Caro direttore Curzi, è dal convegno sulle foibe di Venezia (a cui ho assistito con estremo interesse e apprezzato ogni intervento) che sto seguendo il dibattito apertosi su Liberazione. Oggi ho deciso di intervenire perché la discussione, allo stato attuale, mi sembra stia arenando in una zona priva di sviluppo concreto. Insomma, ho l'impressione che stiamo girando intorno. Con la violenza non si va da nessuna parte! Ok! Quanto mai oggi dove la violenza è assunta a necessaria forma politica dalla nazione (e dalle nazioni) più potenti della Terra per mantenere e ampliare il proprio dominio. E' pur vero che per ottenere una grande forza nonviolenta bisogna essere in tanti, tantissimi, e prima di ogni cosa, per quanto ci riguarda, dobbiamo ritrovare unità di intenti su obiettivi chiari e precisi. In tutto questo c'è qualcosa che non mi torna: stiamo ragionando in termini di non-violenza come unica "arma" per risolvere e modificare le sorti del mondo, mi va bene, ma questa scelta va integrata alla formazione e alla crescita delle coscienze di chi abita questo mondo. Proviamo a concentrare le nostre energie, il nostro sapere e la nostra storia per il conseguimento di una maggiore consapevolezza tra i popoli occidentali, se provassimo a risvegliare coscienze sopite, addormentate da troppo tempo e da troppo inutile consumo. Dovremmo iniziare a pensare seriamente di occupare pacificamente spazi di informazione a tutti i livelli, organizzare presidi tematici davanti le sedi Rai, Mediaset e emittenza locale e, ove possibile, partecipare direttamente (come fai tu dal "fastidioso" Forbice a "radiorai"), e poi scrivere ai giornali, tutti, usare maggiormente la rete, proporsi alle radio e tv locali con argomentazioni forti capaci di aumentare il loro stesso "ascolto" (solo a questo sono interessati), insomma richiamare i giornalisti ai loro doveri e gli editori all'utile rischio.
Pino D'Aguanno Mogliano Veneto (Tv)
Caro direttore, non ci interessa intervenire sulla ridicola questione di casco sì e casco no alle manifestazioni; se proprio dobbiamo dire la nostra, il casco è indispensabile in maniera esclusiva solo quando si guida una moto. Il rifiuto della violenza non allontana dalla nostra mente le ultime immagini del Presidente Allende con l'elmetto e il mitra durante il criminale golpe in Cile, ma ancora di più, oggi, la resistenza del movimento bolivariano a sostegno del legittimo e democratico governo venezuelano del Presidente Chavez. Crediamo che sia la forza del movimento di massa e le situazioni contingenti a decidere volta per volta quali mezzi e strumenti utilizzare per raggiungere i propri obiettivi.
Gualtiero Alunni e Daniela Cortese, via e-mail
Caro Curzi, quello che ritengo inaccettabile, per chi si richiama a Marx, è l'assunzione della non-violenza come fosse un "dogma", senza riferirsi a nessun contesto. Porre in questi termini, la questione violenza non-violenza denota una concezione idealistica e non materialistica e la ricerca di un modello astratto, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Se la nonviolenza fosse una scelta volontaristica e "contaminabile", non c'era bisogno di Marx e dei comunisti, ci aveva pensato il cristianesimo duemila anni fa, ma senza risultati. Mentre dall'altra parte, padroni di tutti i tempi continuano ad esercitare violenze sugli sfruttati per esercitare lo sfruttamento. A questo punto vorrei ricordare che non solo i comunisti (che non sono mai stati dei sanguinari), ma lo stesso papa Paolo VI nella sua enciclica (populorum progressio - cap.3 par.31) afferma la legittimità del ricorso alla violenza in determinate situazioni … «che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del paese»… come necessità per sottrarsi a violenze maggiori.
Giancarlo Bellorio, Siena
Caro direttore, il dibattito sulla nonviolenza mi sembra un dibattito astratto. Tuttavia, mi rendo conto, che tradotto nella pratica, potrebbe determinare importanti cambiamenti nell'azione della sinistra antagonista tanto quanto comportò la discussione che avvenne nel Pci all'indomani del colpo di Stato in Cile contro Salvador Allende oppure le successive dichiarazioni di Enrico Berlinguer sulla Nato.
Lucio Costa, via e-mail
Caro Sandro, dopo l'appello pubblicato oggi su Liberazione, credo sia giusto che tutti gli interventi fin qui, pubblicati e non, sui temi della non violenza e del comunismo nel nostro quotidiano vengano raccolti in un libro. Libro che potrebbe costituire un buon punto di partenza per allargare la discussione ad altri compagni e compagne.
Glaide Leo, Campagna Lupia (Ve)
Caro direttore, nonostante tutto l'affetto che posso nutrire nei confronti del compagno Ingrao non posso non rilevare le contraddizioni delle sue posizioni espresse sull'argomento, come pure quelle di Curzi e della Gagliardi. Come si fa a sostenere l'opzione della non violenza e contemporaneamente ricordare avvenimenti come il Vietnam o figure come quella di Guevara che evoca anche la rivoluzione cubana e non cogliere lo stridente contrasto degli argomenti avanzati a supporto delle nuove teorizzazioni. Ancora più ingiustificabili quelli dei compagni Curzi e Gagliardi quando attenuano le loro affermazioni con l'argomento che la nonviolenza non è un assoluto o un principio universale. Se le cose stanno così il problema non esiste poiché, con tutto il rispetto, non c'era bisogno di Curzi e della Gagliardi per indicare che in Italia si doveva seguire una via pacifica e democratica di trasformazione della società, questo l'aveva già indicato un uomo di nome Palmiro Togliatti già nel 1944 con il quale spesso alcuni radicali di molte epoche hanno aspramente polemizzato e dileggiato. Ci voleva Livio Maitan a dire cose sagge e rimettere le cose a posto, la qual cosa mi commuove. Un compagno che ha avuto un'esperienza ed un percorso tanto diverso dal mio che ho militato nel Partito comunista italiano, e far fronte ad una deriva che nuoce alla verità storica, alla partecipazione dei militanti, alle prospettive di un partito che si richiama ai valori del socialismo e del comunismo. Non vorrei che con queste pseudo innovazioni oggi sia nato un nuovo tipo di "comunista" quello perbenista che potrà far figura nei salotti buoni ma che sicuramente non gioverà alla causa del riscatto delle classi subalterne.
Omero Fontana, Firenze
Caro direttore, complimenti! Mi sembra che "Liberazione" stia svolgendo un ruolo molto utile ospitando un dibattito così interessante su guerra, terrorismo e pratiche di lotta del movimento. Mi sembra, però, che si stia correndo il rischio di banalizzare la discussione, con argomentazioni che tendono a "schematizzare" le posizioni altrui (o fuori dal coro) per cui chi non abbraccia totalmente la categoria analitica della "non violenza" starebbe automaticamente legittimando la violenza e il terrorismo. A me sembra, invece, che proprio il movimento dei movimenti, a partire da Seattle e da Genova, abbia detto come si può essere antitetici al terrorismo e alla violenza senza però assumere tutti le stesse pratiche e gli stessi livelli di conflittualità.
Marta Angelini, via e-mail
Caro Sandro, appartengo ad una generazione che non ha "conosciuto" e non ha utilizzato lo scontro fisico nelle piazze, ed anch'io mi ritengo pacifista, tuttavia al di là delle mie convinzioni e del mio percorso generazionale, non sempre la dura concretezza storica ha permesso alle generazioni precedenti di essere pacifici e, richiamendo Brecht, "gentili". Personalmente sono convinto che la proposta di Bertinotti sia "viziata" da un'impostazione etico-idealistica che, sebbene più che condivisibile su un piano teoretico, non è detto che lo possa essere su un piano storico-fattuale. Voglio dire in sostanza, che se è vero che il capitalismo è violenza così come tutti i suoi apparati, allora sono più portato a pensare e la storia lo ha dimostrato, che se e quando dovesse essere messo in discussione nei suoi interessi materiali, ovvero la proprietà, la sua risposta sarà violenza e repressione: il socialismo-comunismo non arriverà certo per decreto, e dunque solo lì potremo-potranno decidere che fare.
Alfio Colombo, Arluno (Mi)
Caro direttore, ho partecipato alle lotte degli anni '70 militando in Lotta Continua (fino a divenire responsabile politico della sede di Livorno) e, come si può facilmente immaginare, il dibattito su violenza giusta, violenza proletaria, violenza borghese, violenza fascista, violenza d'avanguardia e violenza di massa, erano l'oggetto quotidiano di discussioni interminabili. Era l'esasperazione del soggettivismo avanguardista e il solito ritornello era: «E' un nemico dei lavoratori e deve pagare!». Questa logica è la stessa che oggi a 30 anni di distanza porta a dare fuoco ai bancomat delle "banche armate" (come se esistessero delle banche disarmate) oppure a dare l'assalto alla zona rossa a Genova oppure ancora a tagliare le pompe di benzina della Esso. In definitiva credo che queste forme di lotta siano state negative e siano negative e dannose per l'oggi e per il futuro. Ed in generale le forme di lotta pacifiche sono quelle che più pagano in termini di consenso, sono quelle che meglio parlano alla gente e più in generale danno il senso della società che vogliamo, pacifica, non violenta, in armonia con l'uomo e la natura.
Antonio Stefanini, Livorno
Caro direttore, io difendo Casarini. Da liberal, da gobettiano. Ritengo che nello spazio delle istituzioni democratiche, se viene candidato per Strasburgo e viene eletto, Casarini ci debba andare. Capirà che non è tutto marcio, e loro capiranno che uno come lui è bene che ci sia, e che se lo devono sopportare, tenere e ascoltare. Condivido alcune, molte, delle sue battaglie, capisco, condivido e comprendo spesso la durezza dei suoi toni, non condivido i suoi metodi. Ma ho lavorato da giovane troppi anni in Amnesty International per sapere che il dibattito sulla violenza è un dibattito sommamente ipocrita e sommamente ambiguo. Che il "monopolio legittimo della violenza" nelle mani dello Stato è una boiata teorica per anime semplici che ci beviamo da sempre (ed è il centro del vero dibattito) e che nasconde (sotto parole come "responsabilità" "necessità" eccetera) le nefandezze più incredibili, da sempre, senza ritornare a Bava Beccaris, o andare in Argentina, o ricordarsi del 7 aprile. Che le istituzioni e i partiti, se hanno ancora un barlume di dignità pluralista, come hanno accolto e ascoltato gli uomini del post fascismo senza avere crisi di nervi, così possono accogliere la sua diversità, quella di un uomo che da sempre si batte per la dignità degli ultimi, pagando di persona, esponendosi, facendo anche degli errori di metodo (per un liberal come me), ma che non è politicamente affetto da lebbra.
Gianni Buganza (Tavolo dei laici - associazione politico-culturale liberal), Padova)
Caro direttore, penso che sia un grave errore ridurre parti di un ragionamento articolato e ancora in fieri sulla violenza nel novecento, sull'ondata repressiva che ha colpito i compagni di Roma e non solo. Estrapolare da una intervista del nostro segretario segmenti di un ragionamento che non riguarda solo le manifestazioni, le lotte e quindi le pratiche scelte dai movimenti, per asserire che l'uso della forza delle opposizioni sociali, che è cosa ben diversa dall'esaltazione della violenza, può costituire forme di autodifesa e di resistenza alla repressione, alla barbarie, allo sfruttamento e al sopruso, mi sembra cosa del tutto scontata, che peraltro mai nessuno ha inteso mettere in discussione. Credo che l'invasione delle zone rosse non si misura solo sul significato autoreferenziale che i protagonisti affidano alle loro azioni, ma viceversa, il significato delle azioni si commisura con il risultato che si raggiunge e sul grado di incisività che queste producono nell'opinione pubblica. Mi sembra che negli ultimi mesi la politica delle azioni ha permesso allo Stato di decapitare giudiziariamente i migliori militanti di cui il movimento romano dispone. E' evidente che dopo i fatti di Genova è terminata la stagione del conflitto mediato e della sua concertazione. Forse è giunto il momento di interrogarci sui limiti del primato dei comportamenti nei movimenti e della continuata riduzione dell'agire politico a esclusiva pratica delle azioni. Le lotte si commisurano sulla base della capacità di mobilitazione, sul tasso di partecipazione e di scelta democratica che sanno garantire oltreché sui risultati raggiunti.
Davide Vender, Roma