Caro direttore, non era mia intenzione intervenire nel dibattito in corso sulla violenza perché non capivo l'opportunità di aprire una discussione di così grosso spessore politico e teorico oggi, alla vigilia di una campagna elettorale impegnativa e con grossi problemi aperti nel paese che angustiano fortemente la maggioranza dei lavoratori e del popolo italiano e richiedono l'impegno di tutto il partito. La mia età avanzata non mi permette di essere immerso nel movimento e, forse, di recepire ciò che è più sentito e più utile per il partito, però, sia pure in modo schematico, per non rubare troppo spazio, ed anche stimolato dall'intervista di Fausto Bertinotti, apparsa su "Liberazione" del 27/1, intendo esprimere alcune opinioni sul tema in discussione.
Dico subito che l'intervista di Bertinotti mi ha chiarito molti dubbi, ad esempio quello relativo all'approdo alla nonviolenza, che non è di tipo etico e non propone un modello di comportamento valido in ogni luogo ed in ogni tempo, chiarimento che, almeno in me elimina non poche perplessità.
Detto questo devo dire con franchezza che non concordo, però, con l'affermazione che non ha senso interrogare i nostri nonni, i nostri padri, che hanno fatto la resistenza armata, qui ritengo che ti sbagli, ed è in contraddizione con quanto affermi subito dopo, ossia che la storia non si cancella ma la si interroga criticamente per non commettere gli stessi errori. Mi hanno sempre insegnato che la storia del Movimento Operaio va studiata e conosciuta, non tanto e solo per giudicare le sconfitte e le vittorie, ma per capire il perché di quelle vittorie e di quelle sconfitte, e che anche le sconfitte insegnano molto al Movimento Operaio. Mi hanno insegnato che la teoria è frutto della generalizzazione delle esperienze.
Oggi ci si interroga e ci si divide tra chi sostiene che la violenza alle volte è necessaria e chi sostiene che non la si debba praticare mai. Questa discussione in modo diverso l'ho vissuta nel Pci, dopo il ventesimo congresso del Pcus, nel quale si è affermato la possibilità della via democratica al socialismo. Permettetemi un ricordo personale, l'anno successivo ho avuto l'onore (per me era un onore) di far parte della delegazione di studio della realtà socialista. Quella delegazione, diretta dal compagno Longo, ebbe due incontri con la segreteria del Partito dell'Unione Sovietica, allora diretta da Krusciov. In quelle riunioni, tra l'altro, abbiamo anche discusso della via parlamentare ed i sovietici, molto diplomaticamente rimarcarono che noi ponevamo, eccessivamente, l'accento sulla via parlamentare senza considerare l'eventualità che, al di là della nostra volontà, detta via non fosse percorribile a causa di una reazione violenta dell'avversario di classe, in quella eventualità il partito si sarebbe trovato impreparato. Ricordo che sia Suslov che Krusciov ci dissero: «anche noi non volevamo la rivoluzione violenta e per la verità l'Ottobre, tra le rivoluzioni che la storia ha conosciuto, è stata la meno violenta, solo dopo, in presenza dell'aggressione della maggioranza degli Stati capitalisti fummo costretti a ricorrere alla violenza, voi cosa avreste fatto?».
Il ricorso alla violenza o meno non dipende, quindi, solo da noi, e questo dobbiamo sempre affermarlo. Ebbene io concordavo, e concordo ancora oggi, con queste posizioni, non perché sono per la violenza, anzi ne sono nemico acerrimo, come nemico acerrimo della violenza è sempre stato il movimento dei lavoratori il quale l'ha sempre subita più che esercitata. Come ai tempi della polizia di Scelba che ha seminato l'Italia di cadaveri di contadini e di operai, dei quali nessuno, purtroppo, oggi più parla. In quegli anni anche i padroni si resero protagonisti di violenze, sia tramite le migliaia di licenziamenti di rappresaglia, dopo il 1948, ed io ero tra questi, ed anche questa è violenza, ma anche sparando di persona sui lavoratori in sciopero colpevoli di rivendicare 10 lire all'ora di aumento, come avvenne alla Geloso di Milano, per non parlare di Mediglia e Somaglia, dove i padroni hanno sparato uccidendo due lavoratori in sciopero per il rinnovo del contratto di lavoro scaduto da due anni, ebbene io mi chiedo come reagirebbe il padronato qualora, come giustamente sostiene Bertinotti, mettessimo in atto un cambiamento del sistema. La strategia della tensione e le stragi degli anni '70 ed '80, dovrebbero indurci ad una riflessione.
Comunque a tutte le provocazioni, rappresaglie, delitti del padronato il movimento operaio ha sempre risposto con manifestazioni di massa mai violente. Ricordo la grande marcia silenziosa dei 100 mila metalmeccanici che hanno attraversato il centro di Milano, silenziosi, solo con cartelli che riportavano le loro rivendicazioni, queste e mille altre manifestazioni hanno sempre caratterizzato il movimento dei lavoratori del ‘900, ed è grazie a questi grandi movimenti che si sono strappati diritti importanti, diritti che oggi tramite il ricatto della fame, la peggiore delle violenze che si possa esercitare sull'uomo, il padronato sta cancellando.
Quanto ho detto finora, e numerosi altri esempi che si potrebbero citare, dimostrano l'avversione del movimento operaio per la violenza, anche per ciò stento a capire la ragione dell'apertura di un dibattito su questo tema in questo momento. Si dice che il dibattito si impone dato che la situazione, rispetto al passato è mutata radicalmente, la potenza del nemico di classe è tale che è pia illusione pensare di batterlo con altri mezzi e che i metodi violenti di lotta contaminano chi li pratica. A queste affermazioni non aggiungo niente a quanto sostenuto, in modo certamente più efficace di quanto io possa fare, dal compagno Catone nel suo intervento su "Liberazione".
Ora io apprezzo il tentativo di arricchire la teoria, al progresso della teoria come corpo organico di conoscenze dello sviluppo storico, sociale ed economico i classici del marxismo hanno sempre attribuito una importanza fondamentale. Proprio Marx ci insegna che tutto muta e si trasforma e nulla è eterno, per cui ciò che poteva essere valido ieri può non esserlo più oggi. Per cui, ripeto, apprezzo ogni tentativo di aggiornarci sempre, non dimenticando mai, però, gli insegnamenti del passato, e questo non per un attaccamento nostalgico, di vecchio militante, alla storia del passato, ma per una profonda e lucida convinzione che attraverso la conoscenza del passato si può capire meglio il presente e definire il futuro.