Non è mai stato troppo difficile polemizzare con la periodica strumentalizzazione fascista e degli anticomunisti di varia estrazione, o contro il solito Violante che a costoro faceva spudorate concessioni, e anche contro il "giustificazionismo" quasi negazionista di parte dei nostalgici di ogni forma di stalinismo. Lo abbiamo fatto periodicamente, quasi ogni anno. Non immaginavamo di doverlo fare anche stimolati da un intervento di Bertinotti, che le foibe ha preso a pretesto per sviluppare una specie di "metafisica della non violenza".
Prima di tutto ci permettiamo qualche riserva sul metodo: è il segretario a "dare la linea", su questioni storiche, su cui ci sono molti libri, analisi di storici triestini e della regione, comunisti o democratici. Forse questi compagni sono stati invitati al convegno di Venezia (a proposito, perché non a Trieste?), ma su Liberazione ne parla il segretario, non gli specialisti. E per questo, in un giornale che ha sempre problemi di spazio, si dedicano quattro pagine (viene in mente il Granma, che tuttavia quando Fidel Castro fa un discorso almeno aggiunge 4 pagine alle 8 ordinarie).
Ma c´è un problema di sostanza: Bertinotti si è sicuramente documentato, ma ha finito per fare un amalgama tra fasi e fenomeni diversi, che raccoglie sotto il generico termine "violenza", o attribuisce a visioni diverse. Metterli insieme non serve a molto, come non serve parlare di un unico "terrorismo" invece che di almeno tre fenomeni diversi nel tempo e nello spazio e nelle logiche che li muovono.
Ma veniamo alle foibe: a mio parere bisogna distinguere due fasi:
Nel corso del suo lungo intervento Bertinotti parla abbastanza a lungo di Kronstadt, usando due volte il termine "massacrare",e mettendo sullo stesso piano due vicende e due momenti tra i quali fa ancora una volta un amalgama che non aiuta a capire. Distinguiamo dunque le due fasi:
Quando al X Congresso del partito comunista russo, riunito tra l´8 e il 16 marzo 1921 per prendere decisioni importantissime come la NEP (Nuova Politica Economica) arrivò la notizia della rivolta dei marinai di Kronstadt, tutti i dirigenti furono presi dal panico.
Contrariamente alla leggenda anarchica (ma ripresa a man bassa da "nuova sinistra" e nostalgici dello stalinismo) quei marinai non erano gli stessi del 1917, che erano andati a formare il nerbo dell´armata rossa. Erano in maggioranza giovani reclute orgogliose del prestigio del nome delle loro navi, ma che non avevano combattuto la guerra civile, che si combatté lontano da quel forte che controllava l´accesso a Pietrogrado, e non avevano una formazione politica o tradizioni rivoluzionarie.
La molla che fece scattare l´attacco alla fortezza fu la convinzione che la rivolta fosse diretta da ufficiali legati ai bianchi, che dai porti scandinavi dove stavano navi russe sottratte al governo sovietico avevano vantato la loro influenza su quella guarnigione e preannunciato sui loro giornali una prossima insurrezione. Io ho scritto già molti anni fa che fu il panico a far credere a quello che scrivevano i fuorusciti bianchi sui loro giornali: lo stesso Lenin aveva ironizzato pochi mesi prima su di loro, che avevano annunciato decine di volte la sua morte. Fu dunque un errore credere alle millanterie dei controrivoluzionari appena sconfitti nella durissima guerra civile, che era costata milioni di morti al paese, ma se fosse stato vero?
Se veramente i controrivoluzionari avessero costituito una testa di ponte alle porte di Pietrogrado, bisognava lasciarli fare? Così il congresso sospese i suoi lavori per consentire ai delegati di partecipare all´attacco al forte, che era urgente perché il prossimo disgelo avrebbe consentito a navi nemiche di raggiungere Kronstadt.
Non fu comunque un massacro di una forza preponderante contro inermi assediati, ma una durissima battaglia che costò più cara agli assalitori che a chi li colpiva con i cannoni delle navi e di un sistema poderoso di fortezze. Nel corso di essa morirono molti delegati al congresso.
Un errore di valutazione dunque impose i tempi. Se si fosse atteso qualche settimana, la notizia dell´introduzione della NEP decisa dal congresso avrebbe potuto probabilmente disinnescare la protesta che, anche se condita con la richiesta difficilmente accettabile di "soviet senza comunisti", aveva come contenuto fondamentale la richiesta di una liberalizzazione dei mercati contadini analoga a quella che stava per essere decisa dal congresso indipendentemente dalle loro richieste (anzi Trotskij aveva chiesto analoghe misure fin dall´estate 1920).
Nei mesi successivi, senza che fosse minimamente necessario dato che il pericolo era cessato e il legame con i bianchi era risultato immaginario, e senza nessuna decisione formale del gruppo dirigente, nelle carceri di Pietrogrado ci furono ondate successive di fucilazioni di marinai detenuti. Questi sì che si possono definire "massacri", ma sono non la conseguenza di una scelta politica, bensì la testimonianza della sempre maggiore autonomizzazione di quegli organi repressivi che avrebbero successivamente spazzato via la grande maggioranza dei dirigenti bolscevichi. Che la repressione successiva alla riconquista della fortezza sia stata sproporzionata, tra l´altro, l´avevo scritto a chiare lettere già nella prima edizione del 1986 del mio libro Intellettuali e potere in URSS (Milella, Lecce, 1986, pp. 162-163).
Perché si tira in ballo così spesso Kronstadt, senza conoscerne bene la vicenda? Non vorrei che fosse un riflesso della intramontabile leggenda che attribuisce la repressione a Trotskij, una leggenda che viene sempre riproposta perché tende ad avallare la tesi che se Stalin fosse stato rimosso come proponeva il testamento di Lenin ,Trotskij avrebbe fatto lo stesso o peggio. Cioè serve a evitare di confrontarsi con le proposte di quei comunisti che fin dagli anni Venti avevano capito dove andava l´URSS.
Questa calunnia ha continuato a circolare, condita da dettagli completamente inventati che all´organizzatore dell´Armata Rossa attribuiscono particolari efferatezze durante la repressione della rivolta di Kronstadt, continuando a ignorare il piccolo particolare che Trotskij nel marzo 1921 non fu nemmeno presente a Kronstadt: Negli anni Trenta, in due lettere irritate contro il connubio tra stalinisti e anarchici, afferma di aver condiviso allora la scelta del congresso di riconquistare la fortezza, ma spiega che non vi si recò personalmente, dato che un anno prima, durante il dibattito sui sindacati, era andato nella fortezza insieme a Zinov´ev per esporre la sua posizione sui sindacati, ed era stato fortemente contestato. Per questo il coordinamento delle operazioni fu affidato proprio a Zinov´ev, che aveva da tempo una forte influenza su quei marinai e in genere a Pietrogrado.
Ma l´accusa, fatta circolare presto anche da Stalin, viene ripresa testardamente dagli anarchici e magari anche da chi ha giustificato ben altre repressioni, dal Grande Terrore degli anni Trenta in URSS a piazza Tien Anmen. Me la sono sentita riproporre in centinaia di dibattiti, a volte dalle stesse persone a cui avevo pazientemente spiegato come erano andate le cose. Calunnia, calunnia, qualcosa resterà...
Nel lungo intervento di Bertinotti diverse altre formulazioni possono sollevare preoccupazioni per la vaghezza o la possibilità di confusione con luoghi comuni abbondantemente circolanti nel centrosinistra o nei messaggi del presidente Ciampi (ad esempio l´antifascismo come "religione civile", richiama la retorica con cui l´antifascismo è stato celebrato per decenni, attenuandone o nascondendone le caratteristiche di classe).
Un altro concetto, la "rivoluzione capitalistica restauratrice" ci era parsa già nella fase congressuale inopportuno, in primo luogo perché contribuiva alla confusione seminata dalle classi dominanti sul termine "rivoluzione", sempre associato a qualche stangata ai diritti acquisiti, come il classico "rivoluzione delle pensioni" (ma anche il termine "riforme" viene usato spesso a sproposito). Inoltre la fase attuale ci sembrava, più che una "rivoluzione" sia pur restauratrice, un recupero delle forme "classiche" del capitalismo e dell´imperialismo.
Ma è la definizione della "coppia guerra-terrorismo" che può suscitare maggiori equivoci. Già la formula "spirale guerra-terrorismo", usata nella pagina di pubblicità agli abbonamenti, aveva il difetto di mettere sullo stesso piano i due fenomeni, rendendo poco chiaro quale fosse la causa e quale l´effetto. Ma ora si arriva a sostenere addirittura che "sono due soggetti politici" autonomi, e che "non è vero che il secondo è derivato dalla prima".
Non è vero: negli ultimi due secoli ci sono state infinite guerre, terribili (comprese quelle di cui non si parla sui manuali, le guerre di sterminio dei popoli coloniali, che hanno provocato più morti delle due guerre mondiali), e solo in alcuni momenti c´è stata una risposta armata che ha assunto le caratteristiche del terrorismo.
Non si possono usare concetti come questi come se non vivessimo in un paese in cui tutti sono sottoposti a un bombardamento mediatico basato su molte falsità:
Bertinotti, effettivamente, usa una formula cauta che in sé potrebbe essere accettabile (il terrorismo "organizza il conflitto e la distruzione su obiettivi sociali e civili del paese"), ma che diventa ambigua in un´Italia in cui ci hanno fatto una testa così sui "martiri di Nasiriya", e quell´attacco è stato definito terroristico.
Bisogna avere il coraggio di dire se era moralmente e politicamente lecito colpire la caserma di uno degli eserciti occupanti, o no. Io sono d´accordo che non bisogna colpire i civili, ma se quattro guerriglieri palestinesi (laici o religiosi che siano) attaccano con i mezzi di cui dispongono un posto di blocco dell´esercito israeliano, è terrorismo? No! Marisa Musu si scandalizzava per alcune ambiguità in proposito della stessa Liberazione (anch´io mi indigno ogni volta che un´azione militare viene attribuita sul nostro giornale al "terrorismo" o al mostro "integralismo islamico", pur essendo promossa da organizzazioni laiche). Argomento pretestuoso poi quello delle vittime civili coinvolte per caso nell´attacco alla caserma, che è un sottoprodotto che ormai da tempo accompagna ogni azione, fatta da eserciti o da guerriglieri. O vogliamo definire "terrorista" quell´attacco solo perché ha usato 250 kg di esplosivo in un automobile, anziché in un missile o un proiettile o una bomba di aereo? Per me, in una bomba o un camion, sempre esplosivo è. La scelta dei mezzi dipende dalle condizioni in cui si comincia a lottare (dateci i vostri aerei, diceva un algerino, e vi daremo le nostre sporte della spesa con esplosivo).
E dobbiamo poi anche dire cos´è questa guerra infinita. Non possiamo limitarci a discutere volta a volta le mistificazioni con cui viene giustificata (anche la prima guerra mondiale veniva presentata d´altra parte in Italia come "quarta guerra di indipendenza", o necessaria risposta a inesistenti mutilazioni di bambini belgi da parte di crudelissimi tedeschi, ed era falso). Dobbiamo capire a che serve questa guerra, qual´è la sua vera logica e motivazione.
Questa "guerra dei trenta anni" è stata aperta nel 1989 con l´invasione di Panama per catturare l´ex complice Noriega, poi è passata nel 1991 in Iraq per punire un´altro ex protetto, Saddam, poi si è spostata in Somalia, nei Balcani, in un Afghanistan che praticamente non esisteva più dopo decenni di interventi stranieri, ora di nuovo in Iraq. È stata teorizzata già allora da Runsfeld e altri fondamentalisti USA con la buona ragione che per continuare a tenere alte le spese militari una volta crollato il "nemico storico", bisognava trovarne un altro.
Che c´entrano con tutto ciò "i terroristi"? Tra l´altro i talibani, che avevano avuto buoni rapporti con gli Stati Uniti, e in particolare con la cinica Condoleezza Rice, si erano dichiarati disposti a estradare Bin Laden in un paese neutrale purché fosse processato da una corte internazionale. Non hanno avuto nessuna risposta: non sapevano che erano stati scelti come pretesto per quella guerra, che non era finalizzata alla conquista (l´Afghanistan è poverissimo) ma all´installazione di basi militari statunitensi in tutti i paesi limitrofi. Una misura inutile ai fini di una "guerra" inesistente, che bombardava le macerie di un paese già distrutto e non in grado di difendersi, ma utilissima per cingere d´assedio un potenziale rivale militare (la Russia, se avesse un giorno un sussulto nazionalistico di dignità) o economico (la Cina).
Molte delle formulazioni di Bertinotti sul terrorismo sarebbero condivisibili se riferite alla sola Al Qaeda (la sua specularità rispetto agli USA, con la pretesa di entrambi di decidere le sorti dell´umanità e dei popoli dal loro luogo di comando), e se non cadessero su una scena politica inquinata da una martellante campagna che presenta come "terrorismo internazionale" ogni azione di resistenza di qualsiasi popolo.
Giusto anche dire che non possiamo battere questa violenza monopolizzata con la guerra (ma chi di noi dispone della guerra?). E più in generale, c´è forse tra noi chi difende o propaganda il terrorismo?
Ma l´errore di fondo è quello di trasformare in "soggetti politici" sia la guerra che il terrorismo, di cui per giunta si dice contro ogni evidenza che "non è vero che è un derivato della prima". Ma c´era questo "Terrorismo" prima che i Bush 1° e 2°, la Thatcher e Blair, Sharon e altri soci, dichiarassero guerra al mondo?
Dell´impossibilità di parlare di un solo terrorismo abbiamo già detto, ma che vuol dire quest´altra astrazione? Non esiste neppure "la guerra" come soggetto politico, esistono le concrete politiche di alcuni paesi imperialisti, compresa l´Italia (rimasta per un po´ in disparte per la dimensione dei movimenti pacifisti), che usano la forza preponderante di cui dispongono per imporre il loro dominio. E mi pare almeno ingenuo dire che "guerra" e "terrorismo" si contrastano "con la pace" e "con un popolo della pace". Cos´è "la pace"? Un termine più che ambiguo, caro non solo ai papi che non vogliono entrare nel merito di chi è responsabile, ma anche dei governanti più cinici. Non solo nella prima guerra mondiale, ma perfino nella seconda guerra mondiale si è abusato nella propaganda delle "proposte di pace": lo ha fatto perfino Hitler, che nel settembre 1939 denunciava - spalleggiato da Molotov - Gran Bretagna e Francia come potenze guerrafondaie perché rifiutavano le sue proposte di pace.
Per questo ho sempre preferito, quando ho potuto spiegarmi distesamente, dichiararmi "contro la guerra" (che è un concetto concreto) e non "per la pace", a favore della quale il nostro governo ha fatto le "missioni di pace" con alpini, carabinieri, portaerei ecc. Naturalmente, dato che considero positivissimo il fenomeno del pacifismo, del "popolo della pace", indipendentemente dai suoi livelli di coscienza, ho messo fin dall´inizio al balcone la bandiera dei sette colori, e la conservo ancora esposta.
Comunque nel lungo discorso di Bertinotti si parla di tante altre cose che mi lasciano molto perplesso. Che vuol dire che Hiroshima sarebbe stata "legittima"? Ma tutti sanno che il Giappone era già piegato e pronto alla resa, e quella bomba serviva soprattutto come intimidazione all´Unione Sovietica! E se in Europa la seconda guerra mondiale aveva tra i suoi diversi significati anche quello (prevalente) di resistenza alla barbarie nazista, in Asia e nel Pacifico, accanto alla resistenza del popolo cinese, e alle lotte di liberazione di vietnamiti, coreani, filippini, c´era un conflitto tra due imperialismi, quello giapponese e quello statunitense, di cui è difficile dire chi fosse migliore dell´altro.
E che vuol dire che neppure noi siamo stati angeli, nel contesto di Auschwitz e Hiroshima? Noi, come movimento operaio, perché no? A meno che non si voglia alludere alla politica di spartizione del mondo di Stalin con Hitler prima e con Churchill poi, ma è tutt´altra cosa (e qualcuno ha saputo combattere già allora questo adattamento dell´URSS alle logiche dell´imperialismo).
Affrontare in questo modo nodi politici e teorici così complessi mi sembra pericoloso, in un partito senza un´attività di formazione, e sottoposto a spinte molteplici. Certo ha spaventato di più la base del partito la sommaria liquidazione dell´analisi materialistica della religione, o leggere su Liberazione che Marx faceva la rivoluzione per i capitalisti, e soprattutto il sospetto che si arrivasse a una Bad Godesberg strisciante, anzi a una Bolognina (la maggiore preoccupazione di certi compagni fu allora ed è oggi quella della perdita del nome...). Le pagine delle lettere sono diventate prima tre, poi addirittura quattro, senza che ci fosse davvero più spazio per la riflessione. Al massimo potrebbe servire come sondaggio sullo stato d´animo del partito, se sapessimo quante e quali lettere sono state cestinate, e come sono state tagliate quelle pubblicate.
Fin dai primi tempi dell´esistenza del partito, ho sempre riproposto l´unica soluzione realistica: fare un bollettino interno dalla veste modestissima e una tiratura corrispondente a quella parte non grande dei nostri iscritti disposta a leggere cinque o sei interventi di una certa ampiezza, che si confrontino ad armi pari (con la possibilità di risposta, cioè, anche per chi non è il segretario generale...). Altrimenti "Liberazione" diventerà sempre meno un vero giornale, e la confusione aumenterà a colpi di letterine che non riescono a esprimere quasi nulla.