Dopo l'intervista di Bertinotti al «Corriere della Sera»

Una discussione vera su un nodo cruciale

«Un conto è il tema - generale - della violenza nella pratica del movimento operaio, del ricorso alla lotta armata, del valore della resistenza da parte dei popoli aggrediti e invasi; un altro conto è il dibattito ravvicinato sul e nel movimento, le sue scadenze, i suoi comportamenti, le sue pratiche»

Violenza e nonviolenza: riesplode un dibattito antico e attualissimo, sia nella sua valenza generale (quasi "teorica") sia nei suoi brucianti risvolti politici, ora che sul movimento (specie a Roma) cala la stretta repressiva del ministro dell'Interno. Una frase di Fausto Bertinotti - estrapolata dal contesto di un'intervista del segretario di Rifondazione comunista pubblicata giovedì dal Corriere della sera - sta producendo un dibattito vero, e anche una polemica: «Io di bastone non porto neppure quello della bandiera. E invito gli altri a fare altrettanto. Alle manifestazioni si va a mani nude e a volto socperto», ha detto il segretario di Rifondazione comunista. Ieri, sullo stesso giornale, la replica di alcuni esponenti del movimento, da Paolo Cento a Luca Casarini. Come è sempre avvenuto, s'intende, molti useranno questa discussione in modo strumentale, magari per dimostrare che l'intero movimento insorge contro Rifondazione o che Rifondazione intende «mollare» il movimento. Nè l'una nè l'altra cosa hanno fondamento alcuno. E' vero, invece, che i dissensi non sono nè piccoli nè banali.

L'intervista del Corriere a Bertinotti muove dall'arresto di Nunzio D'Erme e di altri militanti del movimento romano, per la manifestazione del 4 ottobre dell'anno scorso. Su questa vicenda specifica, critica quell'«eccesso di zelo», a senso unico, cioè quegli «interventi reiterati» contro il movimento che hanno spinto gli inquirenti a considerare «socialmente pericolose» persone come Nunzio D'Erme. Ma il ragionamento si allarga a temi più generali e di cultura politica. E' giusto, chiede l'intrervistatrice, partecipare alle manifestazioni con «casco, bandana e scudo», come ha detto lo stesso D'Erme? Sono leciti comportamenti violenti, come teorizzano alcuni esponenti del movimento? Bertinotti risponde riproponendo la scelta non violenta, ovvero quella «battaglia culturale per la non violenza» «che oggi è l'unica possibile in una società che ha la vocazione della repressione». Una battaglia, come è noto, che il segretario di Rifondazione ha riaperto a partire dal convegno (sulle foibe) svoltosi a Venezia nel dicembre e che sta suscitando - proprio sulle colonne di questo giornale - un confronto appassionato. «Mi batto perchè si arrivi a forme condivise di nonviolenza», dice Bertinotti, sempre nell'intervista al quotidiano diretto da Stefano Folli. «Non faccio di questa mia teoria politica un elemento discriminante nei rapporti con il movimento. La nonviolenza è il traguardo, ma non metto sotto la stessa definizione di violenza qualsiasi forma di resistenza e di lotta». Ci sono, insomma, molte forme di lotta - i picchetti durante gli scioperi, il boicottaggio, l'occupazione di case - che si possono definire, al tempo stesso, nonviolente e non legali: sottinteso, in una questione così complessa non si può fare d'ogni erba un fascio. «Un consigliere comunale che occupa una casa per darla a chi non ce l'ha fa bene il suo mestiere. Un militante che fa gesti violenti fa male».

Sul Corriere di ieri, le risposte e la critica di alcuni esponenti del movimento. Luca Casarini è lapidario: «Non siamo non violenti. E' vero che la violenza nella storia dei movimenti rivoluzionari del '900 ha portato tragedie. Ma vorrei sapere che cosa ha fatto Gandhi». Ancora più polemico Guido Lutrario, uno dei leader dei disobbedienti romani: «E se Bertinotti il casco non se lo vuole mettere, non se lo metta. Noi alle nostre teste ci teniamo». A favore del casco, anche Daniele Farina, del Leoncavallo di Milano, mentre don Vitaliano della sala appare un po' più perplesso e Mario Capanna, glorioso leader del '68 si schiera decisamente con Bertinotti. «La nonviolenza diventa irresistibile, toglie alibi alla controparte. Le masse con forti ragioni non sono mai violente» dichiara - ed è di sicuro uno che di cortei, violenti e nonviolenti, se ne intende.

Fin qui, un dibattito destinato, in tutta evidenza, a continuare e forse ad intensificarsi. E' chiaro che siamo a uno snodo molto complesso non solo di posizioni, ma di piani: un conto è il tema - generale - della violenza nella pratica del movimento operaio, del ricorso alla lotta armata, del valore della resistenza da parte dei popoli aggrediti e invasi; un altro conto è il dibattito ravvicinato sul e nel movimento, le sue scadenze, i suoi comportamenti, le sue pratiche. E un altro conto ancora è l'intreccio di questi temi strategici con il dibattito interno di Rifondazione comunista. Una cosa è certa: il segretario di Rifondazione comunista ha avuto il coraggio politico di mettere sul tappeto una questione cruciale come la nonviolenza in termini netti e limpidi: una assunzione forte di responsabilità, una scelta che non chiama a banali "schieramenti" ma a una discussione di verità.

Rina Gagliardi
Roma, 16 gennaio 2004
da "Liberazione"