Si tratta di capire come si è pervenuti a questo cruciale passaggio a nord - ovest: dal partito alla banca

DI BEL NUOVO TRA QUESTIONE MORALE, POLITICA E ANTIPOLITICA

La sinistra rimasta fuori dal governativismo (e dal neo governativismo) deve saper reagire a questo stato di cose.

Le più recenti vicende riguardanti la sinistra italiana, governativa e neogovernativa, rischiano sempre più di assomigliare ad un colossale pasticcio e non serve, anzi aggrava la situazione, l'atteggiamento di alcuni dei suoi massini (??!!) dirigenti che puntano a rispolverare metodi del passato, dal togliattismo al moroteismo, ormai collocati del tutto fuori del tempo, proprio perché gli stessi dirigenti che oggi intenderebbero riproporli, hanno abbondantemente seminato quei disvalori dell'antipolitica che, per l'appunto, hanno finito con il neutralizzarli e renderli inefficaci, per fronteggiare l'ondata di sfiducia e di qualunquismo che pare montare, inesorabilmente, da parte di larghi strati della base sociale.

Si discute molto, in questa fase, della presunta “diversità” sempre reclamata dalla sinistra italiana e si chiede ai principali dirigenti dei soggetti che la compongono, di dichiarare la propria definitiva omologazione, nei riguardi, essenzialmente, del primato che l'economia deve obbligatoriamente esercitare sulla politica. In questo modo, per tutti, si giustificherebbero le espressioni più anomale di interesse per operazioni finanziarie che risulterebbero, di conseguenza, del tutto “interne” alla logica della battaglia politica.

Insomma: le banche, come le finanziarie, i conti correnti all'estero, le società “off-shore”, considerate - leninianamente - come i partiti, quale “mezzo” per fare politica. Banche et similia pronte, nella sostanza, a trasformarsi, come è già accaduto per i partiti, nel “fine” del fare politica.

Nella confusione tra “mezzo” e “fine” si è già arrivati in passato alla assoluta “fidelizzazione” nell'appartenenza al partito: oggi si pensa che si possa arrivare alla assoluta “fidelizzazione” verso la banca del partito.

Si tratta, allora, di capire come si è pervenuti a questo cruciale passaggio a nord - ovest: dal partito alla banca (la “nostra” banca, avrebbe detto qualcuno), premettendo, però, che, almeno dal nostro punto di vista, è rimasto intatto l'oggetto di fondo del contendere. Di fronte a tutto ciò si colloca, infatti, il feticcio del potere assoluto, del potere totalizzante, quale obiettivo unico e definitivo dell'agire politico.

Il potere quale fattore di cambiamento epocale all'epoca del collettivismo; il potere inteso come disponibilità della ricchezza oggi, nel trionfo dell'individualismo consumistico e proprietario.

Si può facilmente notare uno spostamento di fondo negli strumenti adottati per conseguire l'obiettivo di abbracciare questo Moloch, questo feticcio oggetto del desiderio più oscuro. Su questo punto la sinistra si è assimilata alla destra, non viceversa (almeno dal punto di vista delle connotazioni storiche, fin da quelle che distinguevano i giacobini dai foglianti), causando, ancora una volta quel moto di disillusione e qualunquismo di cui si nutrono (almeno dal XX congresso in avanti) gli editorialisti più illuminati ed autorevoli (magari, senza accorgersene).

E' però impossibile ciò che stanno cercando di chiedere i dirigenti della sinistra italiana, governativa e neogovernativa: una larga “fidelizzazione” verso questo spostamento nell'uso degli strumenti politici.

Perchè risulterà impossibile avviare questo inedito processo di “nuova fidelizzazione”? Torno al ragionamento sui veleni dell'antipolitica, seminati a suo tempo proprio dagli stessi dirigenti che tenderebbero, adesso, ad imporre questi nuovi termini di appartenenza, al popolo della sinistra.

Veleni la cui formula può essere definita così:

  1. “lo sblocco del sistema politico”. Uno slogan lanciato, a suo tempo, al di fuori da un qualsiasi contesto di ricerca di diversa metodologia politica (indagine sociale, politica delle alleanze, ecc.) ma vissuto quasi come un “liberi tutti“, finalmente al di fuori degli antichi vincoli imposti dalla ”conventio ad excludendum”, nella ricerca del feticcio del potere (mi è già capitato di racchiudere questo fenomeno in una sola espressione che, anche oggi, ripeto: la trasformazione di un partito dal modello leninista al modello del “party-governament” di estrazione anglosassone, richiede il massimo di “permeabilità esterna” da parte del gruppo dirigente, e, in questa “permeabilità esterna” ci sta tutto; proprio tutto ed il contrario di di tutto, nella riscoperta tardiva della “doppiezza”);
  2. “l'autonomia del politico”: un vecchio strumento assunto, però, in questa fase nell'ottica del suo aggiornamento “schimttiano” del decisionismo, esercitato in funzione della riduzione del rapporto tra politica e società, al fine di “tagliare” l'eccesso di articolazione della domanda sociale, trasferendo il peso dell'esercizio di questa domanda dalla rappresentatività politica verso le lobbies, i movimenti, i gruppi di pressione: in sostanza verso il valore di scambio, rispetto al valore d'uso (da qui: maggioritario, personalizzazione della politica e quant'altro; e poi, che cosa è il denaro se non l'esaltazione del valore di scambio?).

“Sblocco del sistema politico” e “Autonomia del Politico” hanno così rappresentato i pilastri dell'esercizio dell'antipolitica cui mi sono già riferito. Sembrano resistere soltanto alcune “isole”, in cui albergano soggetti di derivazione kantiana (la morale quale “dover essere”).

Bisognerebbe interrogare a fondo questi dirigenti della sinistra, governativa e neogovernativa, oggi ritornati fautori del togliattismo e del moroteismo, per giustificare questo loro cambio d'asse dal valore d'uso al valore di scambio (anche, e soprattutto, politico...), chiedendo loro se davvero pensano di poter promuovere un moto di “fidelizzazione” di massa al di fuori da un progetto di società futura, ma limitandosi al contingente tema del governo.

Tema del governo, per di più, rivolto “contro” un avversario che si tende a demonizzare nei comportamenti pubblici, per imitarne, alla fine, i metodi, giudicandone le aziende (a produzione immateriale, beninteso, e di cui ci si serve per costruire l'immagine pubblica di tutti i protagonisti) che rappresentano il gigantesco “conflitto d'“interessi” caratteristico di questo avversario, un “bene per il Paese”, proponendoci assieme a lui di attaccare le fondamenta del dettato costituzionale ( questo, almeno, era il progetto del'97, che non deve essere assolutamente dimenticato, anche nell'espressione concreta del suo contingente fallimento di allora).

La sinistra rimasta fuori dal governativismo (e dal neo governativismo) deve saper reagire a questo stato di cose, riportando nell'arena i termini della politica intesa quale strumento della rappresentanza sociale e della trasformazione, lavorando, al di fuori da artificiosi steccati, ad una nuova ipotesi di piena espressione della propria soggettività.

Franco Astengo
Savona, 8 Gennaio 2006