Ha scritto Romano Prodi (“La Stampa”, 4 Gennaio 2006): “bisogna tracciare i confini tra affari e politica”.
L'ammissione è seria, perché “delle due l'una”: o questi confini non esistono (non esistono più?), oppure sono stati (colpevolmente?) oltrepassati.
Attorno ai diversi casi della “scalate bancarie” che stanno animando questa fase politica , in vista delle elezioni di Aprile, si sono aperti, oltre alle inchieste della magistratura, svariati livelli di dibattito, imperniati essenzialmente sulla distinzione tra il concetto di moralità e quello di moralismo e sulla presunta sindrome da “diversità”, che la sinistra avrebbe continuato a coltivare nei confronti della destra.
Nella scorsa settimana, da qualche parte erano state avanzate analisi circa una ripresa della “questione morale”: immediatamente snobbate dai vertici del centrosinistra e malamente strumentalizzate da quelli del centrodestra.
L'articolo di Prodi, citato all'inizio (che segue interventi di grande spessore, apparsi su diversi quotidiani a firma di autorevoli editorialisti, da Eugenio Scalfari a Miriam Mafai, a Barbara Spinelli) ci consente di riprendere quelle argomentazioni e di affermare, di nuovo, con chiarezza: sì, è questione morale!
Una questione morale che riguarda la sinistra, per intero, senza facili distinguo, non collocata sul terreno del giudizio penale, ma incentrata su quel nodo già indicato da molti: quello della “diversità”.
Senza “diversità” non c'è sinistra: questo è il punto.
“Diversità” deve voler dire progetto di società che non sta dentro al quadro dell'esistente.
“Diversità” deve voler dire politica e non gestione.
“Diversità” deve voler dire una sinistra che fa i conti con la trasformazione, prendendo atto che i modelli di inveramento statuale di una certa idea del cambiamento, che fin qui erano stati adottati in diverse parti del mondo, sono falliti (falliti, ricordiamolo, nel secolo delle grandi guerre, delle grandi utopie, della pervasività del senso della distruzione di massa), non dimenticando mai che è necessario difendere e migliorare giorno per giorno, le condizioni sociali dei ceti più deboli, praticando la “politica” in tutti i suoi risvolti, incluso quello del compromesso.
La “diversità”, però deve esserci, sempre, sullo sfondo dei riferimenti decisivi.
Senza “diversità” non potrà mai aversi “egemonia”.
Senza “egemonia” non esisterà sinistra in grado di sviluppare compromessi al livello richiesto dallo sviluppo storico, in atto.
Si tratta di una lezione molto semplice, da assumere tranquillamente “in toto”.
Dunque: oltrepassare i confini tra affari e politica (o dimenticare di tracciarli, come denuncia Romano Prodi) è già “questione morale”, anche stando completamente dentro alle logiche del sistema capitalistico.
E' stata “questione morale” anche per integerrimi difensori del sistema: ricordiamo le rivendicazioni di Ugo La Malfa sullo scandalo dei petroli o quelle di Aldo Moro, intorno allo scandalo Loockeed.
Negare l'esistenza di una “questione morale”, per far intravedere una sorta di revival della “doppiezza” non è accettabile: sconfiggere la destra, sia pure semplicemente alle elezioni come sarebbe augurabile, attraverso un marchingegno del genere significa accettare (più o meno consapevolmente?) quel vecchio motto del post'68: “credevamo di cambiare il mondo, il mondo ha cambiato noi”.
Praticamente arrendersi, insomma, se non peggio.La “questione morale” a sinistra sorge proprio nel momento in cui si sentono esclamare frasi (non certo dal “sen fuggite”) che equiparano il capitale produttivo al capitale finanziario (ricordate il dibattito sul rapporto tra valore d'uso e valore di scambio?) oppure che rivendicano la “proprietà” di una banca.
Da affermazioni di questo tipo nascono i cori bipartisan che ha accolto l'iperliberista, superprivatizzatore, neo-governatore della Banca d'Italia, Draghi, giudicato “ideale” dal Fondo Monetario Internazionale.
Si dirà: ma il conflitto d'interessi di Berlusconi è enorme.
Certo, ed è necessario non dimenticarlo mai.
Ma la”questione morale” esiste, inconfutabilmente, ed anche questo è un fatto da non dimenticare mai, se vogliamo sviluppare un'analisi seria.
Il gruppo dirigente dei DS (ormai del tutto irrecuperabile ad una opzione di cambiamento sociale) dopo essere caduto in una simile pania teme, incredibilmente, l'ondata di ritorno del qualunquismo.
Gli alleati del centrosinistra appaiono del tutto afasici, aprendo bocca soltanto per esprimere banalità degne di miglior sorte se non per goffi tentativi di strumentalizzazione, mentre il centrodestra punta tutte le proprie carte sulla crescita di una ondata qualunquista, che potrebbe, alla fine, agevolarlo nelle urne.
A questo proposito ricordiamo, del tutto sommessamente, un altro punto di analisi sviluppato nei mesi scorsi, sul terreno elettorale: la volatilità del voto tra i due poli è relativamente modesta, le elezioni, in Italia, sono decise dalle defezioni. Nell'occasione delle Europee 2004 e delle Regionali 2005 l'astensionismo colpì soprattutto il centrodestra . Un mutamento d'asse in questa direzione potrebbe risultare decisivo per il ribaltamento della situazione che, comunque, a tutt'oggi appare altamente improbabile, perché il centrosinistra rimane favorito,
In realtà si sente forte l'assenza di una “altra” sinistra, di quella sinistra che più volte abbiamo definito come “non governativa”, legata ad istanze precise sul piano della concezione della politica, del ruolo dello Stato, dell'interesse pubblico in economia, dello stato sociale.
L'alleanza già stipulata da Rifondazione Comunista con i DS, in nome di un mero, immediato, utilitarismo elettorale, ha condannato questa prospettiva allo stadio di semplice intenzione giornalistica, mentre avrebbe potuto rappresentare una alternativa consistente, provvista di una sua piena capacità d'espressione politica.
Rifondazione Comunista ha scelto, coscientemente, di programmare il proprio futuro quale ala “radical” del futuro Partito Democratico (non valutando i colpi che questo progetto sta subendo strada facendo), includendo i propri quadri disponibili all'interno dell'establishment istituzionale in una dimensione collocata al da fuori da una qualsiasi concezione, pur minimamente, critica nel rapporto “politica- società” (l'essenza della presenza istituzionale di Rifondazione Comunista può essere riassunta a questo modo: “cavalcare i movimenti, per prendere voti”).
Rifondazione Comunista ha , purtroppo, abbandonato ipotesi, sia pure larvate, di ricerca verso una possibile trasformazione sociale.
Una perdita secca, importante, che farà sentire il suo peso quando, nell'immediato post – elezioni all'interno del sistema politico italiano si avvierà un importante processo di scomposizione/ricomposizione, riguardante soprattutto le formazioni collocate “al centro”.
Anche tutto questo, di una scelta minimalista e governista non solo al Centro ma anche negli Enti Locali, è “questione morale”, niente di più e niente di meno.
“Questione morale” che si collega ad una importante “questione politica”.
Come userà, eventualmente, il proprio successo elettorale un centrosinistra incapace di esercitare egemonia sul compromesso che, necessariamente, dovrà essere realizzato con diversi settori, di una società complessa come quella italiana?
In queste condizioni il pessimismo è d'obbligo....