Intervento a seguito del dibattito originato dall'intervento di Fausto Bertinotti tenuto a Venezia il 13 dicembre 2003 in occasione del
Convegno sul problema storico e politico delle Foibe

Una bella discussione, di questi tempi, è un lusso

«La nonviolenza non è una categoria anomala, separata dalla via maestra della storia. E' dentro di essa. Talvolta resa clandestina se non violentata.»

Una bella discussione di questi tempi è un lusso, faceva dire Brecht a un contadino nel Cerchio di Gesso del Caucaso, in una terra devastata dalla guerra contro le armate naziste. Non siamo a questo, ma il dibattito aperto da Bertinotti è un dono.

Non mi permetto di entrare in una dinamica che ha, com'è giusto, un aspetto peculiare, di partito. Ma questo dibattito interessa tutta la sinistra - e va anche al di là. Non a caso Ingrao menziona Scalfaro.

Non incidentalmente, è un dibattito che si intreccia su Liberazione a quello sulla questione religiosa, partendo da una citazione di Marx, sradicata però da una dialettica che porta in tutt'altra direzione. Non dimentichiamo che Vittorini sul Politecnico, proprio da quella frase di Marx sull'Oppio dei Popoli, perveniva - senza sofismi - a una conclusione vitale: che religione e liberazione potessero virtuosamente camminare insieme. La grande riflessione, a sinistra, sulla religione, ha segnato un attraversamento cruciale. E ha avuto come protagonisti tantissimi credenti.

C'è un tratto che unisce Brecht (per esempio negli scritti alti del dopoguerra, fino all'aspra critica contro la repressione degli operai berlinesi in rivolta nel 1953) alla riflessione odierna di Bertinotti.

Nella stessa citazione che Bertinotti sceglie da Brecht, sul "noi non potemmo essere gentili" non è difficile avvertire un dolore profondo, un'amarezza avvolgente. Di più, forse: un acuto tormento nella ricerca di un'altra strada. E' la temperie che vive un comunista tedesco resistendo al nazismo, sentendosi ventre della Bestia.

Oggi più che mai sappiamo che la Grande Promessa della Resistenza dobbiamo mantenerla, ed è consegnata innanzitutto agli europei, che hanno prodotto sia il Nero che il Rosso, e non solo nel Vecchio Continente. Dalla Resistenza (anche imparando dalle pagine buie) abbiamo individualmente ricevuto il mandato di muoverci verso un mondo di giustizia, pace, libertà, democrazia. E' l'opposto del mondo che abbiamo di fronte e intorno (in un certo senso anche dentro). Questo sistema-mondo ha con logica follia incorporato la guerra (di più: la guerra preventiva) come paradigma. Scusate lo schematismo: se vogliamo l'alternativa, la nonviolenza deve appartenere al nostro cammino.

E non è vero che non ci siano impronte profonde di questa impostazione dentro la vicenda storica del movimento a cui apparteniamo. E' sbagliato attribuire alla nonviolenza un connotato dottrinario libresco, o pensare che Gandhi e Martin Luther King non ci debbano toccare. Non è forse una (lo so anch'io: non la sola) delle condizioni necessarie per intrecciarci al Forum di Mumbay, e per manifestare insieme ai movimenti Usa il prossimo 20 marzo?

Ed è ancor più sbagliato non vedere quali connessioni profonde ci siano tra tante storiche lotte pacifiche e democratiche del movimento operaio, della sinistra, e le lotte nonviolente. La nonviolenza non è una categoria anomala, separata dalla via maestra della storia. E' dentro di essa. Talvolta resa clandestina se non violentata.

Tornare alla concretezza della storia; avere il coraggio con Majakovski di "rimestare la merda dei secoli" può aiutarci a trovare i fiori che tuttavia sono nati: nel coraggio di immaginare e praticare un mondo differente. Non fermiamoci al Novecento. Ricordiamoci dell'immenso carico di lavoro per sistemi di valori, per il sogno e l'immaginazione di un mondo "altro", anche sperimentando magnifiche alternative - un percorso di civilizzazione che ci incoraggia a camminare avanti.

Molte delle cose che pratica il Movimento dei Movimenti hanno radici lontane. Dando ragione - quasi come un'ovvietà - a Le Goff quando descrive l'onda lunga della storia, ricordiamoci che si parla anche della nostra "autonoma" storia.

Questo ci obbliga a fare i conti con onestà: chi è comunista deve fronteggiare il fatto che la bandiera con la falce e il martello che liberava Auschwitz, garriva sopra il Reichstag nel 1945, sventolava anche sui Gulag - prima e dopo di allora. Spero che questa consapevolezza spezzi anche i cardini della porta della percezione dell'orrore che è stato compiuto.

Chi è stato, o è diventato socialista (e dintorni) sappia che quel movimento politico ha una storia impregnata anche dalla corresponsabilità in pagine terribili: vogliamo parlare del colonialismo? Vogliamo parlare dei crediti di guerra votati da quasi tutti, mentre si apriva l'abisso della prima guerra mondiale? Vogliamo parlare del peso di ciò che è avvenuto di recente nei Balcani?

Solo un profondo cambiamento porterà la sinistra fuori da quei gorghi che ancora la lambiscono, con il rischio di un naufragio. Altro che il 1989. La caduta del Muro non ha fatto cadere il nostro socialismo, ma un sistema totalitario nella sua essenza, nonostante l'immane sforzo del comunista Dubcek, e quello finale dell'abbandonato Gorbaciov. Domando: qualcuno di noi, rossi, vorrebbe vivere sotto Ceausescu, o avere i diritti dei metalmeccanici cinesi di oggi?

La Realpolitik (anche di sinistra) non ha saputo né aprire la strada al superamento dei vecchi blocchi politico-militari, né illuminare una prospettiva di cambiamento. Non poteva farlo innanzitutto per una sua strisciante implosione culturale. Forse la vera Realpolitik è quella del campo di forze che mette insieme pace e democrazia e diritti sociali e di cittadinanza e di giustizia.

Se la strategia della pace è inscindibile da un autentico processo di civilizzazione, come non vedere lo spazio di espansione della nonviolenza? E' qualcosa già dentro i movimenti reali: la nonviolenza ha spezzato il ghetto, non è affatto una subcultura marginale, bensì il marxiano fantasma che si aggira - e non unicamente per l'Europa, come sempre più esperienze dimostrano in giro per il mondo.

Questo implica una progressiva trasformazione della qualità della politica, con un punto di congiunzione con i principi veri della legalità internazionale - a partire dalla Carta dell'Onu e della Dichiarazione universale dei diritti umani. Nemmeno qui si parte da zero.

La sfida quest'anno è aspra: il grande cratere che include Medio Oriente, Golfo, Afghanistan è lì a catapultare pericoli planetari. Il terrorismo spande la sua peste - e spinge a restringere gli spazi di libertà. C'è una possibilità di uscire da questo doppio ricatto?

Non occorre essere ciechi di fronte ai pericoli, per investire consapevolmente sul futuro. Le oche giulive cercatele tra chi crede che la guerra risolva i problemi. I sanfedisti sono i volonterosi collaborazionisti dello stato di cose esistenti. Dev'essere massimo lo slancio e il coraggio per una società aperta, basata sull'idea di stato di diritto.

Il popolo della solidarietà e della pace, quello che ha fede nella partecipazione, sa che il terrorismo, oltre che assassinare le persone, dilania la cittadinanza della politica - e la politica della cittadinanza. Più luce, più attaccamento alla vita, più amore per le generazioni a venire. Quelle che stanno forzando la storia del Novecento, peraltro, imponendo il diritto al futuro, per se stesse ma anche per le altre generazioni. O vogliamo accettare la corresponsabilità della dissipazione dell'eredità della Resistenza, quando essa ci ha indicato di muovere dal tempo dell'impossibilità della gentilezza, verso qualcosa che non può non dirsi nonviolento?

Tom Benetollo (Presidente Nazionale dell'ARCI)
Roma, 10 gennaio 2004
da "Liberazione"