Due grandi correnti attraversano il mondo del
nostro tempo, due onde lunghe destinate a segnare il futuro
dell'umanità, del lavoro e della vita. Esse vanno in direzioni
opposte. L'una è una corrente fredda, parla il linguaggio della
competitività, del primato del mercato e delle merci, dell'economia,
del dominio e della guerra. L'altra è una corrente calda che parla
le lingue dei popoli, di un altro mondo possibile, della critica
dell'economia e della pace. Il nostro destino individuale e
collettivo dipende da quale delle due prevarrà. La globalizzazione
capitalistica ha cambiato marcia e passo ed è sempre più
attraversata dalle crisi che essa stessa genera e alimenta. Al
neoliberismo si affianca la guerra, cosicché ora essa cammina,
instabilmente, su queste due gambe. Ma proprio contro il
neoliberismo e la guerra è nato ed è cresciuto nel mondo un
movimento inedito e straordinario. Il popolo di Seattle è diventato
il movimento dei movimenti, in esso e accanto ad esso sono cresciute
lotte, resistenze, opposizioni, nuove esperienze sociali e con esso
ha preso corpo una critica diffusa e diversificata a questa
globalizzazione. Le due correnti si contrastano come tendenze,
entrano in conflitti significativi, ma la prima continua ad essere
dominante e la seconda, quella delle contestazione e della critica,
non riesce ancora a bloccarla e metterla in crisi e a produrre
alternative di società su larga scala, cioè ad invertire la tendenza
generale. Qui nasce il problema politico che ci stiamo ponendo. Ce
lo poniamo e acutamente, perché vediamo in questa realtà il
ripresentarsi di una grande occasione per la trasformazione della
società, ma anche un rischio grave, quello che la globalizzazione
capitalistica dia corpo alle sue vocazioni distruttive. E' il
problema della costruzione, in rapporto con lo sviluppo del
movimento, di un nuovo progetto politico capace di vivere già nel
tempo proposto dallo scontro in atto e capace di guadagnare già lo
spazio, l'Europa e il mondo, necessario per vincere la sfida. E' il
problema di come costruire la potenza critica e la massa critica
capaci di restituire efficacia alla politica dell'alternativa e
della trasformazione. Il progetto politico nasce dalla nostra
critica classista alla globalizzazione capitalistica e
dall'esperienza del movimento. Esso si propone di costruire nella
società, in Italia e in Europa, un' alternativa di modello sociale e
di democrazia, che può diventare anche alternativa di governo,
fondata sulla duplice discriminante del no alla guerra e alle
politiche neo-liberiste. E, contestualmente, si propone di rifondare
la politica, dopo che essa è stata devastata dall'omologazione e dal
pensiero unico del mercato, a partire dalla ripresa della sua
ambizione più alta, quella di cambiare la società esistente, di
trasformare la società capitalistica. La crisi della politica non è
infatti solo la somma delle tante ragioni contingenti e nazionali;
essa è più di fondo e deriva dall'abbandono proprio dell'idea di
rivoluzione. Aveva ragione Franco Rodano, nel lontano 1969, a dire
che "l'idea di rivoluzione è necessaria e discriminante per il
discorso politico" e a vedere come il discorso non fondato sul
concetto di rivoluzione non possa essere sufficientemente distinto e
autonomo e tenda quindi ad essere riassorbito in tematiche di
diversa natura. E ciò che è accaduto in questi ultimi 20 anni.
Perciò il ritorno a Marx, per la rinascita della politica. Sulla sua
tomba Engels ricordava agli amici come Marx non fosse essenzialmente
un economista o un filosofo, ma fosse anche tale, in quanto era
soprattutto un rivoluzionario. Se la sua è, com'è, la massima
formulazione storica dell'idea di rivoluzione, si tratta di
ritornarvi per andare oltre, cogliendo le nuove contraddizioni del
capitalismo di oggi, incontrando le nuove soggettività e i nuovi
pensieri critici, per collocarsi, con una teoria e una pratica
critica adeguata, sul terreno della contemporaneità. Non ci ha
mosso, in questa ricerca, un'istanza astratta, ci ha condotto qui la
nostra esperienza. Siamo tornati a riflettere sul processo
rivoluzionario, fuori da ogni tentazione giacobina e lontani da ogni
suggestione crollista, perché ne vediamo la necessità guardando alla
crisi di civiltà che questa modernizzazione capitalistica produce e
ne vediamo la possibilità alla luce della rinascita di un movimento
che pretende un diverso futuro. Il provocatorio incipit del
documento con quale abbiamo effettuato il, per noi importantissimo,
confronto con amici e compagni esterni al PRC ma interessati al
nostro discorso, prima del congresso, ha questo senso, indica un
campo di ricerca e di lotte sovraordinatore di tutta la nostra
politica, quello di tornare ad indagare la categoria della
rivoluzione e il processo rivoluzionario. Solo così si capisce la
svolta di questo congresso, il coraggio anche rischioso
dell'innovazione, la durezza, anche dolorosa delle rotture. Le
compiamo perché sono necessarie per riprendere il cammino, per
delineare,al contrario di tutti i revisionismi degli ultimi 20 anni,
una riforma della politica che configuri un'uscita da sinistra dalla
sconfitta del '900 e dalla crisi del movimento operaio e che torni
ad assegnare al movimento e, in esso, ai comunisti un compito
storico, la creazione di un nuovo movimento operaio. La crisi su
scala mondiale del centro-sinistra, cioè dell'ultimo tentativo
riformistico, seppure non casualmente già così interno ai dettati
della globalizzazione capitalistica, dice quanto siano vane e
fuorvianti le ricerche di una prospettiva per la sinistra legata ai
problemi dello sbocco politico a breve e alla ricerca della
geometria delle alleanze in funzione dell'alternanza. La nostra è un
scelta del tutto diversa, è la scelta della ricostruzione del
primato della politica, dell'opzione politica; è la scelta della
fuoriuscita dalla sua subalternità. I suoi due capisaldi, tra loro
connessi, sono una radicale collocazione del PRC a sinistra e la
attualizzazione della lotta sociale e politica per la trasformazione
della società capitalistica. Il rapporto con il movimento ne è il
fondamento principale. Vorremo contribuire a aprire un nuovo
capitolo nella storia della lotta tra le classi, della lotta per la
liberazione delle donne e degli uomini dallo sfruttamento e
dall'alienazione. Avevamo cominciato questo congresso dicendo:
"E' possibile che nel mondo si stiano determinando le condizioni
per un nuovo inizio di un processo rivoluzionario, cioè per
l'assunzione consapevole del più alto compito immaginabile per la
politica, il superamento dell'ordine esistente, il superamento della
società capitalistica.
E' possibile riprendere a lavorare, pur
pienamente consapevoli della sproporzione tra le nostre forze e il
compito, insieme ad altri, in tutto il mondo, attorno alla questione
della transizione: un altro mondo è possibile. E' possibile che la
nascita dei popoli di Seattle, del "movimento dei movimenti" che
costituisce l'evento del nostro tempo, il primo movimento dopo il
Novecento, segni, invece che la morte, la nascita di un nuovo
movimento operaio. E' possibile, ed è questa la nostra principale
sfida". Aggiungiamo ora: è possibile, ma non solo non è detto che
accada, ma è molto difficile. E ciò da la misura della nostra
sfida.
Abbiamo
interpretato la globalizzazione capitalistica, fin dal suo avvio,
come una rivoluzione capitalistica restauratrice. Oggi essa ha dato
vita ad una nuova fase rispetto a quella del suo stato nascente,
oggi siamo di fronte alla globalizzazione del tempo della crisi. Gli
apologeti, quelli che avevano interpretato la globalizzazione come
l'avvento del regno della libertà e delle opportunità sono
ridicolizzati dai fatti. Chi credeva che attraverso nuovi
ordinamenti si potesse ricavarne dei progressi non riesce più
neppure a costruirne la previsione. Per gli uni e per gli altri è lo
smacco. Lo sviluppo della globalizzazione rivela la sua natura
classista e la sua intima, intrinseca contraddizione tra la sua
prometeica, gigantesca capacità di innovazione tecnico-scientifica e
la sua attitudine alla regressione sociale e civile. Per la prima
volta nel tempo moderno l'innovazione e il progresso sociale si
dissociano, questa innovazione dell'ultimo capitalismo conosciuto
pretende di cancellare persino la nozione di progresso sociale.
Modernizzazione versus modernità; questa modernizzazione
capitalistica si erge contro le istanze più significative della
modernità e cerca di abbatterle ad una ad una, mossa da una
incompatibilità di fondo. Le promesse si riducono a ideologie, come
falsa coscienza, e sono falsificate dalla realtà. Avevano promesso
lo sviluppo ininterrotto, e le crisi economiche dominano la scena.
Il disastro dell'Argentina è un atto di accusa drammatico e
implacabile contro la ricetta neoliberista, ma non è il solo,
scampoli di Argentina stanno sparsi in tutto il mondo, anche sotto i
nostri occhi. Avevano promesso la scienza del futuro, in nome della
quale hanno varcato limiti millenari nel rapporto tra la civiltà e
la natura, e stanno generando mostruosità, come alchimisti senza
intelligenza, come apprendisti stregoni senza la cultura
dell'antico. Abbiamo conosciuto la mucca pazza e abbiamo capito che
non era la mucca ad essere pazza, bensì questo capitalismo ad essere
impazzito. Avevano promesso un mondo unificato, a loro modo, cioè
passivamente, pacificato dalla globalizzazione capitalistica e
integrato in ciò che chiamano occidente. Fingevano di non sapere che
non c'è pace senza giustizia. Lo spaventoso allargamento delle
ingiustizie, l'aggravarsi del divario tra ricchi e poveri, e
l'offesa sistematicamente portata dal mondo degli attuali vincitori
a tutti gli altri mondi, ci ha dato la guerra e il terrorismo. La
guerra è entrata a far parte del panorama di questo mondo. E' la
guerra della globalizzazione, guerra infinita e indefinita, agita
dai potenti del mondo e dal potente dei potenti a suo insindacabile
giudizio e sua insindacabile motivazione, in realtà fattore
costituente del nuovo ordine, o disordine, mondiale. Guerra,
insieme, scelta dai dominanti e promossa dalla strutturale
contraddizione tra, da un lato, la instabilità permanente generata
dalla globalizzazione e dai suoi effetti e, dall'altro, la stabilità
delle relazioni economiche ed istituzionali che la stessa
globalizzazione pretende in nome della produzione e dal commercio
mondiale. La guerra infinita, la guerra della globalizzazione è
dunque l'altra faccia di un dominio del capitale che si vuole
pervasivo e totalizzante in una nuova frontiera della mercificazione
dei rapporti umani. Un ulteriore processo di mercificazione dei
rapporti umani è sospinto in avanti da una rivoluzione capitalistica
che pretende di ridurre i lavoratori, la natura e la persona a pure
variabili dipendenti dall'accumulazione. C'è qui la radice
totalitaria di questa modernizzazione. Essa risiede proprio nel
tentativo di cancellare tutto ciò che non stà dentro il rapporto di
produzione e di dominio, tutto ciò che, in qualche misura resta o si
pone come esterno ad esso.Vorrebbe essere la cancellazione di ciò
che il filosofo potrebbe chiamare il residuo, cioè ciò che non è
sussunto nel modo di produzione capitalistico e la cancellazione di
ciò che potrebbe chiamare "il tempo che resta", cioè la prospettiva
conoscibile del superamento della società capitalistica. Ma proprio
questo estremismo del capitale e l'impossibilità del lavoratore ad
essere ridotto a pura forza-lavoro, determina la crisi del nostro
tempo, una crisi aperta a esiti diversi, persino contrapposti,
"socialismo o barbarie" . Il balzo nella scienza e nella
comunicazione costituiscono, a loro volta, moltiplicatori
esponenziali della posta in gioco. Basti pensare al fatto che, per
la prima volta, la produzione sfonda il muro dello sfruttamento
della materia vivente, e che, con la rivoluzione genetica, la
manipolazione e il controllo dei meccanismi che presiedono alla vita
sono a portata del potere e del mercato. Una gigantesca rivoluzione
scientifica. Riconosco che è fondamentale, ai fini della
determinazione della nostra politica e persino ai fini di stabilire
chi siamo, definire in che rapporto stia il cambiamento realizzato
dalla globalizzazione con l'esistenza o meno di un modo di
produzione capitalistico e, in esso, come si proponga la questione
del lavoro. Sulla prima questione non potevamo essere più radicali:
cambia tutto, salvo l'essenziale, anzi ci si potrebbe spingere sino
al punto di dire che cambia tutto al fine di dilatare, rafforzare,
ingigantire l'essenziale, il motore definitorio dei rapporti
sociali, politici, istituzionali, umani, cioè il modo di produzione
capitalistico Perciò noi parliamo di una sua estremizzazione per
realizzare la quale, il capitale si propone di liberarsi dal
condizionamento storico che ha dovuto subire in una determinata fase
del conflitto di classe (il compromesso sociale e democratico
seguito alla vittoria contro il nazi-fascismo). L'indurimento
dell'asse portante dell'intera organizzazione della società e la sua
diffusione su scala mondiale si accompagna ad un terremoto: muta la
composizione organica del capitale e il rapporto tra il capitale
finanziario e produttivo; muta la composizione sociale di classe;
mutano le istituzioni statuali e istituzionali e gli assetti
geo-politici. Qual è la torsione a cui è sottoposto il lavoro? Come
e perché è accaduto che ieri il conflitto di classe partendo, nel
mondo e in ciascun paese, dai punti più alti dello sviluppo
capitalistico tendeva a realizzare un allargamento delle conquiste a
tutto il mondo del lavoro e oggi, al contrario, a partire dal punto
dove la forza-lavoro viene pagata al suo più basso prezzo, il
capitale tende a rimettere in discussione tutte quelle conquiste?
Certo c'è, in questo, una responsabilità storica della sinistra
moderata, in specie di quelle, e sono tante, che hanno governato, e
della maggior parte dei sindacati. Ma anche a noi che abbiamo
cercato di contrastare quella deriva ci viene posto un problema.
Certo non è quello della presunta scomparsa del lavoro, una
incredibile bufala che però ha fatto il giro del mondo, né quella
del superamento del conflitto di classe che parla solo di un altro
capitolo della storia del tradimento dei chierici. Abbiamo
assistito, al contrario, alla crescita quantitativa del lavoro
salariato nel mondo e persino nelle grandi aree industriali. In
scala mondiale sono aumentati gli operai stessi. Negli Stati Uniti
d'America si lavora più a lungo che in ogni altro paese del mondo,
fatta eccezione per la Corea del Sud e la Repubblica Ceca. Secondo
l'organizzazione internazionale del lavoro, nel 2000 negli USA si è
lavorato in media, sul posto di lavoro, 1979 ore, cioè 36 ore più
che 10 anni prima. Se guardiamo, con l'inchiesta come è sempre più
necessario fare, alle varie forme in cui si viene componendo e
ricomponendo il lavoro salariato, possiamo affermare, come abbiamo
fatto, che non siamo affatto di fronte ad una società di fine lavoro
bensì, al suo contrario, ad una società segnata da un lavoro senza
fine. In essa il comando capitalistico si impone su tutto il lavoro
impiegato nella produzione di valore e, dunque, il rapporto di
classe si fonda più che mai sullo sfruttamento. Questo fa si che la
lotta delle lavoratrici e dei lavoratori dentro e contro il capitale
sia più che mai la componente insostituibile per mettere in
discussione gli attuali rapporti sociali e l'ordinamento esistente.
Essa si nutre del resto, qui ed ora, ormai da qualche tempo, di un
reale disgelo sociale, di una ripresa del conflitto sociale e di
lavoro assai significativi che è persino esplosa, qui in Italia,
proprio in questi mesi. Non si può non vedere come vi abbia
influito, oltrechè la rottura culturale e soggettiva operata dal
movimento, l'emergere delle contraddizioni nel processo di
globalizzazione, il suo generare crisi, crisi economiche, crisi
nella coesione sociale, crisi che costituiscono una base oggettiva
dell'antagonismo sociale. Qual' è allora il nuovo problema sociale
che questa rivoluzione capitalistica restauratrice ci propone e come
essa si manifesta nell'organizzazione del lavoro e nella sua
composizione? Il problema consiste, in primo luogo, nel fatto che
l'esplosione del lavoro dipendente dal capitale non lo rende più
tendenzialmente omogeneo e concentrato ma, al contrario, frantumato,
disgregato e diffuso fino ad essere disperso. E, in secondo luogo,
essa si colloca in un processo che modifica il rapporto tra capitale
e lavoro proprio nella direzione indicata da Marx in un celeberrimo
passo dei Grundrisse. Scrive Marx: "in questa situazione modificata
non è né il lavoro immediato, eseguito dall'uomo stesso, né il tempo
che egli lavora, bensì l'appropriazione della sua forza produttiva
generale, la sua comprensione della natura e il dominio su di essa
attraverso la sua esistenza di corpo sociale - in breve, lo sviluppo
dell'individuo sociale che si presenta come il grande pilastro della
produzione e della ricchezza. Il furto di tempo di lavoro altrui,
sulla quale si basa la ricchezza odierna, si presenta come una base
miserabile in confronto a questa nuova base creata dalla grande
industria stessa".
L'incertezza e la precarietà diventano il
carattere prevalente della nuova condizione sociale. La natura
ambigua e duplice del lavoro nella società capitalistica compie, con
la globalizzazione, un nuovo passo avanti, prende le forme
molteplici del prolungamento del tempo di lavoro per alcuni e della
sua assenza, fino alla disoccupazione, per altri; si fa dipendente
come autonomo, ma sempre eterodiretto; si propone a tempo
determinato o indeterminato, ma sempre più precario; diventa
pervasivo, nella domanda continua e pressante a renderti flessibile
e adattabile, ma non definisce più automaticamente un'appartenenza
sociale. Dunque questo è il problema: il processo di unificazione
dei lavoratori tradizionali e dei rapporti sociali sfruttati e
alienati non è nelle cose, richiede un progetto politico, un
intervento nella materialità delle condizioni e nelle soggettività.
Ma, contemporaneamente, nessuna forza può farlo calare dall'esterno,
ideologicamente. Allora bisogna intendere che, quando si parla della
crescita del movimento dei movimenti, non si parla d'altro rispetto
al conflitto di classe. Per noi si tratta della declinazione, su
piani diversi, della medesima questione: della costruzione, cioè, di
un nuovo movimento operaio. La connessione e l'unità di tutte le
diverse soggettività critiche, la connessione tra quella di classe,
quella di genere, quella ambientale e quella pacifista non deriva
soltanto dalla necessità di far vivere una critica generale di
società, ma risulta oggi necessaria nella stessa lotta sulle
questioni brucianti del lavoro. Dal basso come dall'alto, nel
conflitto sociale come in quello più generale bisogna sempre vedere
le due tendenze all'opera. L'una è quella che la ristrutturazione
capitalistica in corso determina a livello d'impresa, come
nell'organizzazione della società, della scuola, della sanità, come
nell'organizzazione dello stato, come nelle relazioni
internazionali. Essa può sfociare in nuove realtà autoritarie, in
nuove forme di oppressione e di dominio, in forme persino
distruttive. L'altra tendenza è quella che vive allo stato
potenziale, nel movimento e che, se non si vuol perdere l'occasione,
va adesso organizzata anche in un progetto politico capace di dare
forza e efficacia al conflitto in corso e di disegnare, in una
prospettiva di più lunga durata, l'alternativa di società. La
globalizzazione del tempo della crisi è caratterizzata
dall'instabilità. L'instabilità ne è la conseguenza diretta ma è
anche la manifestazione del carattere aperto della fase attuale,
cioè del suo poter dare luogo ad esiti del tutto differenti tra
loro. Se il lavoro e la condizione sociale definiscono la terra di
questa contesa, la guerra ne definisce il cielo. Col procedere della
globalizzazione capitalistica, col mutare delle fasi del suo
sviluppo, gli Stati Uniti d'America vengono svolgendo un discorso e
una politica di guerra. Su di essa e con essa vengono proposte
un'idea delle relazioni internazionali, un assetto geopolitico del
mondo, un rimodellamento dei rapporti tra gli stati e con
l'economia. La sfida brutale e distruttiva del terrorismo viene
assunta in questo quadro, come un gradino da scalare in
un'escalation sottratta alle decisioni e al controllo di qualsiasi
organismo internazionale dotato di qualche sovranità o
rappresentanza. L'ONU è morta e con essa il disegno che l'aveva
originata. Ma persino la NATO, che aveva aspirato al ruolo di
monopolista mondiale della forza, è messa da parte e sostituita da
un sistema di alleanze a geometria variabile di cui fermo è solo il
fulcro, gli Stati Uniti d'America, e stabile è solo l'obiettivo
strategico della piena realizzazione della globalizzazione
capitalistica. E' a questo fine che viene combattuta una lotta senza
quartiere sui terreni economico, ideologico e militare. Non sarà
precisamente l'asse del male, come lo definisce Ignacio Ramonet, ma
certo che il FMI, la Banca Mondiale e il WTO costituiscono un asse
assai importante di questa lotta, dello stesso restringimento della
democrazia e della crisi della sovranità nel mondo.
Non sarà
precisamente come ha scritto l'International Heral Tribune che: "Gli
Stati Uniti sono, in qualche modo, il primo stato proto-mondiale.
Hanno la capacità di porsi alla testa di una visione moderna
dell'impero universale, un impero spontaneo i cui membri si
sottopongono volontariamente alla sua autorità". Non sarà
compiutamente così, ma certo è che la globalizzazione ha eletto gli
USA a nazione privilegiata, sia in nome della sua potenza militare,
che in nome del suo modello sociale. Vorrei solo ricordare, per dire
cos'è la flessibilità negli USA, che il tasso di povertà è più alto
tra i lavoratori occupati in America che tra i disoccupati nei 5
paesi del Nord Europa. Nascono così i nuovi signori della guerra e i
loro vassalli accumunati dalla accettazione della guerra ai fini di
abbattere qualsiasi strozzatura negli scambi dell'economia
globalizzata. Si costituisce così, con la violenza e il dolore, il
nuovo assetto del mondo. Troppe sono le vittime, in primo luogo
quelle umane, ma ce ne sono anche di rilevanti sul terreno della
democrazia, della politica e della civiltà. Avanza una nuova
barbarie. La guerra fa danni immensi e altri ne annuncia. Ancora
devasta l'Afghanistan e già minaccia l'Iraq, mentre ogni paese,
tranne gli USA, può essere eletto a stato canaglia e bombardato. Lo
schema tende a riprodursi. La Palestina è il caso più drammatico.
Sharon non vuole la pace, né la trattativa. Ha puntato a distruggere
prima l'autorità palestinese, poi il popolo palestinese. Sentiamo
tutta la vergogna di un'Europa incapace di portare la pace a
Gerusalemme, culla della sua civiltà: incapace di portare la pace
nel Mediterraneo, terra e mare di sua elezione. Va denunciata tutta
la responsabilità dell'amministrazione Bush nel rifiuto di Israele
di concepire il riconoscimento di ciò che è essenziale per la pace
nella terra di Palestina: due stati per due popoli. Ma c'è di più.
C'è che Sharon non avrebbe potuto bombardare sistematicamente i
territori palestinesi senza la cornice della guerra. Dice Sharon: se
tu in nome della lotta al terrorismo bombardi l'inerme popolazione
dell'Afghanistan, allora anche io posso bombardare il popolo
palestinese. Poco importa che di Bin Laden sembrano persino
essersene scordati, conta di più ridurre la contesa a quella tra
guerra e terrorismo, cancellando così i popoli, le resistenze, le
istanze di liberazione. Questo è il pericolo, la minaccia. Ma non è
detto che gli riesca. Le contraddizioni si fanno più forti e lo
spazio per l'intervento della politica, delle lotte, del
protagonismo e della soggettività cresce. Per questo inviamo da qui,
insieme, al popolo palestinese e agli obiettori di coscienza
militari dell'esercito di Israele che stanno rifiutando di
continuare a fargli la guerra il nostro più fraterno saluto. La
vostra è la nostra causa, la pace contro la guerra: un altro mondo è
possibile. In questo saluto vorremmo fossero compresi tutti coloro
che nel mondo resistono o si battono per una causa giusta, dalla
Cuba dell'orgoglio di essere indipendenti, agli zapatisti che dal
Chiapas tanto ci insegnano, ai combattenti della FARC in Colombia, a
tutti coloro che non chinano la testa, alle donne che in tanta parte
del mondo non rinunciano ad affermare la loro dignità nella
differenza. Un altro mondo è possibile. E un altro mondo è
necessario, necessario prima che si possano produrre rotture
irreversibili. La specie e la natura sono minacciate. Le radici
strutturali della crisi e dell'instabilità che affondano
organicamente nella globalizzazione capitalistica, cioè nel
capitalismo contemporaneo, fanno si che esse si riproducono al punto
tale da accentuare acutamente il bisogno di un controllo globale e
totalizzante sull'intero pianeta. Nella critica alla nostra ricerca,
una ricerca che ritiene inadeguata la categoria classica di
imperialismo per interpretare le forme di dominio del nuovo
capitalismo, c'è, io credo, anche un fraintendimento. Noi non
diciamo che oggi c'è minor dominio rispetto a quello che si
esprimeva nella condizione imperialista. Dominio, violenza, crisi,
oppressione segnano il nuovo capitalismo forse di più di quello
precedente. La distanza tra dominanti e dominati si è accresciuta.
Il divario tra i paesi ricchi e paesi poveri in un secolo è
aumentato spaventosamente. Il rapporto tra le loro ricchezze passa
da 3 a 1 agli inizi del secolo, a 30 a 1 dopo la prima guerra
mondiale, fino a 80 a 1 dei nostri giorni. E se la guerra mieteva
tristemente, ieri, vite umane prevalentemente tra i soldati, si
pensi alla carneficina nelle trincee della prima guerra mondiale,
oggi stermina civili, popolazioni intere. La mano invisibile del
mercato si è fatta più ossessiva, cinica e persino cruenta. Dunque
il problema che poniamo non è certo quello di allentare la critica
al sistema di dominio, al contrario su di essa va affilato il rasoio
della critica. Ciò di cui poniamo l'esigenza è di vedere bene la
natura del nostro avversario, capire dove sta la sua forza e dove le
sue contraddizioni e, soprattutto, quale sono le forze che lo
possono contrastare e sconfiggere. Guardare al mondo della
globalizzazione con le categorie del secolo che hanno visto nascere
gli stati nazione e da essi, in contrasto con l'istanza di
indipendenze e di sovranità che li ha generati, hanno visto
scaturire il colonialismo, e per alcuni di loro l'imperialismo, può
ritardare la comprensione di ciò che accade e di come si deve
lottare oggi nel mondo. Guardare al mondo solo con gli occhiali che
ci hanno consentito di leggerlo quando il mondo era diviso in due
campi contrapposti, può produrre un effetto distorcente. Non c'è
imperialismo senza aristocrazia operaia, diceva Lenin. Se l'analisi
che facciamo della globalizzazione è giusta, il capitalismo moderno
non può più, invece, praticare un tentativo di integrazione della
classe operaia sulla base di alti salari e di larghe protezioni. I
dati statistici, le inchieste, la nostra conoscenza della realtà non
lasciano addito a dubbi. Sono proprio le conquiste dei lavoratori
nei paesi a capitalismo avanzato ad essere messe in discussione.
Addirittura, per la prima volta nella storia dello sviluppo
industriale, una nuova generazione entra nel mercato del lavoro in
condizioni peggiori a quella che l'aveva preceduta. Nel mondo del
lavoro i figli stanno peggio dei padri. Ma cambia, rispetto al
passato, non solo l'elemento distributivo, ma anche quello del
controllo, del potere. Oggi assai più che il controllo di una
potenza classicamente colonialistica o imperialista su un'area
geografica definita, su un territorio, su determinati paesi e
popoli, ai fini di realizzare una sistematica rapina, "lo stato
rentier", lo stato usuraio di cui parla Lenin, oggi diventa decisivo
il controllo dei flussi e delle risorse strategiche del mondo intero
senza limiti e confini. Sotto, nella e sopra la terra, dalla materia
inerte a quella vivente, dal petrolio, alle sementi, dall'acqua alle
piante, agli animali, dai corpi al gene. Verso il '900 furono
occupati dalle potenze coloniali i 9/10 dell'Africa: oggi l'Africa
non è occupata, ma è sistematicamente sfruttata, rapinata,
violentata da questo tipo di sviluppo.
Ieri si produsse una lotta
così intensa, da riempire il mondo di guerre, per la ripartizione
del mondo: oggi si riempie il mondo di guerre, una guerra indefinita
e infinita per metterlo tutto a disposizione della globalizzazione
capitalistica. E per farlo si costituisce una rete di vecchie e
nuovi poteri statuali e non statali, che, di fatto, governa il
mondo, esercitando una inedita forma di dominio. Non vedo la
contraddizione nell'indicare questo assetto capitalistico del mondo
come insieme, unipolare e oligarchico. Le due definizioni parlano di
due aspetti diversi e complementari.
E' un mondo unipolare perché
il nuovo capitalismo è sorto del crollo del sistema dei paesi
dell'Est e si è pressoché unificato sotto la mondializzazione del
mercato e dei capitali. Il suo assetto di potere è oligarchico
perché il comando politico è esercitato da un concerto di stati
sotto la direzione americana e da un sistema di istituzioni
legittimate solo dal loro essere funzioni richieste dalla
globalizzazione, dal FMI, alla Banca mondiale, al WTO, variabili gli
uni e le altre in funzione degli obiettivi strategici emergenti. Si
tratta di una sistematica demolizione della democrazia e della
sovranità e degli ordinamenti costituzionali forti. Gli stati non
scompaiono, ma subiscono un trasferimento di potere, una
trasformazione regressiva del loro ruolo. In Europa la lotta di
classe e la sfida generata dall'esistenza del campo socialista li
aveva fatti protagonisti della creazione dello stato sociale e di
una democrazia allargata che si poggiava sulla crescita del potere
contrattuale dei lavoratori. Oggi la sconfitta del movimento
operaio, i processi di omologazione politica che hanno investito la
più parte delle sue organizzazioni, il crollo dell'Est e la
globalizzazione assegnano allo stato un ruolo non marginale ma
interno alla demolizione dello spazio pubblico e del compromesso
democratico. Il suo ruolo è stato rovesciato. Restano, certamente,
nel mondo e in Europa punti di resistenza e in ogni caso la
dimensione statuale e istituzionale nazionale o sovranazionale resta
terreno di conflitto e di iniziativa politica. Ma non si può, oggi,
pensare che la globalizzazione capitalistica possa essere sconfitta
da un conflitto interstatuale, magari promosso dalla Russia o dalla
Cina, esse stesse attraversate, seppure assai diversamente, da
questo stesso processo. Non si può pensare che si resista alla
potenza della globalizzazione opponendole la ricostruzione della
perduta autonomia dello stato-nazione. Né si può pensare di
contestare la globalizzazione capitalistica rianimando la democrazia
rappresentativa che abbiamo vissuto nei diversi e singoli paesi
nella fase precedente. Quella storia non ritorna, ma, per fortuna,
un'altra storia è già cominciata. La globalizzazione capitalistica
mette in evidenza le sue crisi e le sue contraddizioni. Alcune già
mostrano la possibilità, di fronte ad esse, che si affermi una lotta
e un esito progressivo. Altre sembrano dar luogo a scontri
distruttivi di civiltà, tanto da veder rinascere conflitti etnici o
religiosi in diverse parti del mondo. Ma soprattutto, la
globalizzazione ha visto nascere già il suo antagonista, almeno allo
stato potenziale: un movimento che muove dalle contestazioni dei
suoi effetti, ma che si riconosce reciprocamente nei diversi fronti
di lotta e nel filo che dipana una critica più generale. Essa è
costruita su due discriminanti di fondo, il no alla guerra e il no
alle politiche neoliberiste. Essa riscopre, attraverso l'esperienza
sociale e la partecipazione, le nuove ragioni della democrazia
diretta. Solo se sapremo leggere per quella che è la nuova realtà di
dominio e se sapremo interpretare, dall'interno, il suo nuovo
potenziale antagonista, potremmo proporci di contribuire alla
rinascita della politica e della democrazia, ed imporre la pace
contro la guerra. Anche l'Europa è a questa prova. Oggi essa è
un'area economica integrata e una moneta unica. Non è un soggetto
geopolitico autonomo, vive al suo interno un pesante deficit
democratico, non ha un modello sociale da proporre. Ha inseguito il
modello sociale nord-americano, rischia di diventare una provincia
degli USA. Eppure da molte parti del mondo si guarda ad essa con
speranza. Eppure le lavoratrici e i lavoratori di tutti i suoi
paesi, i giovani, le donne portatori e portatrici di domande ricche
di civiltà non possono che considerare l'Europa come il luogo dove
si potrebbe tentare un'altra strada. Se essa sapesse guardare alla
storia della sua cultura dei cristianesimi, degli illuminismi, dei
marxismi, come alle culture che si affacciano sul mediterraneo a
partire dall'Islam; se essa sapesse guardare alla straordinaria
storia della lotta delle classi subalterne, se persino sapesse
guardare a ciò che, seppure contraddittoriamente, è entrato, dopo la
vittoria contro il nazi-fascismo, nel suo modello sociale di diverso
da quello nord-americano, scoprirebbe, lei, Europa, di dover essere
interlocutore del movimento no-global per diventare parte della
costruzione di un altro mondo possibile. Mi pare questo, in ogni
caso, un terreno di lavoro irrinviabile per la sinistra di
alternativa in Europa e per l'intero movimento. La prossima
costituzione qui in Italia, in autunno, del forum sociale europeo
credo possa costituire un'accelerazione potente di questo nuovo
terreno di lotta. Per tutte le forze della sinistra di alternativa,
a partire da quelle che compiono l'importante esperienza del GUE, e
per il nostro partito in particolare, credo sia ormai matura l'idea
di dar vita ad una soggettività politica europea di sinistra che
faccia del rapporto con il movimento e con la ricostruzione del
conflitto di classe l'asse fondativo di un progetto politico per
un'altra Europa, per un'Europa con una missione di pace e di
cooperazione tra nord e sud del mondo, per l'Europa dell'alternativa
alle politiche neoliberiste.
Il movimento dei movimenti ha raggiunto in
Italia uno sviluppo originale un'ampiezza e una consistenza
particolare. Esso ha segnato di sé una nuova fase socialmente,
culturalmente, politicamente. Si colloca dentro un fenomeno
mondiale, i popoli di Seattle, ma cresce diffondendosi nel
territorio in grazie al suo pluralismo interno e al reciproco
riconoscimento di esperienze diverse considerate compatibili con
l'ispirazione di fondo del movimento, caratterizzato dalla
contestazione di questa globalizzazione e segnatamente
dall'opposizione alla guerra e alle politiche neo-liberiste. Su
queste basi si è affermato un movimento che si è configurato come il
primo movimento dopo il '900. Non abbiamo l'attitudine a vantare
nostri meriti, né a dar vita a qualche forma di patriottismo di
partito. Eppure questo merito va rivendicato perché non riguarda il
nostro passato bensì il futuro, cioè la nostra svolta politica e
culturale. Ci abbiamo preso. Ci abbiamo preso quando in solitudine,
abbiamo intravisto il disgelo sociale, la ripresa del conflitto. Ci
abbiamo preso quando, prima di Genova, abbiamo visto le novità della
fase, nella nascita del movimento che, impropriamente, veniva
chiamato no-global. Possiamo chiederci se l'averci preso, quando in
molti anche vicino a noi e tra noi dubitavano, non sia la conferma
sul campo della validità delle categorie di analisi più generali
sulla natura della globalizzazione capitalistica e sulle nuove
contraddizioni che abbiamo cercato di portare avanti in questi anni?
Su questa intuizione siamo cresciuti. E con il partito è cresciuta
Liberazione, il nostro giornale, che con il suo lavoro originale,
svolto in condizioni difficilissime, è andato guadagnando
un'attenzione particolare. Di questo davvero lo ringraziamo. Noi
tutti siamo cresciuti.
In ogni caso è stato importante sia per il
movimento che per il partito la scelta che abbiamo compiuto, anche
innovando con la tradizione da cui veniamo, di collocarci nel
movimento come parte tra le parti, contribuendo insieme agli altri,
e a pari titolo, alla sua crescita, dicendo la nostra, ma accettando
e praticando la risultante unitaria comunemente assunta e
abbandonando ogni propensione avanguardistica. Non ci interessa
l'egemonia del partito sul movimento, ci interessa contribuire
all'egemonia del movimento nella società. Un movimento che intanto
ha già vinto la prova della durata e quella della estensione. Non
era scontato, né facile. Poteva cadere, ha incontrato sulla sua
strada ostacoli su cui poteva infrangersi. Ci hanno provato.
Continuo ad essere convinto che a Genova la repressione non sia
stata attivata solo per il comportamento di alcuni dirigenti delle
forze dell'ordine e neppure soltanto perché al governo ci sono forze
di destra, resto convinto che quella repressione così sistematica e
così violenta sia stata scelta a livello internazionale con
l'obiettivo di disintegrare il movimento. Poteva esserlo, e se non
lo è stato, se la spirale repressione, violenza repressione è stata
disinnescata, lo si deve proprio ad una delle caratteristiche di
fondo di questo movimento, al suo carattere pacifico e non violento
che ha spiazzato l'avversario, battendo nuove e diverse strade. E
così è stato ancora quando il movimento non si è fatto schiacciare
dalla tenaglia terrorismo-guerra, scattata con la sciagurata forza
distruttiva dell'11 settembre a New York e con la sciagurata scelta
distruttiva della guerra degli USA e dei loro alleati in
Afghanistan.
Dalla tenaglia il movimento è uscito col duplice
rifiuto della guerra e del terrorismo e con l'assunzione del tema
della pace come centrale nella costruzione di un altro mondo
possibile. Il movimento si è esteso, ha guadagnato nuovi territori,
ha contagiato altri soggetti. Dalla Perugia-Assisi è arrivato a Roma
nella manifestazione contro la guerra degli USA, ha incontrato le
occupazioni e le lotte degli studenti contro la privatizzazione del
sapere della scuola, ha camminato accanto e insieme ai migranti
indicando un terreno di unità decisivo per il futuro della lotta nei
nostri paesi, ha incontrato il riemergere di lotte ambientaliste e
per la salute, in fabbrica e del territorio. Ha incontrato la
crescita del conflitto sociale. La FIOM, il più grande sindacato
industriale del paese, che sta nel forum sociale, di fronte al
contratto separato, trova il coraggio di due scioperi generali di
categoria, la partecipazione dei lavoratori è più grande che in
quelle unitarie. I sindacati di base, che stanno nel forum sociale,
dopo importanti lotte di categoria, si pensi alla scuola, proclamano
uno sciopero in tutte le categorie e portano a Roma più di centomila
persone. La CGIL, il più grande sindacato italiano, di fronte alla
sfida del governo e della Confindustria proclama finalmente, ma il
fatto è di importanza straordinaria, lo sciopero generale e
organizza la gigantesca manifestazione del 23 marzo al Circo Massimo
a Roma. La manifestazione è un evento, grande, straordinario e
nuovo.
Posso dire, senza sminuire il valore della scelta delle
diverse organizzazioni sindacali e l'impegno diretto di tutte le
lavoratrici e lavoratori che hanno scioperato, che tutto questo non
ci sarebbe stato in questi termini, in questa entità e in questa
intensità senza il movimento? Posso dire che anche lo sciopero
generale è figlio del movimento, che non ci sarebbe stato senza la
sua crescita? Ma questo movimento che è durato e si è esteso di che
natura è? La domanda non è oziosa e dalla risposta che diamo a
questo interrogativo dipende, lo riconosco, la nostra stessa
proposta politica. La nostra risposta è che si tratta di un
movimento mondiale, che porta il segno dei movimenti di lungo
periodo cioè quello di esprimere i bisogni, le ansie e i bisogni di
una nuova generazione che vive criticando la modernizzazione in cui
è immersa. La volevano, questa generazione, integrare e disintegrare
proprio in questa modernizzazione capitalistica e invece se la sono
trovata nelle strade che conducono da Seattle a Porto Alegre, nelle
contestazioni nelle scuole, e nei luoghi di lavoro e sui territori,
se la sono trovata nelle numerose esperienze sociali
extramercantili, di volontariato, di associazionismo, di comunità
liberamente scelte.
Non è un movimento esplicitamente
anticapitalistico. O, almeno, non lo è ancora. Può diventarlo e noi
lavoreremo per questo. C'è infatti già in esso un anticapitalismo
allo stato potenziale e latente. Esso si manifesta nell'approccio
del movimento ai grandi problemi del mondo, dalla guerra, alla fame,
alle malattie, all'ambiente, come a quelli locali. I suoi obiettivi
sono contro la filosofia della globalizzazione che esso definisce
neoliberista, e se non giunge univocamente a rintracciarne le cause
nel modo di produzione capitalistico certo le sa vedere nel modello
sociale e nel sistema di potere che la globalizzazione costruisce.
Porto Alegre lo ha messo in luce con grande forza, nell'incontro di
un popolo in formazione che già attraversa il mondo con la
radicalità di realtà sociali e politiche latino-americane come
quella dei Sem Terra e della CUT, il sindacato brasiliano. Per
capire cos'è Porto Alegre basta chiedersi cosa avremmo risposto a
chi qualche anno fa ci avesse interrogato sulla possibilità di un
incontro di queste dimensioni in una qualsiasi parte del mondo senza
che a convocarla fosse una centrale internazionale partitica o
sindacale o religiosa. Invece è stato e sarà possibile. E'
necessario ora proporsi di passare da Porto Alegre
all'organizzazione dell'opposizione sociale in Europa e in Italia.
L'incontro di Barcellona e la piattaforma lì varata dai governi e
dall'Unione europea, sono in rotta di collisione con le istanze del
movimento. La manifestazione a Barcellona del movimento indica le
risorse per combatterla. Il governo Berlusconi, forte anche di
quella complicità e di quella cornice, tenta in Italia uno
sfondamento. La sua base di partenza, del tutto coerente con quella
di governi europei, è il Libro bianco.
La comprensione del carattere del
governo Berlusconi e del blocco sociale che lo sostiene è
fondamentale per contrastarlo e dare efficacia all'azione di
opposizione. La discussione va fatta a fondo. A partire dalla
domanda su cosa sia oggi l'Italia. Credo abbia ragione
quell'autorevole compagno che sostiene che l'Italia sia un caso, ma
non un'anomalia. Girano anche per l'Europa democratica come in
Italia, analisi che, malgrado la radicalità di giudizio, credo
risultino fuorvianti. Cos'è il governo Berlusconi? Il ritorno del
vecchio fascismo, il riemergere di un vizio antico e profondo
dell'Italia che si riveste di nuovo, o è l'affermarsi aggressivo e
spregiudicato di un nuovo capitalismo? La tendenza neo-autoritaria
che si manifesta in una sorta di democrazia autoritaria o nello
svuotamento della democrazia fino a ridurla a un vuoto simulacro
nasce con Berlusconi, e con lui morirebbe, oppure il governo delle
destre in Italia è un caso, una specificità, certo, ma di una
tendenza più generale che investe i paesi capitalisti nell'era della
globalizzazione? Ancora, questa tendenza è una novità assoluta, il
portato dell'avvento delle destre, o questo avvento si propone
un'accelerazione, un salto ma prende forza da una tendenza che
covava da un ben più lungo periodo? E, infine, questa involuzione
neo-autoritaria riguarda solo la natura dei rapporti tra i diversi
poteri statuali, le forme di organizzazione e di occupazione dello
spazio pubblico, il pluralismo politico e istituzionale, cioè la
questione importantissima dell'autonomia della magistratura, della
radio-televisione, dei conflitti di interesse o esse sono
strettamente connesse al primato del mercato e dell'impresa nella
società, alla desertificazione dei diritti dei lavoratori , delle
popolazioni e dei soggetti, alla devastazione dello spazio pubblico?
La nostra critica, non già all'interessante fenomeno di
partecipazione, ma alle elites culturali che le hanno guidate nei
girotondi, non nasce da un'istanza di separazione, ma, al contrario,
dalla ricerca di un chiarimento che consenta l'unità dei movimenti.
In discussione c'è il rapporto tra le destre italiane e la
modernizzazione capitalistica e il rapporto tra il governo
Berlusconi e quello precedente, dove risieda la discontinuità e dove
la continuità. No, questa non è la riedizione del vecchio fascismo
contro cui la Resistenza, la pagina più alta scritta nella
formazione della nostra nazione e l'antifascismo hanno vinto la
storica e drammatica contesa. Resistenza e antifascismo che
vorremmo, nel prossimo 25 aprile, rivissuti come base di una grande
religione civile capace di parlare ancora alle nuove generazioni. Ma
ciò che abbiamo di fronte è il nuovo capitalismo che impasta
liberismo e xenofobia, privatizzazioni e populismo e che, essendo
indifferente alla democrazia, la corrode e la riduce a un simulacro.
Sentite le parole di Josè Saramago: " Tutti sappiamo che, per una
specie di automatismo verbale e mentale che non ci permette di
vedere la cruda verità dei fatti, continuiamo a parlare della
democrazia come se si trattasse di qualche cosa di vivo ed operante,
quando di lei non resta altro che un insieme di formule
ritualizzate, innocui passi e gesti di una specie di messa
laica."
E' questo il quadro in cui la tela può sempre essere
spezzata, in un qualsiasi punto e in molti punti. Non si può
rispondere a questi strappi chiedendo di fare come in America,
perché proprio quello è il modello negativo; lì il regime di
alternanza esclude il 50% degli elettori dal voto e in specie i neri
e i poveri; lì, se non sei detentore di grandi ricchezze, non puoi
neppure candidarti a Presidente; lì la irresistibile ascesa, come il
suo crollo, di un gigante dell'economia come l'ENRON parla di
giganteschi conflitti di interessi irrisolti.
La tendenza
neo-autoritarie sono un realtà. Berlusconi le cavalca e ci mette del
suo ma bisogna saper bene , a maggior ragione, ora, quel che un
dirigente lucido e appassionato del movimento operaio come Lelio
Basso sapeva già nel 1958: "La <democrazia> -scriveva Basso-
non è affatto una tendenza spontanea dell'evoluzione capitalistica,
ma al contrario è il risultato dello sforzo delle classi subalterne
per inserirsi nell'esercizio del potere: per parte sua la classe
dominante ha delle tendenze spontanee che sono in netta antitesi con
lo sviluppo della democrazia, e che, specialmente nel periodo dei
monopoli, diventano delle tendenze integralmente totalitarie". Da
ciò bisogna saperne trarre una scelta di azione politica. Vale
ancora oggi quella indicata allora: "Una politica di mera <difesa
repubblicana>, è destinata alla sconfitta: solo allargando
continuamente il terreno della democrazia, accrescendo continuamente
la partecipazione effettiva e cosciente delle masse, si può
difendere realmente le conquiste già realizzate, perché da parte
avversa non si allenta mai lo sforzo o di rovesciare le conquiste
democratiche o perlomeno di esautorarle, trasferendo il potere
effettivo fuori da ogni possibilità di controllo". Anche rispetto al
rapporto tra continuità e discontinuità del governo Berlusconi con
quelli di centro-sinistra il problema va risolto, se si vuol dare,
alla piattaforma democratica, forza e incisività. Il governo
Berlusconi tenta su molti terreni uno sfondamento, ma da dove trae
la sua forza, solo dalla sua azione d'urto? Io invece penso che è
come se Berlusconi prendesse velocità e forza per tentare gli " a
fondo" dello scivolo che ha preparato il centro-sinistra. La droga
del maggioritario, lo svuotamento delle assemblee elettive a favore
degli esecutivi, l'accettazione della personalizzazione della
politica, il presidenzialismo strisciante, il federalismo
privatizzante, lo strappo alle regole in nome di interessi di parte
(come nella vicenda delle liste civetta), la corsa all'occupazione e
alla lottizzazione degli apparati, il favoreggiamento di cordate
amiche, diciamo la dura verità, non sono nate dopo la sconfitta del
centro-sinistra, semmai ne sono state la concausa. O no? Per non
parlare di quel grande veicolo di democrazia e di passivizzazione
che è il sistema delle comunicazioni di massa, il sistema
radio-televisivo, su cui è giusto temere oggi l'affiancamento alla
flotta Mediaset ma di cui non si può sfuggire all'indagine critica
su quanto e per quanto tempo si sia omologata alla TV commerciale e
al pensiero unico e come, anche nel tempo del centro-sinistra, abbia
fatto da coro al governo fino a partecipare a forme di linciaggio
verso il dissenso e la critica, come ci è capitato di subire
direttamente quando rompemmo con il governo Prodi. Bisogna vedere
bene da dove e da quando venga la tendenza a tenere fuori
dall'informazione la critica, l'esperienza concreta di vita e di
lavoro, le lotte. Se vuoi impedire a Berlusconi lo sfondamento, devi
rompere con tutta questa storia. Quel che voglio dire è che per
combattere Berlusconi dobbiamo evitare un atteggiamento che pure ha
grandi precedenti nella cultura italiana. Sembra a volte tornare
l'errore di Benedetto Croce sul fascismo, l'idea della parentesi che
si apre e si chiude, come una malattia, nella storia del paese.
Sembra, a sentire molti, che se si togliesse Berlusconi, l'Italia
sarebbe un paese vivibile, come dicono, un paese normale. Non
intendono che è proprio la normalità del nuovo capitalismo che
corrode la democrazia, che apre la porta alla crisi della coesione
sociale e che è per quella porta aperta che passa Berlusconi, come
estremizzazione di quella già intollerabile normalità. Per questo
egli può scrivere, pensate un po', proprio sul lavoro, un documento
comune con Blair, a dire quanto poco valgano ormai le vecchie
etichette politiche e a dire per quali vie passi il processo di
americanizzazione in Europa. Perciò democrazia e modello sociale
sono due facce della stessa medaglia. Lo sono nell'offensiva delle
destre, lo sono nei processi di fondo della società, lo devono
diventare nella ricostruzione dell'alternativa. Le leggi vengono
varate dalle destre per modificare a fondo la costituzione materiale
del paese e per preparare una radicale revisione liberista anche
della sua costituzione formale. Anche nel simbolico esse lavorano a
disegnare un modello sociale radicalmente classista. Le loro leggi
dicono chi e come deve essere libero e chi, al contrario, e cosa
deve essere controllato, messo sotto controllo. Mai si è era visto
in Italia un disegno di società così duramente classista. Lo
impediva non solo la presenza di un movimento operaio e di sinistra
particolarmente forte, ma anche l'influenza sulle istituzioni della
cultura del cattolicesimo democratico. Non c'è bisogno di nessun
sforzo di interpretazione; le destre fanno quello che dicono, Basta
guardare alla produzione legislativa fatta o annunciata dal governo
per averne l'impressionante conferma. La logica di classe viene
dispiegata senza alcun ritegno, La legge sulle rogatorie, quella sul
falso in bilancio, l'incredibile detassazione di ogni tipo di
eredità, anche la più imponente, e delle donazioni (che suggerisce
una sorta di fuoriuscita dal mondo moderno), la mancata soluzione
del conflitto di interessi sono l'espressione di una linea precisa,
anche se quasi incredibile per quanto è netta la sua rottura persino
con la fase precedente dello stesso sviluppo capitalistico e con
l'intera costruzione dello stato moderno, per quanto borghese.
Queste leggi riconoscono la libertà assoluta, cioè l'arbitrio della
ricchezza, della grande proprietà, degli affari. Essi vengono messi
dalla legge fuori e sopra la legge stessa. Alla ricchezza tutto è
consentito, permesso, garantito. Il fine di accrescersi, di
accrescere la ricchezza, giustifica ogni mezzo. Ma se essa viene
liberata da ogni controllo, il controllo, all'opposto, si abbatte
sulla società al fine di evitare che essa si possa organizzare per
affermare, contro il potere costituito, e contro questa
organizzazione sociale, i suoi bisogni. La legge impedisce, preclude
e abbatte storici diritti. C'è un filo preciso, duro, che lega la
legge Fini-Bossi, sull'immigrazione, alla messa in discussione
dell'art.18 sui licenziamenti. E' l'idea di dividere, di impedire le
unificazioni sociali, di privare i soggetti dei diritti che
consentono loro di esprimersi socialmente con l'azione collettiva,
che è il fondamento della democrazia moderna. L'economia del paese
ha bisogno del lavoro degli immigrati, ma ad essi vengono negati i
diritti di cittadinanza. Al fondo c'è la stratificazione dello
sfruttamento e la tendenza a trascinare verso il basso, a partire
dagli immigrati, l'insieme delle tutele, delle garanzie, del
salario, della possibilità di reagire all'oppressione e
all'ingiustizia, La messa un discussione della difesa dal
licenziamento ingiustificato (ricordate l'insulto al lavoratore del
licenziamento ad nutum?) non ha solo, e ce l'ha, un valore
simbolico; esso sposterebbe drammaticamente il rapporto tra le
classi, abbatterebbe difese e argini di resistenza. Già c'è, nella
nostra società, una ricatto immanente che agisce contro i
lavoratori, quello della perdita del posto di lavoro (dice niente
Gela?), quello di sentenze che calpestano diritti e dignità dei
lavoratori (dice niente il cloruro di vinile, Porto Marghera?),
quello iscritto fisiologicamente in tutti i contratti atipici che
hanno incorporato fin dall'inizio il diritto del padrone a
licenziare (dice niente la lotta disperata delle ragazze e dei
ragazzi cacciati dalla Fiat a Mirafiori?). Nella costituzione
materiale delle relazioni sindacali, dei rapporti sociali in Italia,
l'abbattimento dell'art.18 sarebbe un monumento eretto al controllo
del padrone sul lavoratore. Alla libertà degli affari, in alto,
corrisponde, in basso, un controllo occhiuto e ricattatorio che ha
di mira, il cuore della contesa, il lavoro, la prestazione
lavorativa, la vita di lavoro.
Ad esso si affianca, per chi sta
ancora più in basso e al fine di concentrare l'attacco sul lavoro,
ciò che chiamano il liberismo compassionevole, un soldo elargito dal
potere, a sua discrezione, a chi è ormai ridotto a non aver più
alcun potere, al fine di lenire una malattia che è proprio quella
politica neoliberista ad alimentare giorno per giorno. Dà 10 e
toglie 100, come nel caso delle pensioni. Anche se questo non ci
esonera da una nostra controffensiva. Per esempio per dare a tutte e
a tutti i pensionati sotto il milione e senza più sottrarglielo con
le tasse, il giusto aumento.
In mezzo, nell'organizzazione della
società, la linea delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni, di
cui non sarà mai a sufficienza denunciata la storica responsabilità
del centro-sinistra di averle avviate, fino a giungere allo
scandaloso finanziamento della scuola privata. In ogni caso, ora
questa linea demolisce lo spazio pubblico, pregiudica un intervento
attivo dello stato nell'economia, erode drasticamente lo stato
sociale. Dicono: è il mercato, bellezza. E' la legge della giungla,
rispondiamo. E perciò ci ribelliamo. Perciò non ci stiamo, perciò ci
proponiamo un salto di qualità nell'opposizione al governo
Berlusconi.
Nella lotta sociale esso sta già intervenendo: la
straordinaria manifestazione del 23 marzo e lo sciopero generale
proclamato da CGIL, CISL e UIL e autonomamente dai sindacati di
base, ne sono il coronamento. Dobbiamo saperlo fare più
complessivamente. Per capire da dove partire bisogna intanto capire
perché il governo Berlusconi ha scelto questa via, la via dello
scontro frontale. Non era scontato. Poteva scegliere il modello
Aznar, sostanzialmente la stessa linea ma attraverso la ricerca di
un'intesa con il sindacato, almeno con chi tra i sindacati fosse
disponibile a farlo, pagando a questo fine il prezzo di un qualche
rallentamento e di un qualche compromesso che tuttavia non alterasse
la linea di fondo, quella della flessibilità del lavoro. Quello del
Libro bianco. A questa linea lo spingevano (e lo spingono) alcuni
settori sindacali e anche alcuni importanti settori padronali poco
propensi a veder scossa la pace sociale. Credo che il governo sia
stato effettivamente diviso tra queste due vie e, persino, per un
periodo, incerto su quale prendere. E' un'incertezza che può
tornare, ma la scelta della via dello scontro frontale ha una sua
ragione immediata. La Confindustria di D'Amato fa della messa in
discussione dell'art.18 un suo cavallo di battaglia e Berlusconi ha
scelto, in primo luogo, di non incrinare il suo rapporto con
l'azionista di maggioranza del governo. Ma c'è di più, una scelta
così onerosa e avventurosa si spiega solo se ne sopporta una di
valore strategico, una scelta di fondo. E allora è il thacherismo,
cioè l'idea di trapiantare in Italia un modello di rapporti sociali
e di relazioni sindacali che passa, insieme, per l'attacco ai
diritti dei lavoratori e per la demolizione del sindacato così come
esso è. Ma questa scelta potrebbe rivelarsi un azzardo persino per
il governo delle destre, e diventare avventurista. L'Italia mette in
luce una capacità di mobilitazione senza pari, rivela quanto
profonda in questa terra sia l'onda lunga della partecipazione, del
protagonismo delle masse. Da questa precipitazione neo-liberista e
da questa straordinaria reazione di classe e di popolo può nascere
la possibilità di invertire la lunga tendenza di questi lunghi
ultimi anni, può nascere la possibilità finalmente di vincere una
battaglia. Berlusconi può perdere sull'art.18 e noi possiamo
contribuire ad aprire un processo sociale e politico altrimenti
impensabile. Per tanto tempo siamo andati, insieme alle parti più
vive del sindacato, ponendo l'esigenza fondamentale dello sciopero
generale e accompagnando col nostro impegno le lotte che andavano in
questa direzione, da quelle della FIOM a quelle dei sindacati di
base. Ora giungiamo a questo appuntamento e su di esso dobbiamo
investire a fondo, senza reticenze. A cominciare dal costruire
insieme il 16 aprile, come è stato efficacemente detto, lo sciopero
generalizzato, sociale di cittadinanza. E tuttavia un pericolo
dobbiamo saperlo vedere, se vogliamo poterlo sventare. Quel pericolo
ha una memoria, l'84. Quello scontro non fu perso, fu
sostanzialmente abbandonato, dopo una forte grande resistenza
organizzata dalla CGIL contro l'attacco del governo alla scala
mobile e al potere contrattuale, cosicché lo stesso referendum fu
logorato e minato. Fu proprio il rientro del sindacato a negoziare
il non negoziabile che lo condusse fino ad accettare
progressivamente la cancellazione di quella grande conquista
egualitaria e di potere che era la scala mobile. La manifestazione
del 23 marzo getta le condizioni perché questo rischio possa essere
evitato. In essa confluiscono i movimenti di questi mesi e ne fanno
la ricostituzione del mondo del lavoro persino al di là dei suoi
confini sociologici, del mondo del lavoro come senso di sé, come
coscienza di sé. Una cosa diversa dal pur straordinario moto
difensivo, estremo perché ultimo di un intero ciclo di lotte
operaie, dell'84 e diverso pure dall'enorme contestazione politica
di massa dell'94 contro il taglio alle pensioni del governo
Berlusconi. Oggi il popolo di classe del Circo Massimo porta
evidenti i segni ricchi e creativi della crescita del movimento
no-global e parla di un possibile futuro. La CGIL sembra consapevole
della non negoziabilità dell'art.18. Ma la partita è pur sempre
difficilissima. Cosa c'è dopo lo sciopero generale, e prima e
insieme? Tocca anche a noi dare una risposta.
Nasce da questi
interrogativi la nostra proposta di una convergenza tra le
opposizioni per offrire, in tutta autonomia, una sponda politica al
conflitto sociale, per portare lo scontro nelle istituzioni, contro
il governo, al livello del conflitto sociale. Essa non ha alcuna
curvatura politicista, non pone il problema dell'alleanza politica
con il centro-sinistra, risponde a tutt'altra logica, punta a
tutt'altro percorso e a ben altri esiti politici. Essa interviene
nell'immediatezza. Coglie il bisogno politico di massa che ha
attraversato tutto il 23 marzo, coglie la domanda di massa di unità
e risponde con una proposta di unità d'azione delle opposizioni.
L'obiettivo è chiaro: vincere questa battaglia. La proposta è
chiara, propone una forma di lotta radicale in parlamento,
l'ostruzionismo, e una iniziativa forte e innovativa nella società,
un pacchetto forte e concentrato di referendum. Essa è però stata
interpretata da qualcuno come chissà quale nuovo capitolo
dell'infinita storia del figliol prodigo o, meno incredibilmente, e
più maliziosamente, come una sorta di maxi-emendamento al documento
congressuale. Si potrebbe lasciare semplicemente la smentita ai
fatti se non fosse che la prima mostra una pressoché totale
incomprensione della nostra linea politica e, ancor di più, della
innovazione che proviamo ad introdurre nella cultura politica con la
nostra pratica e nel suo rapporto con il movimento. Mentre la
seconda rivela un'idea della linea, a cui sono assai lontano,
un'idea autarchica della linea politica come di un'autosufficienza
che vale in sé, in attesa che siano i fatti ad aderire ad essa. Al
contrario, io penso che, dichiarata la meta e indicata la
traiettoria, essa vada costantemente ricostruita, rispetto ai
mutamenti che intercorrono, per poter incidere sul corso degli
avvenimenti. In questo caso, poi, tutto è molto semplice: nella
situazione si determina una grande novità, ad esso si corrisponde
con un'iniziativa politica nuova. Se no, francamente, la politica
può andare a casa.
Tutt'altro capitolo, seppure sempre interno a
ciò che possiamo definire unità d'azione, è quello sulle prossime
elezioni amministrative di primavera. Un appuntamento politico
importante ma non perché rappresenterebbe un test del governo
Berlusconi o, al contrario, dello stato salute del centro-sinistra o
persino di misura della nostra crescita di consenso. No, è
importante perché di grande peso è la questione del governo locale
stretto tra le politiche restrittive del governo centrale e la
crescita di una domanda di qualità e di pubblico che nasce nei
territori e nelle città. Porto Alegre ha visto anche vivere un
confronto su questi temi, noi ci stavamo come al Forum Sociale, ma
li sono venuti anche esponenti di vari riformismi, sindaci di
diverse città. Per noi quel che si dice a Porto Alegre, vale a
Genova come a Reggio Calabria. Il bilancio partecipativo non è un
modello astratto, ma è un'idea generale di governo della città, del
territorio, fondato sulla partecipazione popolare e sulla necessità
di rivitalizzare una democrazia rappresentativa indebolita e
depotenziata dall'alto (il governo centrale) e dal suo interno (la
marginalizzazione delle assemblee elettive) attraverso un'iniezione
forte di democrazia diretta. Così la questione del programma prende
nuovo corpo. I problemi delle periferie, della scuola, della sanità,
dei trasporti, dell'assistenza e della vivibilità incontrano quello
di come tornare alla capacità di disegnare il profilo futuro di una
città nel suo sviluppo, nell'urbanistica, nella cultura della vita.
Vedete quanto i temi del movimento investano ormai anche le elezioni
amministrative, anche il governo locale. Una ragione in più, per
noi, per essere protagonisti della ricerca di una unità delle forze
democratiche ed aperte, qualificata da questo nuovo slancio, non
solo per impedire alle destre di allargare alla periferia il governo
liberista, cosa certo utile, ma, soprattutto, per portare negli enti
locali il vento dei movimenti che attraversano il paese. Ci stiamo
riuscendo in moltissime situazioni. E' importantissimo che la
campagna elettorale delle alleanze in cui stiamo esprimano la
ripresa di partecipazione che vive il paese, che sappiano
valorizzare e collegarsi al conflitto sociale, che sappiamo dare
spazi e voce al movimento. In ogni caso è questo quello che farà il
PRC. Ma una campagna elettorale non deve essere considerata altro
rispetto al lavoro politico del partito. E' più in generale che
dobbiamo saper cogliere per intero il segno dei tempi.
Ho già
detto quanto pensi che la manifestazione del 23 marzo sia essa
stessa attraversata dal segno dei tempi. Diversa da quella dell'84
come da quella del'94, essa è attraversata visibilmente dalla
crescita dei movimenti, Ciò non riduce l'importanza della scelta
della CGIL, né la sua rappresentanza, essa dice di una dimensione
più ampia di quella sindacale e persino di quella tradizionale della
politica, una dimensione che potremmo chiamare meta-politica, una
dimensione che vive nel rapporto tra lo specifico, l'opposizione
alla liquidazione dell'art.18, e il generale, una rinascente idea
condivisa di giustizia, di democrazia e di partecipazione. E' come
se il 23 marzo al Circo Massimo un movimento allo stato nascente sia
tornato a dar corpo e visibilità ad un mondo del lavoro non solo
sociologicamente definibile nel lavoro dipendente ma come
costituzione di una nuova coscienza di sé. La lotta di classe
riemerge quale protagonista. Perciò la lezione appresa dal movimento
dei movimenti è chiamata ad un'altra applicazione. Sarebbe insensato
tentare una qualsiasi strumentalizzazione di questo conflitto
sociale, così come sarebbe delittuoso chiamarlo ad un qualche
collateralismo con le diverse ipotesi politiche. Abbiamo imparato
dal movimento a contribuire, dall'interno, al suo sviluppo. Vogliamo
contribuire, dall'interno, a portare alla vittoria la lotta delle
lavoratrici e dei lavoratori contro una legge che vuole la libertà
di licenziare. Questa volta, dopo tanto tempo, si può vincere e si
deve vincere. Berlusconi può essere sconfitto. C'è anche il rischio
di rifare, in tutt'altre condizioni, come l'84; esso, tuttavia, può
essere scongiurato. Ma qui occorre anche la messa in campo della
nostra autonomia di partito e dell'autonomia delle forze
antagoniste. Credo, cioè, che, partendo dall'interno del movimento
di lotta sociale, bisogna andare oltre, lavorare alla costruzione di
una piattaforma alternativa, di ricomposizione unitaria di tutti i
movimenti, e in primo luogo tra il conflitto sociale e il movimento
dei movimenti. L'obiettivo di estendere a tutte e a tutti, anche a
coloro che ne sono esclusi, la tutela dell'art.18 potrebbe esserne
un primo passo. Perciò guardiamo con interesse e condivisione
l'impegno di quanti si propongono di dar vita ad un referendum per
conquistare l'obiettivo. Il mutamento della composizione del lavoro,
l'enorme dilatazione della precarietà e dei contratti atipici, la
frantumazione del mondo del lavoro propongono con forza l'esigenza
di obiettivi unificanti. Questo potrebbe essere un primo passo. Una
convergenza delle opposizioni su un punto così significativo per la
rottura con le politiche neo-liberiste e così significativo di un
idea più generale di costruzione di diritti e di poteri dei
lavoratori sarebbe, davvero, un grande segnale di risveglio. Si
potrebbe, allora, accompagnare lo sviluppo delle lotte sociali, con
una forte e concentrata stagione referendaria che cammini sulle due
gambe fondamentali nello scontro con le politiche delle destre, la
riconquista di aspetti importanti dello stato di diritto, dalla
legge sulle rogatorie al conflitto di interesse, e la conquista di
diritti agibili per le popolazioni lavorative e per le istanze
ambientaliste.
Basta però riflettere sulle ragioni per cui una
proposta così forte che colma un vuoto, che supera una debolezza
nella lotta in difesa dell'art.18 non è ancora decollata per
individuare un problema politico e per doversi proporre di cercare
la soluzione . Se la manifestazione del 23 marzo ha messo in
evidenza tutta la sua forza, il punto debole riguarda, con ogni
evidenza, il fatto che la tutela contro i licenziamenti
ingiustificati tocca solo una parte del mondo del lavoro e che
quell'altra, quella senza protezione, è venuta crescendo con il
decentramento dell'apparato produttivo, mentre la sua tutela
complessiva, quella sociale e contrattuale, è ancora diminuita. Ma
per colmare questo vuoto bisogna uscire proprio da quella logica
della compatibilità, da quell'accettazione del primato della
competitività e del mercato e dunque rompere con quel punto di vista
dell'impresa che è stata dominante in tutto il ciclo degli ultimi
anni, nella sinistra moderata come nel sindacato confederale. Noi
come sempre nei momenti alti del conflitto sociale investiamo su di
esso e su chi nè protagonista. Da qui la sottolineatura
dell'importanza della scelta della CGIL, come dello sciopero
generale promosso dalle confederazione per il 16 aprile, altra tappa
cruciale di questa mobilitazione. Ma ciò non ci fa dimenticare che
la CGIL, anche nel suo ultimo congresso , che pure sceglie il no
alla guerra e lo sciopero generale, resta, sul terreno fondamentale
degli obiettivi rivendicativi e delle politiche contrattuali, dentro
una logica continuista con una stagione del tutto perdente e
gravemente dannosa per i lavoratori e per il movimento, quella della
concertazione. Oggi abbattuta da destra quella politica, c'è il
problema ineludibile di una nuova piattaforma sociale sugli orari,
sui salari, sulla prestazione lavorativa e gli assetti dei diritti e
dei poteri. E' in questa battaglia politica che può affermarsi una
sinistra sindacale capace di porre l'obiettivo strategico di un
nuovo sindacalismo confederale autonomo, democratico e di classe e
di porlo con efficacia dentro il nuovo ciclo di lotte. Si affaccia
per questa stessa via il tema più generale dell'autonomia delle
forze antagoniste. Esso richiede una capacità di essere declinato in
una nuova connessione tra sociale, economico e politico, in una
terra dove i vecchi.confini sono travolti. E allora anche
l'autonomia delle forze anticapitaliste, antagoniste, comuniste deve
assumere una nuova frontiera che attraversa i movimenti, che si
rapporta diversamente a movimenti tra loro diversi, che va
dall'internità al movimento no-global al rapporto dialettico con le
lotte sindacali, che lavora alla loro ricomposizione mettendo al
centro la ricerca di unità tra le classe operaia tradizionale, le
nuove collocazioni di lavoro e tutte le soggettività critiche.
L'obiettivo strategico è ambizioso ma chiaro: la nascita di un nuovo
movimento operaio. Il Prc vi può contribuire da subito, battendo la
via impervia ma indispensabile del nesso tra immediatezza e
prospettiva, tra presente e futuro. La costruzione di una
piattaforma alternativa ne è un momento qualificante.
Per noi,
per le forze di sinistra di alternativa, per il movimento si delinea
un compito ambizioso. Si tratta di partire dalla straordinaria
crescita dei movimenti, per far nascere e vivere un vero programma
di alternativa. Ci abbiamo provato in tutti questi anni, con grandi
difficoltà, a volte riuscendo a far emergere una questione, le
pensioni, le 35 ore, il salario sociale, ma quasi sempre dall'alto,
utilizzando una particolare congiuntura politica, o attraverso delle
convergenze, importanti ma limitate, con aree di sindacalismo
militante o in realtà particolari. Oggi possiamo compiere il salto.
L'idea di fondo resta quella della conquista dal basso, dal
conflitto, del vincolo interno, cioè un'insieme di conquiste, sulla
base delle quali e con le quali costruire una svolta nella politica
economica e sociale dello stato a livello nazionale ed europeo. Ma
quel che cambia può essere decisivo per la sua sorte; cambia,
infatti, la fase e cresce sulla scena il movimento e sul suo
allargamento rinasce il conflitto sociale. E' l'ora della
costruzione di un'inversione di tendenza. Penso che dobbiamo aprire
una campagna, prolungata e articolata, sul salario europeo. A moneta
unica, salario europeo. Va riaperta in grande, in Italia e in
Europa, la questione distributiva. Sia in termini di uno spostamento
a favore di salari e basse pensioni, sia nei termini della
costruzione di un nuovo ciclo delle politiche salariali, ai fini di
concorrere, insieme alla conquista di nuovi diritti, alla
riunificazione delle diverse condizioni di lavoro, dagli stabili ai
precari, dai lavori autonomi di ultima generazione ai disoccupati.
Il salario sociale per chi è senza lavoro e il salario minimo
intercategoriale per tutti coloro che, nelle più diverse forme,
lavorano sono pezzi della risposta a questo problema.
E così sui
temi della vecchia e nuova prestazione lavorativa può rinascere una
nuova critica dell'organizzazione e del mercato del lavoro, che
sottolineata drammaticamente da Porto Marghera a Gela, già riprende,
in parecchie esperienze un discorso, quello dei Maccaccaro e degli
Oddone, che sembrava purtroppo lontano. Ma allora perché non
riprendere con la più giovane generazione e con le donne
un'iniziativa sugli orari di lavoro e sui tempi della vita?
L'esperienza ATTAC per la raccolta delle firme su una legge di
iniziativa popolare sulla Tobin-tax e sulla costruzione di una rete
di rapporti nel paese ci dice quante e diverse potrebbero diventare
le forme e le organizzazioni delle soggettività in progetti per
obiettivi. Ci dice come una proposta di legge possa diventare il
veicolo di un discorso più ampio, di crescita della coscienza e
della mobilitazione sulle ingiustizie del mondo, di critica alla
presunta scientificità dell'economia e, perché no?, la base di una
necessaria contestazione della controriforma fiscale (ridurre le
tasse ai ricchi e aumentarle ai poveri) a cui il governo si
appresta. Abbiamo detto, intuendo nell'essenziale il passaggio, da
Porto Alegre all'opposizione sociale in Italia. Ma oggi noi vediamo
meglio i nessi e gli allargamenti che la crescita stessa dei
movimenti ci propone. Giustizia e democrazia si tengono nella testa
dei nuovi protagonisti. Cresce una nuova condivisione dell'esigenza
di uno spazio pubblico: uno spazio pubblico da ricostruire
strappandolo alla privatizzazione. Se guardi a questo tema dal Sud,
dal Mezzogiorno, non puoi non considerarlo decisivo. Il Sud spazzato
dai venti del neo-liberismo intreccia economia legale e criminale,
degrada interi territori mentre ne eleva altri però a prezzi sociali
e civili spaventosi. Su questa via, per il Sud, c'è solo l'approdo
delle gabbie, gabbie salariali, gabbie di diritti, gabbie di vivere
civile. Al contrario, la sua collocazione nel Mediterraneo e le sue
risorse culturali, ambientali, umane candiderebbero il Mezzogiorno a
luogo di vocazione per un altro sviluppo possibile, uno sviluppo di
alta qualità. Ma per imboccare questa strada ci vuole un progetto e
un intervento pubblico inediti. Già, lo spazio pubblico. Già le
esperienze delle lotte degli insegnanti e la ricchissima esperienza
delle occupazioni delle scuole contro la legge Moratti avevano posto
un problema. Per mille rivoli lo stesso si è affermato nella sanità,
contro la malasanità e le molte privatizzazioni. Ma, se guardi più
al fondo della stessa questione della RAI-TV, incontri un problema
analogo, quello di liberare degli spazi pubblici dove far vivere e
costruire lo spirito della Repubblica, contro gli spiriti selvaggi
del mercato. All'inizio del secolo la scuola, oggi ancora la scuola
e, insieme ad essa, le comunicazioni di massa, sono state e sono
diventate il territorio di una grande sfida che ha per posta la
coscienza della nazione e la formazione del cittadino. Bisogna
bucare il muro della tranquillizzante richiesta di pluralismo nella
formazione e nell'informazione pubblica, per arrivare al problema
della produzione culturale, alla costruzione della conoscenza e
della coscienza pubblica. Certo che ci vuole il pluralismo, anche
quello partitico. Ma bisogna salire più in alto. Ci vuole un
pluralismo forte, quello che sa assumere le discriminanti della
guerra e del neo-liberismo. Ma bisogna salire più in alto ancora,
cioè tornare alla critica della realtà, alla critica della
mercificazione dei rapporti umani. Bisogna ripartire da una critica
dell'esperienza alla mistificazione e dalla critica alla costruzione
delle culture separate e alienate e alienanti. E' stata scritta
un'intera biblioteca sul tema. Ma io preferisco far ricorso ad una
critica alla cultura alta, formalizzata e mistificante che viene da
un'esperienza povera ma straordinaria di tanti anni fa, che mi
piacerebbe l'intero movimento muovesse sistematicamente contro
l'intero sistema della formazione e dell'informazione. Da lettere a
una professoressa "A lei le rombano sotto le finestre mille motori
al giorno. Non sa chi sono né dove vanno. Io so leggere i suoni di
questa valle per chilometri intorno. Questo motore lontano è Nevio,
che va alla stazione un po' in ritardo. Vuole che le dica tutto su
centinaia di creature, decine di famiglie, parentele, legami? Lei se
parla con un operaio sbaglia tutto: le parole, il tono, gli scherzi.
Io so la cosa che pensa mentre ne dice un'altra. Questa è la cultura
che avrebbero voluto avere i poeti che lei ama. Nove decimi del
mondo l'hanno e nessuno è riuscito a scriverla, dipingerla,
firmarla. Siate umili almeno".
Ecco noi dovremmo pretendere
l'umiltà dell'istituzione scolastica come di quella della
comunicazione pubblica, la RAI-TV, per farvi entrare l'esperienza
delle donne e degli uomini e con essa la critica ad ogni assetto
sociale e di potere che la opprime. Come si vede la costruzione di
un programma di alternativa non è roba da ufficio studi, è un
processo aperto in cui noi possiamo fare la nostra parte, di
proposta, di tessitura di relazioni tra soggetti diversi, di
partecipazione diretta dell'organizzazione delle lotte. Anche se un
lavoro di ricerca programmatica viene fortemente sollecitato. Per
questo pensiamo di dar vita ad una sorta di fondazione aperta
all'impegno di ricercatori e di studiosi che, utilizzando appieno
tutta l'esperienza e le relazioni accumulati dal nostro comitato
scientifico, possa compiere il passo avanti che ci viene sollecitato
anche dai rapporti che sono cresciuti in particolare in Europa, ma
non solo in Europa, con altri luoghi di ricerca interessati allo
stesso impegno. Abbiamo detto: da Porto Alegre all'opposizione
sociale, e ora aggiungiamo, alla costruzione dell'alternativa. La
proposta che abbiamo avanzato, e che da questo congresso rilanciamo
con senso acuto di una stringente necessità, è quella dell'apertura
di una fase costituente in Italia per la sinistra di alternativa.
Non la cerchiamo come la proiezione del movimento, la cui autonomia,
il cui pluralismo, la cui articolazione e diversità e la cui forma
originale di politicizzazione sono da noi considerate componenti
decisive della sua storia e del suo futuro. Al rovescio è la
sinistra di alternativa che deve nascere assumendo il rapporto col
movimento, a partire dalla discriminante contro la guerra e contro
il neo-liberismo, come fondativi della propria soggettività politica
costituendosi, in un processo aperto e plurale, nella fisionomia e
anche nella forma organizzata. Noi comunisti vorremmo parteciparvi
con altri che comunisti non sono, noi partito con altri che partito
non sono e non vogliono diventarlo oppure che lo vogliono ma ancora
non lo hanno, in un riconoscimento reciproco delle differenze e in
una comune condivisione di un progetto politico. La sinistra di
alternativa, e noi con essa, può uscire dalla minorità e diventare
protagonista della vita pubblica del paese. E' una prospettiva che
ha incontrato, fino ad ora, sulla sua strada incomprensioni e
difficoltà. Ma a noi pare rilanciata da una duplice esigenza, da un
lato l'esigenza di uscire dalla crisi della politica, cosa che non
può avvenire spontaneamente, e dall'altro lato, da una crescita di
movimento e dall'accentuazione dello scontro sociale e politico. A
questo proposta, se ne può opporre, ed anzi è stata opposta,
un'altra assai diversa, io penso dal segno politico pressocchè
rovesciato, quella della ricostruzione di una sinistra larga per una
nuova alleanza coi moderati. Francamente non mi par altro che la
ricerca di equilibri più avanzati dentro il centro-sinistra. Ma, al
di là della difficoltà a capire la natura di una sinistra così
indicata e da dove e come essa dovrebbe nascere, è la proposta
strategica che non convince affatto. Il centro-sinistra è morto
perché è fallita la proposta politica su cui è nato e vissuto, non
solo in Italia ma nel mondo. L'idea di temperare il neo-liberismo in
un mondo così levigato dalla tecnica da far evaporare la politica si
è schiantata sugli scogli della guerra e delle crisi ed è stata del
tutto spiantata dal movimento di contestazione di questa
globalizzazione, globalizzazione che il centro-sinistra pretendeva
di governare più efficacemente delle destre. E' proprio la
consumazione di questa ipotesi che fa perdere al centro-sinistra
anche la primitiva capacità di competizione con le destre e che, al
fine, lo riduce alla sconfitta. L'alternanza si rivela, così
concepita, perdente. Dagli USA all'Italia, dall'Austria al
Portogallo alla Danimarca così accade e non è che la sanzione di un
fallimento strategico. Perciò non ha alcun senso proporre,
attraverso una qualsivoglia alchimia di nuove formazioni politiche,
la creazione di equilibri più avanzati di un nuovo centro-sinistra.
Il vizio è all'origine, nella sua morfologia moderata. Non si può
pensare, senza rientrare nella crisi della politica, ad una alleanza
politica tra chi vota per la guerra e chi vi si oppone, tra chi è
per politiche neo-liberiste e chi pensa ad una vera e propria
alternativa ad essa. Non si può, prima ancora che per ragioni
riguardanti il governo del paese, per una ragione decisiva per
l'uscita dalla crisi e per la rifondazione della politica, quella di
un rapporto diretto e creativo, pur nella diversità di alcune
funzioni e nell'autonomia dei diversi soggetti, tra il movimento e
la ricostruzione di una sinistra politica, capace di restituire un
senso profondo alla partecipazione, al prendere parte fino a fare
delle masse, nelle forme sempre mutevoli della loro organizzazione,
il protagonista della loro storia. Questo approccio non cancella il
tema delle alleanze politiche, ma lo coniuga diversamente da come
esso è concepito nel regime dell'alternanza. Cioè dalla ricerca di
un'intesa qualsiasi pur di competere per il governo. C'è dunque un
campo delle alleanze tra forze anche assai diverse, antagoniste o
no, anticapitaliste o riformiste, laiche o ispirate a valori
religiosi. Ma esso deve essere ordinato da un'ispirazione alta anche
eticamente e da un respiro realmente riformatore. SI possono
costruire alleanze politiche tra forze diversamente avverse, ma
tuttavia avverse alla guerra; si possono costruire alleanze
politiche tra forze il cui rifiuto del nocciolo duro del
neo-liberismo dia luogo a diverse linee di ricerche per nuove
politiche economiche e sociali, comprese quelle dell'idea di dar
vita ad un nuovo compromesso sociale e democratico, ma esso deve
essere realmente progressivo, teso cioè a valorizzare il lavoro,
l'ambiente, l'associazione, l'individuo, contro il predominio del
mercato. Un confronto politico e programmatico alto ha bisogno, per
dispiegarsi, di abbattere molte prigioni. Ma una andrebbe fatta
cadere subito. Perché non mettere in discussione fin d'ora il
sistema elettorale maggioritario, perché non riaprire la strada ad
un sistema elettorale, quello proporzionale, anche per rilanciare la
competizione tra i partiti nella ricerca del consenso su progetti
politici comprensibili ed identificabili? C'è chi, meritoriamente,
l'ha fatto avanzando una proposta di legge sul modello tedesco al
Senato. Potrebbe diventare uno snodo assai importante. Quel che va
liberato è un vero confronto programmatico per l'alternativa.
E',
in fondo, l'idea della sinistra plurale. Un'idea che non abbiamo
abbandonato. Ma essa non si persegue inseguendo una problematica
scomposizione e ricomposizione delle forze in campo, priva per altro
di qualsiasi attrattiva, quanto, piuttosto, costruendo a sinistra,
qui si, una forte capacità di attrazione, immettendovi una nuova
energia. Oggi qui c'è il Prc, noi pensiamo che sia una presenza
indispensabile anche nel futuro. Non vorremmo, però, esercitarla da
soli. Vorremmo farlo con altri, e insieme ad altri, Vorremmo
produrre un fatto nuovo, figlio della nuova stagione, una
soggettività ricca e composita della sinistra di alternativa. La
realtà politica del Paese è investita da un vero e proprio
terremoto. E' difficile che possa arrivare lontano così come è. E'
probabile che il campo del centro sinistra ne venga investito e
sconvolto. Per incidere positivamente in questa crisi, che è già
cominciata, ciò che non va fatto è lasciarsi trascinare a fare da
sponda a lotte politiche importanti ma interne ad esso. Ciò che va
fatto, invece, è costruire un polo della sinistra alternativa; una
soggettività politica fondata su un rapporto centrale con il
movimento e per questa via capace di diventare protagonista della
vita pubblica del Paese. Persino chi pensa all'alternanza, fuori
dallo schema perdente del centro sinistra, dovrebbe guardare alla
sinistra di alternativa come ad una "chance". In ogni caso, per noi,
è l'asse della nostra proposta politica.
Il partito è sottoposto ad una sollecitazione
formidabile. Ciò che fino ad ieri non era possibile, ora lo diventa.
La resistenza è finita, un nuovo ciclo della politica è cominciato.
Un'opportunità si dispiega di fronte a noi, ma è anche, forse, una
sfida estrema. L'opportunità è grande ed è proprio quella della
rifondazione per ricominciare, dopo la sconfitta e di fronte alla
nascita del primo movimento dopo il novecento, il discorso sulla
trasformazione della società capitalista, sul comunismo e sul
partito. Ma dura è anche la sfida. Se questa occasione non venisse
colta, non la questione della trasformazione, che resterebbe aperta
comunque, ma la possibilità che essa risulti segnata dall'eredità
della storia dei comunisti e del movimento operaio del novecento
sarebbe compromessa. E lo stesso movimento potrebbe prendere vie
diverse e anche lontane dalle sue promesse più impegnative. E' l'ora
dunque di cambiare noi stessi per contribuire a cambiare il mondo.
Davvero, compagne e compagni, se non ora quando? Vorrei dirlo con
particolare intensità a chi ha dei dubbi e chi teme di perdersi.
Questo nostro partito ha vinto la lotta per la sopravvivenza, per
l'esistenza. Lo deve, in primo luogo, senza alcuna retorica, alle
compagne e ai compagni che hanno resistito, convinti che una grande
idea non muoia, anche quando sembrava ai più che tutto fosse perso,
dopo il crollo dell'est, dopo lo scioglimento del Pci, dopo che la
vulgata borghese voleva che il capitalismo fosse l'ultima tappa
dell'umanità e che il conflitto di classe fosse scomparso. Queste
donne e uomini che hanno resistito sono oggi premiati, non solo da
un riconoscimento morale, ma dal veder nascere un movimento che ha
dato loro ragione, tanto da affermare che un altro mondo è
possibile. Quella resistenza ha preso mille forme che però sono
state tenute insieme da una comunità, il partito. Non si dirà mai
abbastanza quanto vi abbia concorso proprio il lavoro politico che
più fa comunità, quello delle feste di Liberazione, delle
manifestazioni, delle organizzazioni di un incontro, di una cena
sociale. Grazie a questo lavoro politico siamo qui. E grazie al
coraggio di innovazione, che se pure in maniera non compiuta, a
strappi abbiamo realizzato. Due di questi rivestono per la nostra
traiettoria un carattere propriamente rifondativo. L'una è la
rottura con il governo Prodi. C'è stato in quell'occasione, in primo
luogo, la precisa percezione che il centro-sinistra, dopo l'ingresso
in Europa e di fronte a un bivio, stesse abbandonando ogni ipotesi
riformatrice, per scegliere il corso moderato e neoliberale che
l'avrebbe perduto.
Ma c'è stata anche la percezione di una crisi
della politica che veniva consumando i suoi attori e la convinzione
che bisognasse spostare, per l'immediatezza e per la prospettiva, il
baricentro della politica dal rapporto tra le forze organizzate, dal
terreno istituzionale e statuale alla centralità delle forze
sociali, della soggettività , delle lotte nella società. L'altra è
stata la scelta di stare, così come ci siamo stati, nel movimento
dei movimenti, rompendo anche con una eredità della nostra
tradizione, per farci parte di esso, per partecipare alla sua
crescita. Genova, insomma. Non è un caso che questo sia stato il
vero fatto costitutivo dei giovani comunisti, protagonisti reali al
pari delle componenti sociali e associative più vive, della
fondazione e della crescita del movimento e oggi, perciò e
meritatamente, parte importante dell'universo giovanile del paese.
La stessa scelta della disobbedienza dice di questa capacità di
interpretare, anche nel simbolico, passaggi assai importanti. Lo
stesso vale per la presenza nei giorni di Pasqua in Palestina,
sull'esempio delle Donne in nero. Insomma, quella dei giovani
comunisti è diventata una pratica che aiuta il rinnovamento del
partito. Sia dalla realtà che dall'interno dell'esperienza nostra
viene quindi una domanda, convergente, di innovazione, per poter
compiere il balzo in avanti. In ogni tornante importante, per
un'organizzazione politica, si pone il tema del rapporto tra
continuità e rinnovamento. Riconosco che molte volte esso è stato
risolto nella nostra storia, e anche da noi, con la formula del
rinnovamento nella continuità. Oggi non è più sufficiente; oggi
l'accento va posto sull'innovazione e sull'apertura del partito al
movimento, alla società. Il partito ha avuto, con Gramsci,
l'ambizione di divenire intellettuale collettivo. Ma oggi, che
abbiamo dovuto capire che la coscienza non la si porta dall'esterno
al movimento, e oggi che il movimento ripropone la questione di
quale modello sociale vogliamo costruire, oggi quell'ambizione dove
essere rinnovata e persino accresciuta. E' l'intero movimento che
deve considerarsi e diventare, per noi, l'intellettuale collettivo,
il luogo e il laboratorio di una socializzazione dei saperi, delle
conoscenze e delle esperienze, una rete di relazioni dove apprendere
e insegnare, dove costruire dei segmenti di un nuovo mondo e
contestare il vecchio e crescere in percorsi di liberazione
collettiva ed individuale, di classe e di genere, di donne e di
uomini, E il partito dentro come pesce nell'acqua. Un partito che,
per parte sua, discute, elabora, lotta e fa società. Fare società,
costruire socialità, produrre culture e sapere critico, mettere in
rete esperienze di lotta e di saper fare non è un optional, non è il
campo del volontariato invece che della militanza. E tanta parte del
nostro progetto O si fa o si perde. Non è certo la prima volta che
si pone l'urgenza di una discontinuità nelll'organizzazione
politica. Non voglio citarvi, per dare il senso della svolta, una di
quelle conosciute in Europa e nel movimento socialista e comunista.
Vorrei citarvi il caso di un soggetto sociale che non sempre ha
goduto, tra noi, di buona fama, ma che pure è stato capace, in
alcuni momenti, di imprese straordinarie. Lo faccio proprio per dire
che si può. Si può e si deve quando la storia lo suggerisce e il
movimento cambia i comportamenti individuali e collettivi creando
delle occasioni. E' il 1937 negli USA, dopo parecchie occupazioni di
fabbrica, la General Motors capitola di fronte agli occupanti.
Daniel Guerin descrive così il cambiamento nell'organizzazione: " Il
sindacato divenne il centro di vita di tutti quegli esseri umani a
lungo umiliati e frustati. Non più solamente un freddo ufficio di
affari, incaricato di trattare questioni salariali, come l'AFL (che
era il vecchio sindacato di mestiere), ma una casa, una scuola, un
luogo di divertimento e di gioia. I lavoratori americani, che la
società capitalistica aveva reso individualisti, egoisti, cinici,
<duri>, scoprirono all'improvviso un tesoro sconosciuto: la
solidarietà. Era un mondo nuovo, una nuova esistenza che cominciava.
Le donne, due volte sfruttate, come operaie e come donne, furono due
volte liberate."
Quando si potrà scrivere così di noi, allora
l'innovazione e l'apertura si saranno compiute. Per farlo c'è
bisogno di innovare la nostra cultura politica. Sento qui tante
resistenze che non mi persuadono. Vedo un paradosso, si difende la
continuità in nome e nascondendosi dietro a grandi della nostra
storia che tali sono diventati perché hanno saputo rompere lo schema
che avevano ereditato. Ci si appella a un nome, ad un lascito,
piuttosto che al suo insegnamento. Lenin è molto celebrato ma
bisognerebbe ricordare che fu proprio lui il protagonista di quella
che Gramsci chiamò una rivoluzione contro il Capitale, perché Marx
aveva previsto la rivoluzione nei punti alti dello sviluppo
capitalistico e invece l'Ottobre avviene contraddicendolo, in un
paese tra i più arretrati. Vive quella lezione della nostra storia
che ci aiuta a conoscere e a trasformare, è morta quella che
ostacola la conoscenza e la trasformazione. Ci si ricorda,
giustamente, che siamo nani seduti sulle spalle di giganti. Ma si
omette di dire che se i giganti, e noi con loro, hanno perso, la
ragione bisogna scovarla non solo nell'avversario ma anche in noi.
La storia si fa anche con i se, altrimenti vorrebbe dire che non
poteva accadere che quel che è accaduto. Ma questo è solo un cattivo
determinismo. Dai nostri errori e dalle sconfitte si può imparare e
si deve farlo, in particolare, quando di rimette in moto la storia,
proprio come storia del conflitto tra le classi. Anche i nani,
allora, possono concorrere al cambiamento alla condizione di non
essere conservatori, di non starsene cioè, seduti tranquilli, ma
inerti, su quelle grandi spalle. Provare e riprovare, incitava
Gramsci e lo faceva dopo una sconfitta drammatica e in solitudine
nel carcere fascista, riflettendo sui temi della rivoluzione in
Occidente. Dovremmo provare a farlo anche noi, fruendo della nostra
libertà di azione e dentro il movimento che nasce. Sta in questo
approccio politico, io credo, la ragione del dissenso rispettoso ma
radicale dalla posizione che il congresso ha confermato essere
quella della minoranza del partito. Un dissenso strategico e di
proposta politica. Critico questa posizione soprattutto per una
fissità ideologica che, secondo me, ci estranerebbe, nella sostanza,
dai processi e persino dalla grande contesa in corso. Su un terreno
tutt'affatto diverso debbo dire che sono venuto facendomi la
convinzione che tra gli stessi emendamenti del documento di
maggioranza sia venuto dipanandosi un filo che si propone come
resistenza all'innovazione radicale e di sinistra che credo
necessaria al partito. Sono stato tra i compagni che hanno voluto un
congresso aperto; aperto tra i documenti contrapposti e aperto ai
dissensi nella stessa maggioranza, Non vedo ragioni per pentirsene.
Il Prc per la prima volta nella sua esistenza lo fa con questa
apertura che, naturalmente è anche conflitto, sofferenza, disagio.
Nel conflitto esce spesso anche ciò che non vorremmo, escono anche
cose assai sgradevoli, ma esso è vita. Si è potuto discutere tra
noi, e persino litigare, sull'identità, questione tra le più
brucianti per i comunisti, lo abbiamo fatto senza evocare lo spettro
della scissione. E' un passo avanti. E' un'altro passo sulla strada
della Rifondazione che abbiamo fatto, tutti insieme con il dibattito
di questo congresso. Ma il dibattito serve a chiarire le posizioni.
Per parte mia ho visto, attraverso il corredo offerto dalla rivista
l'Ernesto che, legittimamente, ha sostenuto un pacchetto di
emendamenti come l'espressione di una determinata posizione politica
e ho visto, nella più parte degli intervenuti che l'hanno
sviluppata, una critica sempre più aperta alla linea del documento
integrale che, invece, sostengo con forza. Ho visto allora, dicevo,
profilarsi una scelta politica che non condivido perché a me appare
complessivamente come un freno all'innovazione in nome di una
storia, quella da cui veniamo, assunta acriticamente come unitaria,
quando non lo è affatto. Vedo questa posizione come l'attenuazione
della radicalità della svolta, della svolta a sinistra che
proponiamo. Un'attenuazione, una riduzione, un freno che io credo la
condannerebbe all'impotenza. Radicalità e apertura, invece, sono, io
credo, la scelta politica che proponiamo con nettezza, proprio per
cogliere l'opportunità iscritta nel momento storico che viviamo.
Ripropongo la questione: se non ora quando? Sono convinto che questa
nostra svolta, per ciò che ha potuto anticipare, ha già avuto più di
una conferma. Senza di essa, badate, non saremmo passati così per
Genova. Con essa possiamo tentare adesso l'impresa del nostro
futuro. Per costruirlo c'è bisogno di tutte e di tutti le compagne e
i compagni, del corpo intero del partito, della sua gente e anche di
chi ci guarda con interesse. Soprattutto c'è bisogno di tutte le
culture, le tendenze, le storie che vivono nel partito e avremmo
bisogno di tante altre che stanno fuori e che pure non accettano
l'ordine delle cose esistenti. Tutto ciò dovrà vivere anche nei
gruppi dirigenti, in una loro composizione plurale e aperta a nuove
esperienze e alla crescita, come dirigente, di una nuova
generazione. Nulla ci è più estraneo che l'idea dei gruppi dirigenti
omogenei, un'idea militare che va sconfitta culturalmente e
praticamente. In questo congresso abbiamo discusso di tutto e della
nostra stessa storia . L'abbiamo fatto non in una conferenza
ideologica, che pure sarebbe bene ripensare, non in un dibattito
chiuso tra addetti ai lavori, ma nei circoli, tra gli iscritti al
partito senza pretendere titoli ed esami che non fossero la propria
vicenda, politica e culturale, individuale e collettiva. Qualcuno ci
ha detto, ma perché proprio ora i conti così duri e profondi con lo
stalinismo? Perché da Livorno avete proseguito questo impegno,
questo scavo? Perché quando si resiste è l'avversario a fissare il
campo dello scontro e le gerarchie dei problemi, dunque in quel
tempo qualche omissione è comprensibile. Ma quando si riaffaccia la
possibilità di riprovarci, quando matura la possibilità e la
necessità di rifondare la politica a partire dal movimento e
contemporaneamente di riacciuffarla proprio al suo punto più alto,
quello della trasformazione della società, allora non puoi portarti
il piombo nelle ali, devi dimostrare la tua possibilità di fare
l'una e l'altra cosa per chi sei, per come sei, per la cultura che
porti, per l'idea di società che proponi. Il movimento dei
movimenti, il nuovo mondo possibile, per noi il socialismo, si
ergono contro questa modernizzazione capitalista in nome di un
processo di liberazione delle donne e degli uomini. Il nostro
comunismo può parlare lo stesso linguaggio se si libera di un
rovesciamento drammatico intervenuto nella nostra storia. Se si
libera del fardello di oppressione che ci portiamo dietro. Di quella
storia compagne e compagni che l'hanno vissuta, lontano dal suo
epicentro, e dentro una storica originalità come quella italiana,
portano diversamente i segni, ma tutti con la nobiltà di chi ha
combattuto una causa grande che qui ha costruito la Repubblica
democratica. Ma tutto questo non ci può abbagliare . Lo stalinismo è
incompatibile col comunismo. La critica di una parte della nostra
storia, lo sradicamento dal nostro codice di ogni forma di
autoritarismo, di sostituzione del potere dei rappresentanti alla
liberazione delle donne e degli uomini, la contestazione dell'
autonomia della politica dalla vita, dal lavoro e dalla società è
parte non di uno scontro sugli anni '30 in Oriente, ma sugli anni
2000 nel mondo. Due uomini della liberazione, un leader latino
americano del movimento e un grande intellettuale del '900 europeo
hanno scritto sul rapporto tra passato e futuro due cose che vorrei
prendessimo in consegna. Scrive Walter Bemjamin: "C'è un quadro di
Klee che si intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra
in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli
occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L'angelo della
storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato.
Dove ci appare una catena di eventi, egli vede, una sola catastrofe,
che accumula senza tregue rovine su rovine e le rovescia ai suoi
piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre
l'infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata
nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle.
Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge
le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al celo.
Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta."
Frei Betto ci
parla della bussola con cui affrontare questa tempesta, ci dice
quale deve essere il nuovo mondo possibile: " Proponiamo -ha scritto
Frei Betto- di definire questa società con un termine che riassume,
da circa due secoli, le aspirazioni dell'umanità a un nuovo modo di
vivere, più libero, più ugualitario, più democratico e più solidale.
Un termine che -come tutti gli altri ("libertà", "democrazia",
ecc.)- è stato manipolato da interessi profondamente antipopolari e
autoritari, ma che non per questo ha perduto il suo valore
originario ed autentico: socialismo."
Vale anche per noi. Anche
per noi il futuro si chiama socialismo.