Il V Congresso del partito della Rifondazione sta
completando il suo cammino, essendo ormai imminente l'assise nazionale
conclusiva. È stato un percorso lungo quello fin qui compiuto. E'
cominciato, di fatto, subito dopo l'estate, in quelle settimane terribili
nelle quali attorno alle sorti dell'umanità si stringeva la tenaglia fra
terrorismo e guerra. È cominciato con la discussione aperta ad altre forze
politiche, di movimento, ad associazioni, a gruppi di intellettuali, tutti
interessati alla costruzione di una sinistra di alternativa, di un
documento preliminare che delineava la nuova condizione nel mondo,
contrassegnata da un lato dall'aprirsi della prima grande e profonda nel
processo della globalizzazione, dall'altro dal generalizzarsi e
dall'irrobustirsi del movimento mondiale contro il liberismo e la
globalizzazione capitalistica. Da quella condizione emergeva una
considerazione di fondo e insieme una speranza, quella che eravamo di
fronte alla riproposizione, seppure in termini del tutto nuovi e tutti da
indagare, del tema del cambiamento radicale, della necessità di una
trasformazione profonda, in una parola, che pareva desueta, della
rivoluzione. La tenaglia fra terrorismo e guerra ha certamente portato
sensibili mutamenti al quadro mondiale, che tutt'ora sono oggetto di uno
sforzo di approfondimento d'analisi, ma non ha spostato al fondo l'ordine
dei problemi e non ha sepolto quella speranza. Anzi ha tragicamente
sottolineato il crinale sul quale è sospesa l'attuale condizione
dell'umanità, quello che la separa, da un lato, da una spaventosa
retrocessione nella barbarie e, dall'altro, dalla costruzione di un nuovo
mondo, che il movimento antiglobalizzazione proclama possibile. Quella
ampia consultazione condotta dentro e fuori i tradizionali confini di
partito ha poi portato all'elaborazione dei documenti di tesi, entrambi ,
ma certamente in modo particolare quello di maggioranza, sottoposti a
proposte di emendamento su punti specifici, ma determinanti e quindi tali
da delineare scelte di analisi e di proposta politica chiaramente
distinte. A loro volta la pubblicazione dei documenti di tesi ha dato
origine ad un dibattito che per qualità di argomenti e forze intellettuali
in esso impegnate, costituisce una felice rottura di un clima soporifero e
la ripresa, che ci auguriamo duratura, del confronto su punti essenziali
di teoria politica nel campo della sinistra e dei movimenti di
alternativa. E in ciò il congresso di Rifondazione comunista può
registrare e mettere all'attivo un successo sostanziale.
Ma non c'è
dubbio che questo congresso nutre ambizioni e speranze più grandi. La
stessa complessità dei documenti di tesi lo sta ad indicare. Questo quinto
congresso di Rifondazione è destinato, o almeno questo è l'auspicio di chi
scrive, a segnare un punto di passaggio determinante per ilo futuro di
Rifondazione comunista e per il progetto di costruzione di una più ampia
sinistra di alternativa. Per quanto è possibile, tenterei di sintetizzare
in due grandi aspetti i temi che contraddistinguono questo passaggio
e,quindi, il senso generale di questo congresso.
Il primo, quello della
rifondazione di un pensiero e di un agire comunisti nel nostro tempo. La
battaglia per dimostrare che non solo si deve ma si può essere e quindi
chiamarsi comunisti è stata ormai definitivamente vinta. Non era un esisto
scontato. Negli anni novanta del secolo appena trascorso da più parti si
metteva in discussione la possibilità di sopravvivenza di un'idea
comunista, da più parti si chiedeva di espungere la parola comunismo dalla
stesso vocabolario della politica. Nel nostro paese, ma con diversificate
caratteristiche, certamente in tutt'Europa, per limitarci al nostro
vecchio continente, erano in pochi a credere alla possibilità di rifondare
una forza comunista. Il processo di globalizzazione, la sua intrinseca
ostilità non solo al permanere e tanto più al rifiorire di ipotesi
alternative, ma alla democrazia stessa, ha spinto i sistemi politici a
forme sempre più a-democratiche, sia dal punto di vista del funzionamento
generale delle istituzioni che da quello della formazione della
rappresentanza politica. Le logiche bipolari, la celebrazione
dell'alternanza, con conseguente omologazione di idee e programmi alla
ricerca della conquista del "centro", comportavano l'eliminazione, o
quanto meno la marginalizzazione, di prospettive e di concrete forze
politiche di alternativa. Resistere e sopravvivere non era dunque
semplice, ma ci siamo riusciti. Nelle ultime elezioni del 13 maggio
abbiamo superato una prova tutt'altro che banale. Il sistema politico
bipolare, almeno nelle forti intenzioni dei due poli, le regole elettorali
penalizzanti, aggravate dalla truffa delle "liste civetta", avrebbero
potuto comportare l'esclusione dei comunisti dalle istituzioni, quindi una
mutilazione grave della loro dimensione politica e della rappresentanza
delle condizioni dei più deboli e dei movimenti alternativi. Questo non è
avvenuto e si tratta di un successo ormai consolidato. Proprio per questo
possiamo e dobbiamo concentrare l'attenzione sulla rifondazione di un
moderno pensiero e di un moderno partito comunisti, compito che sta nel
titolo stesso del nostro partito, ma rispetto al quale registriamo più di
un ritardo. Credo che siano almeno tre le ragioni che rendono ineludibile
e possibile affrontare questo compito.
In primo luogo, e su questo
insistono nella loro prima parte le tesi di maggioranza, siamo di fronte
ad una rivoluzione conservatrice operata dal sistema capitalistica
nell'ultimo quarto di secolo del novecento. Moltissime cose sono cambiate.
La globalizzazione capitalistica ha portato non sé non solo un'iperbolica
finanziarizzazione del sistema, non solo una ingigantita circolazione
delle merci, ma soprattutto una dimensione mondializzata delle imprese,
capaci di contenere al proprio interno anche diverse modalità di
organizzazione del lavoro, da quelle toyotiste, a quelle classicamente
fordiste, a quelle persino precapitaliste. La contraddizione fra capitale
e lavoro non solo è centrale nel mondo ma si è estesa a figure sociali che
un tempo ne erano ai margini. Ma questo è avvenuto con modificazioni
rilevanti nel processo di valorizzazione del capitale e nella composizione
del mondo del lavoro. Queste modificazioni devono essere oggetto della
nostra analisi, poiché quelle per così dire classiche, come quella
compendiata nella categoria dell'imperialismo, come risulta dalla potente
innovazione di teoria politica operata da Lenin e dalla Terza
Internazionale, non sono assolutamente sufficienti a comprendere la nuova
realtà.
In secondo luogo dobbiamo fare i conti con il passato della
storia del movimento comunista mondiale. Ciò significa farsi carico di
questa storia, né rigettarla, né metterla da parte, ma farlo in modo
critico. Per questo ci attendiamo da questo congresso un giudizio
definitivo in senso negativo dell'esperienza staliniana e di tutto quanto
ad essa può essere comunque ricondotto. Per questo è necessario che
l'analisi dell'esperienza del tentativo di realizzare il socialismo nei
paesi dell'est vada avanti senza remore, che si scavi non solo nel deficit
di democrazia nei sistemi politici di quei paesi, ma anche e soprattutto
nel deficit di socialismo, ossia di effettiva trasformazione dei rapporti
di produzione e conseguentemente dei rapporti tra le classi, i ceti e le
persone in quelle società.
In terzo luogo questo grande movimento
mondiale contro la globalizzazione capitalistica, contro il neoliberismo e
la guerra, che proclama possibile un altro mondo, chiede per l'appunto di
definire assieme una strategia per arrivarci e come questo altro mondo
possa essere organizzato.
L'insieme di questi tre grandi aspetti
richiedono quindi un salto di teoria politica. Non tutto può venire da
questo congresso, ma certo esso deve e può stabilire dei punti precisi in
questa ricerca e avviarla con determinazione. Naturalmente questa ricerca
è strettamente legata alla definizione dell'orientamento e del
comportamento politici.
Ecco quindi il secondo grande tema, quello di
una svolta a sinistra, non solo di Rifondazione comunista, ma, fin dove è
possibile della sinistra che pensa ad una alternativa all'attuale sistema.
Non è un obiettivo volontaristico, ma fondato almeno su tre elementi che
voglio brevemente richiamare.
In primo luogo, in questi ultimi mesi
siamo entrati nella prima grande crisi del processo di globalizzazione. È
una crisi economica, che si configura con i caratteri di una pesante
recessione a livello mondiale, poiché in tale condizione stanno tanto gli
Usa, quanto, e da assai più tempo, il Giappone, mentre l'Europa continua a
non decollare. È una crisi di credibilità, poiché il consenso ottenuto
sulle "magnifiche sorti progressive" del sistema capitalistico
globalizzato si è definitivamente incrinato e il famigerato "pensiero
unico" si è spezzato.
In secondo luogo, e conseguentemente, cresce nel
mondo il movimento antiglobalizzazione. Questo movimento ha dimostrato di
sapere durare nel tempo, di non cadere nel tranello della violenza più
volte teso e con sempre maggiore durezza - si pensi a Genova - , di
raccogliere in un unico sforzo figure sociali frantumate e divise dai
processi di ristrutturazione capitalistici, di radicalizzare la propria
latente coscienza anticapitalista, di allargare e ramificare la propria
presenza nel tessuto sociale degli oppressi e sul territorio.
In terzo
luogo si è realizzata la totale sconfitta delle teorie della sinistra
moderata. La famosa terza via predicata da Giddens e dai suoi epigoni, il
progetto dell'Ulivo mondiale vagheggiato dalla sinistra moderata di casa
nostra sono ormai solo un ricordo. Al loro posto si registra l'incontro e
l'intesa tra Blair e Berlusconi su uno degli aspetti che non a caso
concernono il punto fondamentale dello scontro tra capitale e lavoro, cioè
quello della totale flessibilizzazione di quest'ultimo. Nel nostro paese
il centrosinistra e l'Ulivo sono ormai alleanze e formule politiche
sconfitte. E' vero, esiste il popolo dell'Ulivo, quello che aveva in esso
riposto speranze di cambiamento e quello, ma non sempre le due entità sono
sovrapponibili, che si indigna per le malefatte dell'attuale governo.
Questo popolo critica la sua dirigenza politica, lo fa spesso in modo
confuso e indeterminato, critica il leaderismo nella politica ma tende a
riproporlo. Tutto questo può forse dare l'illusione a qualche dirigente
della sinistra moderata di essere di fronte, passate le forche caudine del
"mea culpa", ad una vivificazione dei propri progetti che, passata la
"buriana", verrebbero ripresentati con qualche innovazione di contorno. Ma
credo che si tratti di un'illusione di breve durata. Quella movimentazione
di ceti medi professionalizzati, di settori di intellettuali, di seguaci
dell'Ulivo delusi, che pure nel suo diversificato insieme può configurare
una reazione morale all'attuale quadro politico e alla sempre più
sfrontata logica proprietaria e antidemocratica che lo ispira, è stretta
dall'alternativa tra il ricadere verso una definitiva disillusione della
politica e uno spostamento nel campo di un'opposizione sociale alle
politiche governative.
Quest'ultimo è appunto il terreno più immediato,
e assolutamente necessario, dell'iniziativa di Rifondazione comunista. Il
prossimo congresso non mancherà di segnare un passo in avanti anche
nell'iniziativa immediata. La contemporaneità con lo sciopero generale, da
noi fortemente voluto, è un'emblematica e fortunata coincidenza. L'impegno
nella raccolta di firme sulla Tobin Tax, in quello per una campagna
referendaria che va dall'estensione dell'articolo 18 al di sotto dei 15
dipendenti, passando da quello sulle rogatorie, per arrivare a quelli
ambientali, costituisce una concreta traduzione di come è possibile legare
una battaglia sociale ad una dura opposizione parlamentare, di come è
possibile saldare temi che riguardano le condizioni materiali della
stragrande maggioranza della popolazione alle grandi questioni della
libertà e della democrazia.
Il V congresso di Rifondazione comunista si
apre dunque in una stagione intensa di riapertura di lotte e di speranze.
Il secondo incontro di Porto Alegre dimostra che la costituente dei
movimenti è da tempo iniziata e avanza analisi, riflessioni e proposte
sempre più precise e impegnative. È ora che si apra la costituente della
sinistra di alternativa. Ad essa è chiamato non solo il nostro partito ma
tutte quelle espressioni politiche, associative, di movimento, culturali,
anche del tutto originali che sono protagoniste di questo grande
risveglio. Per questo abbiamo bisogno di un partito aperto culturalmente,
politicamente e organizzativamente. Ogni titubanza, ogni timore, ogni
ritardo sul proprio passato se ieri erano una manifestazione di orgoglio e
di giusta continuità con una grande tradizione e con grandi ideali che
altri volevano spegnere e uccidere, oggi sarebbe causa di un occasione
irrimediabilmente perduta e che invece non dobbiamo mancare: quella di
consolidare il nostro partito dentro il movimento, quella di costruire
quindi un moderno e rifondato partito comunista di massa, quella di dare
vita ad una più ampia sinistra alternativa.