TESI 14 (alternativa)
GLOBALIZZAZIONE
IMPERIALISTA,
LOTTA PER LA PACE E SCIOGLIMENTO DELLA NATO
(sostitutiva delle tesi 14 e 15)
Siamo per lo scioglimento della Nato, strumento di guerra e di
espansione imperialista, di condizionamento dell'autonomia
dell'Italia e dell'Europa da parte degli Stati Uniti. Siamo per
l'allontanamento di tutte le basi militari straniere, di tutte le
armi nucleari dislocate in Italia. Siamo per la ratifica degli
accordi di Kyoto sull'ambiente, per la difesa del trattato Abm del
1972 che vieta ogni ipotesi di scudo spaziale; per trattati
vincolanti e verificabili contro la militarizzazione dello spazio,
che vietino nuovi test nucleari e mettano al bando tutte le armi di
sterminio: atomiche, chimiche e batteriologiche, che pesano come un
incubo sul futuro dell'umanità.
In nome della "lotta al
terrorismo internazionale", gli Usa - che non per caso si oppongono
ai trattati sul disarmo - stanno attuando una linea di supremazia
militare globale per vincere la competizione per l'egemonia nel 21°
secolo. I teatri di guerra dell'ultimo decennio (Iraq, nel cuore del
Medio oriente; Balcani e Afghanistan, nel cuore dell'Eurasia)
investono regioni in cui si trovano le più grandi riserve
energetiche del pianeta (petrolio e gas naturale) e gli oleodotti e
i gasdotti che le trasportano. Il loro controllo assicura posizioni
dominanti nell'economia mondiale.
Nel 1945 gli Usa esprimevano
il 50% dell'economia mondiale (Pil), oggi sono il 25%, pari
all'Unione europea. Il Giappone è all'11%. Secondo l'Ocse, tra un
ventennio le tre maggiori entità del mondo capitalistico - e
segnatamente gli Usa - vedrebbero dimezzate le rispettive quote, a
vantaggio di nuove potenze regionali emergenti (Brasile, Indonesia,
Russia, Cina, India, mondo arabo …). La prospettiva di un mondo
sempre più multipolare induce la parte più aggressiva
dell'amministrazione Usa a contrastare la possibile perdita del
primato economico attraverso il conseguimento di una schiacciante
superiorità militare sul resto del mondo, se necessario con la
guerra. Sono in primo luogo gli Usa che hanno voluto la guerra in
Iraq, in Serbia, in Afghanistan. Gli altri paesi della Nato (e il
Giappone), quando vi hanno preso parte anche militarmente, lo hanno
fatto consapevolmente, per non rimanere esclusi dalla spartizione
delle zone di influenza che ogni guerra comporta. Come dimostrano
anche i contrasti connessi alla formazione del nuovo governo di
Kabul, non esiste una "coalizione internazionale" con basi
strategiche e durature tra Stati Uniti, Europa, Giappone, Russia,
Cina, India, Pakistan, paesi arabi (realtà tra loro troppo diverse
per struttura sociale, profilo politico e interessi geo-strategici).
Vi sono invece interessi di Realpolitik, fondati su convenienze
reciproche e congiunturali, che non prefigurano alcun "direttorio
mondiale" unificato.
Non esiste né un mondo né un "capitalismo
globale" compatto e omogeneo, privo di contraddizioni tra i grandi
capitalismi e imperialismi nazionali o regionali, e tra i rispettivi
Stati nazionali o raggruppamenti di Stati (Unione europea) che ne
supportano gli interessi nella competizione globale. I capitali di
comando delle prime 200 società multinazionali che condizionano
l'economia e la finanza mondiale, pur avendo filiali in tutti i
continenti, sono in buona parte riconducibili a questo o quel gruppo
nazionale, solidamente intrecciate col potere politico del proprio
Stato (come è il caso della Fiat in Italia, della Toyota in
Giappone, della General Motors negli Usa, della Volkswagen in
Germania). Ciò spiega anche la competizione tra dollaro, marco e
yen; i forti contrasti che continuamente si ripropongono ai vertici
del Wto, che hanno fatto fallire quello di Seattle e messo in crisi
l'ultimo a Doha; i ricorrenti contrasti Usa-Ue (e nell'Unione
europea), sulla difesa militare, su Echelon, sul profilo
politico-istituzionale dell'Unione e sul suo allargamento ad Est,
sui rapporti con Israele, col mondo arabo, coi Balcani o con
l'Africa australe, dove le guerre per procura hanno causati negli
ultimi anni tre milioni di morti solo in Congo. La crisi recessiva
accentua la competizione per l'egemonia.
Globalizzazione
capitalistica, imperialismo e competizione globale sono facce di
un'unica medaglia, non categorie interpretative tra loro
incompatibili. E' necessario un aggiornamento dell'analisi
dell'imperialismo contemporaneo, che tenga conto delle modifiche dei
processi di accumulazione. Ma non si giustifica l'abbandono di
questa categoria interpretativa, che resta parte essenziale
dell'analisi teorico-politica delle forze comuniste e rivoluzionarie
del mondo intero (da Cuba alle Farc colombiane, dai comunisti del
Sudafrica a quelli indiani e palestinesi, che la realtà
dell'imperialismo la vivono quotidianamente e brutalmente sulla loro
pelle). Anche il capitalismo dei tempi di Marx era molto diverso da
quello attuale, ma continuiamo a definirlo così perché ne conserva
le fondamenta "sistemiche", a partire dal conflitto irriducibile tra
capitale e lavoro.
Lenin indicava così "i cinque principali
contrassegni" dell'imperialismo: la concentrazione della produzione
e del capitale in grandi monopoli, divenuti oggi enormi complessi
multinazionali; la fusione di capitale bancario e capitale
industriale - il capitale finanziario - e la formazione di
un'oligarchia della grande finanza (le cui caratteristiche odierne,
accentuatesi, sono ben descritte nella Tesi 5); il crescente livello
dell'esportazione di capitali rispetto all'esportazione di merci; il
sorgere di associazioni internazionali di capitalisti che si
spartiscono il mondo e la conseguente competizione tra le maggiori
potenze capitalistiche per la ripartizione delle zone di influenza,
che è oggi sotto gli occhi di tutti. L'analisi dei tratti più nuovi
dell'imperialismo dei giorni nostri è compito imprescindibile di una
ricerca aperta che non pretenda di giungere affrettatamente a
definizioni conclusive.
La competizione tra paesi capitalistici -
che non sempre e non necessariamente produce guerre mondiali (tanto
più quando, come oggi, lo strapotere militare di uno di essi è
soverchiante) - ha i suoi momenti di concertazione e di
coordinamento (Fmi, Banca mondiale, Wto, G7-G8), volti a preservare
gli interessi complessivi del sistema, a mediare i suoi contrasti
interni cercando di impedirne una rovinosa precipitazione. Ma questi
organismi sono dominati dai maggiori Stati capitalistici del mondo,
non già da un anonimo "capitale globale". E quando scoppiano le
guerre, sono questi Stati a condurle, da soli o in coalizione con
altri. Il punto è che non tutti gli Stati sono uguali: mentre le
maggiori potenze imperialistiche, a partire dagli Usa, vedono un
rafforzamento della loro funzione politica e militare nella
competizione mondiale (anche attraverso il controllo di governi
"amici" e subalterni), la grande maggioranza degli Stati nazionali
piccoli e medi soffre una crisi profonda, vede una crescente
riduzione di ruolo e di effettiva sovranità in un mondo sempre più
dominato dall'imperialismo.
Il pericolo di una guerra globale
nel 21° secolo (evocato anche dal Papa), della cui possibilità
parlano apertamente alcuni dei dirigenti più oltranzisti
dell'amministrazione Bush, e di un allargamento della guerra in
corso ben oltre i confini dell'Afghanistan, ripropone l'imperativo
non più rinviabile della costruzione di un nuovo movimento mondiale
per la pace, che comprenda forze politiche e sociali, sindacali e
religiose, popoli e governi di ogni continente. Un movimento di cui
sia forza propulsiva il nuovo movimento "no global", che assuma la
lotta contro la guerra come asse portante della propria identità e
unità e rafforzi il suo legame col movimento operaio. Capace di
integrare e connettere le aspirazioni convergenti dei "popoli di
Seattle" e di Porto Alegre con quelle dei "popoli di Durban".
Vi
è qui un compito primario per i comunisti, per tutte le forze
rivoluzionarie, antagoniste e antimperialiste del mondo, che - nel
rispetto delle diversità e dell'autonomia di ognuno - debbono
rafforzare solidarietà e impegno comune, superando chiusure
nazionali e tentativi artificiosi di divisione, di fronte a gravi
minacce alla pace e a fondamentali libertà democratiche. Sapendo che
la lotta contro la guerra impone la costruzione di uno schieramento
mondiale il più largo possibile, che sappia concentrare le forze
contro i settori più aggressivi dell'imperialismo, soprattutto
americano, che puntano al peggio. Quando vediamo che, in nome della
lotta al terrorismo, cominciano a operare negli Stati Uniti
tribunali speciali, non vincolati al rispetto della Costituzione,
dove si comincia a distinguere tra i diritti dei cittadini americani
e quelli degli immigrati (per lo più di colore), una riflessione si
impone sull'intreccio perverso di autoritarismo politico, razzismo e
spinta alla guerra, che questa nuova fase dello sviluppo
imperialistico può portare in grembo nel 21° secolo che ci
attende.
GRASSI, PEGOLO, BRACCI TORSI, CAPPELLONI, SACCHI, CASATI BRUNO, FAVARO, GHIGLIONE, GUAGLIARDI,MANGIANTI, SORINI, VALENTINI, ABBA', BANDINELLI, BELISARIO, BURGIO, CANCIANI, CANONICO, CAPACCI, CIMASCHI, COLOMBINI, CORRENTE, CRISTIANO, DE PAOLI, GAMBUTI, GIANNINI, GIAVAZZI, KIWAN, LEONI, LICHERI, LONGO, LUCINI, MACRI', MARCHIONI, MASELLA, MONTECCHIANI, MORO, MULAS, NOVARI, OKROGLIC, ORTU, PACE, PATELLI, PETRUCCI, PINTUS, PUCCI ALDO, RICCIONI, SCONCIAFORNI, SIMINI, SOBRINO, STERI, TEDDE, TORRESAN, VALLEISE, VERZEGNASSI.
TESI 30 (alternativa)
IL FALLIMENTO STRATEGICO DEL CENTROSINISTRA E DEI DS
La sconfitta elettorale del centrosinistra, nella primavera del
2001, è stata prima di tutto una sconfitta in proprio. Non è stata
cioè determinata dalla crescita di consensi del centrodestra, ma dal
mancato recupero di una parte consistente del proprio elettorato,
deluso dal quinquennio di governo dell'Ulivo. Un esito critico non
solo nazionale: il centrosinistra "mondiale", da Clinton a Blair, ha
fallito nella sua scommessa principale, quella di realizzare un
neoriformismo di tipo liberista, sia pure graduale e temperato. In
Italia, questo fallimento ha assunto la fisionomia di scelte
economiche, sociali e istituzionali distinguibili da quelle del
centrodestra soltanto dal punto di vista quantitativo: in
particolare, ha prevalso la logica delle privatizzazioni, delle
liberalizzazioni, del progressivo deperimento del ruolo
redistributivo dello Stato, della subalternità ai grandi potentati
economici. L'Ulivo è apparso alternativo al centrodestra solo sul
terreno di alcuni valori di civiltà, senza che ne siano per altro
seguite pratiche politiche davvero caratterizzanti.
In questo
contesto, spicca la crisi dei Democratici di sinistra, che il
recente congresso di Pesaro non ha risolto, ma se mai aggravato:
giacchè, analogamente a quello che accade nel sindacato, non si
tratta di difficoltà occasionali, ma di uno spiazzamento e di un
disorientamento di fondo. Tuttavia le varie espressioni della
sinistra Ds, oltre che dello schieramento verde, vanno considerate
con attenzione quando si sottraggano ad una deriva neoliberale ed
incontrino le istanze di lotta contro il liberismo e contro la
guerra.
Più in generale, i gruppi dirigenti della sinistra
moderata appaiono non solo incapaci di uscire dalla gabbia
dell'alleanza di centrosinistra e di avviare una revisione critica
del proprio orizzonte liberale e liberista, ma sostanzialmente
prigionieri di una continua rincorsa verso il centro, e verso la
ricollocazione neocentrista dell'Ulivo. La crisi d'identità e di
fisionomia dei Ds, che tormenta il partito ormai da più di dieci
anni - dalla svolta della Bolognina e dallo scioglimento del Pci -
si va sciogliendo quasi interamente in direzione liberale e
centrista.
La scelta di appoggiare la guerra globale di Bush ne
è la conferma più chiara ed angosciante. La deriva neo atlantica da
tempo presente nei Ds con questa scelta si trasforma in linea
politica.
In questo quadro assai preoccupante, va valuta con
interesse ed attenzione la posizione della sinistra dei Ds, emersa
anche nel congresso di Pesaro, che pure interna ad una posizione
riformista ha manifestato la propensione a non schiacciarsi verso il
centro, nella ricerca di scelte politiche più radicali rispetto al
liberismo dominante e manifestando un interesse positivo verso le
istanze proposte dal movimento antiglobalizzazione.
E' un
segnale che non va enfatizzato ma neppure sottovalutato nella nostra
più generale propensione a consolidare anche nella sfera politica
come in quella sociale ogni relazione possibile, utile a sviluppare
la lotta contro il liberismo, contro la guerra, contro gli effetti
devastanti della globalizzazione.
CONFALONIERI, FERRARI, BORDO, BOZZI, Giovanna CASATI, COLZANI, MARAGLINO, PRANDINI, SCIANCATI, BANDINELLI
TESI 37 (alternativa)
LA NOSTRA PROSPETTIVA
La costruzione, come obiettivo strategico di fase, di una
sinistra alternativa si lega come passaggio alla prospettiva di una
alternativa di governo, sbocco di un percorso politico e della
creazione di uno schieramento sociale in grado di sconfiggere il
blocco delle destre.
In questo quadro la prospettiva della
sinistra plurale, cioè di un campo più ampio di quello sin qui
descritto e il coinvolgimento in esso di settori consistenti della
sinistra moderata e riformista rimane irrinunciabile, pur apparendo
nell'immediato il cammino reso più difficile e tormentato dalle
scelte compiute dalla maggioranza dei Ds e dell'Ulivo di schierarsi
con la guerra e con l'ingresso nel conflitto da parte del nostro
paese, cui si aggiunge una crescente insensibilità verso le
questioni sociali e la subordinazione culturale e politica ai
paradigmi del liberismo.
Per tutti questi motivi dobbiamo sapere
articolare la nostra proposta politica, trovare le forme per
portarla sul terreno, per noi strategico e decisivo, della società e
dei movimenti, ove dobbiamo spostare con decisione il baricentro
della nostra iniziativa per una uscita plurale e dal basso dalla
crisi della sinistra. Nello stesso tempo dobbiamo praticare la
nostra proposta nelle istituzioni e nel sistema delle relazioni
politiche a ogni livello.
Dobbiamo perciò sapere condurre
direttamente vertenze territoriali, sulla base di un'articolazione
di obiettivi che nessuna piattaforma per quanto perfetta può da sola
risolvere, ma da cui anzi quest'ultima deve essere continuamente
arricchita.
Dobbiamo intendere e praticare la nostra presenza
negli Enti Locali sia come costruzione di elementi di controtendenza
rispetto al quadro politico nazionale - nelle modalità di governo e
nelle relazioni e alleanze politiche -; sia come capacità di fare
avanzare in modo concreto gli obiettivi e le rivendicazioni che
partono dalla individuazione dei bisogni popolari; sia per mantenere
aperta e viva l'interlocuzione tra i movimenti e gli organi di
governo locale, sia per avanzare nuove esperienze che permettano di
tradurre in pratica un incrocio tra democrazia diretta e delegata, e
quindi per iniziare dal basso un processo di ridemocratizzazione su
basi nuove della nostra società. L'istituto del "bilancio
partecipato" che ci giunge dall'esperienza della municipalità di
Porto Alegre, rappresenta in questo quadro un'esperienza preziosa e
paradigmatica da generalizzare e applicare alle nostre
condizioni.
CONFALONIERI, FERRARI, BORDO, BOZZI, Giovanna CASATI, MARAGLINO, COLZANI, SCIANCATI, BANDINELLI
TESI 38 (alternativa)
UN NUOVO MOVIMENTO OPERAIO E DEI LAVORATORI
Dal punto di vista sociale il nostro agire si rivolge in primo
luogo a tutti i soggetti sociali vittime di uno stato di
sfruttamento e di alienazione. Come abbiamo visto la rivoluzione
capitalistica restauratrice intervenuta in questi anni ha provocato
uno sconvolgimento nella morfologia delle classi subalterne e in
particolare un processo di ampliamento e di frantumazione del lavoro
a diverso titolo subordinato. Da un lato infatti le figure sociali
hanno perso contorni netti -si pensi alla moltiplicazione e allo
sminuzzamento delle posizioni contrattuali-, dall'altro lato
assistiamo ad una sussunzione diretta nel processo di valorizzazione
del capitale di figure, o di attività in capo alle stesse persone,
che un tempo si collocavano nel campo della riproduzione della forza
lavoro, cioè fuori dal lavoro produttivo inteso in senso stretto.
Non si tratta di fenomeni assolutamente nuovi, come non è
un'invenzione di adesso, il dibattito sui confini che separano il
lavoro produttivo da quello improduttivo, quello materiale da quello
intellettuale, ma è indubbio che questi fenomeni sono oggi assai
ampliati rispetto al passato. Il lavoro, che è sempre astratto dal
punto di vista del capitale, oggi assume una forma che concretamente
si avvicina a questo suo carattere.
Accanto all'enorme crescita
della precarizzazione, aumenta la disoccupazione di massa che è più
che raddoppiata rispetto agli anni '70. Si manifesta un processo di
crisi nell'estensione del rapporto di lavoro salariato, nel senso
che molte attività sono a tutti gli effetti lavori al servizio
diretto del capitale - e dunque il lavoro non solo non finisce, ma
si estende -, anche se non vengono economicamente e socialmente
riconosciute come tali. Questo fenomeno conferma in sé una carica
potenzialmente rivoluzionaria, poiché indica l'irriducibilità di
fondo del lavoro vivo ad essere integralmente sottomesso al
capitale. La contraddizione capitale-lavoro è dunque sempre più
acuta e generalizzata nella società, ma i soggetti che investe sul
versante del lavoro, e sui quali si articola sono molteplici e
divisi. Conseguentemente l'individuazione dei referenti sociali
nella costruzione dell'alternativa non può essere affidata ai
paradigmi del passato, né si può concepire lo schieramento sociale
dell'alternativa come una semplice riedizione dei classici concetti
di blocco sociale, per cui attorno alla classe rivoluzionaria per
eccellenza, che costituiva il motore umano del processo produttivo,
andavano uniti ceti superiori o le classi che avevano perso di
centralità a causa del pieno avvento del capitalismo industriale. Il
problema principale è oggi ricomporre l'insieme dei soggetti vittime
dello sfruttamento e dell'alienazione che sono divisi e contrapposti
dalla ristrutturazione capitalistica, in un nuovo movimento operaio,
e per questa via poter anche riformulare una nuova concezione di
blocco sociale, capace di raccogliere e rivolgersi all'insieme delle
figure lavorative sfruttate e alienate, ai ceti intermedi, ai poveri
e agli esclusi. Le recenti esperienze di lotta che vedono assieme i
metalmeccanici con il nuovo movimento no-global, anche grazie ad un
comune tratto generazionale, indicano che questo obiettivo è non
solo necessario ma possibile.
In esso possono avere più peso le
figure sociali che occupano i luoghi decisivi della produzione di
plusvalore all'interno del processo di accumulazione capitalistica,
ma la loro individuazione resta un compito, non solo un dato di
partenza. Per queste ragioni l'individuazione dei referenti sociali
della nostra azione politica comincia con il lavoro di inchiesta:
perché solo attraverso questo è possibile conoscere le condizioni e
i bisogni di queste figure sociali e stabilire con esse una
relazione dinamica che già di per sé costituisce una pratica
politica e non solo conoscitiva.
CONFALONIERI, FERRARI, BORDO, BOZZI, Giovanna CASATI, COLZANI, MARAGLINO, SCIANCATI, BANDINELLI
TESI 39 (alternativa)
LA CRESCITA DEL MOVIMENTO
L'irrompere sulla scena mondiale del "popolo di Seattle" non
ha trovato impreparata Rifondazione comunista: per merito sia
dell'impianto analitico di cui il partito si era da tempo dotato
(sulla rivoluzione capitalista, sui nuovi processi di
globalizzazione, sui segnali di crisi di questi processi) sia della
sua capacità di essere, con la propria soggettività, parte
integrante del movimento, contro ogni antica tentazione di coscienza
esterna. Grazie anche alla pratica politica dei Giovani comunisti,
il ruolo del Prc all'interno del Genoa Social Forum è risultato
evidente ed importante, proprio perché non determinato da pretese
egemoniche.
In questa fase, in cui il movimento ha dato in più
occasioni ottima prova di sè e della sua capacità di tenuta e nel
contempo sta affrontando una impegnativa discussione sulle proprie
prospettive e sulle proprie modalità organizzative, riteniamo utile
precisare il nostro indirizzo. Riconfermando la scelta strategica
della nostra internità al movimento, il nostro impegno
organizzativo, politico e culturale finalizzato alla sua crescita,
noi riteniamo che i nodi prioritari di questa fase siano:
1. LA CRESCITA DEL MOVIMENTO, intesa come la sua capacità di persistenza, sviluppo, efficacia, al di là delle scadenze imposte dall'avversario costituisce l'obiettivo centrale. Per questo non vi è un problema di sbocco politico del movimento separabile dalla sua crescita e dal suo sviluppo, nella consapevolezza che i movimenti di massa non hanno necessariamente un andamento lineare, né sono a fortiori tenuti al "confronto" con appuntamenti istituzionali: insomma, nella scelta autonoma dei tempi e dei ritmi della lotta, si esercita fino in fondo la loro sovranità.
2. L'UNITA' DEL MOVIMENTO, così ricco di articolazioni interne,
così variegato nelle sue anime e nelle sue opzioni generali, è un
bene prezioso, comunque da salvaguardare in termini reali, politici
e non "politicistici". Una sfida non semplice, che non potrà
svilupparsi su basi puramente soggettivistica o volontaristica: le
tendenze alla divisione, se non alla scomposizione e\o
all'autonomizzazione delle singole componenti, sono forti e fondate
sul pluralismo delle soggettività che compongono il "popolo no
global". La costruzione - non frettolosa e consensuale - di un
profilo programmatico alto, unito ad un profondo rispetto delle
differenze presenti nel movimento, alla capacità di far vivere
obiettivi riconoscibili, all'allargamento continuo del movimento
oltre i suoi confini, è un impegno che proponiamo, al tempo stesso,
a noi e ai soggetti attivi della protesta.
3. LA COSTRUZIONE
DEI SOCIAL FORUM cittadini, di paese, di quartiere è, anche rispetto
ai fini di questa crescita, uno strumento indispensabile. Essi sono
da sviluppare e potenziare con l'attenzione a non trasformarli nei
fatti in intergruppi, ma in sedi reali di aggregazione e proposta,
capaci ogni volta di coinvolgere soggetti e soggettività finora
esclusi - o autoesclusi - dalla politica. Qui si colloca quel lavoro
di unificazione tra figure sociali diverse - tra i lavoratori e i
giovani, prima di tutto, tra i garantiti e i non garantiti, tra gli
operai e gli studenti, tra i "nativi" e i migranti - di cui il
movimento non può fare a meno. Si tratta, appunto, di un livello di
unità, di interlocuzione diretta, di confronto ravvicinato che non
può che avvenire dall'interno delle soggettività e dei bisogni, ma
anche in rapporto a eventi concreti, come vertenze di zona, di
territorio, di ambiente, che costruiscano via via una conflittualità
generale e articolata.
4. L'ALLARGAMENTO DELLA PRATICA DELLA DISUBBIDIENZA CIVILE E SOCIALE. Non si tratta solo di una metodologia, ma di un contenuto: la capacità di trasferire e rielaborare la violazione delle zone interdette dai grandi summit del potere alla messa in discussione delle infinite "zone rosse" che compongono la vita quotidiana, e la sfera della vita civile. La capacità di mettere in campo pratiche di disubbidienza civile, dagli scioperi alla rovescia dei disoccupati alla valorizzazione sociale degli spazi urbani dismessi all'obiezione fiscale alle spese militari, è una delle leve di radicamento sociale e territoriale del movimento e di avanzamento del medesimo. La "pratica dell'obiettivo" deve essere tolta dalla dimensione estetica del "gesto esemplare" per essere riconsegnata alla pratica collettiva di un percorso di lotta che intreccia rivendicazione e autogestione.
5.LA NONVIOLENZA, pratica di lotta non distrutttiva e, insieme, disubbidienza a leggi ingiuste, è la metodologia da un lato più in sintonia con l'anima profonda del movimento e dall'altra più efficace per combattere un potere che si presenta fortemente caratterizzato dal suo volto repressivo e che punta a trasformare la questione sociale in questione di ordine pubblico. Essa non va intesa come negazione del conflitto, e neppure della forza, ma all'opposto gestione altra, e più alta, del conflitto stesso: per essere efficace, infatti, questa scelta chiede un'organizzazione più e non meno forte, più e non meno capillare. Essa è parte integrante di quella riforma della politica - che riguarda i partiti come i movimenti - che implica il rifiuto di ogni militarizzazione del proprio agire e che assume la coerenza tra fini e mezzi come dato d'identità. In questo senso, nell'epoca della globalizzazione neoliberista, la pratica disubbidiente della nonviolenza è, in verità, ubbidienza ai valori più radicali della democrazia, della fratellanza, insomma, dell'umanità.
CENTRALITA' DEL MOVIMENTO OPERAIO E DEL CONFLITTO SOCIALE
La
ripresa del conflitto operaio (e più in generale dell'iniziativa di
lotta dei lavoratori) costituisce l'altra grande novità, insieme
alla nascita del movimento pacifista e no global, della fase che si
è aperta. Di ciò sono testimonianza lo sciopero e le grandi
manifestazioni dei metalmeccanici del 6 luglio e del 16 novembre,
quelli della scuola e del pubblico impiego, la compatta sospensione
del lavoro con i cortei interni alla Fiat e più in generale le
mobilitazioni che si stanno producendo in difesa dell'art. 18 dello
Statuto dei lavoratori, contro la destrutturazione delle regole del
mercato del lavoro e dello stato sociale. A nessuno può sfuggire
l'importanza che tale ripresa del conflitto assume dopo anni di pace
sociale, caratterizzata da una asfissiante pratica concertativa
Il conflitto non torna soltanto ad investire realtà in cui le
capacità di lotta si erano affievolite, ma coinvolge una giovane
generazione di lavoratori che per la prima volta si affaccia sulla
scena politica, e vede partecipi fasce rilevanti di precariato che
dimostrano la propria disponibilità a lottare pur in presenza dei
ricatti derivanti da un rapporto di lavoro frammentato in misura
sempre maggiore. Infine, risulta evidente che tale conflitto
trascende l'immediatezza della condizione di lavoro assumendo un
carattere più generale.
Non solo. La ripresa di un conflitto di
classe nel nostro Paese crea le premesse per la costruzione di uno
schieramento sociale ampio. Da questo punto di vista, un obiettivo
fondamentale è rappresentato dalla saldatura fra mondo del lavoro e
movimento no global. Tale saldatura fino ad oggi si è verificata,
ancora troppo saltuariamente, a partire da Genova, con il concorso
determinante della FIOM oltre che del sindacato extraconfederale.
Non vi è dubbio, tuttavia che nella prospettiva della costruzione di
uno schieramento sociale in grado di sostenere una piattaforma di
opposizione, molto resta da fare. E non solo perché va coinvolto in
modo più esteso lo stesso mondo del lavoro, ma perché occorre che
emergano proposte programmatiche unificanti e occorre che tale
unificazione si esprima compiutamente sul terreno della lotta e
della mobilitazione comune.
A livello generale, queste dinamiche
dimostrano che nell'attuale fase della globalizzazione capitalistica
permane ed anzi si potenzia, in tutta la sua obiettiva e visibile
dirompenza, la contraddizione capitale-lavoro: dalle grandi imprese
essa si estende alle realtà produttive minori toccando le fasce di
lavoro frammentato, delocalizzato, precarizzato dai nuovi modelli
dell'organizzazione produttiva, creando le premesse per un processo
di ricomposizione attorno a comuni interessi di classe. Le diverse
soggettività, i diversi luoghi del lavoro subordinato: qui troviamo
ancora il principale motore del conflitto. La complessità delle
articolazioni sociali, unificate dal comune interesse di battere lo
sfruttamento di cui sono vittime, non fa svanire ma al contrario
conferma il carattere dominante delle contraddizioni di classe. Non
corrisponde al vero, quindi, la tesi secondo cui il "post-fordismo"
avrebbe fatto scomparire il lavoro salariato e gli stessi luoghi
fisici nei quali esso si svolge, dissolvendoli in mille rivoli
inafferrabili. Restano peraltro numerosi, anche nel nostro paese, i
grandi insediamenti lavorativi, con una presenza di centinaia e in
qualche caso di migliaia di lavoratrici e
lavoratori.
L'assunzione della centralità della classe operaia e
della contraddizione capitale-lavoro non comporta la
sottovalutazione dei profondi mutamenti della società, dei processi
produttivi e della composizione di classe. Obiettivo prioritario del
movimento operaio e dei comunisti resta ancor oggi la ricomposizione
e l'organizzazione in termini di soggettività politica delle diverse
articolazioni del proletariato messo al lavoro (dal salariato
classico al post-salariato, dal lavoro dipendente tradizionale al
lavoro autonomo "eterodiretto", dal precariato alle aree del lavoro
"atipico" e sommerso), in quanto soggiacciono a una comune
condizione di subalternità.
Il partito è chiamato ad un impegno
forte a sostegno delle istanze espresse dal mondo del lavoro.
Occorre pazientemente riprendere i fili che abbiamo cominciato a
tessere a Treviso, aggiornando gli assi di fondo che hanno guidato i
lavori di quella conferenza, a cominciare dall'inderogabile esigenza
di ridare compiutamente voce ai lavoratori attraverso l'approvazione
di una legge che finalmente sancisca criteri democratici di
rappresentanza sui luoghi di lavoro. E' necessario appoggiare,
dentro e fuori le istituzioni, le vertenze a difesa dei posti di
lavoro oggi sotto attacco; rilanciare le nostre proposte per il
riallineamento periodico e automatico delle retribuzioni e delle
pensioni all'inflazione reale; favorire l'incontro di lavoratori
'tipici' e 'atipici', reclamando nuove "rigidità" nei rapporti di
lavoro e l'estensione dei diritti garantiti dallo Statuto dei
lavoratori ai precari e alle aziende sotto i 15 dipendenti; porre
ancora all'ordine del giorno l'acquisizione di livelli normativi e
contrattuali certi e valorizzare il ruolo delle Rappresentanze
Sindacali Unitarie in ogni luogo di lavoro, investendovi risorse
umane ed economiche. In questa prospettiva, poi, la riproposizione
forte della questione salariale e della riduzione d'orario a parità
di salario rappresentano terreni oggettivamente
unificanti.
L'impegno per la crescita del movimento dei
lavoratori, per la realizzazione di uno schieramento sociale più
ampio, per la convergenza all'interno di una comune piattaforma
sociale costituiscono obiettivi fondamentali dell'iniziativa del
partito. Senza questo orizzonte il suo stesso ruolo come soggetto
politico sarebbe inadeguato rispetto alla complessità della fase.
Peraltro, solo in questa prospettiva è possibile seriamente porsi il
problema dell'opposizione al governo delle destre. La natura
dell'attacco che infatti viene condotto dal governo, investendo
elementi essenziali della vita sociale, dall'aggressione allo stato
sociale all'attacco ai diritti del mondo del lavoro impone infatti
una risposta di massa che si generalizzi e duri nel tempo passando
per la convocazione dello sciopero generale
Nel contempo,
l'apertura di un processo in controtendenza nella sinistra moderata
e nel sindacato possono determinarsi solo se si intreccia con una
forte mobilitazione sociale. Non vi è dubbio, infatti, che la
dialettica apertasi nei Ds e la loro crisi di consenso (che investe
milioni di persone, in gran parte lavoratori) possono evolvere e non
regredire solo se viene dalla società una forte istanza di
cambiamento. Analogamente, la crescita di una sinistra sindacale e
orientamenti di classe nella Cgil, che ha trovato nel congresso un
riscontro importante, e l'affermazione di posizioni di classe nei
sindacati extra-confederali hanno bisogno di trovare riscontro nel
rilancio di un movimento ampio e articolato capace di configurare
una prospettiva di cambiamento.
GRASSI, PEGOLO, BRACCI TORSI, CAPPELLONI, SACCHI, CASATI BRUNO, FAVARO, GHIGLIONE, GUAGLIARDI,MANGIANTI, SORINI, VALENTINI, ABBA', BANDINELLI, BELISARIO, BURGIO, CANCIANI, CANONICO, CAPACCI, CIMASCHI, COLOMBINI, CORRENTE, CRISTIANO, DE PAOLI, GAMBUTI, GIANNINI, GIAVAZZI, KIWAN, LEONI, LICHERI, LUCINI, MACRI', MARCHIONI, MARCONI, MASELLA, MELIS, MONTECCHIANI, MORO, MULAS, NOVARI, OKROGLIC, ORTU, PACE, PATELLI, PETRUCCI, PINTUS, PUCCI ALDO, RICCIONI, SCONCIAFORNI, SCREPANTI, SIMINI, SOBRINO, STERI, TEDDE, TORRESAN, VALLEISE, VERZEGNASSI.
TESI 51 (alternativa)
I COMUNISTI E LA LORO STORIA
(sostitutiva delle tesi 51 e 52)
La definizione dell'identità comunista non può prescindere dalla
riflessione sull'esperienza storica del movimento operaio nel corso
degli ultimi centocinquant'anni. Le tesi congressuali di un partito
non sono la sede più appropriata per un pur sommario bilancio di
questa esperienza, tanto più che siamo ancora troppo prossimi alla
fine dell'Urss e degli altri paesi dell'est europeo e che "non
conosciamo ancora quale sarà l'effetto di lunga durata di quei
regimi" (Hobs-bawm). Tuttavia, benché su tali questioni la
storiografia sia ancora lontana da ri-sultati definitivi, è
indispensabile individuare i principali criteri ai quali la nostra
riflessione storica dovrebbe ispirarsi.
Non si tratta di
ripudiare quella che è comunque la nostra storia, gloriosa o tragica
che la si consideri. Vanno evitate semplificazioni apologetiche o
liquidatorie che, sempre improprie, sarebbero grottesche in
relazione a una vicenda che segna tutta un'epoca della storia del
mondo e nella quale ha vissuto - e in parte vive tuttora - l'anelito
alla libertà di miliardi di esseri umani. Non ci appartiene la tesi
di chi traccia quadri apocalittici nei quali il Novecento vede il
trionfo di una furia distruttiva in cui il nazismo e il comunismo si
confondono approdando a una comune barbarie.
Occorre guardare in
faccia, senza reticenze, anche i momenti più bui della nostra
esperienza: l'assenza di democrazia diffusa, le esasperazioni
dirigistiche, le deformazioni burocratiche denunciate già da Lenin,
gli stessi crimini che hanno macchiato la storia del "socialismo
reale". A chi ci incalza evocando le violenze commesse nel nome del
comunismo, non rispondiamo ri-ducendone la portata né semplicemente
additando le immani devastazioni e gli stermini prodotti dal
capitalismo. Siamo consapevoli anche del peso del nostro passato e
accettiamo di assumercene la responsabilità, cercando di imparare
anche dai nostri errori.
Nello stesso tempo, ribadiamo che
l'azione del movimento operaio e le rivoluzioni vittoriose nel nome
del comunismo hanno liberato dal servaggio enormi masse di popolo,
hanno impresso una formidabile accelerazione ai processi di
liberazione del terzo mondo dal colonialismo, hanno fornito un
decisivo sostegno alle lotte operaie e antifasciste nell'occidente
capitalistico costringendo le classi dominanti a compromessi
significativi con il movimento operaio. Per sconfinate masse di
proletari la nascita dell'Urss ha significato la fine
dell'asservimento e, per la prima volta, l'accesso a condizioni di
vita progredite e ad elevati livelli di istruzione e protezione
sociale. È bene altresì rammentare che difficilmente la seconda
guerra mondiale avrebbe visto la sconfitta dell'Asse senza il
sacrificio di venti milioni tra civili e militari dell'Armata rossa.
L'Ottobre bolscevico ha rappresentato una rottura epocale che ha
mostrato al mondo la ma-turità della classe operaia quale soggetto
in grado di affermare la propria autonomia storico-politica. Ma
contrapporre la rivoluzione alla vicenda politica che ne è seguita -
scorgere nelle società sorte dall'Ottobre soltanto un tradimento
della rivoluzione - sarebbe un'operazione altrettanto astratta e
ingenua quanto ri-tornare a Marx accantonando la ricerca teorica e
il dibattito politico sviluppatisi sulla base delle sue
indicazioni.
Marx ha elaborato le categorie fondamentali
dell'analisi critica del capitalismo e ha gettato le basi di una
teoria rivoluzionaria che ha messo il proletariato in condizione di
affermarsi quale autonomo soggetto politico. Ma proprio Marx ha
sempre insistito sulla necessità di sottoporre la teoria a continui
aggiornamenti. Con l'analisi leniniana del colonialismo e
dell'imperialismo la teoria rivoluzionaria si è liberata da ogni
angustia eurocentrica, collocandosi all'altezza della dimensione
mondiale del dominio capitalistico. La riflessione di Gramsci, nella
quale l'eredità teorica di Lenin è assunta e originalmente
ripensata, rappresenta un ulteriore arricchimento, sia per quanto
concerne la concezione del partito comunista come "intellettuale
collettivo", protagonista del processo rivoluzionario e della
costruzione dello Stato operaio, sia in relazione al tema della
rivoluzione in Occidente, concepita - sullo sfondo di una idea della
politica quale ambito non separato dal terreno sociale - come
processo di radicamento della classe nella società e come
progressivo consolidamento della sua capacità di di-re-zione
egemonica.
Non si tratta di allestire un corpo di dogmi, ma di
valorizzare strumenti teorici per procedere oltre, concentrando
l'attenzione su problematiche cruciali non ancora adeguatamente
indagate dalla cultura marxista. Appaiono centrali al riguardo le
questioni poste dai movimenti femministi e ambientalisti. Da un lato
è necessario ripensare a fondo la struttura dei processi di
riproduzione e i temi della soggettività, dell'esperienza affettiva
e della mercificazione del-le relazioni umane. Dall'altro si impone
la necessità di assumere il concetto di "sviluppo sostenibile",
evitando di assolutizzare i valori dello sviluppo economico e della
crescita produttiva.
In una parola, non si può guardare
all'esperienza del movimento comunista come a un cumulo di macerie.
La storia dell'umanità si troverebbe oggi a uno stadio ben più
arretrato se le rivoluzioni socialiste non avessero segnato vaste
aree del mondo.
Un grande contributo alla lotta per
l'emancipazione del proletariato hanno fornito anche intere
generazioni di comunisti del nostro paese. La fine, per molti versi
sconcertante, del Partito comunista italiano ci impone di cercare le
radici della mutazione che ne ha decretato nel corso degli ultimi
decenni il declino e infine la dissoluzione. Le cause di questa
mutazione - che rendono improponibile ogni continuismo - debbono
essere valutate in tutta la loro portata, per trarne severe lezioni.
Ma esse non cancellano i meriti storici del Pci, come non
impediscono di riconoscere il contributo dato da migliaia di
militanti comunisti e socialisti, anche fuori delle sue file (ad
esempio nei movimenti del '68-69 e nella nuova sinistra), alla lotta
antifascista, per la democrazia e contro lo sfruttamento
capitalistico.
Queste compagne e questi compagni hanno scritto
alcune tra le pagine più intense della guerra di Spagna e della
Resistenza e hanno dato corpo alla lotta di liberazione dal
nazi-fascismo. Alla capacità di direzione politica di Togliatti e
del gruppo dirigente del Pci negli anni della Resistenza e della
prima fase repubblicana - come pure alle intuizioni di Eugenio
Curiel in tema di "democrazia progressiva" e all'impegno di grandi
dirigenti socialisti tra i quali Lelio Basso e Rodolfo Morandi - gli
italiani debbono una carta costituzionale avanzata. In essa il
quadro delle libertà democratiche diviene strumento di
trasformazione della società esistente e presidio possibile delle
conquiste sociali e politiche di massa; leva per l'eguaglianza
effettiva tra tutti i cittadini e per la loro partecipazione al
governo della società e dell'economia. Non si comprenderebbe
l'ulteriore storia italiana ove si prescindesse da queste premesse,
in virtù delle quali l'Italia è divenuta un laboratorio del
conflitto di classe per molti versi unico in Europa.
PESCE, GRASSI, PEGOLO, BRACCI TORSI, CAPPELLONI, SACCHI, CASATI BRUNO, CURZI, FAVARO, GHIGLIONE, GUAGLIARDI, MANGIANTI, SORINI, VALENTINI, ABBA', BANDINELLI, BELISARIO, BURGIO, CANCIANI, CANONICO, CAPACCI, CIMASCHI, COLOMBINI, CORRENTE, CRISTIANO, DE PAOLI, GAMBUTI, GIANNINI, GIAVAZZI, KIWAN, LEONI, LICHERI, LUCINI, MACRI', MARCHIONI, MASELLA, MORO, MULAS, NOVARI, OKROGLIC, ORTU, PACE, PATELLI, PETRUCCI, PINTUS, PUCCI ALDO, RICCIONI, SCONCIAFORNI, SIMINI, SOBRINO, STERI, TEDDE, TORRESAN, VALLEISE, VERZEGNASSI.
TESI 56 (alternativa)
PARTIRE DALLE FONDAMENTA:
POTENZIARE IL PARTITO
Compito dei comunisti è organizzare i soggetti sociali che, per
la loro collocazione oggettiva nella produzione capitalistica e
nelle diverse forme oppressive e alienanti in cui essa si esprime,
sono potenzialmente portatori di un progetto di società alternativa
al capitalismo: in primo luo-go la classe operaia, i lavoratori
dipendenti (anche nelle forme "atipiche" del lavoro for-mal-mente
autonomo), i lavoratori precari e i disoccupati, i movimenti
femministi, pacifisti e ambientalisti.
Il nostro partito si pone
l'obiettivo di lunga lena di organizzare un blocco sociale e
politico che rappresenti la maggioranza delle classi lavoratrici e
degli oppressi. A tal fine è indispensabile perseverare nel lavoro
di costruzione di un partito comunista con basi di massa, radicato
nel territorio, presente nei luoghi di lavoro e di studio e nei
quartieri. Dell'importanza di questo lavoro parla con chiarezza
tutta la storia di Rifondazione comunista. Senza un partito
organizzato su tutto il territorio nazionale, strutturato in
comitati regionali, federazioni, circoli (che sono il baricentro
vitale della nostra organizzazione) non saremmo riusciti a superare
le prove durissime che ci siamo trovati di fronte in questi primi
dieci anni di vita. Se le ripetute e rovinose scissioni, provocate
dalla maggioranza dei gruppi parlamentari e da larghi settori del
gruppo dirigente centrale, non ci hanno distrutto, ciò si deve
soprattutto alla capacità di tenuta delle nostre organizzazioni di
base, a cui va la riconoscenza di tutto il partito.
Il
radicamento capillare di Rifondazione comunista sul territorio e nei
luoghi del conflitto sociale è dunque decisivo se si vuole
rafforzare il nostro progetto politico. Non è inutile ribadirlo
poiché si è molto teorizzato in questi anni, anche in ambienti di
"sinistra", sui partiti come strumenti inutili e superati. Nulla
sarebbe più falso. Tutta la storia del movimento operaio, compresa
quella della dissoluzione del Pci, insegna che gli strumenti più
importanti di cui esso dispone nella lotta sono l'organizzazione
politica e quella sindacale, senza le quali il suo potere
contrattuale si riduce a zero. Non a caso le classi dominanti
possono contare su mezzi potenti in ogni campo e, in particolare, su
partiti fortemente strutturati nel territorio quali Forza Italia e
Alleanza nazionale. Ciò non ci induce ad alcun continuismo o
conservatorismo organizzativo: al contrario, proprio la necessità di
rafforzare il partito pone l'esigenza di profonde innovazioni e
scelte di autoriforma, nel quadro di una riflessione politica e
teorica aperta su quali possano e debbano essere - nel contesto
storico attuale e nella realtà di un paese capitalistico come
l'Italia - le caratteristiche di un partito comunista con basi e
influenza di massa, con caratteri nuovi anche rispetto alle
esperienze più avanzate del passato.
Imprescindibile dev'essere
l'impegno di tutto il gruppo dirigente su problemi essenziali come
la costruzione del partito nel territorio, il tesseramento (che, se
correttamente inteso, è l'opposto di un rituale burocratico, ma
occasione di intense relazioni politiche e umane),
l'autofinanziamento, il radicamento nei luoghi di lavoro, la
formazione dei quadri.
Il calo degli iscritti, che è un dato
costante da quattro anni, e il turnover, che resta elevatissimo,
costituiscono un fatto politico di primaria importanza: alla base di
tali fenomeni vi è l'estrema debolezza di molti circoli, cioè
proprio di quelle istanze che restano fondamentali per un partito
che voglia essere fortemente radicato nella società. Da qui
l'esigenza, da parte di tutto il partito, della massima cura e
valorizzazione dei gruppi dirigenti dei circoli stessi e l'impegno
prioritario di coinvolgere maggiormente gli organismi di base
nell'elaborazione delle decisioni politiche. Di tutto ciò bisogna
discutere con rigore, anche con sedute specifiche del Comitato
politico nazionale e della Direzione: non averlo fatto in questi
anni denota una grave sottovalutazione di tali problemi. Questa
tendenza va invertita e, a tal fine, è necessario introdurre alcuni
cambiamenti rispetto alla situazione attuale:
A) Poiché Rifondazione comunista ritiene centrale la contraddizione capitale-lavoro, la presenza organizzata nei luoghi della produzione è strategicamente decisiva e concerne la natura stessa del partito, oltre che l'efficacia della sua iniziativa politica e di lotta. Non va dimenticato che la "socialdemocratizzazione" del Pci e la sua mutazione genetica sono andate avanti di pari passo con la perdita di una chiara connotazione di classe e con la progressiva scomparsa dei lavoratori in produzione dagli organismi dirigen-ti. Occorre perciò costituire un settore specifico, che abbia il compito di contribuire alla costruzione di nuclei organizzati nei luoghi di lavoro, rapportati ai circoli territoriali, e che sia per questo dotato di risorse umane e materiali rilevanti, adeguate alle priorità, così da favorire la crescita di quadri dirigenti espressione diretta del mondo del lavoro.
B) Mentre va evitato il cumulo di incarichi e ruoli dirigenti
politici e istituzionali, una parte significativa dell'apparato
centrale e del gruppo dirigente nazionale va riportata "sul campo",
in periferia; anche la collocazione dei dipartimenti nazionali va
ripensata e collocata non solo a Roma, ma anche in altre realtà
metropolitane. A loro volta, le Federazioni, partendo dal
territorio, dai luoghi di lavoro e di studio, potrebbero decentrare
il lavoro politico, aggregando i circoli territoriali e di lavoro in
coordinamenti zonali sulla base di progetti di iniziativa
sociale.
Si tratta di una scelta che ha forti implicazioni
democratiche. Essa rafforza il rapporto continuo tra centro e
periferia; potenzia il lavoro di radicamento sociale del partito;
contribuisce a snellire e a sburocratizzare le funzioni
dell'apparato centrale (oltre a renderle meno costose); trasferisce
strumenti e risorse sul territorio; limita i rischi - sempre
presenti nella storia del movimento operaio - di irrigidimento
autoritario dei gruppi dirigenti e di formazione di un ceto
politico-istituzionale privilegiato e separato dal corpo del
partito, riduce i margini per carrierismi e personalismi oggi
largamente diffusi; contribuisce ad una selezione dei quadri che
tenga conto in misura adeguata, oltre che delle competenze e delle
capacità intellettuali, anche delle esperienze di lotta e di
organizzazione sul campo. In questo quadro va promossa la crescita
delle compagne con funzioni di direzione complessiva del partito a
tutti i livelli, tenendo conto delle tante difficoltà che esse
incontrano nella vita di partito e impegnandosi per l superamento
delle effettive condizioni di disuguaglianza.
C) Va proseguita la politica di acquisizione delle sedi di proprietà del partito praticata in questi anni, con l'obiettivo di dotare di una sede in proprietà almeno le nostre federazioni provinciali. In questo modo le nostre sedi possono favorire - più di quanto non facciano già - una pratica di apertura e interlocuzione con altre soggettività di massa, divenendo centri di aggregazione sociale e culturale.
D) Il quotidiano "Liberazione" ha svolto e svolge un ruolo insostituibile. Dopo anni di duro lavoro e di difficili interventi organizzativi, grazie all'impegno di una direzione autorevole di indiscusso prestigio professionale e al contributo di tutto il corpo redazionale e poligrafico, esso si trova oggi in una condizione di sostanziale pareggio economico. Bisogna consolidare questi risultati e migliorarli. Non è più tollerabile l'assenza di un impegno sistematico, da parte dei gruppi dirigenti a tutti i livelli, per un incremento della diffusione del quotidiano del partito. Al tempo stesso, "Liberazione" - con una direzione politica collegiale espressione di tutto il partito - deve svolgere un ruolo equilibrato affinché il partito sia informato correttamente, fuori da ogni personalizzazione, del dibattito che si svolge nei suoi gruppi dirigenti e perché il dibattito interno al corpo del partito possa esprimersi liberamente, evitando unilateralità e forzature che ne ostacolerebbero il pieno sviluppo. Sarebbe utile anche una maggiore informazione su quello che fanno e pensano i comunisti e le forze di sinistra nel mondo: una "globalizzazione" dell'informazione e delle riflessioni sui temi di comune interesse.
E) Le Feste di "Liberazione" - oltre 700 ogni anno - sono tra gli appuntamenti politici più rile-van-ti del partito. Attraverso le Feste parliamo a milioni di persone; tra queste, molte non sono iscritte e non ci votano. Si tratta dunque di eventi che non possono più essere abbandonati a se stessi (da anni non esiste un responsabile nazionale del settore): va costruito un lavoro che ci consenta di veicolare messaggi comuni, di razionalizzare l'uso delle strutture di no-stra proprietà, di fare conoscere e valorizzare i risultati più rilevanti colti dal partito sul terreno politico ed economico. Senza mai dimenticare che un autofinanziamento del partito non troppo dipendente dal finanziamento pubblico e dalla nostra presenza nelle istituzioni, è condizione vitale della nostra autonomia.
F) Va potenziato il lavoro di formazione. Non si tratta di
allestire corsi di "indottrinamento", ma di considerare la crescita
culturale e politica dei quadri un fattore decisivo per la capacità
stessa dei circoli di fare politica in modo intelligente e adeguato
ai tempi. Una conoscenza non dogmatica delle opere dei dirigenti più
importanti del movimento comunista e socialista, una riflessione
approfondita sulla storia del movimento operaio, nonché un'adeguata
preparazione al fare politica nella società e nelle istituzioni
possono contribuire a formare criticamente i compagni e le compagne,
a superare approcci pragmatici ed elettoralistici ancora troppo
diffusi. La crescita culturale dei militanti - specie di quelli più
giovani - è per il partito un patrimonio di primaria importanza,
senza il quale sarebbe velleitario quell'investimento sul futuro che
informa e giustifica il nostro impegno comune. L'innalzamento del
livello teorico-politico di tutto il partito può inoltre
contribuire, assai più delle esortazioni, a potenziare la sua
democrazia interna ("l'informazione è potere"); e a superare logiche
interne di appartenenza, legate spesso più a vecchie esperienze e
collocazioni che non a un confronto di merito sulle problematiche
del presente, che ha bisogno invece di una dialettica libera e non
cristallizzata.
All'interno di questo processo politico e
culturale di rifondazione dell'ipotesi comunista si pone con estrema
necessità il nodo dell'autoriforma del partito. Questo problema è
reso ancor più urgente dal cambio di fase politica rappresentato dal
riemergere del conflitto sociale e dai nuovi compiti che ne
nascono.
Punto fermo della nostra prospettiva è la costruzione di
un partito comunista di massa con l'ambizione della rifondazione di
un pensiero e di una pratica comunista. Un partito che prefiguri
nella sua vita reale e quotidiana quella società di "liberi ed
uguali" a cui alludiamo quando parliamo di comunismo. Un partito che
sappia costruire una critica teorica e pratica dell'esistente, una
politica non separata dai contenuti, una partecipazione non
delegata, un rapporto reale con la società capace di suscitare
movimenti e lotte per la trasformazione, di costruire forti
relazioni con e tra i soggetti oggi aggrediti dalla modernizzazione
e globalizzazione capitalistica, di lavorare alla costruzione di una
ampia ed articolata sinistra di alternativa.
Rispetto a questo
nostro progetto, del punto di vista della filosofia e della pratica
organizzativa, il nostro partito soffre, da sempre, di seri limiti
strutturali, che sono stati per altro ampiamente analizzati nel
corso della conferenza di Chianciano. Ma, soprattutto, subisce una
contraddizione apparsa fin qui insormontabile dovuta oltre che a
difficoltà oggettive anche alle nostre incapacità a dar vita in
questi anni ad un partito con reali caratteristiche di massa: quella
tra un'architettura mutuata dalla tradizione del Pci e funzionale ad
un partito in grado, fra l'altro, di disporre di un alto numero di
funzionari a tempo pieno, e la realtà del corpo politico di
Rifondazione comunista, fatto in misura preponderante di lavoro
volontario, militanza mobile, collaborazione occasionale. Non siamo
riusciti in nessun momento, anche per il ritmo convulso assunto da
una politica sempre più "veloce" (e sempre più incentrata sulle
continue scadenze elettorali), a sperimentare dentro questo modello
correzioni significative o forme davvero innovative, anche per
quanto riguarda il superamento del carattere monosessuato e
"biancocentrico" del partito.
Ora, però, non è possibile rinviare
ulteriormente, quantomeno, l'avvio di una discussione seria. In
larga parte del territorio nazionale, il partito appare in seria
difficoltà: spesso appesantito nella sua capacità di proiezione
esterna, di radicamento sociale, di allargamento dei consensi;
spesso scosso da divisioni, lacerazioni, personalismi; spesso,
ancora, segmentato in comparti tra loro non comunicanti. Non è
esente da queste contraddizioni neppure la vita del partito ai suoi
livelli nazionali e centrali. Va posto in questo ambito anche il
nodo di come rendere effettiva la partecipazione del corpo del
partito alla formazione delle decisioni politiche. Ad un partito più
vivo e partecipato, in grado soprattutto di estendere i propri
legami sociali, non può corrispondere un funzionamento che nei fatti
riproponga forme di direzione di tipo verticistico. Il solo nudo
dato di un turn-over di iscritti oramai endemico, che riguarda
decine di migliaia di compagne e compagni "perduti" per strada,
merita di essere oggetto di una riflessione organica e non
aggiuntiva. Come pure la singolare contraddizione tra l'aumento
della corrente di simpatia verso il partito - in particolare delle
giovani generazioni - e la riduzione degli iscritti avvenuta negli
ultimi anni.
Abbiamo quindi la necessità, soprattutto in questa
fase in cui i segnali di disgelo sociale sono cresciuti in modo
esponenziale fino a determinare la nascita del movimento, di
ridefinire le nostre capacità organizzative e di direzione politica
unitaria a tutti i livelli (dalla costruzione del lavoro sociale al
tesseramento alla diffusione di Liberazione) all'interno di un
indispensabile processo di autoriforma del partito che ne aumenti le
capacità attrattive e aggregative, a partire dai circoli che
rappresentano lo snodo fondamentale da cui costruire la nostra
iniziativa politica.
GRASSI, PEGOLO, BRACCI TORSI, CAPPELLONI, SACCHI, CASATI BRUNO, FAVARO, GHIGLIONE, GUAGLIARDI,MANGIANTI, SORINI, VALENTINI, ABBA', BANDINELLI, BELISARIO, BURGIO, CANCIANI, CANONICO, CAPACCI, CIMASCHI, COLOMBINI, CORRENTE, CRISTIANO, DE PAOLI, GAMBUTI, GIANNINI, GIAVAZZI, KIWAN, LEONI, LICHERI, LONGO, LUCINI, MACRI', MARCHIONI, MARCONI, MASELLA, MELIS, MONTECCHIANI, MORO, MULAS, NOVARI, OKROGLIC, ORTU, PACE, PATELLI, PETRUCCI, PINTUS, PUCCI ALDO, RICCIONI, SAVELLI, SCONCIAFORNI, SIMINI, SOBRINO, STERI, TEDDE, TORRESAN, VALLEISE, VERZEGNASSI.