. Lo considerava una forma di investimento”.
Alla fine degli anni ottanta, esce dal Partito comunista italiano e fonda insieme ad altri Rifondazione comunista.
Giusto il tempo di portare avanti ancora le sue battaglie a favore della scuola pubblica e più in generale della cultura e poi finisce la sua “militanza” anche in questa formazione politica da cui esce amareggiato per le incomprensioni sorte tra i suoi stessi compagni di partito. Gli viene rimproverato infatti di essere “diventato leghista” per il semplice fatto di aver ricevuto l’offerta di diventare assessore alla cultura dalla giunta leghista guidata allora da Giorgio Taveggia e Silvano Desideri, proposta da lui rifiutata dopo essersi consultato con gli organi dirigenti del partito di Bertinotti.
L’accusa di “essere diventato un leghista” sarà motivo di cruccio e di inevitabile rattristamento. “Ma io, per come sono fatto, curioso e aperto, parlo con tutti perché da tutti imparo qualcosa. Per cinque anni ho frequentato il movimento di Comunione e Liberazione perché volevo capire dal di dentro e senza pregiudizi le dinamiche che animavano quel gruppo, non per questo ho rinunciato alla mia natura. Ciò non significa che sono disposto a svendere e a rinunciare ai miei ideali. Il solo fatto che altri abbiano pensato male di me è la conferma di quanta malafede abbia agito in loro. Come diceva la mia nonna: il diavolo è nella credenza, quello che fa, lo pensa. Come dire…il male è nell’occhio di chi guarda”.

Neve, la cagna di Guido, paziente spettatrice delle interminabili discussioni in bottega
Photo by Romeo Cerri / Brianza Popolare • info
Per niente rassegnato alla sconfitta, continua il lavoro nella sua bottega artigianale che nel frattempo si è ampliata grazie all’arrivo di giovani intagliatori. La bottega, da questo momento in poi, diviene il luogo nevralgico della sua attività principale: la lettura e lo studio.
Sempre più convinto che “ciò che fa la differenza è il sapere” e volendo “essere la spina nel fianco del potere” si applica alla lettura di saggi storici, politici, filosofici e religiosi. Rilegge Bordiga e Gramsci, in particolare il libro dal titolo Il materialismo storico, e poi don Camillo Torres, Liberazione o morte, Ernest Block, Ateismo nel cristianesimo, e le opere dello scrittore palestinese Edward Said.
Ogni libro che legge è occasione di confronto e di riflessione con chiunque sieda al tavolo a discutere con lui. Non disdegna di leggere e discutere nemmeno i libri di don Alberto Giussani che i suoi amici ciellini gli consigliano perché “è il senso critico ciò che fa la differenza e rende liberi, non l’ignoranza e i pregiudizi”.
Le persone continuano ad andare da lui: vecchi e nuovi compagni, amici veri e falsi, conoscenti bisognosi e disinteressati. Per tutti Guido rimane un importante punto di riferimento.
Immancabili, ad ogni tornata elettorale, anche i vari esponenti dei principali partiti politici che si recano da lui per chiedere il suo consiglio o la sua approvazione. Persino gli sposi del matrimonio più chiacchierato degli ultimi anni, quello tra il più rampante degli assessori leghisti e la segretaria del Pd locale, passano a salutarlo il giorno delle nozze.
Mai servile e sempre leale, è stato un profondo conoscitore della realtà medese, passata e presente, ma chiunque abbia manifestato il pur legittimo desiderio di migliorare Meda, Guido lo ha sempre riportato con i piedi per terra rammentandogli, un po’sarcasticamente, che “tre furbi di Meda, come dicevano i vecchi di qui, fanno uno stupido di Seregno”.
La malattia fa le sue prime avvisaglie nell’estate del 2008 e malgrado la lenta e inesorabile sofferenza a cui è destinato a soccombere, Guido non si sottrae a quello che è stata la principale occupazione della sua vita: essere d’aiuto agli altri prima ancora che a se stesso. Per questo motivo sono in tanti a dovergli dire grazie.
Nota: le frase virgolettate provengono dalle numerose conversazioni avute con Guido Busnelli dal 2007 ad oggi.