Intervento a seguito del dibattito originato dall'intervento di Fausto Bertinotti tenuto a Venezia il 13 dicembre 2003 in occasione del
Convegno sul problema storico e politico delle Foibe

La maggioranza bellicosa

«L'errore del movimento operaio sco è stata la militarizzazione? Che fare oggi contro la violenza delle armi? Come incidere sui poteri democratici in tempi di guerra preventiva? Come rilanciare una politica pacifista?»

E'sempre un felice evento incontrare Pietro Ingrao: sia per la presentazione di un suo libro, come l'ultimo La guerra sospesa, resa famosa ormai dal fatto che è arrivato a piazza Montecitorio a cavallo di un motorino; sia per la conversazione di un'intervista, come quella a Liberazione, di mercoledì. Da lì apprendiamo che è «in ottima forma» e del resto il suo lucido ragionare ben lo dimostra. Perché di altri uomini politici si può avere stima, su alcuni si può avere riserva. A Pietro si vuole bene, e basta. Il resto, nel dialogo con lui, viene da sé. Non sempre tutto fila liscio. Perché ha le sue impennate, è cocciuto, batte sullo stesso tasto a ripetizione finché non vede che qualcuno ha sentito. E' da anni ad esempio che ci ripete come l'errore del movimento operaio sia stata la militarizzazione, del suo linguaggio, e forse più del suo pensiero, oltre alla pratica dei suoi comportamenti. Io su questo non lo seguo. Credo che il cuore degli errori pulsi altrove e che le autocritiche debbano avere altri indirizzi. L'età delle guerre civili mondiali, con dentro il fascismo e il nazismo, non l'ha voluta il movimento operaio: è storia moderna, capitalistica, del Novecento, con cui, in qualche modo, i conti bisognava farli. La violenza, politica, di cui parlava Marx era la risposta alla violenza, sociale, implicita da sempre nel rapporto di capitale, dalle terrificanti fasi dell'accumulazione originaria ai terribili passaggi delle rivoluzioni industriali, alle spietate avventure coloniali, fino alla mondializzazione presente, che condanna tre quarti del pianeta alla miseria assoluta, e là dove non può arrivare con le leggi di mercato arriva con la pratica della guerra.

E comunque non credo che sia questo il discorso più urgente da fare. Anche perché si espone su una frontiera carica di ambiguità. Quella del pentimento risulta oggi la categoria politica più diffusa. La ritrattazione pare essere diventata uno sport nazionale. Squallida è questa gara a chi dice prima e più forte di non essere più quello che un tempo era stato. Io assumo, per quanto mi riguarda, l'atteggiamento opposto: mi faccio carico di tutta intera una storia. Come movimento operaio, stanno a questo punto dietro le mie spalle tutte e due le grandi tradizioni, quella della socialdemocrazia e quella del comunismo, ambedue per la gran parte irripetibili, ma con un deposito di differente eredità tutta da investire. E anche della tradizione comunista prendo tutto, dalle utopie alle cosiddette realizzazioni. E' storia fatta, non ancora da fare. Non è che posso scegliere. Troppo comodo, troppo facile prendere la storia bella e lasciare quella brutta ai cattivi. Per certe cose posso dire: mai più così. Poi guardo avanti: a ciò che può esserci d'altro rispetto a ciò che adesso c'è. Il problema non è l'altermondializzazione. Il problema è l'oltre di questo mondo, che non sia più costretto a mascherare l'eterno ritorno del sempre uguale. Per questo, tutto ciò che abbiamo fatto in due secoli di storia, tutto, ci serve.

Più interessante mi sembra tutta la seconda parte dell'intervista, dove Ingrao fa le sue domande sull'attuale congiuntura. La politica e le armi, qui e ora. Le forme presenti, specifiche, della guerra. La ricerca dei modi più efficaci del contrasto. Mi lascio anch'io interrogare da queste domande. «Che cosa si fa contro la violenza armata dell'aggressore? Come si affronta l'ingresso concreto della violenza delle armi nella nostra vita? Che vuol dire, oggi, l'obbligo di «resistere»? Qual è l'efficacia politica del pacifismo?» Ecco, lo stesso modo di porre gli interrogativi, rivela il politico che viene da una storia, che ha messo a frutto alcuni passaggi di quella storia e se ne serve per trovare risposte nuove.

Nuova non è la risposta del terrorismo, che, essa sì, è subalterna alla logica della guerra. Non è un caso che mai il terrorismo, mai, ha attecchito sul terreno di lotte del movimento operaio. Oggi la guerra è terrore, come il terrorismo è guerra. E lo specifico del momento è qui. Non c'è più la «messa in forma» della guerra, su cui pure si era cimentato il pensiero di grandi giuristi e di grandi politici, dallo jus publicum europaeum alle organizzazioni sovranazionali di pace. Il diritto in guerra non conta più niente. E' più importante una telecamera che una legge. Le istituzioni internazionali nessuno le sta a sentire. E' più da considerare un'elezione di mezzo termine che una risoluzione Onu.

Ingrao insiste molto sul carattere inedito della forma «preventiva» della guerra. E fa bene. Questo è il luogo dell'assoluto arbitrio, in mano a chi possiede l'assoluta potenza. Non il monarca investito da Dio, ma il potere democraticamente legittimato è, nelle relazioni internazionali, legibus solutus . La sola condizione è che abbia, e che mostri, incontrastata forza. E qui c'è un risvolto del problema che viene taciuto. Nel passato della storia moderna abbiamo visto gli Stati e le Nazioni, i Re e gli Imperi, e poi i totalitarismi, scatenare la guerra. Che succede quando va in guerra la democrazia? Si mette in moto un circuito perverso di mobilitazione totale dell'opinione pubblica, dall'alto dei mezzi di comunicazione di massa, dove tutto serve, la paura ancestrale del nemico, l'orgoglio dell'eccezionalismo di nazione, la fede dell'etica puritana. Questo fa maggioranza, non silenziosa, ma bellicosa.

La guerra americana, possiamo discutere se sia legittima, ma, dal punto di vista sia pure declinante della statualità democratica, è legale. Non è imposta, è liberamente accettata. Ecco perché è così difficile contrastarla. Non è solo la tecnica che si dispiega senza avversari, è la politica - dice bene qui Ingrao - che spazia dall'Atlantico nel mondo senza antagonisti. In fondo, come si è espressa la distinzione tra Kultur europea e Zivilisation americana nei nostri miseri tempi? Come distinzione tra «guerra umanitaria» e «guerra preventiva». Era bello, quando eravamo in piazza, con milioni di persone, sentirci definire la seconda potenza mondiale. Solo che non era vero - almeno non secondo i miei parametri, mi correggerebbero le mie amiche femministe. C'è una potenza unica che fa il bello e il cattivo tempo, come gli pare e piace. Quando si è in marcia per la pace, bisogna avere in testa, chiara, questa consapevolezza: che non stai fermando, come si diceva una volta, la mano dell'aggressore, stai esprimendo, al meglio, un'altra idea di mondo e di essere umano. Sono due cose diverse, che solo la grande politica sa, ha saputo, tenere insieme. Si parla nell'intervista di Vietnam. Ma lì è la prova che Golia può essere battuto e David può vincere. Non il terrorismo ma la guerra di popolo fece sì che le classi dirigenti del paese più potente rimanessero intontite per un decennio e che una generazione di giovani dell'occidente respirasse l'aria della vera libertà. Diverse erano le condizioni geopolitiche, né è consigliabile il ripetersi di una tale immane tragedia.

Come si incide sui poteri?, è un'altra domanda di Ingrao. E c'è una bella mestizia nella frase che segue: «Io sono "vecchio", non solo anagraficamente. Non ci credo che la politica sia morta». Io dico che non lo è solo se sa rinascere da un'altra parte. I neoconservatori americani hanno capito che nella mondializzazione ritorna un bismarckiano primato della politica estera, e a loro modo lo stanno praticando. Quando lo capirà l'Europa, e al suo interno la sinistra europea, rischia di essere troppo tardi. Compito delle forze di movimento è spingere in questa direzione. Il pacifismo deve fare politica. Deve contrapporre la legittimità della pace alla legalità della guerra, mettendo i piedi nel piatto dei problemi di sistema politico, di funzionamento istituzionale, di conflitto sociale. Altrimenti diventa un'istanza etica, rispettabile ma inutile. Il vecchio Ingrao e il nuovo Bertinotti dovrebbero spendere la loro autorità per rimettere in circolo le forze cosiddette antisistema dentro le contraddizioni di sistema, per contribuire a spostare i rapporti di potere reali, risospingendo nell'agone - una indimenticabile parola ingraiana - le riluttanti forze politiche della sinistra ufficiale, anch'esse su un altro terreno in movimento.

Mario Tronti
Roma, 10 gennaio 2004
da "Il Manifesto"