Dicono che siano state molte, moltissime, le lettere piovute ieri sul tavolo di Sandro Curzi, direttore di Liberazione. Quando si parla della sinistra e dei suoi partiti è un segnale inequivoco di smarrimento e sorpresa. Del tutto comprensibile. L'intervista rilasciata ieri dal segretario Fausto Bertinotti al Corriere della Sera segna una svolta in piena regola nella linea del partito. Il leader del Prc propone «primarie» non sul nome del candidato ma sui programmi. A votare, se risultasse impossibile dare la parola a «tutti gli elettori delle opposizioni», dovrebbero esere dei delegati, «non solo dei partiti ma anche dei movimenti e degli enti locali». La dichiarazione clamorosa arriva subito dopo, quando Bertinotti garantisce che, per quanto riguarda la guerra in Iraq, «se dovessero prevalere i favorevoli all'Onu come condizione sufficiente, accetteremmo: ovviamente solo se a pronunciarsi sarà davvero il popolo tutto delle opposizioni o chi lo rappresenta pienamente». Infine l'ultima granata. In caso di vittoria nel 2006, il segretario di Rifondazione afferma: «Io non entrerò nella squadra di governo. Ma il partito ci sarà». Dando così anche ufficialmente per firmato l'accordo con l'Ulivo.
Dopo le dichiarazioni incandescenti rilasciate da tutte le aree di opposizone interne al Prc, Bertinotti ha chiesto la ripubblicazione integrale dell'intervista su Liberazione. Obiettivo: dimostrare che nelle sue parole non c'è stata alcuna accettazione della guerra, ma solo di un principio democratico dal basso, modellato sulle consultazioni sindacali. La vera svolta, però, è altrove. Dichiarandosi pronto ad accettare il verdetto della maggioranza, sia pure pensando alla base e non ai leader di partito, Bertinotti rende di fatto definitiva l'adesione del Prc allo schiermaento di centrosinistra, sia pure come sua ala radicale. E' proprio questo l'elemento bersagliato dall'opposizione interna al Rifondazione.
«La verità - commenta Marco Ferrando, leader dell'ala trotzkista - è che la possibilità stessa di un accordo di governo con Prodi, Rutelli, Letta si basa sulla rinuncia preventiva del Prc a qualsiasi `condizione irrinunciabile'». Altrettanto drastico il vicedirettore di Liberazione Salvatore Cannavò: «E' un'intervista che lascia interdetti. Siamo contro la guerra e non accetteremo nessuna disciplina. In passato abbiamo apprezzato moltissimo i parlamentari del centrosinistra che, in dissenso con la propria maggioranza, hanno votato contro la guerra. Non possiamo pensare che, in ossequio a un accordo con il centrosinistra, il Prc venga meno a questo impegno assoluto».
Inosrge anche l'ala tradizionalmente meno ostile a un'intesa con il centrosinistra, quella «dell'Ernesto». Il suo leader Claudio Grassi attacca l'intervista perché «dà per scontata la nostra partecipazione a un futuro governo mentre non c'è ancora un accordo di programma». Sulla guerra, poi,«non ci sono primarie o maggioranze che tengano. Siamo contro la guerra da chiunque sia deliberata».
Al dissenso di merito, si accompagna ovviamente quello di metodo. «Con quest'intervista - sbotta Alberto Burgio, anche lui dell'Ernesto - Bertinotti ha posto il partito nell'area di centrosinistra. Si arroga il diritto di cambiare la linea del partito su punti dirimenti senza nemmeno consultarlo».
Reazioni opposte arrivano dai futuri partner, che applaudono tutti la «svolta» del leader comunista senza però aprire neppure uno spiraglio alla proposta di primarie sul programma. Il diessino Angius la trova «forse impraticabile», ma se c'è l'accettazione del principio di maggioranza il fatto nuovo resta tutto. Evviva. Il coordinatore della segreteria Chiti apprezza eccome. Per le primarie, però, preferisce lanciare una proposta tanto cervellotica da renderla una presa in giro o peggio. Parisi è contento, ma altolà: non si dimentichi «il nesso tra candidati alla leadership e programma». Che è un modo elegante per chiudere la porta in faccia al rifondatore. Castagnetti, sempre margheritato, è più franco: «Le primarie servono a scegliere il leader». Punto.
Critiche anche sul fronte opposto. Da parte di Giorgio Mele, dell'ala sinistra di un correntone palesemnte spiazzato: bene la consultazione per varare il programma, ma è difficile risolvere i problemi nodali sulla base del principio di maggioranza. Più secco il verde Cento, che ad accettare il suddetto principio su questioncine come la guerra non ci pensa proprio.
Ieri Bertinotti ha evitato di rispondere al diluvio di critiche interne partito. Il cortese «no grazie» dei futuri alleati gli offre l'occasione di chiarire oggi la sua posizione, mettendo una pietra sopra a una proposta più o meno discutibile, comunque non accolta dai destinatari. In caso contrario, è facile prevedere che il congresso che si aprirà nei circoli a ottobre si risolverà in uno scontro durissimo proprio su questo punto. E per l'Ernesto, che formalmente fa ancora parte della maggioranza, con Grassi in segreteria, diventerà impossibile non arrivare alla rottura aperta.