V CONGRESSO NAZIONALE DEL PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA
Considerazioni di Alfonso Gianni per la rivista:"Alternative/i"

Questo congresso

Il V Congresso del partito della Rifondazione sta completando il suo cammino, essendo ormai imminente l'assise nazionale conclusiva. È stato un percorso lungo quello fin qui compiuto. E' cominciato, di fatto, subito dopo l'estate, in quelle settimane terribili nelle quali attorno alle sorti dell'umanità si stringeva la tenaglia fra terrorismo e guerra. È cominciato con la discussione aperta ad altre forze politiche, di movimento, ad associazioni, a gruppi di intellettuali, tutti interessati alla costruzione di una sinistra di alternativa, di un documento preliminare che delineava la nuova condizione nel mondo, contrassegnata da un lato dall'aprirsi della prima grande e profonda nel processo della globalizzazione, dall'altro dal generalizzarsi e dall'irrobustirsi del movimento mondiale contro il liberismo e la globalizzazione capitalistica. Da quella condizione emergeva una considerazione di fondo e insieme una speranza, quella che eravamo di fronte alla riproposizione, seppure in termini del tutto nuovi e tutti da indagare, del tema del cambiamento radicale, della necessità di una trasformazione profonda, in una parola, che pareva desueta, della rivoluzione. La tenaglia fra terrorismo e guerra ha certamente portato sensibili mutamenti al quadro mondiale, che tutt'ora sono oggetto di uno sforzo di approfondimento d'analisi, ma non ha spostato al fondo l'ordine dei problemi e non ha sepolto quella speranza. Anzi ha tragicamente sottolineato il crinale sul quale è sospesa l'attuale condizione dell'umanità, quello che la separa, da un lato, da una spaventosa retrocessione nella barbarie e, dall'altro, dalla costruzione di un nuovo mondo, che il movimento antiglobalizzazione proclama possibile. Quella ampia consultazione condotta dentro e fuori i tradizionali confini di partito ha poi portato all'elaborazione dei documenti di tesi, entrambi , ma certamente in modo particolare quello di maggioranza, sottoposti a proposte di emendamento su punti specifici, ma determinanti e quindi tali da delineare scelte di analisi e di proposta politica chiaramente distinte. A loro volta la pubblicazione dei documenti di tesi ha dato origine ad un dibattito che per qualità di argomenti e forze intellettuali in esso impegnate, costituisce una felice rottura di un clima soporifero e la ripresa, che ci auguriamo duratura, del confronto su punti essenziali di teoria politica nel campo della sinistra e dei movimenti di alternativa. E in ciò il congresso di Rifondazione comunista può registrare e mettere all'attivo un successo sostanziale.
Ma non c'è dubbio che questo congresso nutre ambizioni e speranze più grandi. La stessa complessità dei documenti di tesi lo sta ad indicare. Questo quinto congresso di Rifondazione è destinato, o almeno questo è l'auspicio di chi scrive, a segnare un punto di passaggio determinante per ilo futuro di Rifondazione comunista e per il progetto di costruzione di una più ampia sinistra di alternativa. Per quanto è possibile, tenterei di sintetizzare in due grandi aspetti i temi che contraddistinguono questo passaggio e,quindi, il senso generale di questo congresso.
Il primo, quello della rifondazione di un pensiero e di un agire comunisti nel nostro tempo. La battaglia per dimostrare che non solo si deve ma si può essere e quindi chiamarsi comunisti è stata ormai definitivamente vinta. Non era un esisto scontato. Negli anni novanta del secolo appena trascorso da più parti si metteva in discussione la possibilità di sopravvivenza di un'idea comunista, da più parti si chiedeva di espungere la parola comunismo dalla stesso vocabolario della politica. Nel nostro paese, ma con diversificate caratteristiche, certamente in tutt'Europa, per limitarci al nostro vecchio continente, erano in pochi a credere alla possibilità di rifondare una forza comunista. Il processo di globalizzazione, la sua intrinseca ostilità non solo al permanere e tanto più al rifiorire di ipotesi alternative, ma alla democrazia stessa, ha spinto i sistemi politici a forme sempre più a-democratiche, sia dal punto di vista del funzionamento generale delle istituzioni che da quello della formazione della rappresentanza politica. Le logiche bipolari, la celebrazione dell'alternanza, con conseguente omologazione di idee e programmi alla ricerca della conquista del "centro", comportavano l'eliminazione, o quanto meno la marginalizzazione, di prospettive e di concrete forze politiche di alternativa. Resistere e sopravvivere non era dunque semplice, ma ci siamo riusciti. Nelle ultime elezioni del 13 maggio abbiamo superato una prova tutt'altro che banale. Il sistema politico bipolare, almeno nelle forti intenzioni dei due poli, le regole elettorali penalizzanti, aggravate dalla truffa delle "liste civetta", avrebbero potuto comportare l'esclusione dei comunisti dalle istituzioni, quindi una mutilazione grave della loro dimensione politica e della rappresentanza delle condizioni dei più deboli e dei movimenti alternativi. Questo non è avvenuto e si tratta di un successo ormai consolidato. Proprio per questo possiamo e dobbiamo concentrare l'attenzione sulla rifondazione di un moderno pensiero e di un moderno partito comunisti, compito che sta nel titolo stesso del nostro partito, ma rispetto al quale registriamo più di un ritardo. Credo che siano almeno tre le ragioni che rendono ineludibile e possibile affrontare questo compito.
In primo luogo, e su questo insistono nella loro prima parte le tesi di maggioranza, siamo di fronte ad una rivoluzione conservatrice operata dal sistema capitalistica nell'ultimo quarto di secolo del novecento. Moltissime cose sono cambiate. La globalizzazione capitalistica ha portato non sé non solo un'iperbolica finanziarizzazione del sistema, non solo una ingigantita circolazione delle merci, ma soprattutto una dimensione mondializzata delle imprese, capaci di contenere al proprio interno anche diverse modalità di organizzazione del lavoro, da quelle toyotiste, a quelle classicamente fordiste, a quelle persino precapitaliste. La contraddizione fra capitale e lavoro non solo è centrale nel mondo ma si è estesa a figure sociali che un tempo ne erano ai margini. Ma questo è avvenuto con modificazioni rilevanti nel processo di valorizzazione del capitale e nella composizione del mondo del lavoro. Queste modificazioni devono essere oggetto della nostra analisi, poiché quelle per così dire classiche, come quella compendiata nella categoria dell'imperialismo, come risulta dalla potente innovazione di teoria politica operata da Lenin e dalla Terza Internazionale, non sono assolutamente sufficienti a comprendere la nuova realtà.
In secondo luogo dobbiamo fare i conti con il passato della storia del movimento comunista mondiale. Ciò significa farsi carico di questa storia, né rigettarla, né metterla da parte, ma farlo in modo critico. Per questo ci attendiamo da questo congresso un giudizio definitivo in senso negativo dell'esperienza staliniana e di tutto quanto ad essa può essere comunque ricondotto. Per questo è necessario che l'analisi dell'esperienza del tentativo di realizzare il socialismo nei paesi dell'est vada avanti senza remore, che si scavi non solo nel deficit di democrazia nei sistemi politici di quei paesi, ma anche e soprattutto nel deficit di socialismo, ossia di effettiva trasformazione dei rapporti di produzione e conseguentemente dei rapporti tra le classi, i ceti e le persone in quelle società.
In terzo luogo questo grande movimento mondiale contro la globalizzazione capitalistica, contro il neoliberismo e la guerra, che proclama possibile un altro mondo, chiede per l'appunto di definire assieme una strategia per arrivarci e come questo altro mondo possa essere organizzato.
L'insieme di questi tre grandi aspetti richiedono quindi un salto di teoria politica. Non tutto può venire da questo congresso, ma certo esso deve e può stabilire dei punti precisi in questa ricerca e avviarla con determinazione. Naturalmente questa ricerca è strettamente legata alla definizione dell'orientamento e del comportamento politici.
Ecco quindi il secondo grande tema, quello di una svolta a sinistra, non solo di Rifondazione comunista, ma, fin dove è possibile della sinistra che pensa ad una alternativa all'attuale sistema. Non è un obiettivo volontaristico, ma fondato almeno su tre elementi che voglio brevemente richiamare.
In primo luogo, in questi ultimi mesi siamo entrati nella prima grande crisi del processo di globalizzazione. È una crisi economica, che si configura con i caratteri di una pesante recessione a livello mondiale, poiché in tale condizione stanno tanto gli Usa, quanto, e da assai più tempo, il Giappone, mentre l'Europa continua a non decollare. È una crisi di credibilità, poiché il consenso ottenuto sulle "magnifiche sorti progressive" del sistema capitalistico globalizzato si è definitivamente incrinato e il famigerato "pensiero unico" si è spezzato.
In secondo luogo, e conseguentemente, cresce nel mondo il movimento antiglobalizzazione. Questo movimento ha dimostrato di sapere durare nel tempo, di non cadere nel tranello della violenza più volte teso e con sempre maggiore durezza - si pensi a Genova - , di raccogliere in un unico sforzo figure sociali frantumate e divise dai processi di ristrutturazione capitalistici, di radicalizzare la propria latente coscienza anticapitalista, di allargare e ramificare la propria presenza nel tessuto sociale degli oppressi e sul territorio.
In terzo luogo si è realizzata la totale sconfitta delle teorie della sinistra moderata. La famosa terza via predicata da Giddens e dai suoi epigoni, il progetto dell'Ulivo mondiale vagheggiato dalla sinistra moderata di casa nostra sono ormai solo un ricordo. Al loro posto si registra l'incontro e l'intesa tra Blair e Berlusconi su uno degli aspetti che non a caso concernono il punto fondamentale dello scontro tra capitale e lavoro, cioè quello della totale flessibilizzazione di quest'ultimo. Nel nostro paese il centrosinistra e l'Ulivo sono ormai alleanze e formule politiche sconfitte. E' vero, esiste il popolo dell'Ulivo, quello che aveva in esso riposto speranze di cambiamento e quello, ma non sempre le due entità sono sovrapponibili, che si indigna per le malefatte dell'attuale governo. Questo popolo critica la sua dirigenza politica, lo fa spesso in modo confuso e indeterminato, critica il leaderismo nella politica ma tende a riproporlo. Tutto questo può forse dare l'illusione a qualche dirigente della sinistra moderata di essere di fronte, passate le forche caudine del "mea culpa", ad una vivificazione dei propri progetti che, passata la "buriana", verrebbero ripresentati con qualche innovazione di contorno. Ma credo che si tratti di un'illusione di breve durata. Quella movimentazione di ceti medi professionalizzati, di settori di intellettuali, di seguaci dell'Ulivo delusi, che pure nel suo diversificato insieme può configurare una reazione morale all'attuale quadro politico e alla sempre più sfrontata logica proprietaria e antidemocratica che lo ispira, è stretta dall'alternativa tra il ricadere verso una definitiva disillusione della politica e uno spostamento nel campo di un'opposizione sociale alle politiche governative.
Quest'ultimo è appunto il terreno più immediato, e assolutamente necessario, dell'iniziativa di Rifondazione comunista. Il prossimo congresso non mancherà di segnare un passo in avanti anche nell'iniziativa immediata. La contemporaneità con lo sciopero generale, da noi fortemente voluto, è un'emblematica e fortunata coincidenza. L'impegno nella raccolta di firme sulla Tobin Tax, in quello per una campagna referendaria che va dall'estensione dell'articolo 18 al di sotto dei 15 dipendenti, passando da quello sulle rogatorie, per arrivare a quelli ambientali, costituisce una concreta traduzione di come è possibile legare una battaglia sociale ad una dura opposizione parlamentare, di come è possibile saldare temi che riguardano le condizioni materiali della stragrande maggioranza della popolazione alle grandi questioni della libertà e della democrazia.
Il V congresso di Rifondazione comunista si apre dunque in una stagione intensa di riapertura di lotte e di speranze. Il secondo incontro di Porto Alegre dimostra che la costituente dei movimenti è da tempo iniziata e avanza analisi, riflessioni e proposte sempre più precise e impegnative. È ora che si apra la costituente della sinistra di alternativa. Ad essa è chiamato non solo il nostro partito ma tutte quelle espressioni politiche, associative, di movimento, culturali, anche del tutto originali che sono protagoniste di questo grande risveglio. Per questo abbiamo bisogno di un partito aperto culturalmente, politicamente e organizzativamente. Ogni titubanza, ogni timore, ogni ritardo sul proprio passato se ieri erano una manifestazione di orgoglio e di giusta continuità con una grande tradizione e con grandi ideali che altri volevano spegnere e uccidere, oggi sarebbe causa di un occasione irrimediabilmente perduta e che invece non dobbiamo mancare: quella di consolidare il nostro partito dentro il movimento, quella di costruire quindi un moderno e rifondato partito comunista di massa, quella di dare vita ad una più ampia sinistra alternativa.

Alfonso Gianni
Roma, 1 aprile 2002
da "Alternative/i"