TESI 1 - UNA CRISI DI CIVILTA'
La crisi della
globalizzazione capitalistica assume oggi il volto di una più
generale crisi di civiltà. La condizione dei popoli, dei soggetti
sociali e delle persone è segnata da insicurezza, incertezza,
precarietà. Avanza una "modernizzazione senza modernità", che
ripropone la terribile spirale guerra-terrorismo e abbatte
progressivamente gli spazi di democrazia.
Il XXI secolo si è aperto all'insegna del terrorismo e della
guerra. Il mondo è stato sommerso da un'ondata di violenza di
eccezionale intensità distruttiva, che ha mandato in pezzi le
illusioni ideologiche della globalizzazione, le sue promesse di
"magnifiche sorti e progressive" per l'umanità. Di nuovo, appare
minata alla base l'idea stessa di futuro. Di nuovo, un profondo
senso di insicurezza pervade le pur ricche società dell'occidente e
accelera i già avanzati processi di disgregazione sociale.
Una
sorta di stato di emergenza endemico si va sostituendo alla normale
fisiologia delle relazioni istituzionali. L' incertezza diventa la
condizione più comune e diffusa. E' precarietà della condizione
lavorativa, disoccupazione strutturale, pericolo costante di
licenziamenti. E' blocco delle capacità di produzione e di consumo,
è recessione e depressione economica. E' distruzione dell'ambiente e
delle condizioni della riproduzione sociale. Più in generale, è
crisi di identità, fine di valori condivisi, difficoltà di concepire
progetti individuali e collettivi. E' paura del "nemico invisibile",
dell'Altro e del Diverso, in una singolare commistione di
irrazionalismo e scientismo, di furori neofondamentalisti e di
pensiero debole.
E' la stessa nozione di modernità, intesa come
processo storico di nascita del soggetto e delle pratiche di
liberazione che, deformata dalla globalizzazione capitalistica,
subisce una crisi verticale. Non a caso quello che ci viene
presentato come uno scontro di civiltà vede contrapposti, da un
lato, l'individuo nella versione egoista e insensata dell'homo
oeconomicus e dall'altra, la comunità nella versione inaccettabile
di comunità organica patriarcale e tribale. E' la prospettiva stessa
di coniugare libertà individuale e relazioni sociali civili che
viene schiacciata da questa guerra in cui i nemici dichiarati non
rappresentano altro che due facce della stessa
medaglia.
Quest'insieme di tendenze involutive configurano una
vera e propria crisi di civiltà, dove tendono a deperire tutte le
conquiste del XX secolo, i diritti come gli spazi effettivi di
democrazia, e dove le varie destre trovano terreno fertile di
espansione. Alla radice, vi è un processo involutivo dello stesso
capitalismo. Il modo di produzione fondato sulla logica del
capitale, che ha finora apportato all'umanità, insieme a
straordinari progressi, devastanti processi di sfruttamento e
crescenti contraddizioni, ha imboccato la strada di una regressione
forse irreversibile. "Il vero limite della produzione capitalistica
è il capitale stesso" (Marx)
TESI 2 - LA GUERRA GLOBALE
La guerra in corso ha i caratteri
di un conflitto globale: non solo perché ha per teatro effettivo il
pianeta, ma perché il suo vero obiettivo è la costituzione di un
"nuovo ordine mondiale" unipolare. Di un governo autoritario della
crisi.
Il feroce abbattimento delle Twin Towers, con migliaia di vittime
incolpevoli, e la desertificazione di Kabul, con altre migliaia di
vittime innocenti, ci restituiscono oggi una disperante immagine del
mondo, stretto nella spirale guerra\terrorismo.
Questa
situazione è definibile, appunto, come conflitto civile planetario,
non solo nel senso che ha per teatro l'intero pianeta e le sue
principali nazioni, come è accaduto nel '900, ma nel senso che ha
come vera posta in palio il governo della globalizzazione economica.
Anche per fronteggiare la crescita del "movimento dei movimenti",
questo governo tende a costituirsi nella forma di un inedito dominio
autoritario su scala mondiale: dove l'intreccio di espansionismo
militare, manovra diplomatica, ricatto geopolitico, controllo delle
risorse, appare inestricabile. In questo processo, è palese la
centralità politica, strategica e militare degli Stati uniti
d'America, unica superpotenza del globo. Ma la logica che presiede
al conflitto, e che lo agisce, non è certo riducibile a uno scontro
di tipo classico tra Stati nazionali e i loro contrapposti
interessi. In effetti, dal punto di vista politico, si va
realizzando un sistema di alleanze, pur conflittuale, pur a
geometria variabile, del tutto nuovo, che vede oggi schierati dalla
stessa parte gli Usa, l'Europa, la Russia, i regimi arabi "moderati"
e la Cina. Soprattutto, quel che va emergendo è un possente
meccanismo di inclusione, politica ed economica, in un più largo
sistema di relazioni a dominanza nordamericana. Esso, a sua volta
esclude i molti Sud, le diverse periferie, le resistenze variamente
antiliberiste e anticapitaliste del mondo. L'alternativa che viene
prospettata è drastica: o con il modello americano o nell'inferno
dell'inciviltà. Anche questo è un effetto che si tenta di rendere
stabile della nuova guerra del XXI secolo.
TESI 3 - SOCIALISMO O BARBARIE
Una tendenza regressiva di
fondo domina il capitalismo dell'era neoliberista. Esso svalorizza
il lavoro, accresce a dismisura le disuguaglianze, privatizza e
mercifica i bisogni, devasta la natura e l'ambiente, riproduce
modelli di relazione regressivi come il patriarcato. Esso non è
dunque né riformabile né "temperabile". Si riaprono qui la
possibilità e l'urgenza della trasformazione rivoluzionaria:
l'alternativa torna ad essere socialismo o barbarie.
La tendenza capitalistica ad una espansione onnivora, senza freni
e limiti, entra in conflitto crescente con istanze e bisogni di
massa indotti dallo sviluppo stesso, ma con esso incompatibili: così
i diritti sociali essenziali di salute, istruzione, cibo, mobilità,
si scontrano con i processi accentuati di loro privatizzazione e
mercificazione; così un progresso scientifico e tecnologico di
entità straordinaria arriva a invadere, addirittura, la sfera del
vivente e la vita quotidiana, ma sembra assurdamente tutto
consegnato alla pura logica del profitto a breve. Così la tutela
delle risorse ambientali e l'esigenza di un rapporto di equilibrio e
riproduzione tra essere umani e natura, si scontra con la centralità
del mercato. E' questo sistema che assoggetta la scienza per
riprodurre le condizioni del profitto e non quelle ambientali ed
umane.
Il contesto appare inoltre fortemente dominato dalla
persistenza di negativi assetti patriarcali - ovviamente diversi a
seconda delle aree storico-culturali del mondo - che si alternano
con modalità sociali e simboliche di tipo arcaico. Ne consegue la
condanna delle donne alla segregazione e alla subalternità
giuridica, con tendenze regressive, familistiche misogine che si
manifestano anche nei paesi dove più forte si è sviluppata la
rivoluzione femminile del '900.
La globalizzazione neoliberista,
in sostanza, non si lascia né umanizzare né riformare né, più di
tanto, temperare: il fallimento della Terza Via, venuto ad evidenza
politica nelle esperienze di centrosinistra europee e americane, ha
alle sue radici questa verità strutturale. Ed infatti i suoi stessi
protagonisti l'hanno depennata dal vocabolario politico.
A
questo livello delle contraddizioni del nostro tempo si colloca la
nascita del movimento antiglobalizzazione, primo frutto maturo della
crisi dell'economia e della civiltà globalizzata. Sia pure in forme
ancora embrionali questo movimento pone il problema
dell'alternativa, di una possibile uscita in avanti dalla barbarie
del neo liberismo e della sua crisi. In questo contrasto di fondo si
riapre la questione della trasformazione, del superamento del
capitalismo: la rivoluzione torna ad essere una possibilità, un
approdo possibile della storia umana. In palio, molto più di quanto
non avvenisse nelle fasi originarie del capitalismo, c'è la salvezza
dell'umanità: come già diceva "il Manifesto", incombe il pericolo
della "comune rovina delle classi in lotta". Per queste ragioni,
possiamo dire ancora "Socialismo o Barbarie", un'espressione che
definisce, allo stesso tempo, il nostro orizzonte e la nostra sfida
strategica.
TESI 4 - LA RIVOLUZIONE CAPITALISTICA RESTAURATRICE
A partire
dalla metà degli anni '70, si avvia una nuova fase nello sviluppo
capitalistico: con mutamenti di tale portata, che è legittimo
parlare di un "nuovo capitalismo", anzi di una "rivoluzione
restauratrice", caratterizzata da una volontà di dominio
tendenzialmente totalizzante.
L'epoca nella quale viviamo è caratterizzata da una profonda
rivoluzione capitalistica trainata da un processo di globalizzazione
con connotati ben diversi da altri che hanno contrassegnato la
storia del capitalismo nelle sue differenti fasi. I cambiamenti sono
così rilevanti che possiamo a ragione parlare oggi di un nuovo
capitalismo. Questa rivoluzione prende le sue mosse circa a metà
degli anni '70 e i suoi inizi sono segnati dallo spezzarsi dal nesso
tra sviluppo economico e aumento di un'occupazione tendenzialmente
stabile, dalla fine della convertibilità del dollaro in oro, dalla
prima grande crisi petrolifera, ma anche della necessità del sistema
capitalista di dare una risposta sia alla grande crisi economica
degli anni '74 - '75 sia a quel grande movimento rivoluzionario
della fine degli anni '60 che, seppur con caratteristiche, intensità
e durata diversa da paese a paese, si sviluppò a livello mondiale.
Questa rivoluzione che ha aperto una nuova fase nella storia del
capitalismo, ha inciso profondamente nei sistemi e
nell'organizzazione produttiva, nella composizione del capitale e
nella strutturazione del lavoro, nel ruolo degli stati nazionali e
nel funzionamento della democrazia, nella concezione della politica
e della cultura, nelle relazioni internazionali e nell'uso della
guerra, nella vita materiale e nell'immaginario collettivo di
milioni di persone.
L'esito cui finora è approdata questa
rivoluzione è quello di avere spostato i rapporti di forza a favore
del capitale e a discapito del lavoro, di avere aumentato
enormemente le diseguaglianze e le ingiustizie, le differenze
sociali e le distanze tra paesi ricchi e paesi poveri, la
concentrazione del potere in poche mani e la lontananza delle grandi
masse da quest'ultimo, di avere provocato la distruzione
dell'ambiente.
Per queste ragioni appare appropriato, usando un
ossimoro, parlare di rivoluzione capitalistica restauratrice,
cogliendo appieno la sua estrema novità e insieme la sua funzione di
ribadire in forme ancora più acute e totalizzanti il dominio del
capitale nel mondo intero.
La nuova fase del capitalismo e
l'attuale processo di globalizzazione pongono problemi rilevanti di
analisi e di interpretazione che infatti sono oggetto di un ampio
dibattito internazionale al quale partecipiamo attivamente, a
partire dalla rilevazione di alcune caratteristiche essenziali.
TESI 5 - IL CAPITALE
Il processo di autovalorizzazione del
capitale si modifica: crescita spettacolare della
finanziarizzazione, intensificazione dello sfruttamento del lavoro,
materiale e "immateriale" sussunzione diretta della scienza nel
ciclo produttivo. Muta l'organizzazione del lavoro, con il
superamento del modello taylorista. E l'espansione produttiva si
articola in termini radicalmente inediti su scala
internazionale.
E' intervenuta una modificazione nel processo di valorizzazione
del capitale, sia nel senso di un ulteriore, enormemente
accresciuto, processo di finanziarizzazione (tra il 1970 e il 2000
il volume degli scambi finanziari è passato da 20 a oltre 2000
miliardi di dollari, di cui 4/5 sono rappresentati da operazioni di
durata inferiore ai 7 giorni), sia perché è diventato relativamente
assai più incidente lo sfruttamento diretto e indiretto del lavoro
immateriale (dal campo dell'informazione a quello delle relazioni
umane) senza che sia venuto meno quello sul lavoro materiale; sia
perché assistiamo ad una diretta sussunzione dello sfruttamento
dell'ambiente e della natura, nonché della stessa vita vegetale,
animale e umana - attraverso un asservimento della ricerca
scientifica e delle sue applicazioni nel campo delle
biotecnologie.
E' intervenuta una modificazione
dell'organizzazione produttiva, dopo la crisi di quella basata sul
principio della produzione di massa per il consumo di massa che
aveva contrassegnato il ciclo fordista - taylorista - keynesiano,
con la tendenziale adozione di sistemi produttivi basati sul
principio del cosiddetto "just in time", ossia mutuati
dall'esperienza condotta nelle aziende Toyota in Giappone.
E' in
corso un'articolazione produttiva che non ha precedenti in fasi
pregresse di espansione internazionale del capitale e che permette,
a volte anche all'interno della stessa azienda e del suo indotto, di
far convivere, seppure in diverse zone geografiche, sistemi
produttivi post-fordisti, con la permanenza di quelli fordisti o
addirittura pre-fordisti e arcaici.
TESI 6 - IL
LAVORO
Contrariamente alla vulgata sulla "fine del lavoro", il
lavoro dipendente è cresciuto nel mondo a ritmi grandissimi. Ma
gigantesca, in parallelo, è la sua frantumazione, mentre il mercato
del lavoro tende a suddividersi in un nucleo di occupati
"garantiti", sempre più ristretto, un'area di lavoratori precari ,
"atipici", progressivamente crescente, una massa di disoccupati, più
o meno, cronici.
Siamo di fronte a un gigantesco processo di frantumazione del mondo del lavoro: contrariamente alla vulgata sulla "fine del lavoro" nel mondo, sia ora che nelle previsioni future di tutti gli enti internazionali che si occupano dell'evoluzione degli scenari economici e sociali, il lavoro dipendente è cresciuto ed è destinato a crescere enormemente su scala mondiale, qualunque sia la forma giuridica o la definizione sociologica che assume da paese a paese. Questo non deriva soltanto dal diffondersi della produzione industriale e della sua articolazione sul pianeta, ma dalla sussunzione nell'ambito del lavoro dipendente di figure un tempo appartenenti al lavoro autonomo. Contemporaneamente - e questo è ovviamente più evidente nei paesi a capitalismo maturo - è in corso una tripartizione del mercato e del mondo del lavoro, tra un nucleo sempre più ristretto di lavoratori a tempo pieno e indeterminato, una crescente area di lavoratori precari e atipici, una cronica disoccupazione di massa. In alcuni paesi - come negli Stati Uniti d'America - queste ultime appaiono meno estese semplicemente perché l'estrema liberalizzazione del mercato del lavoro rende ancora più larga l'area del lavoro precario ma i criteri con cui viene censito lo fanno rientrare statisticamente nel campo dell'occupazione.
TESI 7 - LA RIVOLUZIONE INFORMATICA
La così detta rivoluzione
informatica modifica profondamente la composizione organica del
capitale e contribuisce a rendere "incontrollabili" i movimenti
finanziari. Nei sette paesi più industrializzati, gli scambi di
moneta elettronica superano circa sette volte le riserve delle
Banche centrali.
Un volano potente dell'attuale rivoluzione capitalistica e del
processo di globalizzazione è certamente rappresentato dalla
rivoluzione informatica e dal peso crescente dell'informazione e del
prodotto intellettuale nei processi di valorizzazione del capitale.
La velocità delle trasmissioni ha fornito inoltre un impulso
determinante ai processi di finanziarizzazione del capitale, alla
estrema rapidità e brevità delle transazioni e quindi al loro
carattere prettamente speculativo, così come alla globalizzazione
della produzione.
Non si tratta solo di un aumento quantitativo,
ma di una modificazione qualitativa nella composizione organica del
capitale, poiché grazie all'informatizzazione, viene ridotto il peso
relativo del capitale fisso, cioè dei macchinari, nella formazione
dei prezzi di produzione. Allo stesso tempo l'avvento delle nuove
tecnologie dell'informazione e della telecomunicazione hanno allo
stato dei fatti accentuato e velocizzato in modo considerevole i
movimenti di capitale che risultano spesso incontrollabili da parte
degli stati nazionali, rendendo più profonde e gravi le crisi alla
periferia dello sviluppo capitalistico e facendo presagire in futuro
una accentuazione dell'instabilità dei cambi anche tra le valute
delle aree forti.
TESI 8 - IL CROLLO DEL SOCIALISMO REALE
La globalizzazione è
stata favorita dal fallimento dei sistemi detti di "socialismo
reale" e - in Italia - dalla sconfitta operaia degli anni '80: la
successiva temperie ideologica neoliberista ha coinvolto la sinistra
moderata. A Maastricht l'Europa è nata sotto questo segno.
Questa rivoluzione capitalistica si è accompagnata - e da un
certo momento in poi è stata favorita - al fallimento dei sistemi
del "socialismo reale" e a una sconfitta operaia che, almeno in
Europa, ha assunto rilevanti dimensioni. A partire dagli anni '80,
in particolare in Italia dopo la sconfitta alla Fiat, i processi di
ristrutturazione capitalistica si sono potuti giovare degli
arretramenti del movimento dei lavoratori, gli stessi che spiegano
la continua regressione dei partiti della socialdemocrazia e dei
partiti comunisti europei. Gli attacchi allo stato sociale europeo,
il processo stesso di costruzione dell'Unione europea, i contenuti
del trattato di Maastricht e del Patto di stabilità, sono stati
determinati in modo prevalente da coordinate neoliberiste accettate
dai partiti dell'Internazionale socialista. In questo senso la
globalizzazione capitalistica non si spiega grazie ad una sorta di
determinismo economico, ma anche come il risultato di una offensiva
politica e sociale da parte delle classi dominanti sia a livello
nazionale che sovrannazionale. Questa spregiudicatezza nell'utilizzo
di strumenti diversi dimostra la capacità delle grandi forze
capitalistiche di liberarsi da qualsiasi controllo sulle proprie
azioni, grazie all'accresciuta forza della concentrazione
internazionale del capitale, non rinunciando allo stesso tempo ad
esercitare pressioni sui singoli stati o gruppi di stati, come
sull'Ue, per ottenere non solo ulteriori liberalizzazioni, ma anche
il diretto sostegno ai propri interessi nelle relazioni
internazionali, politiche, economiche, finanziarie e militari.
Il
trionfo del liberismo e il salto di qualità nel processo di
globalizzazione capitalistica sono dipesi anche dal fallimento dei
paesi del "socialismo reale", in particolare dal crollo dell'Urss e
dall'inserimento consapevole e progressivo della Cina nei meccanismi
dell'economia di mercato. Questi avvenimenti hanno facilitato
l'offensiva ideologica e materiale delle borghesie occidentali che
hanno potuto estendere la legge del mercato in settori e territori
che fino a non molto tempo fa ne erano esclusi.
TESI 9 - LE CRISI AMBIENTALI
Produttivismo e consumismo stanno
provocando il collasso dell'ecosfera. Le emergenze del clima,
dell'acqua, dell'energia, del cibo non si superano, se non
attraverso un modello di sviluppo radicalmente alternativo
Lo sviluppo scientifico e tecnologico degli ultimi secoli ha
permesso ad una parte del mondo straordinari progressi accompagnati
però da contraddizioni crescenti, fra quest'ultime gli squilibri
sempre più evidenti nell'ecosistema. Il produttivismo da una parte e
il consumismo dall'altra hanno favorito una crescita incontrollata
dell'uso di risorse naturali, la distruzione di interi ambienti,
cambiandone fisicamente la struttura, eliminando quantità
incalcolabili di specie viventi, immettendo sostanze in qualità e
quantità tali da non essere "metabolizzate" nei normali cicli
naturali.
Da alcuni decenni, si sono sviluppati movimenti tesi a
far prendere coscienza che è impossibile espandere all'infinito
l'uso di energia e di materie prime, la trasformazione profonda del
territorio e la produzione di rifiuti: è l'ecosfera a garantire la
sopravvivenza dell'uomo e la continuità di tutto il suo agire e a
causa delle alterazioni introdotte l'ecosfera sta avviandosi al
collasso totale.
E' evidente, inoltre, il fallimento della
promessa di estendere a tutti il livello di consumi dei paesi più
ricchi. Lo sviluppo tecnologico dei paesi industrializzati ha
favorito la divaricazione fra i paesi più ricchi e quelli più
poveri, distribuendo invece a tutti le conseguenze
ambientali.
Per evitare il collasso dell'ecosistema e permettere
ai paesi arretrati di raggiungere livelli di vita dignitosi, occorre
ridurre drasticamente il consumo di risorse naturali nei paesi più
industrializzati. La globalizzazione capitalistica sta inoltre
determinando non soltanto il degrado dell'ambiente ma una vera e
propria rottura tra il modello economico e sociale e l'esigenza di
garantire la riproduzione ambientale. Questa globalizzazione
provoca, dal punto di vista ambientale, un'accelerazione
dell'entropia. I cicli economici si globalizzano interferendo con i
cicli ambientali. Il moltiplicarsi degli spostamenti per le esigenze
della produzione globale accresce a dismisura gli impatti. Il
trasferimento delle produzioni avviene ricercando condizioni di
maggiore sfruttamento anche dell'ambiente. La rottura tra la
produzione alimentare e la sua dimensione territoriale distrugge i
territori stessi e mette a rischio l'alimentazione. Nell'insieme si
è affermato un rapporto perverso tra la crescita del prodotto
interno lordo (Pil) e la produzione di effetto serra, mentre al
contrario il Pil si è separato dalla produzione di occupazione
stabile e di benessere sociale. Sono quindi messi in discussione il
significato stesso di sviluppo e i parametri tradizionalmente
utilizzati per misurarlo. L'insicurezza ambientale coinvolge la
generalità delle persone. Si verificano grandi crisi ambientali che
si intrecciano tra loro, sommando così gli effetti negativi: quella
climatica, quella energetica, quella dell'acqua, quella alimentare,
sia dal punto di vista del fenomeno della fame che della
degradazione dell'alimentazione. Nei prossimi venti anni, la
mancanza di acqua sarà causa di guerre in molte parti del mondo.
Queste crisi, per essere effettivamente affrontate, pongono il
problema di una radicale messa in discussione delle logiche di fondo
dell'economia capitalistica e della sua globalizzazione. Il
boicottaggio degli accordi di Kyoto dimostra che le classi dominanti
cercano in ogni modo di garantire la sopravvivenza dell'attuale
modello, scontando una crescita degli squilibri e del degrado.
Perciò l'attuale assetto globale vuole garantirsi, pur tra
contrasti, ma entro un orizzonte comune, anche il controllo della
riproduzione manipolata attraverso il dominio genetico. Vi è
l'esigenza, non rimandabile, di mettere in campo un diverso progetto
di economia e società che metta in discussione il modo attuale di
produzione, nella consapevolezza che lo sviluppo non può più non
rispettare i tempi biologici della natura e che è necessario
arrivare ad una società basata sull'equilibrio. In questo contesto
si collocano i grandi temi della salvaguardia della biodiversità e
dei diritti e tutele delle diverse specie viventi. I diritti degli
animali costituiscono quindi parte integrante della costruzione di
un diverso mondo possibile.
TESI 10 - LA CRISI DELLO STATO-NAZIONE
Gli stati nazionali
crescono di numero, ma vanno progressivamente smarrendo potere. La
politica economica viene esercitata dalle multinazionali, da grandi
organismi internazionali (dal Fmi al Wto), mentre le priorità di
bilancio (ma anche le politiche di sicurezza) sono decise a livello
sovranazionale (la Ue). Si svuota la tradizionale funzione di
mediazione dello Stato che diventa "garante" degli investimenti del
capitale internazionale e dell'espansione del mercato.
Se queste sono le principali modificazioni intervenute sul piano
strutturale ed economico, quelle che riguardano il terreno
istituzionale e delle relazioni internazionali possono essere
riassunte nelle seguenti.
Assistiamo da tempo ad un processo di
crisi dello stato-nazione. Questo non significa la sparizione degli
stati - anzi il loro numero è in continuo aumento - ma una rilevante
perdita di potere e di autorevolezza in molti campi ed una marcata
modificazione di ruolo. Lo stato-nazione è messo in discussione da
due lati e da due processi, dall'alto e dal basso.
E' messo in
discussione perché perde la sovranità su molte materie che un tempo
erano di sua tradizionale pertinenza. Nel campo della politica
economica assistiamo ad una drastica limitazione delle stesse
possibilità di programmazione economica, poiché le leve di comando
dell'economia risiedono nei grandi organismi costruiti su basi
a-democratiche a livello internazionale, come il Fondo monetario
internazionale (FMI), l'Organizzazione mondiale del commercio (OMC),
la Banca mondiale (BM), l'organizzazione per lo sviluppo e la
cooperazione economica (OCSE). Le decisioni di politica economica e
di bilancio sono condizionate in modo assolutamente prevalente da
accordi sovranazionali, come, nel caso europeo, dal trattato di
Maastricht e dal conseguente Patto di Stabilità. La tradizionale
funzione mediatoria che lo stato ha avuto, pur nella sostanziale
difesa della società capitalistica, anche sul terreno di una certa
ridistribuzione del reddito e della organizzazione dei servizi
sociali, tende ad essere sostituita da quella di porsi come migliore
garante dell'allocazione degli investimenti del capitale
internazionale e della creazione di nuovi terreni per il mercato,
con la riduzione dello spazio pubblico.
Nello stesso tempo le
forme sovranazionali di comando spingono verso una costante
diminuzione della democrazia, verso sistemi a-democratici e di
democrazia autoritaria all'interno degli stati nazionali. Questi
processi sono ulteriormente amplificati dallo stato di guerra
permanente instauratosi in questi ultimi anni, dai conseguenti
fenomeni di militarizzazione in atto e dall'enfatizzazioni di
logiche sicuritarie.
Persino le funzioni di ordine pubblico che
venivano gestite dai governi nazionali entro il proprio territorio,
dipendono sempre più da decisioni e ordini che provengono da centri
di comando internazionali, come si è verificato in occasione dei
recenti vertici, come quello di Genova.
TESI 11 -LA DISARTICOLAZIONE DELLO STATO
I poteri
decisionali dello Stato-nazione vengono erosi, in basso, dalla
spinta alla frammentazione localistica, che in Italia ha assunto la
forma del federalismo. Una scelta funzionale allo smantellamento
progressivo del Welfare
Contemporaneamente il ruolo degli stati-nazione è attaccato dal basso, ossia da un processo di frammentazione su scala locale del residuo potere decisionale, che nel nostro paese ha assunto la forma di una modificazione in un senso cosiddetto federalista della stessa Costituzione. E' un processo che si accompagna ed è funzionale ai processi di privatizzazione - che nel nostro paese sono stati negli ultimi anni particolarmente massicci - e di distruzione del welfare state sul piano interno, nonché alle tendenze - del resto apertamente teorizzate - delle aree forti, cioè delle aree omogenee per "affari", a collegarsi direttamente tra loro saltando ogni mediazione statuale e sfruttando incentivi e legislazioni favorevoli a livello sovranazionale. Anche in questo caso non assistiamo ad un avvicinamento delle sedi decisionali al cittadino, ma al contrario ad un'ulteriore occupazione dello spazio pubblico da parte dell'interesse privato e del mercato, ad una sottrazione di democrazia, ad un ulteriore indebolimento della coesione della comunità nazionale.
TESI 12 - LA GUERRA, NUOVA DIMENSIONE DELLA POLITICA
INTERNAZIONALE
Mentre deperiscono le sedi storiche di governo
delle relazioni tra gli stati, come l'Onu, si rafforzano strutture
come il G8 e la Nato. La guerra diventa la modalità stessa della
politica internazionale: essa è costituente nel senso che tende a
costituire sia un nuovo assetto unipolare ("amicizia" di lungo
periodo tra Usa, Russia e Cina) sia i propri organi di dominio, sia
alleanze a geometria variabile.
Gli organismi internazionali che erano preposti al governo
delle relazioni internazionali conoscono una profonda crisi ed una
cancellazione del loro ruolo sia possibile che reale. E' il caso
dell'ONU sostituito sul piano politico e militare dal G8 e dalla
Nato e su quello delle politiche economico - sociali dall'OMC e da
altri organismi e momenti di incontro specifici tra i paesi più
ricchi e dominanti.
La stessa politica internazionale subisce
una profonda torsione. La guerra non è più soltanto la prosecuzione
della politica con altri mezzi, secondo la celeberrima definizione,
ma è sempre più - con un'accelerazione intensissima nei recenti anni
'90 - la dimensione stessa della politica internazionale nell'epoca
della globalizzazione: il passaggio dalla guerra minacciata alla
guerra guerreggiata avviene senza soluzione di continuità, senza
atti di dichiarazioni internazionali che l'annuncino, al di fuori di
sedi istituzionalmente predisposte ad assumere decisioni di questa
natura limitando il ruolo degli stati nazionali a quello di offrirsi
come semplici pedine all'interno di strategie militari decise in
altro luogo. Con la guerra del Golfo e in particolare con quella dei
Balcani, la guerra ha assunto il ruolo di costituente di un nuovo
ordine mondiale, che ora, nella prima guerra della globalizzazione,
cominciata con l'attacco anglo-americano dell'Afganistan, sembra
dotarsi di ulteriori nuovi strumenti di governo a geometria
variabile (al di là degli stessi G8 e Nato, essendone evidenti,
soprattutto per quest'ultima, i limiti di fronte alla nuova
situazione mondiale), attorno a un asse costituito dagli Stati Uniti
d'America, dalla Russia e dalla Cina.
In sostanza il processo di
globalizzazione pur non essendo né lineare né privo di
contraddizioni, è tutt'altro che anarchico e incontrollato. Al
contrario produce e rinnova continuamente i suoi organi di governo,
entro i quali cerca di compensare le contraddizioni e le tensioni
che si producono al suo interno e tra i suoi stessi protagonisti.
Questi organi di governo sono costruiti su base assolutamente
a-democratica, estranei e contrapposti agli organi legittimamente
fondati e riconosciuti da governi, nazioni e popoli, impermeabili
alla volontà popolare e violentemente ostili e ferocemente
repressivi verso qualunque movimento o istanza contestativi.
TESI 13 - IL RUOLO DEGLI USA
Una consistente eccezione alla
crisi degli stati nazionali concerne gli Stati uniti d'America:
paese-guida della rivoluzione capitalista e della globalizzazione,
esso occupa oggi una posizione egemonica nella costruzione del nuovo
ordine mondiale unipolare, anche in virtù della sua potenza
militare.
Naturalmente la crisi dello stato nazione non investe tutti gli
stati nella stessa misura e allo stesso modo. In aree del mondo
forme di resistenza nei confronti del processo di globalizzazione,
che possono accentuarsi nell'attuale fase di crisi di quest'ultimo,
si muovono anche facendosi forza della dimensione statuale.
Certamente questa crisi non riguarda il ruolo degli Stati Uniti
d'America. Questo stato si pone come il motore del processo di
globalizzazione. Le ragioni sono storiche, economiche, militari e di
modello sociale. Gli Stati Uniti sono il paese che con il sistema
fordista-taylorista-keynesiano e il new deal ha sperimentato e
diffuso le più importanti esperienze di strutturazione e
organizzazione del sistema capitalista nella prima metà del
novecento; sono usciti dal secondo conflitto mondiale con una
funzione di guida nel cosiddetto primo mondo nel quale si
concentrava il sistema capitalista; hanno avuto un ruolo preminente
in campo finanziario e monetario, anche attraverso gli accordi di
Bretton Woods; hanno rafforzato la loro autorevolezza nella lunga
contesa contro il campo dominato dall'Unione sovietica; sono la sede
originaria di molte delle principali imprese finanziarie e delle
multinazionali; hanno sviluppato una potenza militare soverchiante
rispetto ad ogni altra; hanno modellato un sistema sociale ed
economico che vuole apparire come l'inveramento più autentico delle
dottrine neoliberiste anche se l'economia di quel paese è dipesa in
modo consistente da politiche di gestione dall'alto delle dinamiche
apparentemente spontanee di mercato, politiche sovente
mercantilistiche e protezionistiche condotte sotto la bandiera
ideologica del liberoscambismo.
Sulla base di tutto questo gli
Stati Uniti d'America si sono trovati in posizione di guida
nell'attuale rivoluzione capitalistica e nel processo di
globalizzazione, pur essendo stato rilevante il concorso anche di
altri paesi, per certi periodi in aperta competizione con gli stesi
USA, come il Giappone specialmente per quanto riguarda l'innovazione
dei modelli e dell'organizzazione produttiva.
Nel corso
dell'esercizio pluriennale di una funzione preminente nel sistema
capitalistico gli Stati Uniti hanno tuttavia conosciuto rilevanti
modificazioni particolarmente per quanto riguarda la gestione dei
flussi finanziari e i loro rapporti con gli altri paesi: infatti gli
USA che erano la più importante fonte mondiale di liquidità e di
investimenti all'estero negli anni '50 e '60, sono diventati, oggi,
il maggior paese debitore e il più grande ricettore di investimenti
stranieri.
L'insieme di questi processi colloca oggi gli USA in
una posizione egemonica nella costruzione degli strumenti di governo
unipolare e oligarchico del mondo, ruolo che è ancora più
sottolineato e favorito dall'esercizio della guerra, come è stato
ulteriormente confermato nell'attuale conflitto contro l'Afganistan.
La potenza militare degli Usa - e lo sviluppo della tecnologia ad
essa finalizzata - è assolutamente soverchiante ed essi la sfruttano
appieno per ribadire la loro primazia nel processo di
globalizzazione, come dimostra anche l'attuale discussione attorno
alla costruzione dello "scudo spaziale".
TESI 14 - IL SUPERAMENTO DELLA NOZIONE CLASSICA DI IMPERIALISMO
(approvata dal Comitato Politico Nazionale)
La nozione classica
di imperialismo, nei termini definiti da Lenin, Luxemburg e
Hilferding, appare oggi inadeguata. Essa "sintetizzava" fenomeni
quali la centralizzazione capitalistica al crescente livello dello
Stato, la fusione tra capitale industriale e finanziario, gli
scontri anche militari tra potenze imperiali per il controllo di
risorse, territori, mercati. Oggi, all'opposto, il capitalismo si
muove su straordinarie concentrazioni trans e sovranazionali, che
condizionano le scelte e la politica degli Stati, anche i più forti,
ed è cresciuta l'autonomia dei mercati finanziari. Ma soprattutto,
nella generale accettazione della globalizzazione capitalistica che
coinvolge tutte le potenze a livello mondiale, i contrasti tra gli
Stati non producono di per se né la costruzione di un campo
antimperialista né dirompenti contraddizioni di tipo
interimperialistico. Come del resto, paesi aggrediti delle grandi
potenze, non si trasformano per questo in soggetti antimperialisti.
In questo quadro così mutato la nozione classica di imperialismo
appare inadeguata per caratterizzare l'attuale fase dello sviluppo
capitalistico. Conseguentemente catalogare i contrasti e i conflitti
internazionali fra stati come effetti delle contraddizioni
interimperialistiche sarebbe totalmente fuorviante. Il processo di
accumulazione capitalistica ha avuto sin quasi dagli inizi una
dimensione sovrannazionale. L'imperialismo, nei termini definiti da
Lenin e da Rosa Luxemburg, come pure, con le distinzioni necessarie,
da Hilferding, si è sviluppato a partire dagli ultimi decenni del
XIX secolo ed ha raggiunto il suo culmine con la Prima guerra
mondiale. Dopo la Seconda guerra mondiale, ha assunto nuove forme
per cui è stata pertinentemente usata la categoria di
neocolonialismo o neoimperialismo. L'analisi del fenomeno
imperialista, come si presentava nella prima parte del secolo
scorso, si basava essenzialmente sull'osservazione della fusione tra
il capitale finanziario e il capitale industriale, sulla tendenza
alla creazione di monopoli, su processi di centralizzazione
capitalistica che avvenivano a livello statale ed attraverso gli
stati esercitavano la loro potenza a livello internazionale,
sull'esportazione di merci e capitali verso nuove terre,
sull'utilizzo di scontri armati e delle guerre fra stati
imperialisti e capitalisti per il controllo di territori, di
risorse, di mercati.
Oggi le condizioni sono radicalmente
mutate. I processi di centralizzazione e concentrazione
capitalistica hanno assunto un carattere sovranazionale senza
precedenti con mutazioni nella strutturazione della proprietà dei
mezzi di produzione e di scambio, con una diversa distribuzione
territoriale e con un ruolo enormemente accresciuto dei mercati
finanziari che tendono ad operare con una relativa autonomia. Le
varie funzioni del denaro, quale mezzo di scambio, di risparmio e di
investimento vengono strettamente compenetrate per un più totale
dominio dei mercati globali. La presenza dei centri decisionali del
capitale in determinati stati piuttosto che in altri - e fra i primi
in modo preminente negli Stati Uniti d'America - non significa che
essi si muovono sulla forza degli stati ma, al contrario, che essi
ne condizionano e ne determinano non solo la politica, ma anche modi
di funzionamento.
Queste tendenze contemporanee e il nuovo
contesto segnato dal crollo dei paesi del "socialismo reale" e dalla
fine della "guerra fredda", autorizzano la conclusione che non è
affidabile ai contrasti tra paesi capitalisti e alle contraddizioni
interimperialistiche la crisi e la sconfitta della globalizzazione
capitalistica e che è improponibile l'ipotesi di guerre
interimperialistiche. Di conseguenza i conflitti di questa fase e
quelli in prospettiva non possono essere interpretati in funzione di
contrapposizione tra le maggiori potenze. Vanno e andranno collocati
entro l'esigenza di gestione della globalizzazione capitalistica e
di salvaguardia del sistema nel suo insieme, al quale si oppone il
movimento no-global.
TESI 15 - I NUOVI ASSETTI DEL MONDO
Nella fine dell'ordine
bipolare, si è consumata non solo l'idea tradizionale di divisione
tra un Primo, un Secondo e un Terzo mondo, ma quella, più recente,
tra Nord e Sud. Più efficace ci pare il paradigma delle
contraddizioni tra i diversi Centri e le diverse Periferie della
globalizzazione. Muta la stessa nozione di territorio: oggi è più
corretto parlare di "luoghi-mondo", sistemi urbani collegati dalla
rete e da flussi stabili di comunicazione
La contraddizioni tra grandi paesi capitalisti non hanno
comportato da tempo e non comportano guerre tra loro, non solo a
causa del superamento dei confini nazionali operato dalle grandi
centralizzazioni capitalistiche, ma anche perché i vari organi di
governo del processo di globalizzazione, seppure dominati
politicamente dagli USA, servono da camera di compensazione dei
contrasti e delle contraddizioni che pure permangono, ed impediscono
che questi giungano alla forma acuta di un conflitto armato.
Il
mondo non è più diviso in blocchi contrapposti, né tripartito tra
Primo, Secondo e Terzo mondo, come veniva analizzato da una parte
importante del movimento comunista internazionale nel secondo
dopoguerra. Tra i paesi che erano inclusi allora nel Terzo mondo,
rilevanti sono state le modificazioni sia dal punto di vista
economico che politico - si pensi all'est dell'Asia - che
renderebbero impossibile proporre unità di condizioni e di
schieramenti del tipo di quelli sperimentati nel passato, cioè dei
cosiddetti paesi non allineati.
Lo stesso contrasto fra Nord e
Sud del mondo va riletto alla luce delle nuove trasformazioni. Pur
avendo la globalizzazione determinato - come abbiamo già visto -
l'aumento enorme delle diseguaglianze tra i paesi più ricchi e
quelli più poveri, appare più giusto e fertile leggere le
contraddizioni mondiali secondo un asse di contraddizione tra Centro
e Periferia del processo di globalizzazione. Anzi tra più centri e
più periferie, poiché gli uni e le altre possono trovarsi su scala
locale entro gli stessi paesi capitalistici più sviluppati.
In
questo senso muta anche la concezione tradizionale di geopolitica.
E' infatti necessaria una ridefinizione dello stesso concetto di
territorio riguardo al processo di globalizzazione, poiché
quaest'ultimo ha bisogno sì di localizzazioni, ma queste anziché
riconoscersi nei territori degli stati, si concentrano in sistemi
territoriali prevalentemente urbani collegati attraverso reti
materiali e immateriali di comunicazione (in luoghi-mondo, secondo
una felice terminologia socio-economica). Indubbiamente la scomparsa
di un campo contrapposto a quello capitalista da un lato e le
necessità economiche del processo di globalizzazione dall'altro,
hanno esposto ulteriormente le periferie del sistema capitalista
mondiale ad una ulteriore depredazione e ad uno stato continuo di
guerre.
Queste ultime sono fomentate o condotte direttamente
dallo stato guida della globalizzazione, gli USA, e dagli organi da
esso dominati, sia per ribadire l'impossibilità di sottrarsi a quel
processo e al governo unipolare del mondo e in questo caso, assumono
le caratteristiche di atti punitivi, di ritorsioni e di rappresaglie
sia per mantenere o conquistare il controllo e il possesso di
fondamentali materie prime, tra cui fonti energetiche quali il
petrolio che continuano ad avere un importanza strategica
fondamentale.
Conseguentemente appare improponibile l'idea della
costituzione di fronti antimperialistici tra stati. Non solo per le
mutate caratteristiche dell'attuale capitalismo, ma per le
indisponibilità degli stessi soggetti. Questo è dimostrato dal
processo di convergenza con gli USA sulla guerra in Afghanistan di
Russia e Cina, dalla disponibilità della prima nei confronti della
Nato e dal comportamento tenuto anche nell'ultimo vertice dei G8 di
Genova. Così come l'ingresso nel WTO della Cina conferma la sua
propensione ad integrarsi nel processo di globalizzazione. In questo
quadro può proseguire l'attuazione di un progetto annessionista
statunitense e dell'annullamento delle sovranità statuali nel suo
"cortile di casa". Dopo la creazione del NAFTA (Area di libero
commercio del nord America), dopo la proposta dell'Accordo
multilaterale sugli investimenti (AMI) e i negoziati
dell'Organizzazione mondiale del commercio (OMC), la creazione
dell'Area di libero commercio delle Americhe (ALCA) dal Canada alla
Patagonia, rappresenta oggi il più avanzato progetto commerciale,
politico e militare che ridefinisce la presenza egemonica degli
Stati uniti su tutto il continenente e non solo. Si tratta di un
mercato potenziale di più di 800 milioni di consumatori, di una
riserva strategica di risorse energetiche come il petrolio, ma anche
di acqua e della biodiversità amazzonica. L'ALCA ha nel "Plan
Colombia" il suo braccio armato e nell'Iniziativa andina la sua
estensione regionale.
Questo non significa che nel mondo sia in
corso un processo di omologazione assoluta al sistema capitalista,
né che tra gli stessi stati maggiori e più forti, in Europa come in
Asia, non vi siano contrasti con gli USA: ma questi oggi avvengono
entro questo processo di globalizzazione non contro di esso, e
l'evoluzione futura di questi contrasti, in senso ulteriormente
integrativo o nuovamente conflittuale, è legata all'esito della
crisi nel processo di globalizzazione, di cui ora stiamo avvertendo
consistenti manifestazioni.
TESI 16 - LO STATO DELL'UNIONE EUROPEA
Drammatica è la crisi
della costruzione europea, mera unità monetaria sempre più
prigioniera dei suoi vincoli di compatibilità, sempre meno soggetto
politico dotato di autonomia. Sempre più evidente la sua natura
a-democratica, a cui non ha certo ovviato la Carta di Nizza.
L'attuale situazione mondiale mostra per intero la debolezza
politica della costruzione europea. Di fronte alla attuale guerra,
come già successe nel caso dei Balcani, i vari governi della Unione
Europea (UE) si sono messi in gara nell'offrire i migliori servizi
agli Usa. Questi ultimi hanno così potuto risottolineare la loro
totale preminenza politica sui singoli paesi europei e sull'Unione
in modo addirittura mortificante per quest'ultima. Il comportamento
dell'Italia è stato un esempio lampante.
In sostanza l'Unione
Europea è sempre più un'unità monetaria e una potenza commerciale e
sempre meno un soggetto politico dotato di autonomia sulla scena
internazionale.
Non solo, ma anche sul terreno squisitamente
economico l'UE si rivela priva di qualunque capacità di iniziativa
autonoma. Mentre negli USA vengono riproposte politiche economiche
di deficit spending, seppure di destra, i paesi europei sono
paralizzati dall'osservanza dei vincoli imposti dal Patto di
Stabilità. La Banca Centrale Europea si è finora rifiutata infatti
di avviare politiche anticicliche con la scusa di prevenire il
rilancio dell'inflazione.
Contemporaneamente in molti paesi
europei vengono portati avanti processi di privatizzazione, di
distruzione dello stato sociale, di liberalizzazione del mercato del
lavoro che tendono ad omologare il modello sociale europeo a quello
americano o comunque ad assumere ed applicare nella loro interezza
le dottrine neoliberiste.
Intanto è sempre più evidente il
carattere a-democratico dell'attuale processo di costruzione
europea. Il Parlamento Europeo che pure è un organo elettivo, per di
più secondo una legge elettorale di tipo proporzionale, è privato di
poteri decisionali a vantaggio di organismi (come la commissione
europea) a carattere non elettivo. Questo carattere a-democratico
non è stato affatto modificato dalla Carta dei diritti approvata a
Nizza nel 2000 che infatti abbiamo già criticato per le sue
caratteristiche del tutto astratte dalla condizione sociale che si
vive in Europa. Nello stesso tempo assistiamo ad un'impasse della
discussione sull'allargamento dell'UE a nuovi Stati.
In sostanza
la costruzione europea versa in una grave crisi, che rischia, data
l'attuale stretta mondiale, di farsi irreversibile. L'unica
possibilità per rilanciare l'idea di un'Europa unita, soggetto
democratico e attivo politicamente sulla scena mondiale, è
rappresentata dal protagonismo di movimenti di massa, di nuovi
attori sociali e politici che sappiano, assieme alla battaglia per
la democratizzazione della costruzione europea - e quindi per una
Costituzione europea capace di affermare i diritti universali e la
partecipazione dei cittadini - portare al più alto livello le
conquiste della civiltà e del modello sociale del nostro continente
frutto di lotte ormai secolari del movimento democratico e delle
classi subalterne. Anche la realizzazione di questa possibilità,
oltre che riguardare la crescita dei movimenti su scala europea e
mondiale, nonché di un nuovo soggetto politico europeo capace di
unire le forze politiche dell'alternativa, dipende dall'evoluzione
della nuova fase di crisi del processo di globalizzazione che è
sotto i nostri occhi.
TESI 17 - LA CONDIZIONE DEI MIGRANTI
La guerra globale si
nutre di razzismo e xenofobia, anzi della "razzizzazione" del
nemico, e del nemico interno. Si aggrava drammaticamente la
condizione dei migranti e dei profughi, che vengono privati di
diritti fondamentali e ridotti a forzalavoro usa-e-getta.
La prima guerra globale esalta e al tempo stesso si nutre
dell'eterofobia e del razzismo. Non è certo un fenomeno inedito: la
"razzizzazione" del nemico, il sospetto o la caccia contro il
"nemico interno", in definitiva il nesso fra guerra e razzismo hanno
caratterizzato anche i conflitti bellici del Novecento. Ma nel caso
dell'attuale conflitto civile planetario v'è qualcosa di più: non
trattandosi di una guerra fra Stati sovrani, l'evanescenza del
Nemico si traduce in una diffusa e pervasiva "nemicizzazione"
dell'Altro, di chiunque sia reputato estraneo alla "Civiltà
occidentale". La xenofobia e il razzismo divengono così parte
integrante ed essenziale della struttura che regge la guerra
planetaria.
Inoltre: il ciclo terrorismo - guerra - minaccia del
terrorismo, tendenzialmente instaura uno stato di eccezione
generalizzato e permanente, che ha come corollari un nuovo
"maccartismo", la riduzione o cancellazione di libertà democratiche,
l'enfatizzazione dei miti e dei dispositivi di sicurezza. E quando
si rafforzano l'ideologia e le pratiche sicuritarie, le prime
vittime sono i migranti, i profughi, gli "estranei", additati come
complici del nemico e al tempo stesso come causa di
insicurezza.
Nei paesi dell'Unione europea, questo clima
contribuisce ad aggravare le condizioni materiali dei migranti e dei
profughi, e ad esaltare la tendenza a privarli di diritti
fondamentali, a cominciare dal diritto all'asilo e da quello ad
avere uno status e un soggiorno legali. Il clima da caccia al nemico
interno, inoltre, rallenta il pur lento processo di
cittadinizzazione dei "residenti non cittadini" presenti in Europa
-almeno tredici milioni di persone- e favorisce il tentativo,
costantemente perseguito dal padronato, di ridurli a forza-lavoro
"bruta", a manodopera usa-e-getta, come è evidente in Italia nel
disegno di legge Bossi - Fini.
Appare chiaro allora che la difesa
dei migranti e dei profughi, della loro sicurezza, dei loro diritti,
del loro lavoro, è parte ineludibile della strategia contro la
guerra civile planetaria e permanente. Ma c'è di più. Oggi è
indispensabile praticare una modalità di conflitto che sia sempre
transculturale, ed occorre essere consapevoli che la creazione di
uno schieramento sociale d'alternativa non può fare a meno dei
migranti, e che da essi non può prescindere la stessa composizione,
singolare e collettiva, della soggettività comunista nel nuovo
secolo.
Del resto, sostenere il movimento di lotta delle
immigrate e degli immigrati per la completa parità dei diritti (in
Italia come in Europa), non è pura questione di umanitarismo ne di
semplice solidarietà. E' al contrario una questione essenziale di
autodifesa che le lavoratrici e i lavoratori italiani devono
condurre contro l'imbarbarimento della vita, della società e della
politica. Le politiche neoliberiste hanno infatti operato una
generale precarizzazione delle condizioni di vita e di lavoro e
puntano strategicamente sulla guerra tra i poveri, sostituendo al
conflitto di classe il conflitto interetnico. D'altra parte è
evidente che l'immigrata/o senza diritti, o con diritti estremamente
limitati, è oggettivamente più concorrenziale in certi settori del
mercato del lavoro. E' soprattutto l'immigrata/o che subisce maggior
sfruttamento, incidenti, condizioni di lavoro ai margini della
legalità e la sua condizione di minorità giuridica e sociale è tale
da erodere, in tempi più o meno rapidi, le stesse condizioni di
lavoro delle/i lavoratrici/ori italiani. Per questo la
ricomposizione di classe tra tutti i lavoratori, nativi e migranti,
costituisce un punto fondamentale del nostro progetto politico.
TESI 18 - LA RECESSIONE ECONOMICA MONDIALE
L'economia
americana non tira, dopo quasi dieci anni di crescita ininterrotta:
ritornano politiche di "deficit spending" di destra e di guerra .
L'Europa è ferma. Il Giappone ha rallentato. Manca la possibile
locomotiva dello sviluppo: perciò, la "grande depressione" non è
impossibile.
Il grande elemento di novità che si è ora introdotto è una crisi
nel processo di globalizzazione. Non siamo di fronte né ad un
arresto, né ad un possibile ritorno indietro, ma certamente ad una
crisi evidente sotto molti aspetti, che apre una nuova fase nella
stessa globalizzazione. Il processo di globalizzazione ha conosciuto
più di un episodio di crisi economica e finanziaria, si può
ricordare il crack borsistico del 1987 o la grande crisi finanziaria
che prese le mosse dalle cosiddette Tigri asiatiche nel 1997. Ma ora
siamo di fronte a qualcosa di più profondo e di più grave,
antecedente alla distruzione delle Twin Towers, ma da quell'episodio
ulteriormente amplificato. In sostanza in mondo ha preso coscienza
di essere entrato in una fase di recessione economica - se non
peggio - solo dopo l'11 settembre, benché lo fosse realmente già da
prima.
Se guardiamo la situazione economica mondiale a partire
dagli Stati Uniti d'America, vediamo che la crisi era ben
antecedente all'attacco terroristico e ha finito con il colpire
tanto la "nuova" quanto la "vecchia" economia, di fatto
inestricabili. Sotto questo profilo siamo di fronte - seppure in un
modo nuovo - ad una tipica crisi di sovrapproduzione (negli Usa, ad
esempio, gli investimenti enormi fatti nelle infrastrutture ottiche
sono stati utilizzati solo per un'infima quantità). La grande bolla
finanziaria sulla quale il mondo capitalistico siede aveva peraltro
iniziato a sgonfiarsi all'inizio del '2000 e gli effetti non hanno
tardato a manifestarsi nelle Borse di tutto il mondo. E' certo
comunque che l'attuale "ritorno dello stato" avviene aggravando e
non attenuando la feroce redistribuzione a danno dei ceti meno
abbienti, e senza rimessa in questione della qualità dello
sviluppo.
La crescita economica mondiale, pur calcolata con i
criteri dominanti che contestiamo, indica un pesante rallentamento
rispetto al decennio passato. L'economia americana dopo 9 anni di
crescita non tira, quella europea neppure, il Giappone è fermo da
tempo. Gli effetti sono evidenti: i consumi si riducono, i
licenziamenti si moltiplicano, la disoccupazione cresce, la povertà
aumenta ancora di più tra le classi lavoratrici. L'Agenzia delle
Nazioni unite che osserva l'evoluzione del lavoro (ILO) prevde che
nel 2002 vi saranno 24 milioni di posti di lavoro in meno nel mondo,
per lo più concentrati in Asia e nei paesi poveri.
Gli USA
cercano di reagire con una manovra anticiclica costituita da un
rilancio dell'intervento pubblico a sostegno delle aziende, in
particolare quelle connesse alla produzione di tipo bellico, e di un
aumento dei consumi interni, favoriti anche da una restituzione del
precedente prelievo fiscale. In sostanza essi praticano politiche di
deficit spending. Questo ritorno a una manovra attiva della spesa
pubblica, dopo anni di propaganda ideologica a favore delle dottrine
liberiste, avviene in una chiave marcatamente di destra. Ora la
produzione e il consumo di ordigni bellici di ogni tipo hanno un
ruolo centrale. Nello stesso tempo la crisi della new economy spinge
l'economia americana verso soluzioni inaccettabili per gli equilibri
ambientali, come anche destabilizzazioni avventuristiche sul piano
geopolitico: da qui il rifiuto americano dell'osservanza degli
accordi di Kyoto nell'ambiente e l'accentuazione di un interesse
primario - peraltro mai sopito - per il petrolio e le fonti
energetiche non rinnovabili e conseguentemente per il controllo di
quelle zone del mondo decisive a questo riguardo.
Invece negli
altri paesi capitalisti continua la predicazione del liberismo allo
stato puro e la sottomissione ai vincoli di bilancio.
Così è per
l'Europa, prigioniera - malgrado qualche impazienza - del Patto di
Stabilità.
Le previsioni per un'uscita dalla crisi sono incerte;
anche perché manca l'individuazione di un paese e di una zona del
mondo che funzioni da locomotiva. L'attuale recessione - e ciò è già
presente nelle considerazioni di numerosi analisti - può perciò
trasformarsi in una grande depressione, con incalcolabili
conseguenze sul piano sociale.
TESI 19 - IL PENSIERO UNICO SI SPEZZA
Si è irimediabilmente
incrinato uno dei miti portanti della globalizzazione: quello di una
crescita continua, di una vita più facile. In questa disillusione
collettiva, la crisi assume forme contradditorie: esplode il
terrorismo, ma cresce anche l'opposizione sociale e politica.
In ogni caso si è definitivamente incrinato uno dei miti del
processo di globalizzazione, quello di una crescita forse non sempre
travolgente, ma continua e sicura; quello che cercava di espungere
la parola crisi dal vocabolario economico e dall'immaginario
collettivo, quello che avrebbe dovuto assicurare, almeno alla
porzione degli abitanti della zona più fortunata del pianeta, una
esistenza senza incertezza. La globalizzazione - per bocca dei suoi
apologeti e dei suoi propagandisti - prometteva l'allargamento della
sfera dei consumi e una vita più facile, pur in un clima di
competizione.
Questa promessa era sostenuta da un apparato
ideologico potente e articolato, tale da costituire una sorta di
"pensiero unico", come è stato felicemente definito, capace di
intervenire in ogni campo e di proporsi come risolutivo per ogni
problema.
Insomma il processo di globalizzazione è stato sospinto
e a sua volta ha alimentato una vera e propria egemonia delle classi
dominanti su scala mondiale fondata sul primato del calcolo
economico, sulla logica dell'interesse e dell'impresa,
sull'imperativo del mercato e della competitività.
Tutto questo
conosce oggi una profonda crisi. La promessa di sicurezza nel futuro
è irrimediabilmente incrinata per milioni di persone cui era stato
fatto credere; l'esclusione da una condizione di benessere - anche
se relativa - è invece drammaticamente confermata per la maggioranza
dell'umanità. La logica dell'impresa continua ad essere l'unico modo
con cui viene organizzata la produzione, ma la sua egemonia sulla
società e sul sistema conosce delle profonde incrinature. Le grandi
crisi ambientali mordono nel profondo le condizioni di vita e la
riproduzione sociale.
Il terrorismo è un progetto politico
nemico mortale di un'esigenza di trasformazione, ma allo stesso
tempo è esso stesso prodotto e manifestazione della crisi della
globalizzazione. Nei paesi più poveri cresce una opposizione in
diverse forme alla sottomissione dei rispettivi governi alle
politiche neoliberiste. Nel mondo prende corpo un vasto, duraturo,
articolato movimento contro la globalizzazione, che unisce varie
figure sociali, diverse culture e opzioni ideali e politiche.
Insomma la normalizzazione del mondo sotto l'egida del dominio del
capitale non è riuscita.
TESI 20 - LA SECONDA FASE DELLA GLOBALIZZAZIONE
Dopo lo
sviluppo imperioso il capitale deve di gestire direttamente la sua
crisi. Alla ricerca di nuovi strumenti di comando e di controllo
sceglie la strada dello "stato di guerra" e della repressione.
Il processo di globalizzazione non è sbaragliato, ma inizia una
nuova fase: dopo quella del suo sviluppo imperioso e diffuso, entra
in una seconda fase, quella della gestione della sua crisi.
A
quanto si vede questa gestione viene affidata al prolungamento di
uno stato di guerra, dal quale ottenere un dominio che non è più
conquistabile solo per via egemonica. Per questo sono necessari
nuovi strumenti di comando del processo di globalizzazione, il
soffocamento - anche attraverso la stretta tra terrorismo e guerra -
dei movimenti contestativi e alternativi, l'assunzione nel processo
di globalizzazione, a diversi e variamente subordinati livelli, di
tutti i seppur timidi tentativi di differenziazione e di autonomia
di singoli paesi o gruppi di essi.
E' decisivo per il futuro
dell'umanità se questa crisi evolverà in un superamento del
capitalismo o in un imbarbarimento della società umana mondiale. Lo
scioglimento di questa alternativa dipende in gran parte dallo
sviluppo del movimento mondiale contro la globalizzazione.
TESI 21 - IL PROGETTO DEL TERRORISMO INTERNAZIONALE
Anche
l'attuale insorgenza terroristica internazionale, è un fenomeno che
nasce nella sfera separata della Politica. Esso intende sfruttare la
situazione di disagio e oppressione dei popoli musulmani, ma non ne
costituisce né l'espressione politica né la rappresentanza.
Il terrorismo non è certo un fenomeno nuovo e si è presentato
più volte e in modi diversi sulla scena della storia. In ogni caso
esso ha rappresentato un progetto politico, costruito entro
un'accentuata concezione dell'autonomia della politica, che lo ha
portato a contrapporre l'azione di pochi a quella delle masse. In
questo senso esso non deriva meccanicamente e necessariamente né dal
disagio sociale né dalle varie forme di fondamentalismo o di
integralismo religioso. Ma certamente il terrorismo cerca di
mettersi in connessione e di utilizzare le condizioni di sofferenza
e ingiustizia sociale, l'intolleranza etica e l'integralismo
religioso per diffondersi e cercare consensi e appoggi.
L'attuale
fenomeno terroristico internazionale - che sfrutta particolarmente
il diffondersi dell'islamismo radicale, lo stato di oppressione, di
disagio, e la volontà di riscossa di quelle
popolazioni e di
quella parte del mondo a prevalente religione musulmana - si avvale
anche di una forza economica che è data in massima parte dallo
sfruttamento e dal controllo dei giacimenti e delle vie del
petrolio, che costituiscono allo stesso tempo un terreno di sfida
nei confronti del governo oligarchico della globalizzazione e delle
maggiori potenze.
Per questi motivi la scelta della guerra oltre
che eticamente, politicamente e umanamente inaccettabile, risulta
del tutto inefficace nella lotta al terrorismo.
Questa richiede
invece un impegno ben diverso da parte della comunità
internazionale, che deve intervenire contemporaneamente su
molteplici terreni.
In particolare è decisivo lavorare per
rimuovere le enormi diversità e ingiustizie sociali ampliate dal
processo di globalizzazione al fine di eliminare ogni spazio di
conquista di disperati consensi da parte del terrorismo. Vanno
risolti i punti di crisi presenti nella situazione internazionale, a
partire dalla composizione del conflitto palestinese-israeliano, per
avviare la quale sono indispensabili l'immediato ritiro da tutti i
territori occupati delle truppe israeliane, il rapido smantellamento
degli insediamenti coloniali israeliani e l'invio di una forza di
interposizione internazionale, come chiede da più di un anno
l'Autorità Nazionale Palestinese, al fine di realizzare il diritto
di entrambi i popoli ad avere uno stato proprio. Bisogna ricostruire
le ragioni della solidarietà tra le nazioni basate su legittimi
organi internazionali. L'ONU dovrà essere profondamente riformata
con l'eliminazione della funzione di membri stabili del Consiglio di
Sicurezza, con una priorità decisionale all'Assemblea generale e con
l'abolizione del diritto di veto. A quest'ultimo, quindi, e alla
collaborazione fra tutti gli stati, va affidata l'opera specifica di
prevenzione e di repressione del fenomeno terroristico, con
l'impegno delle capacità investigative e di azioni di polizia
internazionale, nel pieno rispetto dei diritti e della democrazia,
che sono l'unica condizione per ottenere un attivo sostegno in
quella lotta da parte delle popolazioni. E' necessario risolvere il
problema dell'esercizio della giustizia a livello internazionale e
quindi è indispensabile la costituzione di quel Tribunale Penale
Internazionale alla cui nascita si oppongono proprio gli Stati Uniti
d'America.
TESI 22 - IL MOVIMENTO DEI MOVIMENTI
La nascita dei popoli di
Seattle costituisce l'evento positivo del nostro tempo: il primo
movimento, dopo la lunga sconfitta, che pone le basi per una
risposta da sinistra alla crisi della globalizzazione, avanza una
critica radicale al sistema dominante, afferma la possibilità, qui
ed ora, di "un altro mondo". Da qui può rinascere un nuovo movimento
operaio.
La nascita dei "popoli di Seattle", del "movimento dei
movimenti", costituisce l'evento positivo del nostro tempo, il primo
movimento dopo la lunga fase della sconfitta che indica la possibile
nascita di un nuovo movimento operaio.
Questo movimento - di cui
i prodromi si erano potuti vedere già nell'esperienza zapatista come
nella conferenze delle donne tenutasi a Pechino nel 1995 - avanzando
una critica radicale all'attuale sistema di relazioni economiche,
sociali e politiche dominanti e affermando che "un altro mondo è
possibile", pone le basi per una risposta "da sinistra" alla
globalizzazione capitalistica e alla sua crisi.
Dopo anni in cui
l'egemonia del pensiero unico aveva operato una gigantesca campagna
ideologica di occultamento dei meccanismi di sfruttamento
presentando i rapporti sociali capitalistici come naturali,
oggettivi, immodificabili, il movimento è stato in grado di rendere
evidente - a livello di massa - che le sofferenze, lo sfruttamento,
la perdita di diritti, non sono un processo naturale ma il frutto di
precise scelte politiche operate a partire dalle decisioni assunte
dagli organismi internazionali a-democratici che guidano il processo
di globalizzazione capitalistico. L'aver individuato nel Fondo
Monetario Internazionale, nella Banca Mondiale, nell'Organizzazione
Mondiale del Commercio i corresponsabili principali dei grandi
potentati economici nella distruzione dei diritti del lavoro, delle
persone e dell'ambiente, ha dato un volto all'avversario "di tutti"
e nel contempo ha posto i presupposti per l'apertura di un dialogo
tra i diversi soggetti sfruttati e la costruzione di comuni percorsi
di lotta. L'aver delegittimato e demistificato la funzione di
governo mondiale da parte di organismi antidemocratici quali il G8,
l'aver contestato la natura iniqua della globalizzazione
neoliberista, l'aver reso visibili le scelte politiche che generano
l'insicurezza a livello globale, l'aver dato un volto ed un nome
all'avversario e per questa via l'aver reso possibile percorsi di
unificazione dei conflitti prodotti dalle diverse contraddizioni
generate dal processo di globalizzazione, costituiscono il vero dato
storico di questo movimento, che ha segnato la possibilità di
riproporre il tema dell'alternativa a livello mondiale. Si tratta di
un processo certo non compiuto, con diversa forza e diversi gradi di
consapevolezza da paese a paese, ma il tema è stato posto.
TESI 23 -LE CARATTERISTICHE DEL MOVIMENTO
Il movimento ha
natura mondiale e potenzialmente maggioritaria. Contesta l'ordine
capitalistico, ma progetta anche nuove relazioni sociali e politiche
(Porto Alegre). Ripropone in termini inediti la questione della
democrazia, della partecipazione e dell'unità, come si è visto
nell'esperienza del Social Forum. Non aggrega soltanto le nuove
generazioni, ma componenti significative del movimento operaio.
Da questo dato centrale discendono le caratteristiche di fondo di
questo movimento:
1) Ha caratteristiche mondiali; nasce da
contestazioni specifiche ma immediatamente si è espresso a livello
globale, cioè al livello di sviluppo del capitale.
2) E'
potenzialmente maggioritario, in quanto tende a formare una grande
alleanza per l'umanità che partendo dagli esclusi del pianeta (e
ponendo il problema della terra, della sovranità alimentare e del
cibo come diritto universale), si propone come motore aggregativo di
tutte le soggettività sociali e correnti di pensiero che non si
rassegnano ad un sistema di violenza e di mercificazione delle
relazioni umane, sociali e statuali. Da questo punto di vista
fondamentale è potenzialmente presente, anche se non ancora
pienamente operante, la consapevolezza del carattere fondativo delle
contraddizioni di genere nei processi di emancipazione e liberazione
umana.
3) Esprime, a partire dalla contestazione di fondo degli
aspetti caratterizzanti l'attuale modello di accumulazione
capitalistico, una carica anticapitalistica e mette in discussione
il pensiero unico. Le categorie culturali in cui il movimento
esprime la propria opposizione al neoliberismo sono certo assai
variegate ed assistiamo ad una grande diversificazione e ricchezza
di linguaggi e di riferimenti ideologici e culturali. Del resto dopo
anni di deserto culturale, dominati dal pensiero unico e dal
fallimento dell'esperienza dei socialismi reali, è del tutto normale
che la critica al capitalismo si esprima attraverso una notevole
dose di empiria e non sia sistematizzata compiutamente. La crisi del
comunismo ha reso possibile anche la marginalizzazione culturale di
larga parte degli strumenti analitici del marxismo ed è compito
nostro - nella prospettiva della rifondazione comunista - quello di
ricostruire strumenti analitici, utilizzabili a livello di massa,
che pongano la critica all'economica politica alla base della
contestazione al neoliberismo e al mercato.
4) Il movimento non
si è limitato ad una azione contestativa ma in questi anni si è
cimentato nella costruzione di proposte di modifica qualitativa
degli attuali assetti sociali. Il Forum di Porto Alegre ha
rappresentato uno snodo significativo di questo percorso e ha
costruito una piattaforma che da un lato oltre a porre problemi di
redistribuzione del reddito mette in discussione nodi di fondo
dell'assetto capitalistico (pensiamo alle questioni relative alla
socializzazione della proprietà intellettuale e delle risorse
fondamentali come l'acqua) e dall'altra costituisce la potenziale
base di unificazione progettuale dei diversi soggetti sociali
coinvolti nel movimento (dalle questioni del lavoro a quelle dalla
terra, dell'ambiente, del genere, del consumo) ponendo il problema
del ridisegno delle condizioni della produzione e della riproduzione
sociale.
5) Ha riproposto in termini inediti la questione della
democrazia e della partecipazione, mettendo in discussione le forme
classiche della rappresentanza sempre di più svuotate dalla
concentrazione verso il vertice della piramide del potere globale,
mettendo al centro i nodi della democrazia diretta, del controllo
popolare dal basso, la costruzione di spazi pubblici che siano al
contempo forme di partecipazione e luoghi di pratiche
economico-sociali alternative. Questa volontà di riappropriazione
dei processi decisionali che passa per una critica della politica
come attività separata e ripropone una politica come impegno
personale, pratica dell'obiettivo, controllo sociale, autogestione,
ha al centro sia una forte connessione tra il dire e il fare che il
superamento della tradizionale dicotomia tra tattica e strategia,
della politica dei due tempi. Da questo punto di vista il movimento
pone - ovviamente senza averlo compiutamente risolto, nemmeno per sè
- un problema radicale di riforma della politica. Il movimento
eredita cioè quel lento accumulo di elaborazioni ed esperienze
avvenuto nel corso degli ultimi venti anni nei mondi dell'impegno
civile, dei saperi sociali democraticamente strutturati,
dell'associazionismo, del volontariato.
6) Ha espresso - in
particolare nell' esperienza del Genoa Social Forum - una
significativa capacità di costruire forme nuove di coalizione tra
diversi, dando vita ad un "patto" paritario tra oltre 1000
associazioni, partiti, sindacati, che ha permesso la costruzione del
percorso di manifestazioni che abbiamo conosciuto e di governare
positivamente le differenze sia di impostazione che di pratiche
politiche che all'interno di queste si sono espresse.
7) Sempre
l'esperienza genovese ha riportato al centro una caratteristica
fondante il movimento: la coalizione che si era espressa a Seattle.
La partecipazione al movimento di significative componenti del
movimento operaio organizzato, a partire dalla FIOM e dall'insieme
del sindacalismo autorganizzato ed extraconfederale, è stata infatti
una caratteristica centrale dell'appuntamento genovese. Questo fatto
positivo e su cui dobbiamo investire fortemente in termini politici
e organizzativi non ci deve far pensare però che tutti i problemi
siano risolti. La crisi strategica del sindacalismo confederale,
imbrigliato nella concertazione e incapace di aprirsi realmente
all'organizzazione dei lavoratori non garantiti, la forza che
mantiene tutt'ora l'ideologia dell'impresa come unico modo di
organizzare la produzione e lo stesso ricatto occupazionale che
scaturisce dalla crisi del processo di globalizzazione ci segnalano
che accanto ad evidenti e positivi segnali di "disgelo", permane un
problema di ripresa allargata del conflitto sociale nel mondo del
lavoro e di coinvolgimento più forte dello stesso dentro il
movimento "antiglobal".
TESI 24 - LA GUERRA AL MOVIMENTO
Dopo l'11 settembre, la sfida
del movimento si è fatta assai più difficile. La guerra è anche una
risposta di "normalizzazione autoritaria". E il rifiuto della
guerra, anche come scelta etica, è un antidoto alla crisi della
politica.
L'attentato terroristico e lo stato di guerra determinano una
situazione di maggiore difficoltà per lo sviluppo del movimento
medesimo. Lo straordinario successo della Perugina-Assisi e della
manifestazione del 10 novembre, dimostrano che il movimento è vivo.
Dobbiamo però essere consapevoli che la guerra tende a coartarne le
aree d'influenza, a renderlo minoritario militarizzando
l'informazione e sterilizzando le coscienze critiche. La guerra
nell'epoca globale, lungi dall'essere un incidente di percorso, è in
primo luogo occultamento dei reali problemi alla base
dell'insicurezza e della precarietà della comunità umana.
L'individuazione nel terrorismo di un nemico diverso da quello del
sistema neoliberista assolve alla sua funzione di depistaggio e
concentra su un fine funzionale l'apprensione, lo sdegno o più
semplicemente la rassegnazione della pubblica opinione. Il rischio
del terrorismo percepito e politicamente strumentalizzato scatena i
bisogni di sicurezza per la cui soddisfazione si è disponibili a
rinunciare alla democrazia o alla libertà di movimento e
d'informazione.
Per questo, dopo l'11 Settembre, la sfida per il
movimento si è fatta in salita e più difficile. La martellante
campagna contro il pacifismo, presentato come imbelle o, nel
migliore dei casi, come un'accezione etica che non può essere
assunta nella sfera della politica, l'insistenza anche rozza con il
quale il movimento di opposizione alla guerra viene immediatamente
bollato come antiamericano, denotano che da parte del potere si è
percepita questa difficoltà. Già a Genova, con la spaventosa scelta
della repressione poliziesca, si era capito che la risposta dei
poteri forti della globalizzazione neoliberista stava mutando,
assumendo le forme della criminalizzazione del dissenso. L'occasione
della guerra amplifica questa tendenza, proprio perché ogni
slittamento e defezione dal fronte bellico globale avrebbe l'effetto
di svelare tutta la debolezza di una avventura - la guerra contro
l'Afghanistan - che oltre ad essere sbagliata in sè è anche del
tutto inefficace rispetto all'obiettivo dichiarato di combattere il
terrorismo.
Il movimento si trova quindi di fronte il problema di
una sua crescita in un contesto in cui gli organismi che gestiscono
il potere politico, economico e militare a livello globale hanno
scelto lo stato di guerra come condizione "normale" di gestione
della crisi del processo di globalizzazione. In questo contesto una
risposta positiva alle istanze poste dal movimento non è nemmeno
presa in considerazione dai nostri avversari e il tentativo di
espellere il movimento dalla politica, di ridurlo all'impotenza
trasformandolo in un problema di ordine pubblico o in un afflato
etico-morale, sono più che mai in corso. Tanto più risulta quindi
corretta la scelta del movimento di proporre una politica che sia
guidata anche da scelte etiche, che lungi dall'essere viziata dal
fondamentalismo, ne è il suo antidoto in quanto pone al centro il
rispetto della persona.
TESI 25 - IL CASO ITALIANO
Dopo la sconfitta degli anni
Ottanta, non c'è più l'"anomalia italiana". Anche nel nostro paese,
la crisi ha galoppato sul triplice versante, sociale, politico,
culturale.
Se, per quasi tutti gli anni '60 e '70, è stato legittimo parlare
di "caso italiano", intendendo per esso una accentuata autonomia
(anomalia) politica e sociale rispetto alla "normalità" europea, nei
due decenni successivi si è andata piuttosto intensificando una
crisi allo stesso tempo profonda e complessa. Alla sconfitta del
movimento operaio e della sinistra degli anni '80 (il cui corposo
simbolo resta la vicenda dei 35 giorni della Fiat), è seguito il
crollo del sistema politico - e istituzionale - della Prima
Repubblica: al quale non è sopravvissuto alcuno dei partiti di massa
che avevano segnato in profondità tutta la storia
repubblicana.
In questa fase è avanzata una ristrutturazione
dell'apparato produttivo guidata più dalla volontà di riprendere il
completo controllo sulla forza lavoro che non dalla capacità di
progettare un rafforzamento del paese all'interno della divisione
internazionale del lavoro. Lo schieramento di classe si frantuma e
perde protagonismo politico e sociale: sia per ragioni soggettive
che per processi strutturali, come la crescita di una disoccupazione
di massa ormai endemica, la persistenza in forme nuove dell'antica
"questione meridionale", l'ondata di nuova immigrazione. Mentre la
condizione giovanile assume i caratteri prevalenti della precarietà
e mentre il sistema scolastico, ai suoi livelli superiori, tende ad
una progressiva dequalificazione, restano insoluti anche i
principali nodi della "modernizzazione". L'Italia, che pure è tra le
principali potenze sviluppate del pianeta, si configura come un
Paese in crisi. Una crisi che si manifesta, in termini profondi,
almeno su tre versanti: quello sociale, quello politico e quello
culturale.
TESI 26 - LA QUESTIONE SOCIALE
Negli ultimi dieci anni, i
salari e gli stipendi hanno perso il 5 per cento del loro valore,
mentre è emersa, al Sud, una disoccupazione di massa endemica e la
nuova occupazione ha il timbro della precarietà. Un paese più
povero, instabile, incerto. Con una risposta istituzionale di tipo
regressivo e "sicuritario"
Nell'Italia del XXI secolo la "questione sociale" si presenta con
questi caratteri: impoverimento accentuato del lavoro dipendente (in
dieci anni, i salari e gli stipendi hanno perso, mediamente, il
cinque per cento del loro potere d'acquisto); basso tasso di
occupazione (tra i più bassi dell'Unione Europea); disoccupazione
elevata e concentrata sia nel Mezzogiorno che tra le nuove
generazioni, crescita accelerata della condizione di precarietà
lavorativa (la maggioranza assoluta dei nuovi assunti configura
contratti a vario titolo "atipici", comunque non a tempo
indeterminato) Sono dati che configurano nel loro insieme, una
società più povera e più diseguale, frammentata, in preda a evidenti
processi disgregativi. Una società, per dirla con una formula, nella
quale una parte molto ampia delle nuove generazioni sono ben
consapevoli del fatto che staranno peggio dei loro padri. In breve:
l'insicurezza sociale e di vita, determinata soprattutto dalla
perdita progressiva di diritti, garanzie, certezze che ha
caratterizzato tutti gli anni '90, è oggi la "cifra" reale del
paese.
Una condizione generale che accomuna l'Italia agli altri
paesi del capitalismo sviluppato, attraversati dal nuovo capitalismo
e dalle politiche neoliberiste. Tuttavia, tanto il sistema
produttivo quanto il sistema di protezione sociale italiano soffrono
da sempre di limiti strutturali, rispetto al resto dell'Europa: un
dato che ha contribuito fortemente ad accentuare il disagio, la
spaccatura sociale, l'instabilità. A partire dai primi anni '90 -
accordi di luglio, varo della concertazione, abolizione della scala
mobile, tregua sociale e moderatismo salariale - inizio dei governi
così detti "tecnici" - il blocco sostanziale di ogni politica
redistributiva, nonché di ogni politica attiva dello sviluppo e del
lavoro - ha determinato, cioè, una situazione quasi "senza rete",
sempre più priva di meccanismi di compensazione. In realtà, l'unico
sostanzioso meccanismo compensativo è tornata ad essere la famiglia:
è l'istituto familiare, soprattutto nell'Italia centro meridionale,
che sostituisce il Welfare, "assorbe" la disoccupazione giovanile,
offre una combinazione attiva di servizi, sicurezze economiche ed
affettive, stabilità. Una parte cospicua della regressione del paese
nasce proprio in questo peculiare processo: che tende a risospingere
le donne nel loro ruolo "naturale", domestico, di cura e che è una
delle basi materiali dell'attacco ideologico alla libertà
femminile.
Della crisi sociale fa parte anche la crescente
destrutturazione del sistema formativo e culturale, la crescente
subordinazione di tali settori alle logiche privatistiche e del
mercato, la dequalificazione dei contenuti effettivi di conoscenza e
di sapere critico che vengono offerti alle giovani generazioni e in
generale la risposta riduttiva alla domanda sociale d'istruzione e
di cultura.
Anche la crisi ambientale è spia della modernità
distorta costruita dal nostro paese, a scapito di un intreccio tra
natura e cultura che ne costituirebbe uno sbocco positivo. Le scelte
neoliberiste dei governi di questi ultimi decenni hanno aggravato la
situazione riaggiornando il patto tra sfruttamento del lavoro,
cementificazione, grandi opere pubbliche e interessi
privati.
Mentre viene smantellato lo stato sociale, cresce, anche
in Italia, sul modello statunitense, la tendenza ad una organica
risposta di stampo regressivo e repressivo ai fenomeni di
esclusione, povertà, disagio sociale. Viene, passo dopo passo, a
configurarsi una concezione sicuritaria che, sul piano della forma
istituzionale allude, come tendenza, allo "stato penale"
statunitense. Non si tratta solo dell'espansione delle politiche
penali e carcerarie ma di una ridefinizione del ruolo dello stato
nei confronti della società. La giustizia è sempre più classista, la
pena sempre più vendetta e non reinserimento sociale, il carcere
sempre più metafora di una società che affronta con la segregazione,
l'autoritarismo, il proibizionismo i crescenti fenomeni di povertà
ed esclusione. Contro i migranti così contro i tossicodipendenti e
gli emarginati in genere, lo stato mostra sempre più il volto truce
della "tolleranza zero", delle campagne di "legge ed ordine", non
previene il crimine ma lo utilizza strumentalmente per organizzare
campagne populiste e demagogiche. La sicurezza non è più vista come
bene sociale della comunità che traccia un percorso collettivo e
democratico ma diventa concezione di difesa dalla povertà,
condannata come una colpa in sè e come motivo intrinseco di
insicurezza. Tali politiche costituiscono il retroterra materiale e
culturale dei fenomeni di progressiva involuzione e autonomizzazione
dei corpi separati dello stato.
TESI 27 - LA CRISI POLITICA
Principale controriforma di questi
anni, l'introduzione del sistema elettorale maggioritario ha
aggravato la crisi della politica e imposto un bipolarismo
dell'alternanza, unito a crescenti tentazioni bipartisan.
Sono le istituzioni repubblicane ad aver subito in questi anni le
maggiori trasformazioni. In particolare dopo Tangentopoli abbiamo
assistito ad una ossessiva riproposizione della centralità delle
"riforme" del sistema politico, del meccanismo elettorale,
dell'assetto dello Stato. Nel volger di meno di dieci anni, questo
processo si è largamente affievolito, perdendo in spinta propulsiva
e, soprattutto, in consenso attivo di massa, come hanno dimostrato
tutte le ultime consultazioni referendarie. Ciononostante, ha
prevalso tra le principali forze politiche un vero e proprio patto
consociativo per consolidare il maggioritario, introdurre
controriforme (di fatto) come la elezione diretta del presidente del
consiglio, lavorare allo spezzettamento federalista del Paese, che
sta già fungendo da leva privilegiata per lo smantellamento del
Welfare.
Il bipolarismo ha determinato una grave involuzione
della politica, in quanto tale, con i fenomeni ormai plurianalizzati
della fine dei partiti di massa, della drastica riduzione della
partecipazione, della leaderizzazione e personalizzazione crescente
(che si è estesa a tutti i livelli istituzionali, dal parlamento
nazionale alle municipalità ). Un processo degenerativo che non è
nato e cresciuto nelle stanze dei Palazzi, ma nel cuore dei processi
reali, della rivoluzione capitalistica di questi anni, che ha
bruciato i residui margini di autonomia della politica, la sua
funzione storica di mediazione tra interessi sociali e costruzione
del consenso: il caso dell'imprenditore Berlusconi che "scende in
politica", assume direttamente la gestione degli interessi propri e
della propria parte, assume la leaedership del governo è, da questo
punto di vista, emblematico. Così come è significativa la tendenza
di Confindustria a proporsi come soggetto governante del Paese,
nonché come sede produttiva di ideologia e "disegno sociale".
In
questo quadro, la debolezza dell'assetto politico bipolare viene
supportata da una crescente tendenza consociativa e bipartisan, che
si produce sulle scelte di fondo: guerra, politica internazionale,
politica economica. Un altro fattore che aggrava la crisi di
credibilità di cui soffrono la politica e la sua qualità
democratica.
E tuttavia l'assetto attuale non costituisce, a
tutt'oggi, un esito stabile per il Paese. Non solo non ha realizzato
uno dei suoi obiettivi essenziali, l'espulsione dalle assemblee
elettive delle forze antagoniste, ma non è riuscito a dare vita a
coalizioni solide e omogenee. Soprattutto, non ha costruito
un'egemonia diffusa. Dal disgelo sociale dell'ultimo anno e
dall'insorgere dei movimenti, è emersa una domanda di democrazia che
confligge con ogni "normalizzazione" bipolaristica.
TESI 28 - LA CRISI CULTURALE
Il pensiero unico ha prodotto i
suoi intellettuali organici, che hanno occupato l'industria
culturale, i media, la Tv. Ma sta producendo anche veri e propri
anticorpi: il disagio di una intellettualità critica di massa, che
riscopre la politicità eversiva intrinseca alla propria
collocazione.
Si pone in questo contesto l'antica "questione degli
intellettuali" , del ruolo della cultura e delle sue istituzioni,
della definizione attuale del sistema dei saperi, della nuova
centralità dell'informazione. I mutamenti strutturali, prima che
delle soggettività, appaiono rilevantissimi: in questi ultimi anni
la rivoluzione capitalistica ha invaso e tendenzialmente occupato
tutte le sfere della produzione culturale. Parliamo dell'industria
culturale, dove il processo di mercificazione di tutto ciò che è
spettacolo, arte, intrattenimento, subisce accelerazioni perfino
simboliche come i romanzi che veicolano nelle loro pagine messaggi
pubblicitari. Né ci riferiamo soltanto all'esplosione della
comunicazione globale - dalla TV alla rete - che incidono sulla
formazione del senso comune, sul linguaggio, sulle relazioni, sui
modelli di vita e sui consumi culturali in senso lato. Vogliamo
parlare della modificazione del ruolo dell'intellettuale dentro la
società della comunicazione: del processo di massificazione, per un
verso, che ha distrutto la funzione classica di mediazione del
consenso dei "produttori di idee" e\o detentori del sapere; della
sussunzione diretta, nel capitale, per l'altro verso, delle risorse
del sapere e della scienza, che tende a ridurre ogni "lavoratore
della mente" in operatore diretto al proprio servizio. Una tendenza
già a suo tempo definita come "pensiero unico", che ha alle spalle
questo tipo di fondamento materialistico, prima che l'ennesimo
"tradimento dei chierici".
Si colloca in questo quadro la
martellante campagna revisionistica basata sulla rilegittimazione
dell'esperienza fascista e sulla conseguente cancellazione
dell'antifascismo e della stessa Costituzione nata dalla resistenza
come fondamento della convivenza civile nel nostro paese.
Muore
così l'intellettuale classico, ivi compreso quello di sinistra.,
sempre sospeso tra apocalissi e integrazione. Nascono, al suo posto,
i nuovi intellettuali organici. A destra, si tratta di veri e propri
funzionari dell'establishment, variamente collocati negli snodi
cruciali del sistema: media e Tv, scienza, tecnologia, spettacolo,
sport. Sono i portatori diretti e senza veli dell'ideologia
dominante, che è coerentemente "naturalistica" e si presenta,
appunto, nelle vesti falsamente neutrali dell'oggettività: il
messaggio centrale, costantemente veicolato nelle sue più diverse
articolazioni, è che c'è un unico mondo possibile, quello attuale.
Un messaggio di singolare potenza, se e in quanto affidato
all'anchorman piuttosto che allo scrittore paludato.
A sinistra,
un processo simmetrico e opposto coinvolge un numero crescente di
lavoratori e professionisti intellettuali. Le crepe dell'egemonia
neoliberista sono visibili nella crescita di una nuova criticità di
massa che, diversamente dal passato, è interna (e non esterna, o
sovrapposta) al proprio ruolo, al proprio mestiere, al senso del
proprio stesso agire culturale. Si colloca qui un soggetto come
quello degli insegnanti, spinto alla lotta non soltanto e forse
neppure prevalentemente dalla miseria salariale, ma dal bisogno di
rilanciare la funzione specifica della scuola pubblica. laica,
pluralistica. E ancora: figure professionali come medici, avvocati,
biologi, architetti, ricercatori, insomma forzalavoro qualificata e
dotata di conoscenze specialistiche, riscoprono oggi la policitità
intrinseca del loro mestiere - talora, perfino la sua alternatività.
Nel popolo di Seattle - dai "Medici senza frontiere" agli avvocati
del Gsf, agli scienziati che rifiutano la manipolazione genetica -
questa componente è apparsa, non casualmente come costitutiva.
TESI 29 - IL SINDACATO
Dopo un decennio, la politica della
concertazione viene attaccata frontalmente da destra e dal nuovo
estremismo di Confindustria. Si apre nel sindacato, e nella Cgil in
specie, una fase di profonda riflessione strategica: sui temi della
rifondazione di un sindacalismo di classe, e di una rappresentanza
democratica del lavoro. Ma i gruppi dirigenti oscillano tra
l'incapacità di revisione critica e la scorciatoia politicista.
La politica della concertazione - culminata negli accordi del
'92-'93, ma variamente praticata negli anni precedenti - ha
costituito, a sua volta, una delle "riforme" più significative del
sistema politico. Grazie ad essa, i diversi governi che si sono
succeduti nella fase più tumultuosa della "transizione italiana",
hanno potuto usufruire di una lunga fase di tregua sociale. In
parallelo, la crisi del sindacalismo confederale trovava in essa lo
sbocco di una legittimazione dall'alto: il prezzo, pagato
soprattutto dalla Cgil, era un processo di istituzionalizzazione del
sindacato, che via via lo svuotava di contenuti rivendicativi,
sociali e di classe, ne impoveriva drammaticamente la vita
democratica, ne riduceva drasticamente la capacità di
rappresentanza.
Oggi la concertazione è messa in causa, pressoché
irreversibilmente, da destra, dalla sferzata iperliberista di
Confindustria che, sostanzialmente, "vuole tutto": comando totale
della forza lavoro, fine dei contratti nazionali, libertà di
licenziamento. In quest'ottica, al sindacato confederale è
consentito soltanto un ruolo marginale, o di complemento, come
sembrano avviate a fare Cisl e Uil..
Nella Cgil, dunque, è aperta
necessariamente una riflessione strategica. Essa, per essere davvero
efficace, non può non comprendere un bilancio veritiero del decennio
concertativo, nel corso del quale tutto il lavoro dipendente ha
perduto in forza contrattuale, diritti, salari, stipendi, garanzie,
dignità. Per questo riteniamo necessaria una svolta, nella direzione
di un nuovo sindacalismo democratico e di classe: al centro del
quale ci siano i contenuti, le piattaforme, l'iniziativa sociale e
rivendicativa oggi necessaria, la ricomposizione di classe del
lavoro - e del non lavoro - oggi disperso e frammentato. La sinistra
della Cgil ha iniziato un percorso di mobilitazione e di confronto
per rivendicare questa svolta. Questa è una battaglia di grande
rilevanza per il futuro della Cgil e che comincia a maturare i suoi
risultati. Questo è anche l'impegno verso il quale è avviata la Fiom
e che il più grande sindacato confedederale non può eludere né con
la riproposizione delle scelte passate né con fughe di tipo
politicistico, che rischiano, oltre tutto, di minare gravemente
l'autonomia sindacale e il suo valore strategico. Il problema rimane
quello della rifondazione di un sindacato di classe. Come tale,
concerne anche le diverse realtà del sindacalismo extraconfederale
di base: il quale ha sicuramente raggiunto in alcuni settori
(scuola, trasporti) punti di eccellenza e capacità rappresentativa,
ma soffre di un limite organico di frammentazione.
Ciò significa
che nei prossimi anni permarrà l'obiettivo strategico della
ricostruzione di un sindacato confederale unitario, democratico e di
classe adeguato ai nuovi compiti derivanti dalla frammentazione del
lavoro e non lavoro, e dall'obiettivo di una ricomposizione della
classe scomposta, sia nel lavoro più tradizionale come nei servizi e
nel pubblico impiego, dalle politiche liberiste e di
liberalizzazione/privatizzazione.
La nostra parola d'ordine deve
tornare ad essere: "lavoratori di tutto il mondo unitevi".
Per
questo è importante che la sinistra sindacale, ovunque collocata,
sperimenti azioni e percorsi unitari, anche attraverso la
ricomposizione del sindacalismo di base, e approfondisca la ricerca
di una nuova linea politica-rivendicativa e di un nuovo modello
sindacale, nazionale e sovranazionale, adeguato alla globalizzazione
e all'obiettivo dello sviluppo più complessivo del movimento e della
sinistra d'alternativa. Azioni e percorsi unitari che rompano con
logiche d'apparato, il prevalere di tattiche interne alle varie
burocrazie, rendite di posizione d'apparati piccoli o grandi,
confederali, spostando il baricentro nel conflitto, nella
ricomposizione di classe, nella costruzione del movimento, nella
sperimentazione di nuove forme di unità sindacale democratiche di
base e di reti europee e internazionali dei lavoratori. In primo
luogo costruendo le condizioni di una mobilitazione generale per
riconquistare l'effettivo esercizio del diritto di sciopero
gravemente compromesso nei servizi e per i lavoratori precari. In
secondo luogo con la formazione di RSU liberamente elette e la
costruzione di modalità di controllo delle lavoratrici e dei
lavoratori sulle piattaforme rivendicative. In questo senso
l'appartenenza di iscritti al partito a sindacati quali l'Ugl e
sindacati di destra appare inconciliabile con gli obiettivi generali
delineati.
Al fine di rifondare un sindacato di classe decisivo è
il ruolo delle Rsu, la loro legittimazione ed il loro riconoscimento
che deve essere perseguito anche attraverso l'approvazione di una
legge sulla rappresentanza che rispecchi le reali volontà dei
lavoratori e lavoratrici, eliminando le attuali rendite di
posizione.
Tuttavia, come già affermato nella conferenza delle
lavoratrici e dei lavoratori di Treviso, il livello sindacale appare
insufficiente a rideterminare la ricomposizione delle frammentate
forze del lavoro.
Si tratta infatti di ricostruire, al fine della
ricomposizione di classe, una nuova regolamentazione, nuovi diritti
in opposizione al Libro Bianco del Ministro Maroni ed alle leggi
federaliste in materia di lavoro. Ciò deve avvenire anche per via
legislativa in quanto la deregolamentazione è avvenuta in gran parte
attraverso leggi e normative italiane ed europee. La via legislativa
è altresì necessaria a supportare e integrare la socializzazione e
politicizzazione dello scontro nel momento in cui l'impresa chiama
in causa la necessità di un'iniziativa nel mondo del lavoro che non
sia solo sindacale ma direttamente politica che affronti i temi
della guerra e dell'ambiente e della necessità della trasformazione.
La questione di genere deve connotare e attraversare l'intero mondo
del lavoro. Si tratta dunque, di dispiegare nuovamente lo scontro
sociale e politico fra lavoratori e padroni, tra condizioni del
lavoro e modello di società complessivo. Per questo il partito deve
essere luogo di discussione, elaborazione e di orientamento unitario
di tutti i comunisti che operano nel mondo del lavoro.
TESI 30 - IL FALLIMENTO STRATEGICO DEL CENTROSINISTRA E DEI
DS (approvata dal Comitato Politico Nazionale)
La sconfitta
elettorale del maggio 2000, subita in proprio dall'Ulivo, ha reso
evidente l'inconsistenza dell'ipotesi (mondiale) di "riformismo
neoliberista temperato". In questo quadro, spicca la crisi dei Ds
che, al recente congresso di Pesaro, hanno riproposto una ricetta
nominalmente socialdemocratica, ma nella sostanza centrista e
neoliberale. Che ha registrato un'opposizione interna
significativa.
La sconfitta elettorale del centrosinistra, nella primavera del
2001, è stata prima di tutto una sconfitta in proprio. Non è stata
cioè determinata dalla crescita di consensi del centrodestra, ma dal
mancato recupero di una parte consistente del proprio elettorato,
deluso dal quinquennio di governo dell'Ulivo. Un esito critico non
solo nazionale: il centrosinistra "mondiale", da Clinton a Blair, ha
fallito nella sua scommessa principale, quella di realizzare un
neoriformismo di tipo liberista, sia pure graduale e temperato. In
Italia, questo fallimento ha assunto la fisionomia di scelte
economiche, sociali e istituzionali distinguibili da quelle del
centrodestra soltanto dal punto di vista quantitativo: in
particolare, ha prevalso la logica delle privatizzazioni, delle
liberalizzazioni, del progressivo deperimento del ruolo
redistributivo dello Stato, della subalternità ai grandi potentati
economici. L'Ulivo è apparso alternativo al centrodestra solo sul
terreno di alcuni valori di civiltà, senza che ne siano per altro
seguite pratiche politiche davvero caratterizzanti.
In questo
contesto, spicca la crisi dei Democratici di sinistra, che il
recente congresso di Pesaro non ha risolto, ma se mai aggravato:
giacchè, analogamente a quello che accade nel sindacato, non si
tratta di difficoltà occasionali, ma di uno spiazzamento e di un
disorientamento di fondo. Nel dibattito interno che ha preceduto il
congresso, il "correntone" che si è contrapposto alla maggioranza di
D'Alema e Fassino, non ha espresso, come tale, né un'ipotesi
strategica né una linea politica alternative, come tali
riconoscibili. E sulla guerra globale di Bush, mentre la deriva
neoatlantica della nuova leadership si manifestava con accentuata
nettezza ideologica, è emersa una differenza, non una vera lotta
politica e ideale. Tuttavia le varie espressioni della sinistra Ds,
oltre che dello schieramento verde, vanno considerate con attenzione
quando si sottraggano ad una deriva neoliberale ed incontrino le
istanze di lotta contro il liberismo e contro la guerra.
Più in
generale, i gruppi dirigenti della sinistra moderata appaiono non
solo incapaci di uscire dalla gabbia dell'alleanza di centrosinistra
e di avviare una revisione critica del proprio orizzonte liberale e
liberista, ma sostanzialmente prigionieri di una continua rincorsa
verso il centro, e verso la ricollocazione neocentrista dell'Ulivo.
La crisi d'identità e di fisionomia dei Ds, che tormenta il partito
ormai da più di dieci anni - dalla svolta della Bolognina e dallo
scioglimento del Pci - si va sciogliendo quasi interamente in
direzione liberale e centrista.
BERTINOTTI, CRIPPA, FERRERO, FRALEONE, GRASSI, PEGOLO,ZUCCHERINI, BELLUCCI, CACCIARI, CAMMARDELLA, CAPPELLONI, CAPRILI, CASATI BRUNO, CERBONE, CURZI, DE CRISTOFARO, DE SIMONE TITTI, DEIANA, EMPRIN , FAVARO, FORGIONE, GAGLIARDI, GHIGLIONE, GIANNI, GIORDANO, GUAGLIARDI, LOCATELLI, MAITAN, MALABARBA, MANGIANTI, MANTOVANI RAMON, MASCIA, MASELLI, MIGLIORE, MUSACCHIO, NARDINI, NESCI, NOCERA, PAPANDREA, RICCI MARIO, RUSSO FRANCO, RUSSO SPENA, SENTINELLI, SIMONETTI, SORINI, TURIGLIATTO, VACCARGIU,VALENTINI,VENDOLA,VINCI,VINTI, ABBA', ACERBO, ACETO, AITA, ALASIA, ALBONETTI, ALFONZI, ALLOCCA, ALTAVILLA, AMATO, ANTONAZ, ANTONIELLA, ARMENI, ATTILIANI, AURORA, AZZALIN, BALDI, BARACCO, BARASSI, BARBAGELATA, BARONTI, BARZAGHI, BELISARIO, BELLOFIORE, BENVEGNU', BERLINGUER, BERTOLO, BERTORELLO, BOGHETTA, BONADONNA, BONATO, BONFORTE, BONOMETTI, BRACCI TORSI, BRISTOT, BURGIO, BUTTIGNON, CAMPANILE, CANCIANI, CANONICO, CANTONI, CAPELLI, CAPACCI, CARDONE, CARRAZZA, CARTA, CARTOCCI, CATALANO, CATANIA, CHECCHI, CIMASCHI, CIMMINO, CO', COGODI, COLOMBINI, COMMODARI, CONSOLO, CONTI, CORRENTE, COSIMI, CRISTIANO, D'ACUNTO, D'AIMMO, D'ALESSANDRO, D'ANGELI, DANINI, D'AVOSSA, DE CESARIS, DE PALMA, DE PAOLI, DE SANTIS, DE SIMONE PAOLO, DI GIOIA, DI SABATO, DONDA, DUCCINI, FABIANI, FANTOZZI, FASOLI, FAZZESE, FERRARA, FERRARI GIANLUCA, FERRETTI, FIRENZE, FONDELLI, FRATOIANNI, FRENDA, GABRIELE, GALLO, GAMBUTI, GELMINI, GIANNINI, GIAVAZZI, GIORGI, GITTO, GRANOCCHIA, GROSSO, GUGLIELMI, JERVOLINO, JORFIDA, KIWAN, LEONI, LIBERA, LICHERI, LINGUITI, LOMBARDI ALDO, LOMBARDI ANGELA, LOMBARDI MIRKO, LOMBARDI ROBERTO, LONGO, LOSAPPIO, LUCINI, LUNIAN, MACRI', MAJORANA, MALENTACCHI, MALINCONICO, MAMMARELLA, MANGIA, MARAIA, MARCHETTINI, MARCHIONI, MARCONE, MARCONI, MAROTTA ANGELO, MAROTTA ANTONIO, MARTINO, MASELLA, MELIS, MENCARELLI, MERLINI, MILANI, MINISCI, MITA, MONTANILE, MONTECCHIANI, MORANDI, MORDENTI, MORETTI, MORINI, MORO, MOSCATO, MOZZETTA, MUGNAI, MULAS, MULLIRI, MURA, NICOTRA, NIERI, NINCHERI, NUCERA, NOVARI, OKROGLIC, OREFICE, ORTU, PACE, PALOZZA, PAOLINO, PASI, PATELLI, PATRITO, PECORINI, PEDUZZI, PERUGIA, PESACANE, PESCE, PETRUCCI, PETTENO', PIERINI, PIETRANGELI, PINTUS, PIOMBO, PLATANIA, POETA, POSELLI, POZZOBON, PRIMAVERA, PUCCI ALDO, PUCCI ROBERTO, RAZZANI, RICCI ANDREA, RICCIONI, RIGACCI, RIVELLI, RIVERA, ROSSI, SACCHI, SANSOE', SANTORUM, SARDONE, SAVELLI, SCONCIAFORNI, SCREPANTI, SEMERARO, SGHERRI, SIMEONE, SIMINI, SIRONI, SOBRINO, SPECCHIO, SPERANDIO, SPERANZA, STERI, STUFARA, TANARA, TANGOLO, TAVELLA, TEDDE, TETTAMANTI, TORRESAN, TORRICELLI, TOSI, TRIA, TRIBI, TRIVELLIZZI, TRONI, TROTTA, TROVATO, TRUFFA, VALENTI, VALLEISE, VALPIANA, VERZEGNASSI, VIANI, VLACCI, VOCCOLI, VOZA.
TESI 31 - LE DESTRE AL POTERE
Il centrodestra al potere ha
aperto una fase nuova e pericolosa, che va fronteggiata con
un'opposizione sociale e politica risoluta. Per evitare che si
trasformi in un vero e proprio regime.
Il passaggio di governo dall'Ulivo al centrodestra ha aperto in
Italia una nuova e pericolosa fase politica. Tuttavia la vittoria
delle destre del 13 maggio non costituisce di per sè l'avvio di un
ciclo lungo o di un vero e proprio regime. Questo per almeno due
ragioni: in primo luogo, perché si è trattato prima di una sconfitta
dell'Ulivo che di una vittoria del Polo; in secondo luogo, perché
comunque al successo politico ed elettorale del centrodestra non
corrisponde un blocco sociale ad oggi maggioritario. La stessa
unificazione elettorale realizzata dalla Casa delle libertà non ha
dato vita ad un soggetto politico unitario della destra: al di là
della leadership di Silvio Berlusconi, le destre erano e restano
almeno due. Due tendenze, non due partiti; anzi, due anime che
variamente convivono all'interno della stessa forza politica, talora
in un impasto efficace, talora in un cocktail contradditorio Nel
comune orizzonte neoliberista, l'una è internazionalista, americana,
borghese, l'altra è localista, nazionale, populista.
Nasce qui
l'incertezza che ha caratterizzato tutti i primi mesi del nuovo
governo: realizzare uno sfondamento violento del blocco storico
delle sinistre, con un'aggressione generalizzata all'intero sistema
di diritti e garanzie sociali, oppure procedere con una tattica più
graduale, di erosione continua e progressivo smantellamento delle
conquiste (e degli istituti) del mondo del lavoro. Dopo una prima
fase in cui l'atteggiamento prevalente è stato quello della
prudenza, prende sempre più consistenza una linea che punta alla
destrutturazione dello stato sociale, delle tutele del lavoro e
degli istituti contrattuali, come si evince dalla volontà di
modificare l'art.18 dello statuto dei lavoratori e le normative sul
mercato del lavoro, così come dal decreto sul contenimento della
spesa sanitaria.
Allo stesso tempo, si inviano segnali forti ai
soggetti sociali più atomizzati, come i pensionati poveri e il
"popolo delle partite Iva" e si sperimentano scelte estremiste sul
terreno "dell'attacco alla civiltà", sul quale il consenso è già (o
si ritiene) acquisito: come è avvenuto sulla legge
dell'immigrazione, come, prima o poi, rischia di avvenire sulla
legge 180, o sulla legge 194. Occorre inoltre segnalare come
l'abbandono della concertazione nelle relazioni sindacali si
accompagni ad un forte dialogo concertativo con le amministrazioni
regionali all'interno della conferenza stato -
regioni.
Nell'insieme, pur in un contesto in cui le
contraddizioni interne alla borghesia si mischiano ad una forte dose
di empirismo reazionario e di attenzione da parte di Berlusconi alla
tutela dei propri interessi personali, il governo sta comunque
agendo per operare una saldatura di un blocco sociale reazionario
maggioritario, cementato da interessi materiali e dal tema della
sicurezza. L'attacco sistematico alla magistratura, la richiesta di
impunità per le classi dirigenti e la proprietà, la ripresa di un
forte controllo sul territorio da parte della malavita organizzata,
sono tutti aspetti - non coincidenti ma non privi di superfici di
contatto - che caratterizzano questo processo. Occorre ora impedire,
attraverso una dura lotta di opposizione sociale e politica, che si
dia avvio ad un ciclo lungo di dominio delle destre o ad un vero e
proprio regime. Solo la ripresa del conflitto e del protagonismo
sociale possono infatti impedire a questo disegno reazionario di
fare significativi passi in avanti.
TESI 32 - LA QUESTIONE CATTOLICA
Il pontificato di Wojtyla si
caratterizza per un lato, con la crociata antimoderna contro la
libertà femminile e per la restaurazione di valori oscurantisti, e
con i ripetuti accenti, dall'altro lato, di "anticapitalismo
moralista e interclassista" e di pacifismo. Il mondo cattolico non
cessa, nel suo insieme, di esser terreno di contraddizioni ed
esperienze rilevanti.
In un contesto di forte messa in discussione della Chiesa
conciliare, il pontificato di Giovanni Paolo II segna una fase di
aperta ed esplicita lotta alla modernità: ne sono simboli corposi la
crociata contro l'aborto, contro la libertà femminile e la libertà
di orientamento sessuale, così come l'ossessiva e aggressiva
campagna per il finanziamento pubblico delle scuole private. Dal
punto di vista culturale, è evidente la piena coerenza di queste
scelte con una linea di restaurazione teologica già fortemente
affermatasi. Dal punto di vista politico e degli equilibri di
potere, ancora, è esplicita la collocazione a fianco del
centrodestra della maggioranza delle alte gerarchie
ecclesiastiche.
Tuttavia, il ruolo della Chiesa cattolica e di
papa Wojtyla non è riducibile a questa pur esplicita collocazione di
destra. Non solo nel senso che il mondo cattolico è, a tutt'oggi,
assai più ricco di articolazioni e contraddizioni interne - come si
è visto, per altro, nella nascita e nello sviluppo del movimento
antiglobalizzazione - ma anche nel senso che la stessa cultura
antimoderna del Papa esprime una forte critica alla mercificazione
integrale delle relazioni umane: una sorta di anticapitalismo
moralista e interclassista capace di significative prese di
posizione sulla guerra e lo sfruttamento.
L'impianto culturale
vaticano non è però l'unico metro di misura della complessa realtà
della Chiesa cattolica. E' infatti evidente che il mondo cattolico,
nonostante i ripetuti tentativi di normalizzazione e anche forme
esplicite di repressione da parte dell'istituzione, non ha affatto
cessato di essere terreno di contraddizioni e di esperienze che
hanno alimentato e che presumibilmente continueranno a farlo per
lungo tempo, i movimenti di critica sociale, di solidarietà, di
liberazione, dando contributi importanti che giungono fino ad una
consapevole scelta anticapitalistica e all'impegno in prima fila
nella costruzione dell'alternativa.
Da parte nostra, riteniamo
necessario confrontarci con l'insieme di questi contributi ed
esperienze per trarne occasione di crescita del progetto
dell'alternativa, che fonda il suo carattere profondamente laico non
su una qualche forma di ateismo ma nel suo porre - qui ed ora -
l'esigenza della liberazione degli individui e della trasformazione
sociale.
TESI 33 - ASSOCIAZIONISMO E COOPERAZIONE
Da almeno vent'anni,
il mondo del volontariato e dell'associazionismo è in pieno
sviluppo. Il "Terzo Settore" non definisce un soggetto omogeneo, ma
un terreno di iniziativa dove si scontrano diverse ipotesi
politiche. Anche il movimento cooperativo deve essere
rifondato.
Agli inizi degli anni Ottanta si apre per
l'associazionismo, le cooperative ed il volontariato una nuova fase
della loro secolare storia. Da allora infatti, quell'insieme di
realtà e di pratiche che comunemente viene definito oggi terzo
settore, entrerà in una stagione di sviluppo sia sul piano
quantitativo sia qualitativo, che durerà fino alla seconda metà dei
Novanta. In anni, segnati dalla sconfitta operaia e dal conseguente
disincanto verso la politica, per molti uomini e donne, soprattutto
giovani, l'adesione alle organizzazioni di volontariato e
all'associazioni costituì un'alternativa al disimpegno. Attraverso
il terzo settore, centinaia di migliaia di persone, iniziarono a
sperimentare e praticare nuove modalità di partecipazione alla vita
collettiva, basate sul fare, sull'agire insieme qui ed ora, diverse
da quelle che avrebbero potuto offrire i canali classici di una
militanza politica in crisi. Nascono da questo processo di
autorganizzazione sociale legata al territorio esperienze importanti
come le unità di strada, le case famiglia, le cooperative sociali di
disabili, i consultori per combattere nuove e vecchie esclusioni,
per affermare diritti, le iniziative di sport popolare finalizzate
all'aggregazione sociale sul territorio.
Il processo di
ristrutturazione del Welfare consolidatosi negli anni '90 e tendente
alle privatizzazioni, sviluppando la sussidiarietà e costruendo un
mercato dei servizi, ha inciso profondamente su questo mondo. Le
pratiche concertative del Forum del terzo settore hanno così
cominciato a coesistere con quelle conflittuali
dell'autorganizzazione sociale. Le logiche di impresa e di
sfruttamento del lavoro hanno preso stabilmente posto accanto agli
esperimenti di liberazione del lavoro e alla pratica del vero
volontariato. Per non fare che un esempio, le pratiche reazionarie
della Compagnia delle Opere coesistono con quelle di liberazione
messe in opera dal gruppo Abele.
In questo contesto abbiamo
assistito anche alla crisi del movimento cooperativo, che ha in
parte perso le sue caratteristiche originarie, perseguendo un
modello acritico di impresa subalterno a quello capitalistico. La
cooperazione si presenta quindi debole di fronte ad un attacco della
destra che punta a realizzare anche in questo settore una vasta
politica di privatizzazioni di quel grande patrimonio pubblico
costituito dalle riserve cooperative. L'uscita da questa crisi può
darsi unicamente riaffermando e riattualizzando i valori fondativi
dell'esperienza cooperativa, a partire dalla costruzione di forme di
lavoro liberato, dalla centralità della mutualità, dalla difesa dei
consumatori e dei produttori a partire da quelli del Sud del mondo,
dalla tutela dell'ambiente e dell'alimentazione.
Il mondo del
cosiddetto terzo settore non è quindi oggi un mondo omogeneo: Il
terzo settore non definisce un soggetto ma un terreno in cui si
scontrano diversi ipotesi sociali, culturali, politiche.
Compito
nostro è quello di favorire - anche in relazione alla crescita del
movimento - lo sviluppo delle pratiche e delle esperienze che si
collocano al di fuori della logica del mercato, in una posizione di
integrazione, di allargamento e non di sostituzione del welfare,
contrastando sul piano sociale e su quello istituzionale (a partire
dagli Enti Locali), quei trasferimenti di servizi e lavori pubblici
ad associazioni e cooperative, attuati con il solo scopo di
abbassare il costo del lavoro; che distinguono chiaramente lavoro e
volontariato tutelando pienamente i diritti dei lavoratori; che
operano per uno sviluppo del protagonismo, della partecipazione e
del controllo sociale diffuso, contro le pratiche e le logiche
concertative e neocorporative.
TESI 34 - L'INNOVAZIONE NECESSARIA
In un'epoca tanto mutata,
l'innovazione è una necessità vitale. Soprattutto per una forza,
come il Prc, che punta su una radicale rifondazione della politica,
fondata sulla priorità dei contenuti, il rapporto con i movimenti,
la crescita dei soggetti sociali, rispetto alla tradizionale
centralità delle alleanze e dei ruoli istituzionali. In questo
senso, la rottura con il governo Prodi è stata una tappa del
percorso della rifondazione.
Se le analisi fin qui svolte hanno un fondamento, siamo dunque
all'interno di un ciclo tanto nuovo e complesso, che non è possibile
affrontarlo soltanto con strumenti tradizionali e con il patrimonio
teorico fin qui accumulato. L'innovazione è una necessità primaria,
nel metodo e nei contenuti. Per noi, essa, all'opposto delle mode
"nuoviste" di questi anni, resta legata ad un'ispirazione
rigorosamente anticapitalistica e di classe. Ma, allo stesso tempo,
essa deve affrontare, senza confini precostituiti, la verifica delle
ipotesi politiche e dei paradigmi generali. In sostanza: innovare
significa uscire risolutamente da ogni atteggiamento di difesa e di
resistenza, valori tutt'ora essenziali ma insufficienti, da soli,
allo sviluppo di una forza di alternativa.
Rifondazione
comunista, del resto, ha superato il guado dei dieci anni di vita
politica anche e soprattutto perché non è stata la guardiana di un
passato quand'anche glorioso, ma una forza in costante tensione
innovativa, sia pure con limiti grandi e risultati parziali. Questa
tensione si è espressa su due terreni, tra di loro strettamente
correlati: da un lato, il primato dei contenuti sugli schieramenti;
dall'altro lato, una pratica politica che ha costantemente
privilegiato la centralità della "questione sociale". In un senso
preciso, la battaglia di Rifondazione comunista, in questi dieci
anni, è stata un contributo attivo alla vitalità della politica,
contro la separatezza crescente tra il "cittadino astratto" e gli
uomini e le donne reali. Ne sono esempi significativi l'assunzione
di obiettivi, normalmente classificati come "sindacali", prospettati
invece - nel loro intreccio con la contraddizione di genere, con
l'ambientalismo e il pacifismo - nella loro funzione sociale e
politica generale e perfino di civiltà: esemplari, da questo punto
di vista, le rivendicazioni per la riduzione d'orario, il salario,
le pensioni, il "salario sociale".
Sul terreno politico e
istituzionale, nacque in questa logica di non separazione tra
"questione sociale" e "questione democratica" il primo conflitto con
la sinistra moderata, quando, nel '95, Rifondazione comunista si
rifiutò di appoggiare il governo Dini. Qui, ancora, si colloca la
scelta più rilevante di questi anni: la rottura del '98 con il
governo Prodi, e l'opposizione ai successivi centrosinistra di
D'Alema e Amato. Non è stato il risultato di un'antica (o mai
sopita) propensione di fuga dalle "responsabilità"
politico-istituzionali, e neppure il frutto, semplicemente, di una
coerenza politica e politico-morale: ma una tappa del percorso della
rifondazione comunista. Uno strappo, cioè, rispetto allo schema
consolidato, a sinistra, secondo il quale un compromesso, pur
insoddisfacente, è comunque sempre preferibile alla rottura, se e
quando la rottura non prefiguri un equilibrio politico "più
avanzato". E una risposta, sia pure in nuce, alla necessità di
ricostruire una politica non separata dalle soggettività e dai
bisogni sociali, come impongono i processi attuali di
globalizzazione, di espansione onnivora dell'economico, di drastica
riduzione dei poteri effettivi dei governi nazionali.
In questa
chiave, l'innovazione può e deve esercitarsi sulla concezione (e
sulla pratica) che ha influenzato in profondità la sinistra
italiana, tanto da risultare egemone nei gruppi dirigenti del Pci,
del Psi e di parte della "nuova sinistra" degli anni '70: la
politica istituzionale come sfera privilegiata e sovraordinatrice
della politica stessa, come momento costitutivo dell'identità dei
soggetti sociali e delle classi subalterne, come "inveramento" della
funzione stessa del Partito.
Non sono in discussione, sia
chiaro, né la necessità né l'utilità della battaglia democratica
nelle istituzioni, nelle assemblee elettive, in generale nella sfera
della rappresentanza. Né si tratta di coltivare astratte e sbagliate
propensioni extraparlamentari. Si tratta di operare uno spostamento
del fuoco della centralità politica dal livello dello Stato, delle
istituzioni e delle forze organizzate alla dinamica delle forze
sociali, di movimento e delle lotte di massa, in coerenza con i
mutamenti della società, dei nuovi bisogni di massa, e fuori dai
vincoli di eredità pur importanti, come quella togliattiana.
In
molte fasi della storia italiana, antiche e perfino recenti,
l'iniziativa istituzionale ha mantenuto una connessione positiva con
i processi sociali, strappando risultati significativi, spostando in
avanti i rapporti di forza, agendo come momento effettivo di
ricomposizione sociale e culturale. Ma oggi questa connessione
organica è spezzata, così come si è spezzato il rapporto automatico
tra collocazione sociale subalterna e scelta a sinistra. Così come
non agisce più, nella realtà, un'onda lineare di progresso,
emancipazione, formazione della coscienza. Oggi, la politica
prevalente è ridotta o ad ancella dei poteri e degli interessi
forti, o a mediazione autoreferenziale: anch'essa, in realtà,
proprio perché va amplificando i propri caratteri oligarchici e
separati, non è "riformabile" dall'interno. L'omologazione, prima
che un rischio della soggettività, è una tendenza forte della
realtà.
Questo richiama la necessità di una battaglia strategica,
di lungo periodo. Un processo di rifondazione della politica, che
sia capace anche di interloquire con le domande di una nuova
generazione, non può dunque che assumere dentro di sé il nodo della
trasformazione sociale, tradizionalmente riservata agli orizzonti
lontani, alla cultura o, per altri versi, a parziali pratiche
sociali . Da un lato, insomma, la trasformazione rivoluzionaria si
pone come la sola risposta davvero credibile che la politica possa
dare: capace cioè di andare alla radice delle contraddizioni del
capitale nella sua fase neoliberista, ma capace anche di collocare
in un'ottica di libertà e liberazione le istanze concrete
dell'antagonismo sociale e di classe . Dall'altro lato, una politica
comunista che non si riduca ad essere la variante estrema dei
contesti istituzionali non può che essere eterodeterminata dagli
interessi o dalle cause sociali che intende rappresentare.
La
rappresentanza del conflitto nelle istituzioni non si può quindi
esaurire nell'attività tradizionale e nella pratica della
"mediazione": è necessario attuare una svolta in cui il tratto
istituzionale del nostro agire sia parte esso stesso delle vertenze
sociali e del movimento. In un contesto innovativo, la nostra
radicata presenza istituzionale può diventare protagonista della
spinta alla trasformazione, nel quadro della lotta alla
globalizzazione capitalista: intersecando il movimento anche sul
terreno delle questioni locali, sia nella proposta del "bilancio
partecipato" sia nella capacità di rilanciare, anche mediante la
pratica della "disobbedienza civile", la lotta alle privatizzazioni
dei servizi e dei diritti, o quella per l' ambiente sano e pulito.
Una pratica istituzionale quindi che ritmando accordi e rotture,
patti e conflitti, compromessi e scontri, assuma una prospettiva -
non lineare - funzionale ai movimenti, ai soggetti del lavoro, alla
crescita delle lotte.
TESI 35 - UN NUOVO SOGGETTO POLITICO EUROPEO
L'obiettivo è
ambizioso, ma necessario: costruire un nuovo soggetto politico,
capace di unire, sulle discriminanti della lotta alla
globalizzazione e alla guerra, le forze della sinistra alternativa e
antagonista.
La nostra proposta politica si colloca in un contesto e in una
dimensione europea, intendendo per questa uno spazio territoriale e
sociale aperto e comunicante con il mondo. Questa è la nuova
dimensione dell'agire politico nel mondo moderno e nell'epoca della
globalizzazione.
Lo spazio europeo è quello più consono, come già
le prime esperienze dimostrano, per portare ad unità le diverse
figure sociali, tradizionali e nuove, che costituiscono l'insieme
delle persone sottoposte a sfruttamento e alienazione, quindi è il
terreno migliore per la costruzione di un nuovo movimento
operaio.
Non è solo necessario pensarsi come una forza politica
europea, progettare la propria iniziativa politica in un quadro
sovranazionale, stabilire contatti e collaborazioni con altre forze,
come pure abbiamo positivamente fatto in questi anni, e continueremo
a fare, evitando giustamente di basare le nostre relazioni
internazionali su discriminanti ideologiche. Bisogna proporsi un
obiettivo certamente ambizioso quanto necessario: quello della
costruzione di un nuovo soggetto politico europeo.
Non pensiamo
ovviamente né ad una nuova Internazionale, né ad una fusione
organizzativa delle forze esistenti, né ad un compattamento su base
ideologica. Pensiamo invece di portare avanti - dopo le iniziative
positive di questi ultimi mesi costruite grazie al nostro gruppo
europeo GUE sinistra verde nordica - un processo complesso, ma
determinato, per unire, lungo le discriminanti della lotta alla
globalizzazione neoliberista e alla guerra, le forze della sinistra
comunista, antagonista e alternativa su scala europea in un processo
da subito comune di ricerca, di elaborazione, di promozione di
iniziative politiche, istituzionali (si pensi alla scadenza della
legislatura) e sociali, in sintonia con la crescita di un movimento
antiglobalizzazione, pacifista, ambientalista, di lavoratrici, di
lavoratori, di precari, di disoccupati, di giovani, di donne e
intellettuali su scala continentale. Del resto, questa direzione di
lavoro è resa necessaria dalle comuni difficoltà che le nostre
formazioni politiche vivono nei rispettivi paesi.
TESI 36 - LA NOSTRA PROPOSTA POLITICA
In Italia, avanziamo la
proposta della costituzione di una sinistra di alternativa, capace
di invertire la tendenza degli ultimi vent'anni e di diventare
protagonista della vita pubblica del paese. Decisiva, per questo
obiettivo, è la crescita del movimento, anche per rompere le
barriere che separano il dibattito politico dalla concreta
condizione dei soggetti sociali. Un processo che dovrà dotarsi di
modalità nuove, dal basso e dall'alto.
In Italia avanziamo la proposta politica della costruzione di una
sinistra di alternativa capace di invertire il corso degli ultimi 20
anni, per diventare protagonista della vita pubblica del paese. Al
fine di conseguire questo obiettivo è decisiva la crescita e
l'allargamento del movimento e quel necessario e possibile processo
di ricomposizione sociale delle diverse figure, divise e
contrapposte dalla ristrutturazione capitalistica, del lavoro e del
non lavoro, di giovani, di donne e di tutti coloro che sono oppressi
ed emarginati dal sistema liberista ed a-democratico.
Questo
processo deve diventare il motore di una nuova connessione con
figure sociali e settori di società che avvertono la mancanza di
prospettiva di questa modernizzazione e che si collocano perciò in
posizione di interrogazione e di ricerca.
Inoltre, da un lato la
crisi della politica e, al suo interno, la crisi della sinistra di
governo e, dall'altro, l'irrompere nella società di nuove domande,
di nuovi bisogni di cultura, di politica e di vita non integrabili
nella governabilità dell'ordine esistente propongono il tema di una
nuova soggettività politica capace sia di intercettare l'esodo dalle
prime, che di organizzare le seconde in progetto politico e
partecipazione.
La costituzione della sinistra di alternativa è
perciò il nostro obiettivo strategico di fase.
Questo obiettivo,
che contraddistingue la nostra proposta politica non certo da oggi,
assume una più chiara centralità proprio a partire dall'esperienza
del movimento, che ci permette di fare un decisivo passo in avanti.
La concreta possibilità di intrecciare il lavoro di costruzione
della sinistra di alternativa con quello dello sviluppo del
movimento è la novità politica che ricaviamo dalla nostra analisi di
fase.
Si tratta di un'occasione decisiva per rompere le barriere
che separano il dibattito politico, compreso quello più radicale,
dalla concreta condizione sociale. La costruzione della sinistra
alternativa è quindi un processo per la creazione di un campo di
forze politiche, associazioni, gruppi, strutture reticolari, forze
che agiscono direttamente nel sociale.
Per il modo stesso in cui
si costruisce, la sinistra di alternativa deve saper rispondere alla
crisi della politica. Così come, per il modo originale con cui va
organizzata la sua soggettività politica deve saper rispondere
all'esigenza di far coesistere la molteplicità delle esperienze e
delle diverse culture politiche che la possono comporre con
l'unitarietà del suo progetto politico.
Il PRC si propone di
essere uno dei protagonisti di questo processo di costruzione della
sinistra di alternativa in Italia che dunque lo comprenda sapendo
andare ben al di là dei nostri confini, per aggregare tutte e tutti
coloro che sono contro la guerra e contro le politiche neoliberiste
per "un altro mondo possibile".
Diventa perciò decisivo costruire
esperienze e appuntamenti, anche sul piano locale che vadano in
questa direzione; la sinistra di alternativa deve essere costruita
dall'alto e dal basso.
TESI 37 - L'ARTICOLAZIONE DELLA NOSTRA PROPOSTA POLITICA
(approvata dal Comitato Politico Nazionale)
L'ipotesi della
costruzione di una sinistra plurale - un campo più largo di forze,
che includa settori della sinistra moderata - si fa oggi più ardua.
E' tuttavia da respingere l'alternativa perdente tra settarismo e
politicismo: in mezzo, c'è la pratica a tutto campo della nostra
proposta, contenuti, capacità di dialogare con chiunque sia
portatore di istanze alternative.
In questo quadro la prospettiva della sinistra plurale, cioè la
concreta attivazione di un campo più ampio di quello fin qui
descritto e il coinvolgimento in esso di settori consistenti della
sinistra moderata e riformista, pur rimanendo irrinunciabile ai fini
della costruzione di una alternativa di governo, appare un cammino
reso più difficile e tormentato dalle scelte compiute dalla
maggioranza dei DS e dell'Ulivo di schierarsi con la guerra e con
l'ingresso diretto nel conflitto da parte del nostro paese, cui si
aggiunge una crescente insensibilità verso le questioni sociali e la
subordinazione culturale e politica ai paradigmi del
liberismo.
Tuttavia le conseguenze dell'aggravarsi della crisi
economica, del prolungarsi della guerra e dell'appesantirsi del
coinvolgimento del nostro paese in essa, possono ulteriormente
allargare divergenze che già appaiono all'interno della sinistra
moderata e soprattutto aprire una crisi di consenso. Allo stesso
tempo gli esiti di questi processi dipendono dalla nostra capacità
di iniziativa politica di consolidare una piattaforma di opposizione
al governo delle destre, dalla crescita del movimento, dalla
evoluzione del rapporto della sinistra moderata stessa, da un lato,
con la società nel suo complesso e con il movimento sindacale in
particolare, e dall'altro con il blocco di potere che attualmente
sorregge le destre e che non nasconde la sua ambizione di cooptare
questa forza, in posizione subordinata, all'interno del governo
allargato della società.
Per tutti questi motivi dobbiamo sapere
articolare la nostra proposta politica, trovare le forme per
portarla sul terreno, per noi strategico e decisivo, della società e
dei movimenti, ove dobbiamo spostare con decisione il baricentro
della nostra iniziativa per una uscita plurale e dal basso dalla
crisi della sinistra. Nello stesso tempo dobbiamo praticare la
nostra proposta nelle istituzioni e nel sistema delle relazioni
politiche a ogni livello.
Dobbiamo perciò sapere condurre
direttamente vertenze territoriali, sulla base di un'articolazione
di obiettivi che nessuna piattaforma per quanto perfetta può da sola
risolvere, ma da cui anzi quest'ultima deve essere continuamente
arricchita.
Dobbiamo intendere e praticare la nostra presenza
negli Enti Locali sia come costruzione di elementi di controtendenza
rispetto al quadro politico nazionale - nelle modalità di governo e
nelle relazioni e alleanze politiche -; sia come capacità di fare
avanzare in modo concreto gli obiettivi e le rivendicazioni che
partono dalla individuazione dei bisogni popolari; sia per mantenere
aperta e viva l'interlocuzione tra i movimenti e gli organi di
governo locale, sia per avanzare nuove esperienze che permettano di
tradurre in pratica un incrocio tra democrazia diretta e delegata, e
quindi per iniziare dal basso un processo di ridemocratizzazione su
basi nuove della nostra società. L'istituto del "bilancio
partecipato" che ci giunge dall'esperienza della municipalità di
Porto Alegre, rappresenta in questo quadro un'esperienza preziosa e
paradigmatica da generalizzare e applicare alle nostre
condizioni.
BERTINOTTI, CRIPPA, FERRERO, FRALEONE, GRASSI, PEGOLO, ZUCCHERINI, BELLUCCI, CACCIARI, CAMMARDELLA, CAPPELLONI, CAPRILI, CASATI BRUNO, CERBONE, CURZI, DE CRISTOFARO, DE SIMONE TITTI, DEIANA, EMPRIN , FAVARO, FORGIONE, GAGLIARDI, GHIGLIONE, GIANNI, GIORDANO, GUAGLIARDI, LOCATELLI, MAITAN, MALABARBA, MANGIANTI, MANTOVANI RAMON, MASCIA, MASELLI, MIGLIORE, MUSACCHIO, NARDINI, NESCI, NOCERA, PAPANDREA, RICCI MARIO, RUSSO FRANCO, RUSSO SPENA, SENTINELLI, SIMONETTI, SORINI, TURIGLIATTO, VACCARGIU,VALENTINI,VENDOLA,VINCI,VINTI, ABBA', ACERBO, ACETO, AITA, ALASIA, ALBONETTI, ALFONZI, ALLOCCA, ALTAVILLA, AMATO, ANTONAZ, ANTONIELLA, ARMENI, ATTILIANI, AURORA, AZZALIN, BALDI, BARACCO, BARASSI, BARBAGELATA, BARONTI, BARZAGHI, BELISARIO, BELLOFIORE, BENVEGNU', BERLINGUER, BERTOLO, BERTORELLO, BOGHETTA, BONADONNA, BONATO, BONFORTE, BONOMETTI, BRACCI TORSI, BRISTOT, BURGIO, BUTTIGNON, CAMPANILE, CANCIANI, CANONICO, CANTONI, CAPACCI, CAPELLI, CARDONE, CARRAZZA, CARTA, CARTOCCI, CATALANO, CATANIA, CHECCHI, CIMASCHI, CIMMINO, CO', COGODI, COLOMBINI, COMMODARI, CONSOLO, CONTI, CORRENTE, COSIMI, CRISTIANO, D'ACUNTO, D'AIMMO, D'ALESSANDRO, D'ANGELI, DANINI, D'AVOSSA, DE CESARIS, DE PALMA, DE PAOLI, DE SANTIS, DE SIMONE PAOLO, DI GIOIA, DI SABATO, DONDA, DUCCINI, FABIANI, FANTOZZI, FASOLI, FAZZESE, FERRARA, FERRARI GIANLUCA, FERRETTI, FIRENZE, FONDELLI, FRATOIANNI, FRENDA, GABRIELE, GALLO, GAMBUTI, GELMINI, GIANNINI, GIAVAZZI, GIORGI, GITTO, GRANOCCHIA, GROSSO, GUGLIELMI, JERVOLINO, JORFIDA, KIWAN, LEONI, LIBERA, LICHERI, LINGUITI, LOMBARDI ALDO, LOMBARDI ANGELA, LOMBARDI MIRKO, LOMBARDI ROBERTO, LONGO, LOSAPPIO, LUCINI, LUNIAN, MACRI', MAJORANA, MALENTACCHI, MALINCONICO, MAMMARELLA, MANGIA, MARAIA, MARCHETTINI, MARCHIONI, MARCONE, MARCONI, MAROTTA ANGELO, MAROTTA ANTONIO, MARTINO, MASELLA, MELIS, MENCARELLI, MERLINI, MILANI, MINISCI, MITA, MONTANILE, MONTECCHIANI, MORANDI, MORDENTI, MORETTI, MORINI, MORO, MOSCATO, MOZZETTA, MUGNAI, MULAS, MULLIRI, MURA, NICOTRA, NIERI, NINCHERI, NUCERA, NOVARI, OKROGLIC, OREFICE, ORTU, PACE, PALOZZA, PAOLINO, PASI, PATELLI, PATRITO, PECORINI, PEDUZZI, PERUGIA, PESACANE, PESCE, PETRUCCI, PETTENO', PIERINI, PIETRANGELI, PINTUS, PIOMBO, PLATANIA, POETA, POSELLI, POZ-ZOBON, PRANDINI PRIMAVERA, PUCCI ALDO, PUCCI ROBERTO, RAZZANI, RICCI ANDREA, RICCIONI, RIGACCI, RIVELLI, RIVERA, ROSSI, SACCHI, SANSOE',SANTORUM,SARDONE, SAVELLI, SCONCIAFORNI, SCREPANTI, SEMERARO, SGHERRI, SIMEONE, SIMINI, SIRONI, SOBRINO, SPECCHIO, SPERANDIO, SPERANZA, STERI, STUFARA, TANARA, TANGOLO, TAVELLA, TEDDE, TETTAMANTI, TORRESAN, TORRICELLI, TOSI, TRIA, TRIBI, TRIVELLIZZI, TRONI, TROTTA, TROVATO, TRUFFA, VALENTI, VALLEISE, VALPIANA, VERZEGNASSI, VIANI, VLACCI, VOCCOLI, VOZA.
TESI 38 - UN NUOVO MOVIMENTO OPERAIO (approvata dal Comitato
Politico Nazionale)
La contraddizione capitale-lavoro è sempre
più acuta e generalizzata, ma i soggetti del lavoro si moltiplicano
in segmenti sempre più separati. Il problema principale è oggi
quello della ricomposizione sociale e politica delle figure sociali
oppresse e spezzate dal capitalismo globale. Un compito inedito.
Dal punto di vista sociale il nostro agire si rivolge in primo
luogo a tutti i soggetti sociali vittime di uno stato di
sfruttamento e di alienazione. Come abbiamo visto la rivoluzione
capitalistica restauratrice intervenuta in questi anni ha provocato
uno sconvolgimento nella morfologia delle classi subalterne e in
particolare un processo di ampliamento e di frantumazione del lavoro
a diverso titolo subordinato. Da un lato infatti le figure sociali
hanno perso contorni netti -si pensi alla moltiplicazione e allo
sminuzzamento delle posizioni contrattuali-, dall'altro lato
assistiamo ad una sussunzione diretta nel processo di valorizzazione
del capitale di figure, o di attività in capo alle stesse persone,
che un tempo si collocavano nel campo della riproduzione della forza
lavoro, cioè fuori dal lavoro produttivo inteso in senso stretto.
Non si tratta di fenomeni assolutamente nuovi, come non è
un'invenzione di adesso, il dibattito sui confini che separano il
lavoro produttivo da quello improduttivo, quello materiale da quello
intellettuale, ma è indubbio che questi fenomeni sono oggi assai
ampliati rispetto al passato. Il lavoro, che è sempre astratto dal
punto di vista del capitale, oggi assume una forma che concretamente
si avvicina a questo suo carattere.
Accanto all'enorme crescita
della precarizzazione, aumenta la disoccupazione di massa che è più
che raddoppiata rispetto agli anni '70. Si manifesta un processo di
crisi nell'estensione del rapporto di lavoro salariato, nel senso
che molte attività sono a tutti gli effetti lavori al servizio
diretto del capitale - e dunque il lavoro non solo non finisce, ma
si estende -, anche se non vengono economicamente e socialmente
riconosciute come tali. Questo fenomeno conferma in sé una carica
potenzialmente rivoluzionaria, poiché indica l'irriducibilità di
fondo del lavoro vivo ad essere integralmente sottomesso al
capitale. La contraddizione capitale-lavoro è dunque sempre più
acuta e generalizzata nella società, ma i soggetti che investe sul
versante del lavoro, e sui quali si articola sono molteplici e
divisi. Conseguentemente l'individuazione dei referenti sociali
nella costruzione dell'alternativa non può essere affidata ai
paradigmi del passato, né si può concepire lo schieramento sociale
dell'alternativa come una semplice riedizione dei classici concetti
di blocco sociale, per cui attorno alla classe rivoluzionaria per
eccellenza, che costituiva il motore umano del processo produttivo,
andavano uniti ceti superiori o le classi che avevano perso di
centralità a causa del pieno avvento del capitalismo industriale. Il
problema principale è oggi ricomporre l'insieme dei soggetti vittime
dello sfruttamento e dell'alienazione che sono divisi e contrapposti
dalla ristrutturazione capitalistica, in un nuovo movimento operaio.
Le recenti esperienze di lotta che vedono assieme i metalmeccanici
con il nuovo movimento no-global, anche grazie ad un comune tratto
generazionale, indicano che questo obiettivo è non solo necessario
ma possibile.
In esso possono avere più peso le figure sociali
che occupano i luoghi decisivi della produzione di plusvalore
all'interno del processo di accumulazione capitalistica, ma la loro
individuazione resta un compito, non solo un dato di partenza. Per
queste ragioni l'individuazione dei referenti sociali della nostra
azione politica comincia con il lavoro di inchiesta: perché solo
attraverso questo è possibile conoscere le condizioni e i bisogni di
queste figure sociali e stabilire con esse una relazione dinamica
che già di per sé costituisce una pratica politica e non solo
conoscitiva.
BERTINOTTI, CRIPPA, FERRERO, FRALEONE, GRASSI, PEGOLO, ZUCCHERINI, BELLUCCI, CACCIARI, CAMMARDELLA, CAPPELLONI, CAPRILI, CASATI BRUNO, CERBONE, CURZI, DE CRISTOFARO, DE SIMONE TITTI, DEIANA, EMPRIN , FAVARO, FORGIONE, GAGLIARDI, GHIGLIONE, GIANNI, GIORDANO, GUAGLIARDI, LOCATELLI, MAITAN, MALABARBA, MANGIANTI, MANTOVANI RAMON, MASCIA, MASELLI, MIGLIORE, MUSACCHIO, NARDINI, NESCI, NOCERA, PAPANDREA, RICCI MARIO, RUSSO FRANCO, RUSSO SPENA, SENTINELLI, SIMONETTI, SORINI, TURIGLIATTO, VACCARGIU,VALENTINI,VENDOLA,VINCI,VINTI, ABBA', ACERBO, ACETO, AITA, ALASIA, ALBONETTI, ALFONZI, ALLOCCA, ALTAVILLA, AMATO, ANTONAZ, ANTONIELLA, ARMENI, ATTILIANI, AURORA, AZZALIN, BALDI, BARACCO, BARASSI, BARBAGELATA, BARONTI, BARZAGHI, BELISARIO, BELLOFIORE, BENVEGNU', BERLINGUER, BERTOLO, BERTORELLO, BOGHETTA, BONADONNA, BONATO, BONFORTE, BONOMETTI, BRACCI TORSI, BRISTOT, BURGIO, BUTTIGNON, CAMPANILE, CANCIANI, CANONICO, CANTONI, CAPACCI, CAPELLI, CARDONE, CARRAZZA, CARTA, CARTOCCI, CATALANO, CATANIA, CHECCHI, CIMASCHI, CIMMINO, CO', COGODI, COLOMBINI, COMMODARI, CONSOLO, CONTI, CORRENTE, COSIMI, CRISTIANO, D'ACUNTO, D'AIMMO, D'ALESSANDRO, D'ANGELI, DANINI, D'AVOSSA, DE CESARIS, DE PALMA, DE PAOLI, DE SANTIS, DE SIMONE PAOLO, DI GIOIA, DI SABATO, DONDA, DUCCINI, FABIANI, FANTOZZI, FASOLI, FAZZESE, FERRARA, FERRARI GIANLUCA, FERRETTI, FIRENZE, FONDELLI, FRATOIANNI, FRENDA, GABRIELE, GALLO, GAMBUTI, GELMINI, GIANNINI, GIAVAZZI, GIORGI, GITTO, GRANOCCHIA, GROSSO, GUGLIELMI, JERVOLINO, JORFIDA, KIWAN, LEONI, LIBERA, LICHERI, LINGUITI, LOMBARDI ALDO, LOMBARDI ANGELA, LOMBARDI MIRKO, LOMBARDI ROBERTO, LONGO, LOSAPPIO, LUCINI, LUNIAN, MACRI', MAJORANA, MALENTACCHI, MALINCONICO, MAMMARELLA, MANGIA, MARAIA, MARCHETTINI, MARCHIONI, MARCONE, MARCONI, MAROTTA ANGELO, MAROTTA ANTONIO, MARTINO, MASELLA, MELIS, MENCARELLI, MERLINI, MILANI, MINISCI, MITA, MONTANILE, MONTECCHIANI, MORANDI, MORDENTI, MORETTI, MORINI, MORO, MOSCATO, MOZZETTA, MUGNAI, MULAS, MULLIRI, MURA, NICOTRA, NIERI, NINCHERI, NUCERA, NOVARI, OKROGLIC, OREFICE, ORTU, PACE, PALOZZA, PAOLINO, PASI, PATELLI, PATRITO, PECORINI, PEDUZZI, PERUGIA, PESACANE, PESCE, PETRUCCI, PETTENO', PIERINI, PIETRANGELI, PINTUS, PIOMBO, PLATANIA, POETA, POSELLI, POZ-ZOBON, PRANDINI PRIMAVERA, PUCCI ALDO, PUCCI ROBERTO, RAZZANI, RICCI ANDREA, RICCIONI, RIGACCI, RIVELLI, RIVERA, ROSSI, SACCHI, SANSOE',SANTORUM,SARDONE, SAVELLI, SCONCIAFORNI, SCREPANTI, SEMERARO, SGHERRI, SIMEONE, SIMINI, SIRONI, SOBRINO, SPECCHIO, SPERANDIO, SPERANZA, STERI, STUFARA, TANARA, TANGOLO, TAVELLA, TEDDE, TETTAMANTI, TORRESAN, TORRICELLI, TOSI, TRIA, TRIBI, TRIVELLIZZI, TRONI, TROTTA, TROVATO, TRUFFA, VALENTI, VALLEISE, VALPIANA, VERZEGNASSI, VIANI, VLACCI, VOCCOLI, VOZA.
TESI 39 - LA CRESCITA DEL MOVIMENTO (approvata dal Comitato
Politico Nazionale)
Per il Prc, l'impegno della crescita del
"movimento dei movimenti" si pone su diversi terreni: il suo
allargamento, la sua unità, il suo radicamento nei Social Forum
cittadini. L'estensione del conflitto sociale e la costruzione di un
forte intreccio tra il movimento operaio "tradizionale" e il
movimento no global rappresenta la vera sfida strategica.
L'irrompere sulla scena mondiale del "popolo di Seattle" non ha
trovato impreparata Rifondazione comunista: per merito sia
dell'impianto analitico di cui il partito si era da tempo dotato
(sulla rivoluzione capitalista, sui nuovi processi di
globalizzazione, sui segnali di crisi di questi processi) sia della
sua capacità di essere, con la propria soggettività, parte
integrante del movimento, contro ogni antica tentazione di coscienza
esterna. Grazie anche alla pratica politica dei Giovani comunisti,
il ruolo del Prc all'interno del Genoa Social Forum è risultato
evidente ed importante, proprio perché non determinato da pretese
egemoniche.
In questa fase, in cui il movimento ha dato in più
occasioni ottima prova di sè e della sua capacità di tenuta e nel
contempo sta affrontando una impegnativa discussione sulle proprie
prospettive e sulle proprie modalità organizzative, riteniamo utile
precisare il nostro indirizzo. Riconfermando la scelta strategica
della nostra internità al movimento, il nostro impegno
organizzativo, politico e culturale finalizzato alla sua crescita,
noi riteniamo che i nodi prioritari di questa fase siano:
1. LA CRESCITA DEL MOVIMENTO, intesa come la sua capacità di persistenza, sviluppo, efficacia, al di là delle scadenze imposte dall'avversario costituisce l'obiettivo centrale. Per questo non vi è un problema di sbocco politico del movimento separabile dalla sua crescita e dal suo sviluppo, nella consapevolezza che i movimenti di massa non hanno necessariamente un andamento lineare, né sono a fortiori tenuti al "confronto" con appuntamenti istituzionali: insomma, nella scelta autonoma dei tempi e dei ritmi della lotta, si esercita fino in fondo la loro sovranità.
2. L'UNITA' DEL MOVIMENTO, così ricco di articolazioni interne,
così variegato nelle sue anime e nelle sue opzioni generali, è un
bene prezioso, comunque da salvaguardare in termini reali, politici
e non "politicistici". Una sfida non semplice, che non potrà
svilupparsi su basi puramente soggettivistica o volontaristica: le
tendenze alla divisione, se non alla scomposizione e\o
all'autonomizzazione delle singole componenti, sono forti e fondate
sul pluralismo delle soggettività che compongono il "popolo no
global". La costruzione - non frettolosa e consensuale - di un
profilo programmatico alto, unito ad un profondo rispetto delle
differenze presenti nel movimento, alla capacità di far vivere
obiettivi riconoscibili, all'allargamento continuo del movimento
oltre i suoi confini, è un impegno che proponiamo, al tempo stesso,
a noi e ai soggetti attivi della protesta.
3. LA COSTRUZIONE
DEI SOCIAL FORUM cittadini, di paese, di quartiere è, anche rispetto
ai fini di questa crescita, uno strumento indispensabile. Essi sono
da sviluppare e potenziare con l'attenzione a non trasformarli nei
fatti in intergruppi, ma in sedi reali di aggregazione e proposta,
capaci ogni volta di coinvolgere soggetti e soggettività finora
esclusi - o autoesclusi - dalla politica. Qui si colloca quel lavoro
di unificazione tra figure sociali diverse - tra i lavoratori e i
giovani, prima di tutto, tra i garantiti e i non garantiti, tra gli
operai e gli studenti, tra i "nativi" e i migranti - di cui il
movimento non può fare a meno. Si tratta, appunto, di un livello di
unità, di interlocuzione diretta, di confronto ravvicinato che non
può che avvenire dall'interno delle soggettività e dei bisogni, ma
anche in rapporto a eventi concreti, come vertenze di zona, di
territorio, di ambiente, che costruiscano via via una conflittualità
generale e articolata.
4. L'ALLARGAMENTO DELLA PRATICA DELLA DISUBBIDIENZA CIVILE E SOCIALE. Non si tratta solo di una metodologia, ma di un contenuto: la capacità di trasferire e rielaborare la violazione delle zone interdette dai grandi summit del potere alla messa in discussione delle infinite "zone rosse" che compongono la vita quotidiana, e la sfera della vita civile. La capacità di mettere in campo pratiche di disubbidienza civile, dagli scioperi alla rovescia dei disoccupati alla valorizzazione sociale degli spazi urbani dismessi all'obiezione fiscale alle spese militari, è una delle leve di radicamento sociale e territoriale del movimento e di avanzamento del medesimo. La "pratica dell'obiettivo" deve essere tolta dalla dimensione estetica del "gesto esemplare" per essere riconsegnata alla pratica collettiva di un percorso di lotta che intreccia rivendicazione e autogestione.
5.LA NONVIOLENZA, pratica di lotta non distrutttiva e, insieme, disubbidienza a leggi ingiuste, è la metodologia da un lato più in sintonia con l'anima profonda del movimento e dall'altra più efficace per combattere un potere che si presenta fortemente caratterizzato dal suo volto repressivo e che punta a trasformare la questione sociale in questione di ordine pubblico. Essa non va intesa come negazione del conflitto, e neppure della forza, ma all'opposto gestione altra, e più alta, del conflitto stesso: per essere efficace, infatti, questa scelta chiede un'organizzazione più e non meno forte, più e non meno capillare. Essa è parte integrante di quella riforma della politica - che riguarda i partiti come i movimenti - che implica il rifiuto di ogni militarizzazione del proprio agire e che assume la coerenza tra fini e mezzi come dato d'identità. In questo senso, nell'epoca della globalizzazione neoliberista, la pratica disubbidiente della nonviolenza è, in verità, ubbidienza ai valori più radicali della democrazia, della fratellanza, insomma, dell'umanità.
6. UNIFICARE I MOVIMENTI. La ripresa del conflitto operaio (e più
in generale dell'iniziativa di lotta dei lavoratori) costituisce
l'altra grande novità, insieme alla nascita del movimento pacifista
e no global, della fase che si è aperta. Di ciò sono testimonianza
lo sciopero e le grandi manifestazioni dei metalmeccanici del 6
luglio e del 16 novembre, quelli della scuola e del pubblico
impiego, la compatta sospensione del lavoro con i cortei interni
alla Fiat e più in generale le mobilitazioni che si stanno
producendo in difesa dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori,
contro la destrutturazione delle regole del mercato del lavoro e
dello stato sociale, caratterizzata da una asfissiante pratica
concertativa.
Il conflitto non torna soltanto ad investire realtà
in cui le capacità di lotta si erano affievolite, ma coinvolge una
giovane generazione di lavoratori che per la prima volta si affaccia
sulla scena politica, e vede partecipi fasce rilevanti di precariato
che dimostrano la propria disponibilità a lottare pur in presenza
dei ricatti derivanti da un rapporto di lavoro frammentato in misura
sempre maggiore. Infine, risulta evidente, che tale conflitto
trascende l'immediatezza della condizione di lavoro assumendo un
carattere più generale.
Non solo. La ripresa di un conflitto di
classe nel nostro Paese crea le premesse per la costruzione di uno
schieramento sociale ampio. Da questo punto di vista, un obiettivo
fondamentale è rappresentato dalla saldatura fra mondo del lavoro e
movimento no global. Tale saldatura fino ad oggi si è verificata,
ancora troppo saltuariamente, a partire da Genova, con il concorso
determinante della Fiom oltre che del sindacato extraconfederale.
Non vi è dubbio, tuttavia, che nella prospettiva della costruzione
di uno schieramento sociale in grado di sostenere una piattaforma di
opposizione, molto resta da fare. E non solo perché va coinvolto in
modo più esteso lo stesso mondo del lavoro, ma perché occorre che
emergano proposte programmatiche unificanti e occorre che tale
unificazione si esprima compiutamente sul terreno della lotta e
della mobilitazione comune.
E' necessario appoggiare, dentro e
fuori le istituzioni, le vertenze a difesa dei posti di lavoro oggi
sotto attacco; rilanciare le nostre proposte per il riallineamento
periodico e automatico delle retribuzioni e delle pensioni
all'inflazione reale; favorire l'incontro di lavoratori "tipici" e
"atipici", reclamando nuove "rigidità" nei rapporti di lavoro e
l'estensione dei diritti garantiti dallo Statuto dei lavoratori ai
precari e alle aziende sotto i 15 dipendenti; porre ancora
all'ordine del giorno l'acquisizione di livelli normativi e
contrattuali certi e valorizzare il ruolo delle Rappresentanze
Sindacali Unitarie in ogni luogo di lavoro, investendovi risorse
umane. In questa prospettiva, poi, la riproposizione forte della
questione salariale e della riduzione d'orario a parità di salario
rappresentano terreni oggettivamente unificanti.
L'impegno per la
crescita del movimento dei lavoratori, per la realizzazione di uno
schieramento sociale più ampio, per la convergenza all'interno di
una comune piattaforma sociale costituiscono obiettivi fondamentali
dell'iniziativa del partito. Senza questo orizzonte il suo stesso
ruolo come soggetto politico sarebbe inadeguato rispetto alla
complessità della fase. Peraltro, solo in questa prospettiva è
possibile seriamente porsi il problema dell'opposizione al governo
delle destre. La natura dell'attacco che infatti viene condotto dal
governo, investendo elementi essenziali della vita sociale,
dall'aggressione allo stato sociale all'attacco ai diritti del mondo
del lavoro impone infatti una risposta di massa che si generalizzi e
duri nel tempo passando per la convocazione di una mobilitazione
generale.
BERTINOTTI, CRIPPA, FERRERO, FRALEONE, ZUCCHERINI, BELLUCCI, CACCIARI, CAMMARDELLA, CAPRILI, CERBONE, CURZI, DE CRISTOFARO, DE SIMONE TITTI, DEIANA, EMPRIN , FORGIONE, GAGLIARDI, GIANNI, GIORDANO, LOCATELLI, MAITAN, MALABARBA, MANTOVANI RAMON, MASCIA, MASELLI, MIGLIORE, MUSACCHIO, NARDINI, NESCI, NOCERA, PAPANDREA, RICCI MARIO, RUSSO FRANCO, RUSSO SPENA, SENTINELLI, SIMONETTI, TURIGLIATTO, VACCARGIU, VENDOLA, VINCI, VINTI, ACCARDO, ACERBO, ACETO, AITA, ALASIA, ALBONETTI, ALFONZI, ALLOCCA, ALTAVILLA, AMATO, ANTONAZ, ANTONIELLA, ARMENI, ATTILIANI, AURORA, AZZALIN, BALDI, BARACCO, BARASSI, BARBAGELATA, BARONTI, BARZAGHI, BELLOFIORE, BENVEGNU', BERLINGUER, BERTOLO, BERTORELLO, BOGHETTA, BONADONNA,BONATO, BONFORTE, BONOMETTI, BRISTOT, BUTTIGNON, CAMPANILE, CANTONI, CAPELLI, CARDONE, CARRAZZA, CARTA, CARTOCCI, CATALANO, CATANIA, CHECCHI, CIMMINO, CO', COGODI, COMMODARI, CONSOLO, CONTI, COSIMI, D'ACUNTO, D'AIMMO, D'ALESSANDRO, D'ANGELI, DANINI, D'AVOSSA, DE CESARIS, DE PALMA, DE SANTIS, DE SIMONE PAOLO, DI GIOIA, DI SABATO, DONDA, DUCCINI, FABIANI, FANTOZZI, FASOLI, FAZZESE, FERRARA, FERRARI GIANLUCA, FERRETTI, FIRENZE, FONDELLIFRATOIANNI, FRENDA, GABRIELE, GALLO, GELMINI, GIORGI, GITTO, GRANOCCHIA, GROSSO, GUGLIELMI, JERVOLINO, JORFIDA, LIBERA, LINGUITI, LOMBARDI ALDO, LOMBARDI ANGELA, LOMBARDI MIRKO, LOMBARDI ROBERTO, LONGO, LOSAPPIO, LUNIAN, MAJORANA, MALENTACCHI, MALINCONICO, MAMMARELLA, MANGIA, MARAIA, MARCHETTINI, MARCONE, MAROTTA ANGELO, MAROTTA ANTONIO, MARTINO, MENCARELLI, MERLINI, MILANI, MINISCI, MITA, MONTANILE, MORANDI, MORDENTI, MORETTI, MORINI, MOSCATO, MOZZETTA, MUGNAI, MULLIRI, MURA, NICOTRA, NIERI, NINCHERI, NUCERA, OREFICE, PALOZZA, PAOLINO, PASI, PATRITO, PECORINI, PEDUZZI, PERUGIA, PESACANE, PESCE, PETTENO', PIERINI, PIETRANGELI, PIOMBO, PLATANIA, POETA, POSELLI, POZZOBON, PRIMAVERA, PUCCI ROBERTO, RAZZANI, RICCI ANDREA, RIGACCI, RIVELLI, RIVERA, ROSSI, SANSOE', SANTORUM, SARDONE, SAVELLI, SEMERARO, SGHERRI, SIMEONE, SIRONI, SPECCHIO, SPERANDIO, SPERANZA, STUFARA, TANARA, TANGOLO, TAVELLA, TETTAMANTI, TORRICELLI, TOSI, TRIA, TRIBI, TRIVELLIZZI, TRONI, TROTTA, TROVATO, TRUFFA, VALENTI, VALPIANA, VIANI, VLACCI, VOCCOLI, VOZA.
TESI 40 - IL PROGRAMMA FONDAMENTALE PER LA SINISTRA
ALTERNATIVA
E' necessario un progetto di trasformazione sociale,
fondato su idee-forti e su obiettivi programmatici capaci di
divenire "bandiere piantate nella testa della gente". Nessuna forza
può elaborarlo da sola.
Nel processo di rifondazione comunista, nel lavoro della
costruzione della sinistra d'alternativa, come nel contributo che
dobbiamo e possiamo dare alla crescita dei movimenti, assume
un'importanza centrale la definizione di un programma fondamentale
per la sinistra antagonista.
Questa esigenza nasce almeno da tre
diversi fattori: le grandissime novità introdotte sul terreno
economico e sociale dalla rivoluzione capitalistica e l'apertura di
una seconda fase nel processo di globalizzazione; il crollo e il
fallimento delle esperienze dei paesi del socialismo reale e la
conseguente crisi dei progetti di trasformazione delle società fin
qui conosciuti; lo sviluppo di un movimento mondiale antagonista.
L'insieme di questi fattori richiede la ridefinizione di un
progetto comunista e che la sinistra alternativa compia uno sforzo
di elaborazione per un nuovo programma fondamentale di
trasformazione che abbia la forza di innovazione e di trascinamento
che ebbero i programmi nella tradizione del movimento comunista del
passato, per dirla con Engels, bandiere piantate nella testa della
gente. Questo è un lavoro di lunga durata, che non può essere
prodotto da una forza sola ne' tanto meno nel chiuso di un ufficio
studi. Richiede un continua interlocuzione con i movimenti, con le
insorgenze politiche e sociali, con le molteplicità delle forze
anticapitaliste disponibili a porsi su questo terreno di ricerca, in
una dimensione internazionale a partire dal quadro europeo.
Si
tratta quindi di un percorso che è tanta parte del progetto della
Rifondazione Comunista e che intendiamo compiere non in solitudine,
ragionando attorno ad alcuni temi essenziali.
TESI 41 - I CARATTERI ESSENZIALI DELLA RICERCA
PROGRAMMATICA
Le forme della proprietà, ma anche e soprattutto la
nuova alienazione del lavoro. Una critica radicale al produttivismo
e allo "sviluppismo" che hanno caratterizzato il movimento operaio.
L'assunzione della contraddizione di genere. Il superamento
definitivo dell'economicismo.
Ci riferiamo in modo particolare a un modo di concepire la
rivoluzione nei rapporti di produzione che non solo ponga in modo
rinnovato la questione della proprietà, la cui composizione ha
subito rilevanti modificazioni a seguito della ristrutturazione
capitalistica, ma soprattutto i temi della critica e della
modificazione dei processi del lavoro reali in ogni ambito della
società; della contestazione della gerarchizzazione sociale che si
riproduce nei diversi processi produttivi; delle nuove forme con cui
si presenta l'alienazione. Significa portare fino in fondo la
critica alla concezione produttivista e sviluppista che pure hanno
animato grande parte della storia e delle esperienze del movimento
operaio, elevando a valore irrinunciabile e costitutivo della
cultura della trasformazione la difesa e la valorizzazione
dell'ambiente e quindi un senso del limite sia dal punto di vista
ecologico che sociale e relazionale. Significa ripensare
radicalmente il nesso tra produzione e riproduzione. Significa
quindi porre, anche per l'azione immediata, il problema del
superamento del pensiero economicista, di un punto di vista
prevalentemente redistributivo delle risorse, ponendo concretamente
il problema del cosa e del per chi produrre contemporaneamente a
quello del come; ponendo così le basi per un'unità, tra le
tradizionali figure sociali e quelle create dal processo di
ristrutturazione capitalistica.
Ci riferiamo all'imperativo di
porre l'individuo concreto, cioè sociale e sessuato, e i suoi
diritti lungo l'intero arco della sua vita, al centro di un processo
di trasformazione. Significa portare a fondo la critica a
organizzazioni sociali fondate sul patriarcato e sul familismo,
qualsiasi siano le loro diversità e origini specifiche, per
introdurre e praticare la democrazia di genere in ogni aspetto
regolativo della vita sociale. Significa riconsiderare la dialettica
fra comunità e individuo, fra stato e cittadino senza alienare i
diritti di alcuno. Significa andare ben oltre le forme di stato
sociale o socialista fin qui conosciute, attraverso
un'individuazione e una risposta ai problemi dell'individuo sociale
e sessuato, che presuppone la sua partecipazione e il suo
protagonismo.
Ci riferiamo quindi alle necessità di
riconsiderare l'idea stessa di potere e conseguentemente di
democrazia, concependo il primo né come punto di partenza né come
punto d'arrivo per il rivoluzionamento dei rapporti sociali e di
produzione, ma come importante punto di snodo di un processo di
democratizzazione della vita quotidiana che comporta
un'articolazione delle forme di potere stesso e una generalizzazione
delle forme di autogestione, di controllo, di partecipazione.
Significa riproporre - alla luce delle sconfitte patite
nell'esperienza di organizzazione statuale del movimento operaio, ma
anche sulla base di recenti esperienze positive anche se limitate -
il tema della democrazia diretta, di una sua coniugazione sempre più
intensa e avanzata con le forme della democrazia delegata, superando
così la contraddizione tra una teoria che affermava l'estinzione
dello stato e una pratica che lo rafforzava nelle forme peggiori.
Significa maturare un'idea più complessa della democrazia che assuma
il genere come elemento costituente e la pluralità culturale come
valore. Significa creare comunità, cioè riempire le forme di
democrazia di concreta costruzione di legami sociali fra diversi.
Significa perciò concepire l'azione politica come la ricerca
costante di congiunzione tra i mezzi e i fini, non solo nel senso di
negare che i secondi possano giustificare i primi, ma che questi,
per essere credibili e per suscitare consenso e partecipazione,
devono contenere in nuce i fini che dichiarano.
Ci riferiamo, per
concludere questa esemplificazione ad una concezione della pace
fondata su un idea di comunità universale che trascenda i confini,
le culture, i generi, le condizioni materiali.
TESI 42 - LA PIATTAFORMA DI OPPOSIZIONE ALLE DESTRE
Nel nostro
programma elettorale, sono definite le "proposte di legislatura" per
una battaglia efficace contro le destre. Naturalmente, con gli
aggiornamenti e gli arricchimenti necessari.
Tra il lavoro per la definizione di un programma fondamentale e
l'iniziativa politica e sociale di oggi per un'efficace opposizione
al governo delle destre e per procedere nella costruzione della
sinistra di alternativa e di una sinistra plurale, per contribuire
alla crescita dei movimenti, vi deve essere un nesso preciso, sia
nella individuazione degli obiettivi che nelle modalità di portarli
avanti e nelle concrete esperienze di lotta
In questo senso
ribadiamo la validità e l'attualità dell'impianto di programma che
abbiamo presentato in occasione delle elezioni del 13 maggio 2001 -
la cui dimensione temporale vuole coprire l'attuale legislatura da
poco iniziata - che abbiamo discusso e deciso con il contributo di
personalità e forze anche esterne al nostro partito. Naturalmente i
rilevanti fatti avvenuti dalle elezioni ad oggi, gli atti concreti
compiuti dal governo e le riflessioni che hanno suscitato nel
movimento e nel campo della sinistra di alternativa ci impongono
arricchimenti, aggiornamenti e sottolineature a quell'impianto. Le
destre non hanno vinto le elezioni fondandosi su uno schieramento
sociale pienamente formato e coeso, ma certamente si propongono ora
di costruirlo, sfruttando appieno l'arma del governo.
Il nostro
obiettivo è di giungere alla costruzione di una piattaforma di
opposizione al governo delle destre, che diventi un punto di
elaborazione e di incontro di movimenti, organizzazioni sociali e
politiche e che si proponga di sottrarre consenso al governo delle
destre che è forte ma tutt'altro che invincibile. Questo richiede il
rovesciamento della logica del centro-sinistra e della sinistra
moderata della subordinazione al primato della competitività.
TESI 43 - L'OPPOSIZIONE ALLA GUERRA
Prioritaria, in questa
fase, è la lotta contro la guerra e contro la partecipazione
italiana ad essa. Che è legata a parole d'ordine chiare:
scioglimento della Nato, radicale riforma e rilancio dell'Onu,
smantellamento degli arsenali nucleari, composizione della crisi
mediorientale ("due popoli, due stati")
Oggi assume un ruolo determinante l'opposizione alla guerra, sia per l'immediata cessazione di quella in corso in Afghanistan e della partecipazione ad essa del nostro paese, sia per impedire che il ricorso all'intervento armato si stabilizzi come normale strumento di gestione della crisi del processo di globalizzazione. Il che comporta lavorare per la ricostruzione del patto tra le nazioni che costituì l'ONU a partire dalla radicale riforma di quest'ultima; lo scioglimento della Nato; lo smantellamento degli armamenti nucleari e di tutti gli strumenti per lo sterminio di massa; la composizione pacifica dei punti di crisi a livello mondiale, a partire dal conflitto israeliano - palestinese; l'assunzione di un ruolo politico ed economico del tutto autonomo dell'Europa, il che comporta la non partecipazione a imprese belliche, uno spostamento del peso decisionale sulle istituzioni europee elettive, come il Parlamento, nel quadro di una nuova Costituzione europea, la revisione dei trattati introducendo e praticando criteri di politica occupazionale e sociale, quindi non solo finanziaria e monetaria, la rivisitazione del tema dei diritti negativamente risolta a Nizza, una politica di solidarietà e di cooperazione su scala mondiale, di cui la cancellazione del debito dei paesi poveri e l'introduzione di una tassazione sulle transazioni di capitale (Tobin Tax) possono essere i primi significativi passi.
TESI 44 - UNA POLITICA ECONOMICA ALTERNATIVA PER IL PAESE E
PER IL MEZZOGIORNO
Contro la recessione e i suoi effetti
devastanti, è essenziale rilanciare l'intervento pubblico in
economia: su beni essenziali e ambientali, come l'energia, l'acqua,
la vivibilità urbana, il risanamento del territorio, il diritto
all'alimentazione. In questo quadro una profonda "svolta
meridionalista" e la costruzione di una "antimafia sociale".
Il profilarsi di una profonda recessione economica - anche in
Italia tutte le previsioni di crescita sono state riviste al ribasso
- rende ancora più acuto lo scontro sulla politica economica e sulla
questione sociale. All'affacciarsi nella politica economica degli
USA di un Keynesismo di guerra non corrisponde analoga scelta da
parte dei paesi europei e anche della stessa Italia, dove pure il
peculiare schieramento delle destre prova a intrecciare alla linea
più nettamente liberista tentativi di politiche economiche e sociali
più populiste e nazionali. Alle une e alle altre dobbiamo rispondere
con la nostra proposta di rilancio di un nuovo intervento pubblico
nell'economia indirizzato verso settori e produzioni alternative a
quelle praticate dal mercato e dalla produzione di guerra. A
cominciare dalle scelte energetiche alternative tanto più urgenti in
considerazione dell'aggravarsi delle crisi climatiche nel mondo,
verso la definizione di un'economia entro la quale ambiente e
persone non siano vincoli di cui sbarazzarsi ma un valore. A tale
fine riteniamo necessaria ed urgente la messa in discussione del
patto di stabilità a livello europeo. La globalizzazione non solo
tende ad aumentare il divario tra il Sud e le altre zone dell'Italia
e dell'Europa ma, intervenendo in una situazione già di degrado,
porta il disagio sociale e le concrete condizioni di vita nel
Mezzogiorno del paese a livelli insopportabili, contribuendo nel
contempo a rafforzare poteri mafiosi e pratiche clientelari.
L'impulso alle privatizzazioni e alla deregolamentazione del mercato
del lavoro, l'estendersi di forme molteplici di lavoro flessibile e
precarizzato in un contesto che permane di alta disoccupazione
strutturale, unitamente alla forte crisi produttiva che ha spazzato
via i pochi poli dell'industria senza aver determinato alternative
occupazionali nel terziario, delineano un quadro sociale e
democratico - come confermano i risultati delle ultime elezioni
politiche nelle regioni meridionali e lo stesso recente voto
siciliano - davvero allarmante. Nel vuoto di un tessuto produttivo
autentico e vitale e di una rappresentanza politica e sociale
organizzata cresce l'individualismo e si ripropongono forme - per
quanto rinnovate - (nella modalità e nella quantità delle risorse
disponibili) di scambio politico clientelare e un nuovo legame tra
politica e accumulazione criminale. Anche nei confronti del
Mezzogiorno convivono nelle classi dirigenti due diversi, anche se
complementari, orientamenti. Da un lato la tendenza di fondo ad
assegnare al Sud nuovamente una funzione dipendente nel quadro di
uno sviluppo duale (coessenziale ad un modello sociale sempre più
centrato sulla precarietà e sulla flessibilità selvaggia del mercato
del lavoro), finalizzato alla ristrutturazione economica del Nord
per la quale si drenano risorse finanziarie e umane. Dall'altro una
linea più nazionale e populista che guarda al Mezzogiorno come area
più tradizionale di consenso per politiche di deficit spending di
destra tra flussi finanziari europei per le grandi opere e perfino
investimenti produttivi nel settore militare. Una variante meno
aridamente liberista ma egualmente modernamente centrata sull'idea
di un territorio povero per qualità sociale e civiltà. Un'area in
cui intorno ai nuovi flussi distorti di spesa si salda un nuovo
sistema di potere intrecciato al sistema politico e al potere
criminale. Per questo la mafia non si configura come un elemento di
arretratezza ma come fattore organico e dinamico del processo di
modernizzazione capitalistica del mezzogiorno. Le mafie sono forti
perché continuano a controllare il territorio e l'economia e operano
in collusione con un sistema di imprese che occulta le proprie
responsabilità. Anzi, i processi di precarizzazione del lavoro, la
politica delle grandi opere e di cementificazione selvaggia,
favoriscono una nuova espansione mafiosa. Va quindi contrastato ogni
legame tra la politica e quella borghesia mafiosa fatta di
imprenditori, professionisti, uomini della cultura e della finanza,
che costituiscono un ponte tra il sistema di potere e gli interessi
delle cosche. Contro questa nuova conformazione del fenomeno mafioso
vanno superati i limiti di un'antimafia che si muova solo sul
terreno etico o sulla delega alla magistratura, per dare vita alla
stagione dell'antimafia sociale.
In questo quadro è necessario
imporre, con la rivendicazione di un nuovo modello di sviluppo
(rivendicazione che incorpori necessariamente un legame rinnovato
tra lotte sociali e lotte ai poteri criminali) una svolta
meridionalista che indirizzi l'intervento pubblico in direzione di
un allargamento e di una qualificazione della base produttiva al
fine di creare al Sud le condizioni di uno sviluppo duraturo fondato
sulla formazione, la ricerca, l'innovazione, attrezzando una
economia capace di competere in direzione dell'Europa sulla qualità
anziché sul basso costo del lavoro e aperta alla cooperazione con
tutti i paesi che si affacciano nel Mediterraneo. Uno sviluppo in
cui la valorizzazione dell'ambiente e delle risorse umane e
culturali orientino - in alternativa alle opere cementificatrici e
speculative - politiche di risanamento dei grandi cicli ambientali,
di riassetto dei centri storici delle città e dei territori, di
opere di risanamento del clima e di lotta agli inquinamenti, di
recupero dal dissesto idrogeologico ripristinando gli equilibri
naturali. Occorre garantire il carattere pubblico, qualificato e
facilmente accessibile di tutti i beni comuni: acqua, energia, cibo,
ambiente. Occorre garantire il diritto all'alimentazione e alla
sovranità alimentare invertendo la crescente separazione tra
produzioni alimentari e territorio di riferimento, che insieme
all'industrializzazione del processo produttivo ha portato degrado
dei territori e insicurezza alimentare. Il produttivismo chimico e
ora genetico, degrada l'ambiente e non porta a soluzione i problemi
della fame. E' necessario indirizzare le politiche e i sostegni
verso la qualità dei prodotti, la possibilità per tutti di accedervi
e verso l'impiego del lavoro, anche guardando a una agricoltura con
funzione di presidio e valorizzazione del territorio. Servono perciò
piani di accesso e di uso appropriato dell'acqua, di diritto
all'alimentazione, di risanamento idrico e delle reti, di risparmio
energetico, di uso delle fonti alternative pulite, di ottimizzazione
ambientale nella transizione con l'uso del metano invece di
combustibili maggiormente inquinanti e a maggiore impatto serra, il
mantenimento pubblico dell'ENEL, bloccando nuovi siti privati.
TESI 45 - LA LOTTA PER IL LAVORO, I NUOVI BISOGNI, I
DIRITTI
Le nostre proposte di fase: innalzamento dei minimi di
pensione, protezione integrale dei salari dall'inflazione,
introduzione delle 35 ore settimanali di lavoro, salario sociale ai
disoccupati di lunga durata. Contro un mercato che discrimina donne,
giovani, migranti.
La scelta di costruire una proposta alternativa di politica
economica a partire dai bisogni reali di chi sta peggio, viene
ulteriormente confermata sia per l'aggravarsi di quelle condizioni,
sia per la crescita dei nuovi fermenti e movimenti nel quadro
sociale, a partire dall'entrata sulla scena di una nuova generazione
di lavoratrici e lavoratori.
Per questo la questione del lavoro
diventa ancora più cruciale in tutti i suoi aspetti.
L'elevamento
dei redditi da lavoro dipendente e da pensione, oltre che
naturalmente l'innalzamento dei minimi di queste ultime a un milione
di lire al mese, e la protezione integrale dall'inflazione contro la
diminuzione del loro valore reale - problemi che nel nostro paese,
anche rispetto al contesto europeo, assumono aspetti di particolare
gravità - ; la redistribuzione del lavoro attraverso la riduzione
d'orario, come prima indispensabile misura per l'occupazione e per
il miglioramento della qualità della vita, a cominciare dalle 35 ore
settimanali a parità di retribuzione, con la modifica del rapporto
tra tempi di vita e tempi di lavoro, nonché la riforma dei tempi
delle città, secondo le proposte che ci vengono dalla cultura delle
donne; la costruzione di una griglia universale di diritti per
riunificare il frammentato mondo del lavoro, contro il moltiplicarsi
delle figure atipiche e l'attacco allo statuto dei diritti dei
lavoratori; l'erogazione di un salario sociale ai disoccupati di
lunga durata, per metterli in condizione di sopravvivere senza
ricatti e di evitare il "lavoro qualunque"; un incremento
dell'occupazione femminile, che ridisegni complessivamente diritti e
garanzie a partire dalla differenza e dalle specificità di genere,
contro la ripresa di tematiche familiste e di esclusione, sono
alcuni degli obiettivi immediati e terreni di iniziative politiche e
sociali. La loro affermazione passa attraverso una intransigente
opposizione all'organico disegno di definitiva liberalizzazione e
privatizzazione del mercato del lavoro contenuto nel "Libro bianco"
del governo e nei disegni di legge che ne derivano.
In questa
nuova situazione internazionale e di fronte alle iniziative xenofobe
e razziste condotte direttamente dal Governo e dalle destre anche
con iniziative legislative, assume un particolare valore la tutela
dei diritti dei cittadini immigrati, come quelli al lavoro, alla
cittadinanza, alla partecipazione ad ogni forma della vita
democratica tra cui quello di eleggere e essere eletti.
TESI 46 - UN NUOVO SPAZIO PUBBLICO
L'attacco al Welfare chiede
risposte non solo difensive. E' necessario costruire un controllo
sociale sui servizi e coniugare l'univeralità dei diritti con la
risposta alle esigenze dell'individuo concreto. Varare la Tobin Tax
e una riforma progressiva del fisco. Rilanciare la scuola pubblica,
gratuita e repubblicana.
Il presente attacco al welfare state va fronteggiato non solo sul
fronte, peraltro assolutamente indispensabile, della resistenza e
della difesa dello spazio pubblico, ma affrontando la sfida
dell'innovazione e cioè coniugando i principi di gratuità e di
universalità con la qualità e la capacità di rispondere all'esigenza
dell'individuo concreto. E questo per potersi realizzare richiede un
protagonismo dei cittadini ed una democratizzazione delle strutture
predisposte all'erogazione e alla gestione dei servizi.
Nello
stesso tempo sottolinea - anche di fronte ad un'ulteriore aumento
delle ingiustizie provocate dal governo di centro-destra preoccupato
di garantire sotto ogni aspetto l'immunità della proprietà -
l'urgenza di una riforma fiscale che riequilibri i rapporti tra
redditi da lavoro e da capitale e colpisca questi ultimi in ogni
loro forma, anche attraverso l'introduzione in ambito nazionale di
tassazioni sulle transizioni di capitali sul modello della Tobin
Tax.
L'accellerazione dello smantellamento della scuola pubblica
e la logica privatistica, classista, clericale e aziendalistica che
caratterizza le proposte del governo Berlusconi ci chiamano ad un
salto di qualità. Contro questo progetto riproponiamo la necessità
di una scuola pubblica, gratuita e repubblicana, come perno di un
sistema formativo che accompagni i cittadini per l'intero arco della
vita.
Contemporaneamente, e in stretta connessione con
quest'ultimo obiettivo, va perseguito quello di una informazione, di
un'industria culturale e dello spettacolo, multiculturali e libere
dal monopolio privato quanto dalla lottizzazione e dai conformismi
partitici e burocratici del settore pubblico. Per questo ci
impegniamo a contrastare in tutte le sedi i meccanismi legislativi,
istituzionali e strutturali che muovono nella direzione contraria e
a sostenere invece tutte le forme di mobilitazione delle forze che
lavorano per mantenere spazi plurali e molteplici entro le realtà e
le strutture esistenti.
TESI 47 - LA DIFESA E L'INNOVAZIONE DELLA DEMOCRAZIA
La
democrazia va difesa dagli attacchi e dalle aggressioni crescenti:
ci opponiamo, per esempio, ad ogni ulteriore manipolazione della
carta costituzionale. Ma occorrono anche pratiche innovative: come
per esempio quella del "bilancio partecipato" proposto da Porto
Alegre.
La crisi della democrazia è ulteriormente acuita - per i motivi già detti - della guerra e dal varo della cosiddetta riforma federalista, appunto dall'alto e dal basso. La Costituzione repubblicana ha già subito una pesante manomissione con la modifica del Titolo quinto, e si impone a tutte le forze democratiche l'integrale difesa dei suoi principi di fondo e delle altre sue parti. La crisi della democrazia, accentuata anche dall'attuale legge elettorale che mette in crisi persino il ruolo del Parlamento nazionale quale sede della rappresentanza politica, non può essere affrontata solo - per quanto ciò sia necessario - con la difesa delle istituzioni rappresentative o con la riproposizione dei principi proporzionalisti. L'importante tema della sicurezza dei cittadini che viene strumentalizzato in termini di ordine pubblico, diventa, in questa fase, l'alibi per riproporre logiche emergenziali e restringere gli spazi di libertà. La difesa dei diritti fondamentali e delle garanzie individuali si conferma quindi essere elemento fondante una battaglia strategica per la democrazia e connesso alla costruzione di una identità comunista rinnovata. La stessa violenta aggressione all'indipendenza della magistratura praticata dalle destre, nonché la prevaricazione dei poteri del governo su quelli del Parlamento, ripongono al centro la necessità della salvaguardia del principio della netta distinzione tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario dello stato. Tuttavia il puro ribadimento di questi principi liberali non è sufficiente. E' per tanto necessario coniugare da subito forme di democrazia diretta con quelle della democrazia delegata - nel pieno rispetto dei diritti universali dei soggetti concreti, sociali e sessuati - costruendo e sperimentando organismi che esaltino, a partire dal livello locale, la diretta partecipazione dei cittadini; questo valorizzando esperienze che ci vengono da altri paesi, come quelle del "bilancio partecipato" nella municipalità di Porto Alegre.
TESI 48 - PERCHE' UN PARTITO COMUNISTA E' NECESSARIO
Solo
una forza comunista organizzata, è in grado di attraversare, con un
progetto unitario, i diversi terreni e le molteplici contraddizioni
che attivano oggi i soggetti della trasformazione. E solo un partito
comunista può cominciare a pensare la transizione
L'identità comunista viene oggi declinata in molte forme. Può
vivere nei movimenti, ispirare autonome imprese dell'informazione,
animare minoranze interne a formazioni politiche di natura
socialdemocratica o socialista, esprimersi in gruppi indipendenti di
ricerca teorica o sociale. E può perfino esser vissuta come scelta
puramente morale, una sorta di "foro interiore", o intellettuale.
Tra queste opzioni, noi abbiamo scelto per l'oggi e per il domani,
quella del Partito, all'interno di un progetto di rifondazione,
sulla base di una rinnovata persuasione politica generale.
Una
forza politica comunista è oggi necessaria per una ragione
essenziale: perché è in grado di attraversare con un progetto
unitario di lotta tutte le contraddizioni e i terreni che rendono
possibile la costruzione e l'attivazione dei soggetti della
trasformazione. Le diverse sfere dell'iniziativa - il conflitto
sociale, la protesta civile, l'interpretazione dei processi
economici e sociali, l'elaborazione culturale, la rappresentanza
istituzionale - tendono a restare tanto separate quanto
incomunicanti: il Partito è un luogo nel quale si possono produrre
una ricomposizione, una proposta generale, un progetto. Ma è anche
uno strumento attivo di democrazia: una sede di partecipazione alla
vita politica a disposizione di tutti coloro che non hanno scelto la
politica come mestiere. In questo senso, il Partito comunista
moderno non può che essere di massa: comunità autonoma di donne e di
uomini che vogliono agire per trasformare l'esistente. Per questo il
Partito che abbiamo cercato di costruire, in questi anni, colloca la
propria soggettività nel contesto delle contraddizioni sociali, di
classe, culturali, civili, istituzionali. Cerca di radicarsi nei
luoghi di lavoro, tra i lavoratori dipendenti, nelle fabbriche, nel
mondo della scuola e della ricerca, tra gli inoccupati e i
senzalavoro, tra i migranti. Si articola sul territorio. Riconosce
l'antagonismo di classe e quello di genere. Promuove la democrazia
interna. Si dota di strumenti di formazione a autoformazione. Tutto
questo con la consapevolezza piena della funzione che può e deve
svolgere, ma anche del suo limite "naturale". Sa cioè di essere
necessario, ma non sufficiente: la costruzione dell'alternativa è un
processo articolato e plurale che si sostanzia di una molteplicità
di forme di organizzazione, aggregazione, associazione, attività
volontarie. Ciascuna di queste forme può svolgere, di volta in
volta, una rilevante funzione politica autonoma.
Insomma, a
differenza del partito di tipo tradizionale, Rifondazione Comunista
sa che l'iniziativa politica e sociale non può essere svolta solo
dai suoi militanti e da quelli di organizzazioni collaterali, ed è
piuttosto svolta da una costellazione di individui e di associazioni
con cui il partito deve entrare in rapporto di scambio e
comunicazione senza prefiggersi lo scopo dell'assorbimento o
dell'integrazione subalterna.
Un secondo elemento che
caratterizza la necessità di un partito comunista è quello di porre
l'obiettivo della trasformazione, cioè della costruzione di una
società contraddistinta da un nuovo modo di produzione e da istituti
democratici qualitativamente superiori a quelli storicamente
sperimentati. Essa si prospetta oggi come una costruzione
profondamente diversa sia dall'idea insurrezionalista della presa
del potere, sia dall'ipotesi strategica riformista (una sequenza di
riforme di struttura e di conquiste legislative): in larga misura,
va reinventata, sperimentata, verificata nella pratica, in un
processo che sarà giocoforza complesso ed originale e che non si
lascia certo scrivere a tavolino. Noi, oggi, possiamo soltanto
prefigurare una transizione che, per un verso, si avvale di
strumenti peculiari della storia del movimento operaio
(dall'attivazione del conflitto sociale e territoriale alla "pratica
dell'obiettivo"), per l'altro verso, si fonda su una dialettica
permanente tra rappresentanza istituzionale e forme di autogoverno,
tra poteri centrali e contropoteri diffusi, tra partiti e movimenti.
Non ci sarà "la" rottura, ci saranno molti e diversi momenti di
rottura. Non ci sarà, forse, "la" sintesi, ma momenti significativi
di ricomposizione e unificazione. In un processo di questa natura e
portata, il Partito ci pare uno strumento non unico ma certo
indispensabile.
Crediamo, infine, che solo sulla base di una
concezione del partito come quella qui tratteggiata possa essere
costruita un'idea (ed una pratica) d'una società comunista
effettivamente democratica. Ad un partito inteso come unico
soggetto, come unico detentore della "verità" corrisponde
necessariamente una società gestita (illusoriamente) dal centro,
verticistica, rigida e burocratizzata, incapace di dinamismo e di
adattamento ai mutamenti storici. Ad un partito inteso come agente,
necessario ma non unico, della trasformazione, può corrispondere,
invece, una società pluralista e democratica, capace di
autocorrezione e di durata.
TESI 49 - PER UN BILANCIO DEI DIECI ANNI DI RIFONDAZIONE
COMUNISTA
Il Prc ha vinto la battaglia della sopravvivenza e
della vitalità politica. Ora serve un salto di qualità,
un'innovazione forte che metta al centro del nostro lavoro il tema
della rifondazione.
Dal 1991 ad oggi, Rifondazione comunista ha vinto almeno due
scommesse: quella della sopravvivenza, del primum vivere e quella,
altrettanto importante, della vitalità. Passando attraverso crisi,
interne ed esterne, anche drammatiche, il Prc è riuscito cioè ad
affermare la propria funzione attiva nella società italiana,
sfuggendo a quel destino minoritario e testimoniale che tante volte
gli era stato predetto. Questo è stato possibile grazie all'impegno,
alla dedizione, alla costanza, alla generosità di migliaia e
migliaia di compagni e compagne che nel corso di questi dieci anni
hanno concretamente costruito il partito e posto le basi materiali
per un processo di rifondazione comunista. Qualsiasi bilancio
autocritico del nostro lavoro non può che muovere da questi dati
reali, che sono tutto fuorché scontati. Grazie a questa
impostazione, nella nascita e nella crescita del movimento
antiglobalizzazione, così come nelle giornate di Genova, il ruolo
del Prc è risultato evidente, riconoscibile, riconosciuto.
Ora, è
tempo di tentare un salto di qualità, nella nostra iniziativa come
nella nostra fisionomia politica e strategica. Rifondazione
comunista è nata, a Rimini, come uno scatto necessario d'identità:
un grande No alla liquidazione del Pci, di una storia, di ogni
istanza anticapitalista organizzata. Sin dall'inizio, con la
rinnovata partecipazione di molti compagni e compagne e la
confluenza di Dp, ne è emersa una natura plurale, che è diventata
una nostra peculiarità. Da qui, la vivacità e, talora, anche la
ricchezza del suo dibattito, ma anche la sua scarsa compattezza
culturale e il suo debole senso di appartenenza. L'identità del Prc
è cresciuta e si è via via verificata nel fuoco delle scelte
politiche e sociali del momento: una necessità ma anche un limite.
Così, le due scissioni subite hanno avuto come propria ragione
scatenante non una divergenza strategica dichiarata (e come tale
riconosciuta e dibattuta), ma una sia pure rilevantissima questione
di tattica e collocazione parlamentare. Nella rottura più grave,
quella con i Comunisti Italiani, è emerso quell'intreccio di
ortodossia, continuismo e moderatismo che negava in radice la
necessità della rifondazione: per un verso, il comunismo come
richiamo all'ortodossia e orizzonte lontano, per l'altro verso, il
"qui e ora" del realismo politico e istituzionale, dove le alleanze
e gli schieramenti precedono e predeterminano ogni battaglia sui
contenuti. Proprio questa circostanza ha reso evidente un limite
profondo nella capacità di innovazione e rifondazione. Superare
questi limiti, per costruire processualmente una cultura politica
comunista all'altezza delle sfide di oggi, significa porre al centro
delle nostre attenzioni il nodo della rifondazione.
TESI 50 - ESSERE COMUNISTI, OGGI
L'identità comunista si
declina, per un verso, come critica radicale del modo di produzione
capitalistico, per l'altro verso come persuasione del suo
superamento, verso la costruzione di una società fondata sulla
volontà delle donne e degli uomini, e liberata dal profitto come
motore dello sviluppo.
In questi anni, una intensissima campagna ideologica ha cercato
di demolire il comunismo come valore e proposta attuale. Mentre la
vulgata della "fine della storia" tendeva a delegittimare ogni
istanza (e speranza) di mutamento dell'esistente, si "riscriveva" in
questa luce l'intera vicenda novecentesca. In parallelo,
l'anticomunismo tornava ad essere un segno distintivo delle classi
dirigenti: sia nelle forme e nei linguaggi "viscerali" di Berlusconi
sia con modalità apparentemente più contenute ("il comunismo è
incompatibile con la libertà"). La resistenza, anche culturale, a
questa campagna era e resta un atto della rifondazione comunista.
L'identità comunista nel tempo della globalizzazione si declina,
per un verso, come critica radicale del modo di produzione
capitalistico, e per l'altro verso, come convinzione politica che è
possibile la costruzione di una società nella quale lo sviluppo
economico, le relazioni sociali, la vita concreta delle persone sono
determinate dalla volontà organizzata delle donne e degli uomini,
invece che dal profitto, dallo sfruttamento, dall'alienazione della
forma di merce.
Questa identità non nasce dalla pura ripulsa
morale dell'esistente, e nemmeno soltanto dal rifiuto soggettivo
delle innumerevoli ingiustizie che caratterizzano il mondo: si fonda
sull'analisi di classe della società, delle soggettività che la
pervadono, degli antagonismi "irriducibili" che la caratterizzano.
Centrale, proprio in quest'ottica, è il conflitto tra capitale e
lavoro: non ci potrà essere alcun superamento del capitalismo, cioè
della logica del mercato e dell'impresa, sè non ci sarà l'abolizione
del lavoro salariato e la liberazione del lavoro. In questo senso,
la nostra identità comunista resta imprescindibilmente connessa alla
contraddizione di classe. Ma non è vero, di per se, che liberando se
stessi gli operai liberano l'intera umanità. Il nuovo mondo che
vogliamo costruire è un mondo dal quale sono bandite tutte le forme
di discriminazione e di oppressione che il capitalismo globale
eredita, aggrava e riproduce: quelle che vengono praticate in base
al genere, all'origine geografica ed "etnica", alla generazione,
all'orientamento sessuale, così come lo sfruttamento illimitato
delle risorse e della natura. Dunque, senza un nuovo movimento
operaio che unifichi dialetticamente le diverse soggettività
antagoniste che il capitale determina oggi, non c'è liberazione
umana.
Non c'è liberazione umana che possa prescindere dalla
contraddizione di genere. Il femminismo ha prodotto in Italia, a
partire dalla fine degli anni '60 una vera rivoluzione sociale,
culturale e politica, costringendo uomini e donne a misurarsi con la
questione di genere. Rifondazione comunista è chiamata a conoscere,
ri-conoscere, approfondire e fare suo il pensiero femminista come
parte ineludibile della rifondazione. Nello stesso senso,
l'assunzione dell'ambientalismo è una scelta di fondo. Non si tratta
di cercare una qualche forma di compatibilità tra sviluppo e
ambiente. Non è neanche sufficiente un'altra idea di sviluppo.
Serve, invece, una vera e propria alternativa di economia e di
società che si sostanzia nella promozione di un ripristino e di un
equilibrio dei grandi cicli ambientali, nella demercificazione dei
beni ambientali comuni e collettivi (acqua, aria, energia e
territorio), nella riterritorializzazione, nella riqualificazione
del lavoro nella produzione di ambiente.
TESI 51 - I COMUNISTI E L'OTTOBRE (approvata dal Comitato
Politico Nazionale)
La Rivoluzione d'Ottobre resta uno
spartiacque del XX secolo, primo straordinario esempio contemporaneo
di "scalata al cielo". Dal successivo fallimento del "socialismo
reale" non derivano "pentitismi" di sorta, ma la necessità della
rifondazione comunista.
Il movimento comunista, nella sua ispirazione sostanziale, ha
alle spalle una storia lunga, anzi secolare, che per molti aspetti
coincide con i tanti tentativi di liberazione umana che l'hanno
percorsa, con le molte "scalate al cielo" che sono state
sperimentate da milioni di esseri umani. In questa molteplicità di
riferimenti, la Rivoluzione d'Ottobre mantiene un valore peculiare:
essa è stata uno spartiacque del XX secolo. Ha consacrato il valore
della soggettività organizzata, e del suo ruolo: primo straordinario
esempio del "si, se puede". Ha modificato in profondità gli
equilibri del mondo, rompendo il monopolio planetario del mercato
capitalistico e influenzando l'intero corso rivoluzionario del '900,
fino alle liberazioni anticoloniali. Ha costretto le classi
dominanti dell'occidente capitalistico a compromessi significativi
con il movimento operaio. Ha contribuito in termini decisivi alla
sconfitta del nazifascismo.
Questi indiscutibili meriti politici
e storici non hanno impedito il profondo processo involutivo e
degenerativo delle società postirivoluzionarie, che è stato tra le
cause principali della loro sconfitta. Al di là del necessario
bilancio storico, politico e ideale che è ancora largamente da
compiere, in un lavoro di ricerca collettiva, è proprio dalla
dialettica tra la validità dell'ottobre e il fallimento dei
tentativi di transizione che emerge la necessità strategica della
rifondazione di un pensiero, di una pratica e di una politica
comunista. Questo ci pone il tema della definizione di un'identità
comunista complessa anche dal punto di vista storico-metodologico:
una via originale, capace di continua innovazione, non di semplice
aggiornamento, senza che questo significhi desertificazione della
memoria. Capace di imparare dai suoi errori. Capace di critica (e
anche rifiuto) radicale del passato, non di formali autocritiche e
non di pentitismi, senza che questo alluda a fughe opportunistiche
dal peso e dalla responsabilità della propria storia
TESI 52 - DOPO L'89 (approvata dal Comitato Politico
Nazionale)
Il ritorno a Marx, da disincrostare dai troppi
marxismi. La lezione rivoluzionaria di Antonio Gramsci. L'eredità
del '900, secolo degli operai e delle donne. Sono le coordinate
essenziali di un'identità radicale e rinnovata
Negli ultimi decenni del '900, ma soprattutto dopo l'89, il
movimento comunista ha subìto la sua crisi più drammatica: contro di
esso (e contro ogni istanza organizzata di tipo anticapitalistico),
si è sviluppata un'offensiva organica e imponente, tesa alla sua
totale delegittimazione. La risposta dei partiti comunisti è stata,
in molti casi, di due tipi: o un'innovazione che assumeva la
necessità della sconfitta e il punto di vista dell'avversario,
spesso anche attraverso mutamenti nominalistici, o un arroccamento
neo-ortodosso e neo-dottrinario. La sorte politica dei comunisti ha
rischiato di essere stretta tra le due alternative, egualmente
perdenti, del revisionismo moderato e del conservatorismo dogmatico,
o paradogmatico.
In questo quadro, Rifondazione comunista, come
del resto altri partiti comunisti e movimenti rivoluzionari, si è
sforzata di mettere in campo un'ipotesi autonoma: coniugare
innovazione e radicalità, apertura culturale e ottica
rivoluzionaria. In altre epoche, questo tentativo si è chiamato
uscita da sinistra dallo stalinismo e dalla forma ossificata assunta
dal marxismo-leninismo. Un cimento del quale dobbiamo quantomeno
definire le coordinate essenziali.
1. IL RITORNO A MARX. La
lezione imprescindibile della ricerca marxiana, soprattutto delle
opere della maturità (conosciute solo nel nostro secolo), è la sua
capacità di lettura, dal punto di vista del metodo e dei paradigmi
teorici, delle contraddizioni del capitalismo maturo. E' la
categoria della rottura rivoluzionaria, intesa come superamento dei
meccanismi di sfruttamento e di alienazione che presiedono al modo
di produzione capitalistico. E' la centralità della persona reale
rispetto al cittadino astratto. Non si tratta, naturalmente, di dar
vita a una qualche forma di scolastica: si tratta, al contrario, di
tornare ad assumere Marx come riferimento essenziale,
"disincrostandolo" dai marxismi che sono stati edificati nel
'900.
2. LA LEZIONE DI ANTONIO GRAMSCI. Nella determinazione
storica del comunismo italiano, della sua originalità e relativa
autonomia, il contributo gramsciano appare di straordinaria
attualità. Non soltanto per l'analisi concreta che ci fornisce della
società italiana , ricchissima di sollecitazioni non interamente
esplorate, non soltanto per la "guida" che ci prospetta sui temi del
rapporto tra politica e cultura (e tra etica e politica), ma per
l'idea di rivoluzione che ne è alla base, che nega in radice
l'autonomia del Politico. La rivoluzione non come pura conquista del
potere politico, o delle leve di governo, ma come processo di
rivoluzionamento che coinvolge l'insieme delle relazioni sociali e
della loro qualità. La rivoluzione come lunga marcia, costruzione di
"casematte", trasformazione e autotrasformazione.
3. L'EREDITA'
DEL '900. Rispetto al secolo che ci è alle spalle, i nuovi comunisti
assumono una continuità, e una eredità, peculiari: quella lotta
rivoluzionaria per la modernità, per l'emancipazione e liberazione
umana, che oggi è soggetta ad un blocco ed, anzi, ad una vera e
propria involuzione. Al centro di questa lotta, vi sono stati il
movimento operaio e le sue organizzazioni, la lotta per il riscatto
delle classi subalterne, con i suoi tentativi di "scalata al cielo"
e la sua straordinaria sequenza di battaglie sociali, politiche e
rivendicative. Ma essenziale è stata la lotta contro il patriarcato:
la rivoluzione femminile ha prospettato non semplicemente una nuova
soggettività o nuovi diritti, ma la trasformazione delle relazioni
tra i generi, che mette in causa la famiglia come costruzione
storico-sociale destinata a riprodurre la divisione sessuale dei
ruoli. Così come è stata ed è costitutiva di un'identità moderna
l'assunzione della nozione di limite: la critica, cioè, di una
concezione (e di una pratica) che identificano lo sviluppo con la
crescita quantitativa e il progresso con lo sfruttamento
incontrollato delle risorse naturali. Definire con rigore
l'intreccio dialettico, non sommatorio, tra questi protagonisti
della modernità - il lavoro, il genere, l'ambiente - significa,
appunto, definire in positivo l'eredità con il '900.
HANNO SOTTOSCRITTO LE TESI 51-52:
BERTINOTTI, CRIPPA, FERRERO,
FRALEONE, ZUCCHERINI, BELLUCCI, CACCIARI, CAMMARDELLA, CAPRILI,
CERBONE, DE CRISTOFARO, DE SIMONE TITTI, DEIANA, EMPRIN , FORGIONE,
GAGLIARDI, GIANNI, GIORDANO, LOCATELLI, MAITAN, MALABARBA, MANTOVANI
RAMON, MASCIA, MASELLI, MIGLIORE, MUSACCHIO, NARDINI, NESCI, NOCERA,
PAPANDREA, RICCI MARIO, RUSSO FRANCO, RUSSO SPENA, SENTINELLI,
SIMONETTI, TURIGLIATTO, VACCARGIU, VENDOLA, VINCI, VINTI, ACERBO,
ACETO, AITA, ALASIA, ALBONETTI, ALFONZI, ALLOCCA, ALTAVILLA, AMATO,
ANTONAZ,ANTONIELLA, ARMENI,ATTILIANI, AURORA, AZZALIN, BALDI,
BARACCO, BARASSI, BARBAGELATA, BARONTI, BARZAGHI, BELLOFIORE,
BENVEGNU', BERLINGUER, BERTOLO, BERTORELLO, BOGHETTA, BONADONNA,
BONATO, BONFORTE, BONOMETTI, BORDO, BOZZI, BRISTOT, BUTTIGNON,
CAMPANILE, CANTONI, CAPELLI, CARDONE, CARRAZZA, CARTA, CARTOCCI,
CASATI GIOVANNA, CATALANO, CATANIA, CHECCHI, CIMMINO, CO', COGODI,
COLZANI, COMMODARI, CONFALONIERI, CONSOLO, CONTI, COSIMI, D'ACUNTO,
D'AIMMO, D'ALESSANDRO, D'ANGELI, DANINI, D'AVOSSA, DE CESARIS, DE
PALMA, DE SANTIS, DE SIMONE PAOLO, DI GIOIA, DI SABATO, DONDA,
DUCCINI, FABIANI, FANTOZZI, FASOLI, FAZZESE, FERRARA, FERRARI
GIANLUCA, FERRARI SAVERIO, FERRETTI, FIRENZE, FONDELLI, FRATOIANNI,
FRENDA, GABRIELE, GALLO, GELMINI, GIORGI, GITTO, GRANOCCHIA, GROSSO,
GUGLIELMI, JERVOLINO, JORFIDA, LIBERA, LINGUITI, LOMBARDI ALDO,
LOMBARDI ANGELA, LOMBARDI MIRKO, LOMBARDI ROBERTO, LONGO, LOSAPPIO,
LUNIAN, MAJORANA, MALENTACCHI, MALINCONICO, MAMMARELLA, MANGIA,
MARAGLINO, MARAIA, MARCHETTINI, MARCONE, MARCONI, MAROTTA ANGELO,
MAROTTA ANTONIO, MARTINO, MELIS, MENCARELLI, MERLINI, MILANI,
MINISCI, MITA, MONTANILE, MONTECCHIANI, MORANDI, MORDENTI, MORETTI,
MORINI, MOSCATO, MOZZETTA, MUGNAI, MULLIRI, MURA, NICOTRA, NIERI,
NINCHERI, NUCERA, OREFICE, PALOZZA, PAOLINO, PASI, PATRITO,
PECORINI, PEDUZZI, PERUGIA, PESACANE, PETTENO',PIERINI,
PIETRANGELI,PIOMBO, PLATANIA, POETA, POSELLI, POZZOBON, PRANDINI,
PRIMAVERA, PUCCI ROBERTO, RAZZANI, RICCI ANDREA, RIGACCI, RIVELLI,
RIVERA, ROSSI, SANSOE', SANTORUM, SARDONE, SAVELLI, SCIANCATI,
SCREPANTI, SEMERARO, SGHERRI, SIMEONE, SIRONI, SPECCHIO, SPERANDIO,
SPERANZA, STUFARA, TANARA, TANGOLO, TAVELLA,TETTAMANTI TORRICELLI,
TOSI, TRIA, TRIBI, TRIVELLIZZI, TRONI, TROTTA, TROVATO, TRUFFA,
VALENTI, VALPIANA, VIANI, VLACCI, VOCCOLI, VOZA.
TESI 53 - COMUNISMO CONTRO STALINISMO
Il progetto della
rifondazione comunista implica una rottura radicale con lo
stalinismo. Non soltanto come esperienza storica, ma come paradigma
della rivoluzione, concezione della politica, funzione del
partito.
Il progetto della rifondazione comunista, di un'identità
comunista adeguata al XXI secolo, implica una rottura radicale con
lo stalinismo. Non proponiamo qui un'operazione di bilancio storico,
ben altrimenti impegnativa, ma di verità politica e di identità
teorica: la separazione dallo stalinismo è anche e soprattutto la
messa in causa di un paradigma della transizione, di una concezione
della politica, di una funzione del partito. Nel comunismo italiano,
la rottura è avvenuta, prevalentemente, in nome dei diritti della
persona e della necessità della democrazia rappresentativa: nel
nuovo movimento comunista queste ragioni devono essere sviluppate
fino in fondo, in nome della società nuova da costruire, della
liberazione del lavoro, del rifiuto della separatezza tra cittadino
e Stato, della rivoluzione come indivisibile fenomeno mondiale. In
questo senso si può essere portatori e portatrici credibili di
un'ipotesi rivoluzionaria e comunista solo in quanto essa si
definisce in radicale discontinuità rispetto all'esperienza del
"socialismo realizzato".
In questa eredità negativa,
individuiamo, prima di tutto, l'idea di un "campo socialista" -
campo statuale - al quale sacrificare, o subordinare, gli interessi
strategici del movimento operaio mondiale: una distorsione di
prospettiva improponibile, anche e soprattutto per il futuro. In
secondo luogo, l'ossificazione dogmatica della teoria (che ha
travolto le esperienze più avanzate del marxismo critico
novecentesco e ridotto il cosiddetto "marxismo-leninismo" a
un'ortodossia ecclesiale): un sostituto autoritario e inefficace
dell'analisi dei processi reali, della metodologia dell'inchiesta,
della verifica. Infine, e sopratutto, la riduzione del socialismo
alla pura dimensione della conquista del potere politico e
istituzionale, esterna ai luoghi del lavoro e della produzione (e
più in generale ai rapporti sociali), coerente con un'ipotesi di
gigantismo industrialista forzosamente guidato dall'alto: ma, così
come la conquista del potere può generare dal suo stesso seno nuove
e pesanti oppressioni, il produttivismo economicista non libera il
lavoro e non crea una nuova qualità della vita In questo senso, lo
stalinismo è anche stato un modello di sviluppo subalterno all'idea
di crescita quantitativa. E' da questo deficit - non dal surplus -
di socialismo che sono derivate la concezione (e la pratica)
totalizzante e dispotica del Partito, l'arbitrio incontrollabile del
leader, la cancellazione di ogni istanza democratica di base
nell'organizzazione e nella società, la fine della libertà
sindacale, la riduzione degli individui e delle persone ad appendici
insignificanti della politica.
TESI 54 - IL COMUNISMO, OGGI
Dalla riflessione problematica sulla nostra storia alle istanze
del popolo antiglobalizzazione: il comunismo come percorso della
liberazione. Meta "ragionevole" della storia
Come è definibile, oggi, la prospettiva del comunismo, alla luce
dell'eredità e dei fallimenti del '900? Se sono corrette le analisi
fin qui svolte, diviene sempre più evidente l'infondatezza di ogni
teoria delle "due tappe" o dei due stadi - il socialismo prima,
incentrato sulla nazionalizzazione o pubblicizzazione delle
principali forze produttive, il comunismo, da riservare ad un
lontano futuro. Ciò non significa, s'intende, che una prospettiva
rivoluzionaria e comunista sia dietro l'angolo, o che essa possa
fare a meno della gradualità necessaria. Significa che essa non può
separarsi, dal punto di vista politico e strategico, dalle lotte
concrete del presente: che si pone, insomma, rispetto ad esse in
termini di immanenza, piuttosto che di trascendenza o di lontano
orizzonte. Non è certo casuale lo slogan assunto dal "popolo di
Seattle": l'istanza di un altro mondo possibile deriva in realtà
dalla natura radicale del movimento contro la globalizzazione
neoliberista. Esso, a partire dal disagio soggettivo, o da battaglie
determinate contro le multinazionali o lo strapotere dei marchi, va
giocoforza, perfino al di là dei propri livelli di consapevolezza,
alla radice di processi reali che, a loro volta, vedono rapidamente
consumarsi gli spazi intermedi della tattica, delle mediazioni,
degli obiettivi di "riforma". Da questo punto di vista, il comunismo
può essere riproposto, anche e soprattutto alle nuove generazioni,
come percorso di liberazione per il quale vale la pena impegnarsi.
Dal punto di vista generale, quel che resta di intatto valore
attuale, è l'idea della costruzione di una società "nella quale il
libero sviluppo di ciascuno è la condizione del libero sviluppo di
tutti": non, dunque, semplicemente una società "più giusta" o "più
equa", cioè più attenta ad una redistribuzione più egualitaria delle
risorse e dei diritti reali, ma una società liberata dal vincolo
dell'autovalorizzazione del capitale come motore essenziale della
sua crescita e della sua dinamica. Dove, dunque, la soggettività
organizzata delle donne e degli uomini, non la logica del mercato e
dell'impresa capitalistica, possa razionalmente decidere il proprio
destino. Dove la dialettica tra istituzioni collettive e autogoverno
di massa, tra poteri centrali e contropoteri diffusi, si fa
permanente. Dove la libertà della persona - la sua irriducibile
singolarità - si realizza attraverso la crescita progressiva
dell'individuo sociale preconizzato da Marx: non un atomo solitario,
in competizione permanente con i suoi simili, non l'appendice
subalterna di una mega o microstruttura (Stato, Fabbrica, Partito o
Famiglia che sia), ma individuo ricco di bisogni e di saperi che
cresce in quanto coopera, confligge e comunica con l'Altro da
sé.
TESI 55 - LA DEMOCRAZIA COME STRATEGIA
La democrazia non è uno
strumento, ma è un valore in sé: una strategia di società
organicamente plurale. Un'idea di potere, e di non separazione tra
mezzi e fini.
All'interrogativo classico sulla democrazia - se essa sia uno
strumento o un fine - oggi siamo in grado di rispondere
positivamente: la democrazia come fine è un dato fondante della
nostra identità attuale e, insieme, una strategia. Se è vero che
essa non si esaurisce affatto nelle sue espressioni e modalità
liberali - o in quello schema di rappresentanza per altro oggi
sostanzialmente ripudiato dalle classi dominanti - è vero anche che
il superamento di questi limiti deve essere proposto oltre, al di là
non al di qua dell'orizzonte borghese. I momenti più bui della
nostra storia ci offrono, in questo senso, indicazioni molto chiare,
anche per ciò che concerne il funzionamento delle organizzazioni
politiche, e di un Partito comunista: quando e se si oscura la vita
democratica interna, è la proposta politica in quanto tale che perde
forza e credibilità.
Si ripropone anche qui il tema del rapporto
tra mezzi e fini: contrariamente al luogo comune di origine
machiavelliana, che ha profondamente influenzato tutta la politica e
tutta la sinistra italiana, oggi non possiamo che rifiutare l'idea
di una separazione organica tra la "meta finale dei nostri sforzi" e
gli strumenti attraverso i quali raggiungerla. Non si tratta di un
imperativo morale, ma di una scelta di coerenza politica e di
laicità: bruciare nel presente le proprie identità e certezze
strategiche, fino al punto da rovesciarle nel nome di un obiettivo
finale metastorico, sottintende in realtà un'alienazione di tipo
religioso. E implica, nei fatti, il passaggio ad una pratica
politica iperrealistica e moderata come spesso è avvenuto.
Dal
punto di vista del contenuto, la democrazia si pone oggi come scelta
e pratica del pluralismo politico, culturale, associativo. Plurale è
la nostra concezione della sinistra: e rifiutiamo radicalmente lo
schema storico del partito unico, che tanti guasti ha prodotto nelle
società postrivoluzionarie. Plurale è la nostra concezione
dell'alternativa e del suo farsi: anche e sopratutto nel senso
qualitativo del termine, cioè della sua capacità di costruire
dialoghi, relazioni, luoghi di incontro efficaci tra culture diverse
- tesi non solo alla costruzione dei conflitti e alla rappresentanza
dei soggetti, ma alla definizione di nuovi legami sociali . Plurale
è l'orizzonte politico che accompagna il percorso della transizione:
dove si tratta di mettere davvero in discussione, insieme ai
rapporti di sfruttamento, le gerarchie tra dominanti e dominati, tra
ideatori ed esecutori, tra capi e subalterni. In breve: siamo al
nodo del potere, da reimpostare radicalmente rispetto ai suoi
tradizionali statuti. In una prospettiva di transizione, la
conquista del potere politico centrale resta, certo, un passaggio
ineludibile,: non, tuttavia, come un punto di partenza dal quale
avviare il mutamento dei rapporti economici e sociali, ma come la
tappa pur rilevante di un percorso di trasformazione politica e
sociale più ricco e articolato. Come una rottura che definisce,
contestualmente un terreno di lotta più favorevole, gli strumenti
del proprio controllo sociale, la possibilità della propria
estinzione. In questo senso, il comunismo è anche un'idea radicale
di democrazia.
TESI 56 - L'AUTORIFORMA DEL PARTITO (approvata dal Comitato
Politico Nazionale)
Il Prc affronta i nuovi impegnativi compiti
di fase con una struttura inadeguata e in seria difficoltà.
Ineludibile è il nodo dell'autoriforma, non solo per fermare la
tendenza alla contrazione degli iscritti ma per costruire una
organizzazione comunista all'altezza dei compiti di questa fase.
All'interno di questo processo politico e culturale di
rifondazione dell'ipotesi comunista si pone con estrema necessità il
nodo dell'autoriforma del partito. Questo problema è reso ancor più
urgente dal cambio di fase politica rappresentato dal riemergere del
conflitto sociale e dai nuovi compiti che ne nascono.
Punto fermo
della nostra prospettiva è la costruzione di un partito comunista di
massa con l'ambizione della rifondazione di un pensiero e di una
pratica comunista. Un partito che prefiguri nella sua vita reale e
quotidiana quella società di "liberi ed uguali" a cui alludiamo
quando parliamo di comunismo. Un partito che sappia costruire una
critica teorica e pratica dell'esistente, una politica non separata
dai contenuti, una partecipazione non delegata, un rapporto reale
con la società capace di suscitare movimenti e lotte per la
trasformazione, di costruire forti relazioni con e tra i soggetti
oggi aggrediti dalla modernizzazione e globalizzazione
capitalistica, di lavorare alla costruzione di una ampia ed
articolata sinistra di alternativa.
Rispetto a questo nostro
progetto, del punto di vista della filosofia e della pratica
organizzativa, il nostro partito soffre, da sempre, di seri limiti
strutturali, che sono stati per altro ampiamente analizzati nel
corso della conferenza di Chianciano. Ma, soprattutto, subisce una
contraddizione apparsa fin qui insormontabile dovuta oltre che a
difficoltà oggettive anche alle nostre incapacità a dar vita in
questi anni ad un partito con reali caratteristiche di massa: quella
tra un'architettura mutuata dalla tradizione del Pci e funzionale ad
un partito in grado, fra l'altro, di disporre di un alto numero di
funzionari a tempo pieno, e la realtà del corpo politico di
Rifondazione comunista, fatto in misura preponderante di lavoro
volontario, militanza mobile, collaborazione occasionale. Non siamo
riusciti in nessun momento, anche per il ritmo convulso assunto da
una politica sempre più "veloce" (e sempre più incentrata sulle
continue scadenze elettorali), a sperimentare dentro questo modello
correzioni significative o forme davvero innovative, anche per
quanto riguarda il superamento del carattere monosessuato e
"biancocentrico" del partito.
Ora, però, non è possibile rinviare
ulteriormente, quantomeno, l'avvio di una discussione seria. In
larga parte del territorio nazionale, il partito appare in seria
difficoltà: spesso appesantito nella sua capacità di proiezione
esterna, di radicamento sociale, di allargamento dei consensi;
spesso scosso da divisioni, lacerazioni, personalismi; spesso,
ancora, segmentato in comparti tra loro non comunicanti. Non è
esente da queste contraddizioni neppure la vita del partito ai suoi
livelli nazionali e centrali. Va posto in questo ambito anche il
nodo di come rendere effettiva la partecipazione del corpo del
partito alla formazione delle decisioni politiche. Ad un partito più
vivo e partecipato, in grado soprattutto di estendere i propri
legami sociali, non può corrispondere un funzionamento che nei fatti
riproponga forme di direzione di tipo verticistico. Il solo nudo
dato di un turn-over di iscritti oramai endemico, che riguarda
decine di migliaia di compagne e compagni "perduti" per strada,
merita di essere oggetto di una riflessione organica e non
aggiuntiva. Come pure la singolare contraddizione tra l'aumento
della corrente di simpatia verso il partito - in particolare delle
giovani generazioni - e la riduzione degli iscritti avvenuta negli
ultimi anni.
Abbiamo quindi la necessità, soprattutto in questa
fase in cui i segnali di disgelo sociale sono cresciuti in modo
esponenziale fino a determinare la nascita del movimento, di
ridefinire le nostre capacità organizzative e di direzione politica
unitaria a tutti i livelli (dalla costruzione del lavoro sociale al
tesseramento alla diffusione di Liberazione) all'interno di un
indispensabile processo di autoriforma del partito che ne aumenti le
capacità attrattive e aggregative, a partire dai circoli che
rappresentano lo snodo fondamentale da cui costruire la nostra
iniziativa politica.
TESI 57 - PER COSTRUIRE RELAZIONI SOCIALI
Centro di questo
salto di qualità è il passaggio da una forza politica identitaria,
quale è ancora troppo spesso il Prc, a un partito che costruisce
conflitto e relazioni sociali.
In primo luogo vi è la necessità di spostare il baricentro del
partito dagli aspetti identitari e propagandistici alla capacità di
costruire azione politica, relazioni con altri soggetti
dell'alternativa, organizzazione di lotte, legami sociali, cultura
critica.
Il passaggio da un partito che ha al centro la difesa
della sua identità ad un partito che mette al centro la capacità di
costruire relazioni e organizzazione sociale è anche il passaggio
dalla fase della resistenza ad una fase in cui il fermento sociale
deve essere capito, valorizzato, supportato anche
nell'organizzazione. Nella fase della sconfitta sovente eravamo soli
- o quasi - a difendere la necessità dell'alternativa; oggi vi sono
con ogni evidenza altri soggetti che - in diverse forme - si muovono
sullo stesso terreno. L'acquisizione del fatto che siamo
indispensabili ma non sufficienti ci chiede quindi una capacità di
apertura verso l'esterno adottando il metodo dell'inchiesta come
dato permanente dell'azione del nostro partito. Ribadire la nostra
identità comunista non deve rappresentare il fine della nostra
esistenza come partito ma il presupposto che ci permette di agire
politicamente alla costruzione di una sinistra di alternativa sul
piano sociale, culturale, politico. Questa modifica di impostazione
deve riguardare il modo di funzionamento del partito a tutti i
livelli, del circolo, della federazione, della direzione nazionale,
contribuire a definire le priorità sul terreno organizzativo e i
criteri nella selezione dei gruppi dirigenti.
In questa
prospettiva il militante di rifondazione comunista ha, insieme alla
funzione di diffondere la linea del partito - e proprio per poterlo
fare al meglio -, quella di tradurre e connettere tra loro linguaggi
e culture inevitabilmente eterogenei: deve reinventare una capacità
di connessione orizzontale tra le diverse esperienze di massa e, su
questa base, una capacità di far convergere queste esperienze nella
contestazione dei luoghi centrali e decentrati del potere.
TESI 58 - PER VALORIZZARE IL "SAPER FARE"
Costruire un
partito aperto, comunitario, fattivo: che valorizza il "saper fare",
non solo il "saper dire"
Un secondo elemento riguarda la costruzione di un partito come
organizzazione collettiva, che superi una certa tendenza alla
discussione politica generica ma individui con chiarezza le
responsabilità e valorizzi davvero il "saper fare" dei propri
aderenti, le diverse competenze, le capacità di ciascuno di
diventare punto di riferimento politico nel proprio luogo di lavoro,
o nel proprio ambito territoriale. In misura parziale, la ormai
quasi decennale esperienza delle feste di "Liberazione" è la
dimostrazione concreta che questa modalità non solo è possibile, ma
esiste e si dispiega in contesti considerati a torto "minori": il
fatto è che in questo tipo di appuntamenti, il nostro Partito si
presenta nel suo volto aperto, comunitario, fattivo. Luogo
d'incontro con gli altri, spazio extramercantile, sede di lavoro
militante e collettivo non centrato solo sugli organigrammi. La
valorizzazione del saper fare, delle intellettualità diffuse nei
diversi campi del sapere, delle conoscenze e delle capacità concrete
dei compagni e delle compagne è un punto decisivo per una riforma
della militanza politica. Ad oggi come partito intercettiamo solo
una minima parte delle forze disponibili ad un impegno e addirittura
non riusciamo ad utilizzare nemmeno le competenze dei compagni e
delle compagne iscritte. Troppo spesso pochi fanno tutto e molti non
fanno nulla. A tal fine il lavoro di inchiesta deve anche essere un
lavoro rivolto all'interno del partito, per capire le potenzialità
ed ampliare le forme in cui è possibile esprimere una militanza
comunista che rispetti le attitudini e i tempi dei militanti, che
modifichi l'organizzazione del lavoro politico per poterlo
ridistribuire e potenziare.
Occorre inoltre cogliere l'enorme
potenzialità che da Seattle al movimento zapatista al controvertice
di Genova hanno dimostrato i nuovi strumenti dell'informatica e
della comunicazione ai fini della diffusione del movimento, della
circolazione delle idee, della controinformazione e del passaggio
dalla conoscenza all'azione. Si tratta di valorizzare l'uso di
questi strumenti costruendo anche all'interno del partito una
diffusione circolare delle informazioni, l'interazione tra le
diverse istanze del partito, tra i circoli e i militanti, favorendo
così il coinvolgimento di ogni iscritto e la messa a frutto delle
conoscenze e capacità di ognuno.
TESI 59 - PER MODIFICARE L'ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO
POLITICO
Cominciare a discutere, al centro come nelle
federazioni, modalità che siano capaci di superare la "verticalità"
gerarchico-burocratica, gli eccessi di individualismo, le
separazione incomunicanti di ruoli. Senza ricette precostituite, ma
con la voglia di sperimentare.
La valorizzazione del saper fare ci chiama ad una modifica
dell'organizzazione del lavoro del partito a tutti i livelli. Da un
certo punto di vista, il nostro partito soffre di un limite
idealistico: tende a viversi come puro produttore di idee e proposte
politiche, e non affronta quasi mai, i problemi legati alla propria
realtà e costituzione materiale. Viceversa, la sua metodologia resta
affidata a un modello gerarchico-burocratico puramente "verticale",
sostanzialmente privo di verifiche e, quindi, anche di capacità
tanto di sperimentazione quanto di correzione. La costruzione di una
organizzazione del lavoro in cui il prodotto del partito non sia
solo la discussione interna ma anche - soprattutto - la capacità di
proiezione esterna ci chiede di lavorare per obiettivi, di saper
costruire un coinvolgimento più largo dei dirigenti e degli
iscritti, di saper mettere in discussione la divisione del lavoro
tra dirigenti e diretti anche all'interno del partito. Occorre
superare una situazione in cui vi è una sostanziale inesistenza
nella discussione del partito di ogni riflessione su se stesso come
struttura di lavoro, nonché di momenti organizzati di verifica e
bilancio del lavoro svolto.
La messa in discussione delle forme
gerarchiche di organizzazione del lavoro, la tendenziale separazione
tra incarichi di direzione politica e incarichi di rappresentanza
istituzionale e l'introduzione del criterio della verifica come
fatto normale e fisiologico nella costruzione dei gruppi dirigenti,
possono costituire anche gli elementi per superare positivamente un
eccesso di personalismo e di attenzione alla propria "carriera
individuale" che costituisce un fattore di inquinamento della vita
interna del partito. Questo dato, che è indubbiamente un segnale del
più generale processo di crisi della politica, in cui il
riconoscimento pubblico del proprio ruolo, l'assunzione di incarichi
"importanti", la sottolineatura delle gerarchie sono elementi
costitutivi; queste dinamiche non sono estranee alla vita del
partito e debbono essere affrontate e discusse. Occorre superare le
strutture gerarchiche troppo rigide e dare più spazio
all'informalità non codificata delle relazioni tra le persone. Si
apre qui un terreno di sperimentazione come scelta non solo utile ma
obbligata. Non ci sono formule da proporre ma esperienze da
praticare, da discutere criticamente per arrivare - dentro questo
percorso - a costruire una diversa organizzazione del lavoro. Per
favorire questo processo è necessario che la questione della
formazione politica dei compagni e delle compagne assuma un ruolo
ben maggiore di quello che ha avuto sin'ora nella vita del
partito.
TESI 60 - PER RADICARE IL PARTITO NELLA SOCIETA'
Al centro
del nostro impegno, c'è il radicamento del Prc nei luoghi di lavoro
e di studio, nei territori, nelle situazioni di conflitto
maturo.
Nell'ambito di un allargamento della presenza organizzata del
partito, si deve porre la priorità politica del radicamento del
partito sui luoghi di lavoro, di studio. Proprio la necessità di
superare gli elementi testimoniali ci chiede di rafforzare
fortemente, superando remore ingiustificate, la presenza del partito
li dove è necessario fare inchiesta, costruire relazioni sociali e
conflitto. Un partito che non si percepisca solo come rappresentante
delle classi subalterne nelle istituzioni ma come strumento
impegnato nella costruzione di una soggettività conflittuale delle
medesime non può che porre il problema del proprio radicamento
sociale al centro delle proprie attenzioni e a tal fine impegnare
energie e risorse, selezionare quadri.
Un partito che manifesta
il suo impegno a dialogare, senza nessuna presunzione di primato,
convinto del proprio progetto ma che misura le proprie proposte con
verifiche sociali concrete, consapevole che la propria crescita è
connessa allo sviluppo del protagonismo e dell'autorganizzazione
delle lavoratrici e dei lavoratori, dei soggetti sociali e dei
movimenti.
Un partito capace quindi di operare al fine di
ricostruire i luoghi del conflitto sociale, attivare le diverse
sensibilità e i diversi soggetti sociali della lotta
anticapitalista, contribuire con i protagonisti delle battaglie
sociali e politiche a individuare i propri alleati e gli avversari
contro cui combattere. Un partito impegnato a tessere la rete degli
strumenti di lotta unitari e la convergenza dei diversi movimenti in
una comune prospettiva di alternativa, nel quadro delineato della
ricostruzione dei soggetti della trasformazione, di un nuovo
movimento operaio.
Anche per questo occorre superare una certa
separatezza nella costruzione dei percorsi di militanza e dei gruppi
dirigenti in cui alcuni si occupano stabilmente del funzionamento
del partito e altri del lavoro politico all'esterno. Rompere questa
divisioni di ruoli - a tutti i livelli - è la condizione per
costruire un partito effettivamente radicato nel sociale.
TESI 61 - PER COSTRUIRE UN CONFRONTO POLITICO TRASPARENTE
Il
centralismo democratico non è una modalità auspicabile. Come non lo
è un regime correntizio. La scelta "giusta", per il Prc, è, da un
lato, il potenziamento del suo ricco pluralismo interno, dall'altro,
la piena democratizzazione della sua vita interna.
E' poi necessario riflettere sulle forme di organizzazione
del dibattito interno. Rifondazione comunista non ha mai praticato
il centralismo democratico: una modalità di vita interna che non
solo non è "realistica", nell'era della comunicazione globale, ma
che certamente confligge con le istanze diffuse di democrazia e
l'esistenza di sensibilità, culture politiche, tendenze
politico-culturali radicate da sempre nel Prc.
Fermo restando
che, in un libero dibattito interno quale vogliamo sviluppare, siano
le compagne e i compagni stessi a poter scegliere, di volta in volta
in funzione delle caratteristiche della discussione in atto e della
dialettica che si produce nella riflessione del partito, la forma
concreta con cui manifestare convergenze e divergenze, tuttavia
riteniamo che l'alternativa al centralismo democratico non sia un
regime correntizio, che tende a cristallizzare il confronto interno,
inibisce la volontà dei singoli, precostituisce sistemi di pensiero
"organico" anche la dove non è necessario.
La scelta che noi
riteniamo preferibile si basa su due cardini: da un lato, il forte e
convinto potenziamento del pluralismo interno, come ricerca storica
e teorica, lavoro di elaborazione, confronto libero sui temi
cruciali che costituiscono a tutt'oggi in larga misura il terreno
della rifondazione; dall'altro, l'avvio di una campagna di
democratizzazione interna. Nel ridefinire gli ambiti della sovranità
- i ruoli dei circoli e delle federazioni, la funzione delle
strutture nazionali, il rapporto tra nazionale e locale - essa deve
contestualmente ridelineare le priorità politico-organizzative:
valorizzando anche e soprattutto nel partito la costruzione diretta
dell'iniziativa politica e sociale, l'espressione diretta dei
soggetti sociali, la promozione di movimento e di vertenze sul
territorio. Fatto salvo ovviamente il rispetto delle opzioni
politiche espresse nelle diverse sedi congressuali e in quelle in
cui si definiscono gli orientamenti politici, nessun quadro del Prc
dovrebbe essere costretto, nei fatti, a scelte preventive di
schieramento interno, per essere riconosciuto come tale, così come
nessun militante dovrebbe, all'opposto, rivendicare un'appartenenza,
o una sub-appartenenza, come ragione sufficiente per un ingresso
negli organismi dirigenti: ecco un criterio relativamente semplice,
seppur costantemente disatteso, che potrebbe produrre un salto di
qualità nella vita del partito.
TESI 62 - PER FAVORIRE L'AUTORGANIZZAZIONE DEI SOGGETTI
SOCIALI
Un partito "costruttore di società" prevede - e valorizza
- la possibilità dei soggetti sociali di organizzarsi direttamente
nel partito, per esprimere la propria soggettività
Occorre approfondire la funzione del partito come "costruttore di
società". La costruzione - da soli o in relazione ad altri soggetti
- di nuove case del popolo, di luoghi di incontro e di confronto
delle diverse soggettività sociali, deve diventare un terreno
concreto di iniziativa politica.
Questo progetto è realizzabile
unicamente se i Circoli, oltre ad essere l'elemento fondamentale
della costruzione del partito, della sua linea e della sua
iniziativa, sapranno diventare un luogo di aggregazione delle
soggettività sociali culturali e politiche che sul territorio si
muovono sul terreno dell'alternativa.
In questo quadro deve
essere potenziata e valorizzata la possibilità per i soggetti
sociali - giovani, donne, lavoratori - di organizzarsi direttamente
nel partito per esprimere la propria soggettività. A partire dalla
positiva esperienza dei giovani comunisti, che deve essere allargata
e rafforzata, va favorita la costruzione sul territorio dei Forum
delle donne, delle Consulte dei lavoratori e dei Forum dei migranti,
allargando la funzione del partito rivolta alla costruzione di spazi
utili all'autorganizzazione diretta dei soggetti sociali.
TESI 63 - PER RADICARE L'INTERVENTO TRA LE GIOVANI
GENERAZIONI
La precarietà come chiave di lettura della condizione
giovanile. Il ruolo dei giovani comunisti nella costruzione del
movimento.
Per condurre a fondo il processo di autoriforma del partito, una
forza centrale è l'attivazione delle giovani generazioni e
l'assunzione di una priorità di intervento in direzione loro, sia
sotto il profilo della prassi politica che attraverso la costruzione
dell'organizzazione giovanile del Prc. Il paradigma della
precarietà, che abbiamo definito generale nella rivoluzione
neocapitalista, si applica in primo luogo proprio alla "condizione
giovanile" e determina il suo ruolo materiale nel quadro dei
rapporti sociali di classe.
La disoccupazione e l'inoccupazione,
la svalorizzazione e l'espropriazione dei diritti e delle garanzie
del lavoro, fino ad una nuova e superiore alienazione, il comando
del profitto sui saperi sempre più centrali nella produzione di
valore, il controllo pervasivo della vita quotidiana anche
attraverso la privazione di spazi di socialità ricca,
l'appropriazione capitalistica delle stesse forme di vita nel loro
insieme, sono tratti caratteristici di quest'epoca del dominio del
mercato: in essa, si affaccia una generazione che dal futuro, senza
mutamenti, può attendersi solo una condizione peggiore, per la prima
volta dopo la seconda guerra mondiale, di quella che l'aveva
preceduta.
In questo senso vanno letti i movimenti degli ultimi
anni e mesi, che proprio nel protagonismo di giovani e giovanissimi
vedono un inizio di replica conflittuale e alternativa a tale stato
di cose. Il movimento presente materializza per le nuove generazioni
la sola occasione per una riconquista di massa della dimensione
politica, e per la sua liberazione dall'abbraccio mortale della
gestione di un potere sempre più distante e nemico: "un altro mondo
è possibile" è parola d'ordine che evoca in primo luogo, per queste
generazioni, il tema centrale della riappropriazione del proprio
futuro e d'una cittadinanza ricostruita nella partecipazione al
conflitto e alla trasformazione.
I Giovani Comunisti sono stati,
fin dall'inizio, uno dei soggetti politici più attivi nella
costruzione, nel nostro paese, del "movimento dei movimenti",
presentando così i tratti di una feconda anomalia rispetto alla
storia e al panorama, fino a qualche tempo fa, delle organizzazioni
giovanili comuniste e di sinistra, troppo spesso incapaci di aprirsi
davvero alla ricerca di nuove prassi rivoluzionarie e di riconoscere
la dimensione soggettiva del movimento reale e porsi al servizio
della sua crescita.
I Giovani Comunisti non hanno cercato e
trovato nelle recenti mobilitazioni solo un maggior riconoscimento:
bensì e soprattutto hanno cercato e trovato una nuova fase di vita,
in cui farsi attraversare dalla sperimentazione che coinvolge il
corpo sociale del movimento e in cui aprirne un'altra, sul terreno
dell'organizzazione non più disgiunto da quello della comune
costruzione del movimento stesso. In questa direzione è andata anche
la scelta di tentare un esperimento prioritario, quello definito nel
"Laboratorio della disobbedienza sociale": tutt'altro dalla
riproposizione di una "stretta" organizzativista su una parte del
movimento e tanto più dall'annullamento del valore
dell'organizzazione in un afflato spontaneista e immediatista, ma
invece una sfida importante di comunicazione e confronto tra culture
nella stessa intenzione di promuovere il conflitto, al contempo
costruendo consenso attivo e partecipativo.
I Giovani Comunisti
contribuiranno ulteriormente a questa discussione definendo il
proprio autonomo profilo nella loro Conferenza Nazionale.
Hanno sottoscritto il documento:
BERTINOTTI, CRIPPA, FERRERO, FRALEONE, GRASSI, PEGOLO, ZUCCHERINI, BELLUCCI, CACCIARI, CAMMARDELLA,
CANONICO, CAPPELLONI, CAPRILI, CASATI BRUNO, CERBONE, CURZI, DE CRISTOFARO, DE SIMONE TITTI, DEIANA,
EMPRIN , FAVARO, FORGIONE, GAGLIARDI, GHIGLIONE, GIANNI, GIORDANO, GUAGLIARDI, LOCATELLI, MAITAN,
MALABARBA, MANGIANTI, MANTOVANI RAMON, MASCIA, MASELLI, MIGLIORE, MUSACCHIO, NARDINI, NESCI, NOCERA,
PAPANDREA, RICCI MARIO, RUSSO FRANCO, RUSSO SPENA, SENTINELLI, SIMONETTI, SORINI, TURIGLIATTO, VACCARGIU,VALENTINI,VENDOLA,VINCI,VINTI,
ABBA', ACCARDO, ACERBO, ACETO, AITA, ALASIA, ALBONETTI, ALFONZI, ALLOCCA, ALTAVILLA, AMATO, ANTONAZ,
ANTONIELLA, ARMENI, ATTILIANI, AURORA, AZZALIN, BALDI, BANDINELLI, BARACCO, BARASSI, BARBAGELATA,
BARONTI, BARZAGHI, BELISARIO, BELLOFIORE, BENVEGNU', BERLINGUER, BERTOLO, BERTORELLO, BOGHETTA, BONADONNA,
BONATO, BONFORTE, BONOMETTI, BORDO, BOZZI, BRACCI TORSI, BRISTOT, BURGIO, BUTTIGNON, CAMPANILE, CANCIANI,
CANONICO, CANTONI, CAPACCI, CAPELLI, CARDONE, CARRAZZA, CARTA, CARTOCCI, CASATI GIOVANNA, CATALANO,
CATANIA, CHECCHI, CIMASCHI, CIMMINO, CO', COGODI, COLOMBINI, COLZANI, COMMODARI,CONFALONIERI, CONSOLO,
CONTI, CORRENTE, COSIMI, CRISTIANO, D'ACUNTO, D'AIMMO, D'ALESSANDRO, D'ANGELI, DANINI, D'AVOSSA, DE
CESARIS, DE PALMA, DE PAOLI, DE SANTIS, DE SIMONE PAOLO, DI GIOIA, DI SABATO, DONDA, DUCCINI, FABIANI,
FANTOZZI, FASOLI, FAZZESE, FERRARA, FERRARI GIANLUCA, FERRARI SAVERIO, FERRETTI, FIRENZE, FONDELLIFRATOIANNI,
FRENDA, GABRIELE, GALLO, GAMBUTI, GELMINI, GIANNINI, GIAVAZZI, GIORGI, GITTO, GRANOCCHIA, GROSSO,
GUGLIELMI, JERVOLINO, JORFIDA, KIWAN, LATELLA, LEONI, LIBERA, LICHERI, LINGUITI, LOMBARDI ALDO, LOMBARDI
ANGELA, LOMBARDI MIRKO, LOMBARDI ROBERTO, LONGO, LOSAPPIO, LUCINI, LUNIAN, MACRI', MAJORANA, MALENTACCHI,
MALINCONICO, MAMMARELLA, MANGIA, MARAGLINO, MARAIA, MARCHETTINI, MARCHIONI, MARCONE, MARCONI, MAROTTA
ANGELO, MAROTTA ANTONIO, MARTINO, MASELLA, MELIS, MENCARELLI, MERLINI, MILANI, MINISCI, MITA, MONTANILE,
MONTECCHIANI, MORANDI, MORDENTI, MORETTI, MORINI, MORO, MOSCATO, MOZZETTA, MUGNAI, MULAS, MULLIRI,
MURA, NICOTRA, NIERI, NINCHERI, NOVARI, NUCERA, OKROGLIC, OREFICE, ORTU, PACE, PALOZZA, PAOLINO, PASI,
PATELLI, PATRITO, PECORINI, PEDUZZI, PERUGIA, PESACANE, PESCE, PETRUCCI, PETTENO', PIERINI, PIETRANGELI,
PINTUS, PIOMBO, PLATANIA, POETA, POSELLI, POZZOBON, PRANDINI, PRIMAVERA, PUCCI ALDO, PUCCI ROBERTO,
RAZZANI, RICCI ANDREA, RICCIONI, RIGACCI, RIVELLI, RIVERA, ROSSI, RUSSO. SACCHI, SANSOE', SANTORUM,
SARDONE, SAVELLI, SCIANCATI, SCONCIAFORNI, SCREPANTI, SEMERARO, SGHERRI, SIMEONE, SIMINI, SIRONI,
SOBRINO, SPECCHIO, SPERANDIO, SPERANZA, STERI, STUFARA, TANARA, TANGOLO, TAVELLA, TEDDE, TETTAMANTI,
TORRESAN, TORRICELLI, TOSI, TRIA, TRIBI, TRIVELLIZZI, TRONI, TROTTA, TROVATO, TRUFFA, VALENTI, VALLEISE,
VALPIANA, VERZEGNASSI, VIANI, VLACCI, VOCCOLI, VOZA.