Non c'è dubbio che Bertinotti stia perseguendo un suo modo di vedere la "rifondazione". Ciò è evidente da almeno "Le idee che non muoiono" e credo sia legittimo dichiararsi anche non d'accordo e criticarne le posizioni. La sostanza della sua posizione mi pare questa: nella storia del movimento comunista, almeno da un certo momento (Kronstad?), hanno prevalso nel movimento comunista internazionale ed operaio, direzioni e culture, dal segretario non condivise ed anzi ritenute responsabili della degenerazione dell'esperienza comunista.
Siccome questa maggioranza, a suo giudizio, aveva tradito il messaggio fondamentale di Marx, si tratta oggi di recuperare questo messaggio. Bertinotti individua nella "costruzione del socialismo in un solo paese" (cioè "la scelta di Stalin"), l'errore strategico che ha provocato la rinuncia alla trasformazione della società, perpetuando quella borghese e perseguendo la mera "presa del potere negli ambiti nazionali" ed imperniandola nella inevitabile (secondo quella logica) repressione dei (primi tra gli altri) comunisti non ortodossi.
Al contrario, secondo Bertinotti, sono proprio tutte quelle culture ed esperienze altre, non ortodosse e represse che dimostrano che un'altra storia era possibile (la storia controfattuale) e attraverso il recupero la valorizzazione e ricomposizione di questo culture ed esperienze si può costruire il percorso della "rifondazione" (anche nella resistenza, Bertinotti, vede due modi diversi di esserci stati, di cui uno positivo e l'altro no). E' una ricostruzione sbagliata? Io penso che Bertinotti, per quanto sintetizzata, vi si riconosca. Io, comunque, non sono d'accordo con le sue posizioni che mi pare lo portino piuttosto ad una "rifondazione di tipo idealistico e volontaristico".
Ritengo questa ricostruzione del 900, che il segretario fa, completamente sbagliata e basata su presupposti inconsistenti, naturalmente anche la mia posizione è opinabile e tuttavia la discussione va aperta e non chiusa ogni volta con un discorso del segretario. Già ne "Le idee che non muoiono" il preteso recupero di Marx confligge con una mancanza assoluta di sintonia con questo pensatore, l'impostazione è astorica e le categorie usate sono assolutizzate cioè non ci troviamo di fronte ad un individuo storicamente determinato, ma ad uno idealizzato. "Il balzo della tigre all'indietro" di Benjaminiana memoria, tante volte evocato da Bertinotti, in realtà non gli appartiene, come invece appartenne a Lenin, che recuperò Marx contro le influenze dell'idealismo, Bertinotti al contrario nega, al fondo, validità al materialismo storico, alla rottura epistemologica operata da Marx.
A mio giudizio è proprio Marx colui che paga il conto più salato alla "rifondazione" di Bertinotti: il segretario, rispondendo a Cavallaro su "la rivista del manifesto" nel febbraio del 2002, contro "le tentazioni dell'ortodossia", prendendo le difese di Kautsky, Lafargue, Longuet e soprattutto Proudhon, per "…imparare a coniugare le armi della critica con un reale spirito di ricerca di una comunità allargata, considerando compagno di viaggio anche chi, lungo una diversa propensione culturale, si interroga sullo stesso nocciolo duro, quello della critica della società capitalistica", azzera l'alterità di Marx. Se l'uno vale l'altro (Proudhon non era meno visceralmente anticapitalista di Marx), perché tornare a Marx addirittura "con un balzo della tigre all'indietro"? In realtà non si ha nessuna intenzione di recuperare Marx, si vuole ricostruire la storia secondo le proprie idee… secondo il più classico idealismo.