Il CPN del 24 e 25 novembre scorso, su proposta della sua Commissione incaricata per la stesura del documento congressuale, ha licenziato il documento definito per "tesi" che abbiamo cercato di far pervenire a tutte le compagne e compagni per questo CPF.
Su tale documento, che sarà reso definitivo dal CPN del prossimo fine settimana, è ora aperta la consultazione degli organismi dirigenti territoriali del partito (CPR e CPF), chiamati a una sua valutazione e ad avanzare eventuali proposte di emendamenti e/o arricchimenti che se approvati, dovranno essere inviati alla Commissione Nazionale, per un loro eventuale accoglimento o meno.
Procederemo poi, dopo il CPN del prossimo fine settimana, a una ulteriore convocazione di questo organismo, per l'elezione della nostra commissione organizzativa congressuale e per la definizione del percorso congressuale dei nostri circoli e della stessa federazione in preparazione del congresso nazionale che è convocato per il 21 marzo pv.
Un percorso di consultazione che certamente rappresenta lacune e difficoltà per una sua reale efficacia, ma che non può essere disatteso, se vogliamo contribuire alla definizione delle analisi e scelte che saranno poi indirizzate al dibattito fra tutte le nostre iscritte e iscritti.
Vorrei anche, ad apertura di questo nostro confronto che mi auguro il più aperto possibile e proprio per questo, richiamare tutti noi sul valore stesso delle differenze e diversità che potrebbero esprimersi su questa o quella tesi o sull'insieme del documento nel senso che tali diversità non devono in nessun modo caricarsi di significati di "appartenenza" o peggio ancora di divisione fra noi.
Cristallizzazioni di questo tipo, se si dovessero verificare, sarebbero la nostra immobilità, l'ingessatura delle nostre capacità di ragionamento, privando di efficacia poi qualsiasi scelta dovessimo compiere.
Dobbiamo viceversa cogliere eventuali diversità come elementi di arricchimento della riflessione complessiva e quale completezza di scelte a cui siamo chiamati.
Scelte che non sono ne facili ne certe una volta per tutte e per sempre, perché non facile e non certa è la stessa fase politica e sociale nella quale la nostra azione è chiamata a misurarsi e a produrre risultati di cambiamento ad ogni livello.
Del resto la stessa iniziativa di aprire all'esterno questa nostra riflessione congressuale, come è stata l'assemblea del 14 scorso a Milano con il segretario del nostro partito, segna tale attenzione alle diversità e necessità di completezza della nostra azione, se volgiamo che essa diventi sempre più una azione di massa, capace di coagulare attorno a sè unità ed alleanze, per la sua affermazione.
Non tocca a me ora illustrare i singoli capitoli o tesi del documento, il cui impianto complessivo di discussione che ci viene proposto, condivido, ma ritengo, proprio per questa condivisione generale che siano deboli e perfino rinunciatari di azioni altrettanto indispensabili, taluni specifici suoi passaggi, che dovrebbero viceversa qualificare meglio la nostra conseguente azione politica per renderla veramente efficace sul terreno della lotta a questa globalizzazione, per il cambiamento e per la costruzione dell'alternativa che ci proponiamo.
Credo allora che un nostro contributo possa essere veramente efficace e rafforzare in ogni caso, (anche dentro le differenze che vi sono tra di noi, !), l'azione di questa Federazione sul territorio se non sfugge ad almeno tre elementi che dovrebbero sempre segnare un dibattito congressuale e che riguardano prima di tutto il bilancio che deve essere tratto delle scelte compiute e delle azioni per queste promosse; la fase politica, oltre il quotidiano che siamo chiamati ad affrontare; il confronto con il nostro quotidiano agire sul territorio, se non altro per capire debolezze, forze reali, contraddizioni, incoerenze e risultati possibili.
Non compiere questo sforzo, non misurare prima di tutto noi stessi e non misurarci con noi stessi ci fa correre il rischio di parlare sempre di cambiamenti ma di non produrne mai o, peggio, di subirli per la nostra incapacità a vedere le difficoltà che la nostra azione incontra, cercandone il loro superamento.
I bilanci sono fatti di avere e di dare il loro confronto finale ci dà una attività o una passività. Quale è il nostro? Certo se ci guardiamo attorno è un bilancio che vince una sfida, quello della nostra esistenza, si è più volte detto. Non c'è dubbio che tale sfida sia stata vinta. Ma possiamo accontentarci e può essere questo l'unico obiettivo ripetibile all'infinito?
O c'è bisogno proprio per questo, cioè per l'esistenza di una forza comunista, nel nostro paese, di puntare a dei cambiamenti reali nella vita di coloro che vogliamo rappresentare, più e prima di altri, perché più pagano il prezzo dell'esclusione sociale, di un lavoro precario, insicuro, di una sanità costosa e in via di privatizzazione come l'educazione?
Quindi cambiamenti nel Paese, nella Regione dove siamo chiamati ormai ogni giorno ad uno scontro per i paradigmi sociali anticipatori di quelli nazionali che si vogliono allargare a tutti i settori, dalla scuola alla sanità, alla formazione professionale, al mercato del lavoro, all'ambiente, fino alla polizia del governatore o meglio, nel clima di regime che si respira sarebbe meglio dire per il "governatore"..
Guardate non è che siano mancate azioni nostre per questo, ma ciò che occorre chiederci, a fronte dell'avanzare neoliberista sul piano sociale, economico, produttivo, di mercato, politico edell'arretrare degli Stati e della politica dai loro compiti regolatori e dell'instaurarsi con la vittoria del 13 maggio scorso della Casa della Libertà di "un aria di regime", come l'ho chiamava ieri il direttore del nostro giornale, è se abbiamo messo in campo tutte le azioni, le forze necessarie, o quanto meno se, per il tipo di scontro che a globalizzazione ha aperto, ci abbiamo provato.
L'11 di settembre segna senz'altro un cambiamento, ma c'è il rischio che anche questo sia ormai assunto come un luogo comune dentro il quale non è chiaro quale cambiamento esso segni o se viceversa non consolidi la continuità di un modello di sviluppo, che giunto alla sua crisi di "troppo", ( la cui risposta non è in nessun modo quell'atto di terrorismo assurdo compiuto contro le torri di Torri Gemelle e le sue vittime, semmai ne è complice), si impone con le armi o meglio i bombardamenti, (la cosa più vigliacca che si possa commettere nei confronti dei popoli), ben lontani dal perseguire gli obiettivi dichiarati come in questo caso di voler catturare gli autori o meglio i mandanti (visto che gli autori erano a bordo degli aerei mandati a schiantarsi), di quell'atto e sconfiggere il terrorismo che viene viceversa alimentato!
Credo anch'io che un altro mondo, come del resto un altro Paese, sia possibile! E ciò non può che essere l'obiettivo fondamentale e di sempre che noi abbiamo anche aggettivato se volete.
La discussione quindi fra di noi non può che essere sul cosa, sul come si fa per cambiare questo mondo, questo paese, questo territorio, perché non è un compito facile che ai più, perfino a quelli che più soffrono per questo, sembra molto difficile, come credo appare difficile a tutti noi.
Sono sufficienti degli slogan, della propaganda? Possiamo continuare a nascondere le nostre debolezze dietro la crisi della sinistra moderata, senza vedere le differenze fra coloro che votano e marciano contro la guerra, provano a tenere la barra a sinistra, a dialogare con lo stesso movimento dei movimenti e coloro che vanno sempre più al centro?
O nasconderci dietro la concertazione che ha pervaso le Confederazioni Sindacali, la CGIL in primo luogo, provocando i guasti che abbiamo denunciato, senza vedere come anche li c'è chi si batte per un cambiamento di rotta, che sono il 92% dei nostri compagni/e iscritti alla CGIL; che è la FIOM; la CdLT di Brescia; più timidamente anche quella della Brianza, i compagni e compagne di Lavoro e Società che riescono in questa campagna congressuale ad andare ben oltre le % del congresso scorso, (quasi il 30% pari a oltre 250.000 iscritti),o dietro lo "sciopericchio", più che riuscito, che ha ridato la parola ai lavoratori per la costruzione di una risposta più forte, da tutti partecipata capace anche di superare le divisioni e le rotture possibili, (che non sono mai una momento di felicità e forza anche se a volte necessarie), con CISL e UIL, contro il "libro bianco" di Maroni, senza proporci come costruire realmente dall'altro canto una alternativa a questa " aria di regime" che va allargandosi nel paese contaminando ogni spazio di democrazia, conquistato con dure lotte e scritto nella nostra costituzione.
Vedete di questo cambiamento il mondo e il nostro Paese ne hanno veramente bisogno.
Quanto meno c'è bisogno di capire se ci sono forze e movimenti che assieme, provano almeno a fermarne la sua rovina, per iniziarne una ricostruzione più equa per tutti, fermando nell'immediato con una forte piattaforma di opposizione questo regime e capaci di parlare anche ai molti che oggi hanno perso fiducia e speranza nelle sinistre attuali!
Si è vero una recente indagine condotta nel nostro paese ci dice come fra i giovani RC appare una forza credibile e votabile, ciò non ci può che fare piacere.
Ma la stessa indagine ci dice come dall'altro canto siamo in discesa fra lavoratori, casalinghe e pensionati, non vanno ovviamente bene i DS!
Può oggi allora questa nostra discussione, misurasi ed esaurirsi sull'esistenza o meno nel 3° millennio della categoria dell'imperialismo da un lato e/o fra movimentisti e partitisti dall'altro? Non vi paiono ambedue delle forzature sconfitte già dai fatti, la prima e da una pratica qui consolidata, anche con grossi risultati la seconda?
La storia è vero non si ripete ma può riproporsi. Certo in modi e contesti diversi!.
A tale proposito inviterei tutti e tutte a rileggersi quanto ha scritto Lietta Tornabuoni su la Stampa di giovedì 29 novembre, se non altro perché questo dimostra l'esistenza di un sentire e ragionare comune che ancora ammette questa categoria nello scontro mondiale di classe.
Seattle, prima, Porto Alegre poi Genova infine con altri importanti luoghi e momenti, segnano una presa di coscienza dei temi della globalizzazione e dei suoi prezzi per il pianeta e le sue popolazioni, a partire dalle più escluse e dalle nuove generazioni di uomini e donne, che segna fortemente e positivamente la battaglia per imporre un diverso ordine economico mondiale.
Cioè ci dice che un altro mondo non è solo necessario ma anche possibile. E' un grosso e positivo passo avanti! Una novità che irrompe con forza e che ci pone grossi interrogativi ai quali dobbiamo dare risposte coerenti con il nostro stesso obiettivo di esistenza e di cambiamento generale.
Chiederci se la sua esistenza può ad esempio esaurire il nostro agire, l'agire politico oltre che sociale di un partito comunista nella costruzione dei cambiamenti necessari e possibili, che sono condizione anche per il rafforzamento del movimento stesso, la sua continuità e/o se il nostro è un agire alternativo ad esso o se lo è quello del movimento alternativo al nostro.
Può essere ad esempio trasferito a questo movimento la ricomposizione dei soggetti sociali fino alla stessa prospettiva della sinistra alternativa? Non compiremmo oltre che una rinuncia non recuperabile, anche una forzatura delle possibilità reali dello stesso che da un lato descriviamo come articolato per riferimenti teorici e culturali, e dall'altro lo vediamo già in grado di prospettare uno sbocco politico e sociale definito?
L'interlocuzione e l'agire con essi sul piano della lotta a questa globalizzazione, per un commercio equo e giusto, contro la modificazione genetica dei prodotti alimentari ecc. esaurisce la necessità da parte nostra, da parte cioè di una forza comunista, della costruzione di alleanze sociali più ampie, verso più interlocutori politici per cogliere oggi la drammaticità della realtà italiana e puntare al suo cambiamento che questo movimento da solo non è in grado di affrontare? ( basti ricordarci come proprio qui questo movimento ha partecipato con noi alla costruzione di alleanze elettorali con altre forze politiche, anzi a volte ce lo ha posto come condizione per la sua adesione alla nostra campagna elettorale).
Ecco come dicevo all'inizio non era compito di questa introduzione illustrare il documento che è posto alla nostra discussione.
Ho cercato quindi di definire i contorni più generali di ordine politico e sociale nei quali ritengo si debba sviluppare la nostra azione a tutto campo e si debba costruire un partito di massa non certo per la sua dimensione, senza scartare anche la nostra crescita organizzativa, ma per gli interlocutori sociali e politici che deve puntare a costruire per il cambiamento per il quale ci battiamo.
Ci sarebbero altri interrogativi che la nostra pratica ci suggerisce che devono essere affrontati, quali ad esempio i luoghi di formazione delle decisioni, quindi della democrazia interna. per una vera partecipazione di ogni nostra struttura e iscritto alla vita del partito alla costruzione delle sue scelte.
Nel senso che vi è oggi una struttura che a fronte dei cambiamenti intervenuti e degli spazi nuovi che si vogliono aprire, appare troppo piramidale: vertice - base, che rischia di escludere livelli di direzione, che stanno sperimentando esperienze di lavoro, conoscenze e risultati importanti a partire dal livello regionale a quello delle Federazioni chiamate ad operare in realtà altrettanto complesse, per affrontare poi la reale partecipazione degli stessi circoli e iscritti alla formazione delle decisioni e in particolare ai bilanci che devono essere tratti.
Spero e mi auguro che il dibattito sappia anche arricchire questa parte fondamentale alla costruzione di un partito comunista di massa e per il suo agire complessivo.