INTRODUZIONE - SINTESI
Il capitalismo mondiale riversa sempre più la propria crisi sulla
condizione generale dell'umanità, minacciando una vera e propria
regressione storica di civiltà. La ripresa delle guerre che ha
segnato l'ultimo decennio -prima in Irak, poi nei Balcani, oggi in
Afghanistan-, ne è il riflesso materiale e simbolico.
La
rappresentazione della cosi detta "globalizzazione" capitalistica
come avvento di un "nuovo capitalismo" capace di superare le sue
antiche contraddizioni, è stata smentita dalla realtà.
La crisi che da un quarto di secolo segna l'economia del mondo
non solo non è superata ma si ripropone oggi nella forma classica
della recessione.
Le contraddizioni tra i blocchi capitalistici
non solo non si sono dissolte in un "impero" indistinto e omogeneo
ma si ripropongono acuite dopo il crollo dell'URSS e sotto la spinta
della crisi.
La contraddizione tra capitale e lavoro, lungi
dall'essere superata o ridimensionata, è riproposta nella sua
centralità dalla crisi e dalla nuova competizione globale
capitalistica.
Lo stesso sviluppo del militarismo e della guerra in corso -con i suoi effetti regressivi sul terreno delle libertà democratiche e delle conquiste sociali- è inseparabile dal contesto generale della crisi capitalistica. Lungi dall'essere un conflitto tra "due fondamentalismi" ideologici (il Mercato e il Terrore) è una guerra dell'imperialismo contro i popoli oppressi: mira al controllo del Medio Oriente e dell'Asia centrale; vuole intimidire i movimenti di liberazione nazionale (a partire dal popolo palestinese); mira a contrastare la recessione economica col grande rilancio delle spese militari; risponde all'interesse dell'imperialismo americano a controbilanciare l'ascesa economica europea con il rilancio della propria indiscussa egemonia militare.
Su un altro piano, gli sviluppi politici e le dinamiche del capitale degli anni novanta sono stati devastanti per l'ambiente. Tutti i vecchi problemi si sono estesi, sono emerse nuove emergenze su scala planetaria. A fronte di tutto questo, tanto gli approcci etico-culturali quanto il riformismo verde si sono rivelati inadeguati e impotenti: nessun nuovo modello di sviluppo sarà possibile senza un nuovo modo di produzione, senza il rovesciamento del capitalismo.
In definitiva, a dieci anni dal crollo dell'URSS, la ricomposizione capitalistica dell'unità del mondo non si è affatto tradotta in un universo pacificato e più stabile, ma in un'accentuazione della crisi internazionale.
Questo quadro generale di crisi e regressione rivela una volta di
più il carattere utopico di ogni progetto riformistico.
L'idea di
"governi riformatori" favorevoli ai lavoratori; di un possibile
capitalismo "equo" imbrigliato dalle regole di una "società civile
progressista"; di una riforma pacifista dell'ordine mondiale,
fondata su una rivalutazione dell'ONU e sospinta dalla cultura
gandhiana della "non-violenza", rappresentano, oggi più che mai,
un'illusione impotente. Non una via concreta di costruzione di un
altro mondo possibile, ma la rassegnazione di fatto a questo mondo
reale, seppur nutrita di sogni.
Il V Congresso del nostro partito è chiamato dunque a rimuovere e
a contrastare ogni utopia riformista assumendo un nuovo orizzonte
strategico, apertamente anticapitalista e rivoluzionario.
Un
altro mondo è possibile. Si chiama Socialismo. Non si tratta solo di
evocarne il nome ma di recuperarne il programma generale quale unica
vera risposta alla crisi dell'umanità.
Solo l'abolizione della
proprietà privata, a partire dai duecento colossi multinazionali che
oggi dominano l'economia del mondo. Solo una economia mondiale
democraticamente pianificata liberata dal dominio del profitto; solo
la conquista del potere politico da parte delle classi subalterne
come leva decisiva della transizione, possono creare le condizioni
di un nuovo "modello di sviluppo": che liberi nuove relazioni tra
gli uomini e i popoli, un nuovo rapporto dell'uomo con l'ambiente,
un controllo degli indirizzi e delle applicazioni della scienza in
funzione delle qualità della vita quale nuova frontiera del
progresso. Recuperare e attualizzare dunque il programma originario
del comunismo e della rivoluzione d'Ottobre come scenario di
liberazione dell'umanità, scevro da ogni retaggio burocratico
staliniano, è compito centrale dei comunisti e del nostro partito.
Assumendolo come bussola di una nuova impostazione strategica che
riconduca gli obiettivi immediati di ogni lotta e di ogni movimento
alla necessità della rivoluzione sociale.
Peraltro proprio l'inizio di ripresa oggi della lotta di classe e dei movimenti di massa nel mondo (ciò che nel partito abbiamo chiamato "il disgelo") -sintomo dopo vent'anni dalla crisi di egemonia delle politiche dominanti - rappresenta una straordinaria occasione di rilancio della prospettiva socialista presso la giovane generazione: come risposta rivoluzionaria nel cuore dei movimenti, alle loro stesse domande sociali ambientali, democratiche, di pace, tutte incompatibili, nelle loro istanze profonde, con l'attuale ordine borghese. Non si tratta allora di abbandonarsi alla mistica retorica dei movimenti, tantomeno di disperdere la centralità di classe: si tratta di ricondurre il prezioso sentimento antiliberista della giovane generazione ad una chiara prospettiva di classe anticapitalista. La sola che possa offrire un futuro ai movimenti stessi; la sola che possa svilupparli oggi sul terreno della mobilitazione contro l'imperialismo e la guerra fuori da ogni illusione pacifista; la sola che possa fondare il riferimento alla classe operaia a al mondo del lavoro nella sua nuova composizione ed estensione, quale soggetto centrale del blocco storico alternativo. Da qui la necessità di una battaglia nei movimenti per l'egemonia di classe: che non è autoimposizione burocratica ma lotta aperta e leale per la prospettiva socialista contro quelle culture neoriformiste che conducono i movimenti stessi nel vicolo cieco della sconfitta. Il complesso lavoro di rifondazione di un'internazionale comunista e rivoluzionaria che assuma la battaglia per l'egemonia anticapitalistica su scala mondiale è tanto più oggi una necessità di fondo per i comunisti.
Ma questa nuova impostazione strategica implica una svolta
profonda di linea e di scelte sul piano nazionale. Entro il nuovo
scenario politico italiano, la ripresa delle dinamiche di movimento
sul versante operaio e giovanile e la crisi verticale e deriva
liberale dei D.S., creano le condizioni di un forte e necessario
rilancio del nostro partito quale unico possibile riferimento
politico alternativo per vasti settori di lavoratori e di giovani.
Ma ciò implica un nuovo indirizzo di fondo del PRC. Per 10 anni il
nostro partito ha respinto la proposta di costruzione del polo
autonomo di classe per perseguire una linea di "condizionamento"
dell'apparato D.S. e delle sue coalizioni (polo progressista e
centrosinistra) sulla base di un "programma di riforme": sia dal
governo, che dall'opposizione, sia sul piano nazionale che sul piano
locale. E' onesto riconoscere che questa linea ha registrato un
sostanziale fallimento. Essa infatti non ha dato risultati: né dal
punto di vista della costruzione del PRC e della sua influenza
elettorale e di massa; né soprattutto dal punto di vista degli
interessi e delle prospettive del movimento operaio, che proprio il
Centrosinistra e l'apparato D.S., alfieri degli interessi della
grande borghesia per tutta la precedente legislatura hanno
condannato alla sconfitta sociale e politica. L'unico effetto
pratico della linea di "contaminazione" del centrosinistra è stato,
al
contrario, il coinvolgimento del PRC per metà della
legislatura dell'Ulivo nel sostegno a politiche antioperaie e
antipopolari (varo del lavoro interinale col "Pacchetto Treu",
privatizzazioni, tagli della spesa sociale) del tutto opposte alle
ragioni sociali del nostro partito.
La prospettiva avanzata per il dopo Berlusconi di un "governo della sinistra plurale" sulla base di un "programma riformatore", non solo rimuove ogni bilancio ma ripropone di fatto l'ispirazione fallita di dieci anni. E' quanto viene esplicitato nel documento precongressuale votato dalla maggioranza del partito nel CPN di ottobre che afferma: "(…) questo non significa che non si possa costruire una sinistra plurale, in Italia e in Europa, capace di proporsi il tema della conquista della maggioranza dei consensi e della candidatura al governo ai fini di realizzare un programma riformatore, ma vuol dire che per arrivarci bisogna battere strade diverse da quelle della tradizionale politica unitaria, in primo luogo facendo irrompere nell'intero campo delle sinistre e dei rapporti tra di loro, la novità e la rottura del movimento." Questa prospettiva non solo quindi preserva il riferimento all'esperienza negativa della gauche plurielle di Jospin ma la ripropone con un apparato D.S. che nella sua larga maggioranza ha rotto con la funzione della stessa socialdemocrazia. Assumere questa prospettiva come finalità di sbocco dei movimenti significherebbe contraddire le potenzialità anticapitaliste dei movimenti stessi e subordinarli ad un accordo coi liberali.
Il V Congresso respinge dunque questa prospettiva politica a partire da una svolta di fondo: quella della costruzione del PRC attorno alla linea del polo autonomo di classe e anticapitalistico, alternativo sia al Centrodestra reazionario sia al Centrosinistra liberale. Questo orientamento implica innanzitutto una coerenza di collocazione politica del nostro partito come forza di opposizione. Non può esservi contraddizione tra le ragioni sociali che il PRC esprime e la sua collocazione politica istituzionale: ciò vale in prospettiva sul piano nazionale, come vale anche sul piano locale dove va superata la collaborazione di governo nelle giunte di Centrosinistra, a partire dalle Regioni e dalle grandi città, dove siamo di fatto subordinati a politiche e interessi del tutto estranei alle ragioni dei lavoratori. Ma più in generale la proposta del polo autonomo di classe è rivolta all'insieme del movimento operaio e dei movimenti di massa. L'esperienza dell'ultima legislatura, ha dimostrato a milioni di lavoratori il disastro sociale e politico della collaborazione del movimento operaio con le forze sociali e politiche del Centro Borghese. "Rompere col Centro" non è allora una petizione astratta: fa leva sull'esperienza di massa per rivendicare l'autonomia di classe dei lavoratori e delle lavoratrici di fronte agli interessi delle altre classi e delle loro rappresentanze. Per dire che solo una mobilitazione indipendente dei lavoratori e dei movimenti sul terreno anticapitalistico può difendere le loro ragioni e aprire il varco ad un'alternativa vera.
Questa esigenza di autonomia è più attuale che mai. Di fronte
alle destre e a Berlusconi tutte le forme di alleanze con le forze
di Centro hanno fallito. Solo la grande mobilitazione indipendente
della classe operaia nel '94 riuscì a piegare il governo Berlusconi
e a porre le condizioni della sua caduta. Il nostro partito deve
costruire tra le masse la memoria di questa esperienza, e assumerla
come riferimento per la propria azione.
Il nuovo governo
Berlusconi ha un insediamento sociale e istituzionale più forte che
nel 94; ma proprio per questo la sua eventuale stabilizzazione, come
si è visto a partire da Genova, comporta un rischio reazionario più
elevato. Il PRC non può vivere allora la propria opposizione come
routine istituzionale combinata con l'affidamento alla spontaneità
dei movimenti. Ha l'onere di una proposta al movimento operaio e
della costruzione attiva di uno sbocco politico. In questo senso il
V Congresso del PRC assume l'obiettivo della cacciata del governo
Berlusconi-Bossi- Fini per una alternativa di classe come terreno di
mobilitazione unitaria del movimento operaio e dei movimenti di
massa e di tutte le tendenze politiche e sindacali che su di essi si
basano. Perché solo una vera esplosione sociale concentrata contro
il padronato e il governo delle destre può realmente scompagnare lo
scenario politico italiano e porre le condizioni dell'alternativa di
classe.
Da qui la proposta di una vertenza generale attorno ai temi di un
forte aumento salariale per tutto il lavoro dipendente, del salario
minimo garantito intercategoriale, di un vero salario garantito ai
disoccupati e ai giovani in cerca di prima occupazione,
dell'abolizione delle leggi di precarizzazione del lavoro (v.
"Pacchetto Treu" e le ulteriori leggi in materia introdotte dal
governo Berlusconi) con l'assunzione a tempo indeterminato di tutti
i lavoratori precari, della riduzione generalizzata dell'orario.
Questa proposta di mobilitazione può e deve essere avanzata dal
nostro partito in tutti i luoghi di lavoro, in tutte le
organizzazioni sindacali, sul territorio, nello stesso movimento
antiglobalizzazione: sostenendo le tendenze interne del movimento
che già oggi spingono per un suo impegno diretto a fianco dei
lavoratori e delle lavoratrici. E' proprio dalla ricomposizione
unitaria di lotta della giovane generazione, dal versante operaio in
primo luogo come dal versante antiglobalizzazione che può innescarsi
la dinamica dell'esplosione sociale contro il governo delle destre e
le classi dominanti. Ricondurre a questo sbocco tutto il lavoro di
massa del partito, estendere il quadro delle rivendicazioni ad ogni
settore sociale colpito dalle politiche dominanti (v. Immigrazione e
Scuola), collegare il quadro delle rivendicazioni immediate a un
programma più generale di rottura con la proprietà capitalistica e
lo Stato, sviluppare in ogni movimento la coscienza politica
anticapitalistica, questo è l'impegno necessario dell'opposizione
comunista per l'alternativa di classe.
E in questo ambito il
nostro partito non può teorizzare un principio di adattamento
silenzioso nei movimenti affidandosi passivamente a orientamenti e
scelte delle loro direzioni ma deve elaborare capacità di proposta
su scelte politiche piccole e grandi, in funzione della prospettiva
anticapitalistica. La tematica delle forme di lotta, a partire dalla
necessaria difesa del diritto di manifestare in piazza, contro ogni
tentazione di ripiegamento; le questioni legate all'autodifesa di
manifestazioni pacifiche e di massa contro le aggressioni violente
da qualunque parte provengano; la tematica delle forme di
organizzazione dei movimenti e del loro sviluppo democratico oggi
centrale nel movimento antiglobalizzazione: sono terreni su cui il
nostro partito non può tacere in nome di un blocco incondizionato
con le direzioni egemoni dei movimenti. Ma deve avanzare
indicazioni, certo collegate alla sensibilità degli interlocutori e
alla concretezza dei problemi, ma sempre ispirate a un unico
criterio di fondo: lo sviluppo della forza autonoma delle classi
subalterne e dei movimenti di massa in direzione di un'alternativa
di società e di potere. Come affermava Rosa Luxemburg: "La conquista
del potere politico resta il nostro scopo finale e lo scopo finale
resta l'anima della nostra lotta. La classe operaia non deve porsi
nell'ottica [di chi dice] 'Lo scopo finale non è niente, è il
movimento che è tutto.' No, al contrario: il movimento in quanto
tale, senza rapporto con lo scopo finale, il movimento come fine in
sé non è niente, è lo scopo finale che è tutto." (1898).
Solo questo programma di alternativa anticapitalistica fonda la ragione politica organizzativa del partito nel suo rapporto con i movimenti e la lotta di classe. Un partito che si viva come pura rappresentanza istituzionale di domande sociali, in funzione di una prospettiva di governo riformatore, si priva di una funzione strategica indipendente e perciò mette a rischio, al di là di ogni intenzione, la ragione stessa della sua esistenza. Privo di uno specifico progetto anticapitalistica il partito smarrisce la ragione di una propria distinzione rispetto al movimento. E così l'invito dell'apertura al movimento, in sé importantissima, si trasforma in un rischio di dissoluzione nel movimento stesso, o di trasformazione delle proprie strutture in indistinti "luoghi di movimento". Il risultato paradossale non è così il rafforzamento del partito nel movimento ma all'opposto un principio di dispersione delle forze e di loro sradicamento: a tutto danno sia del partito che del movimento stesso, privato di un riferimento organizzato capace di indicazione e proposta.
La logica proposta dalla maggioranza dirigente del PRC va dunque esattamente capovolta. Il partito ha sì l'esigenza prioritaria di partecipazione piena ai movimenti, senza distacchi dottrinari e anzi con la massima concentrazione in essi delle proprie forze. Ma ne ha esigenza come partito cioè come specifico progetto collettivo anticapitalista e rivoluzionario: ciò che richiede una specifica strutturazione, specifici strumenti che possano organizzare nei movimenti, a partire dalla classe operaia, la battaglia collettiva per quel progetto. Ed anche il più ampio sviluppo della democrazia interna del partito, condizione decisiva dell'elaborazione collettiva e della stessa formazione dei quadri. In questo senso la funzione d'avanguardia del partito non come imposizione burocratica, ma come progetto programmatico su cui sviluppare consenso ed egemonia, è la condizione stessa del suo radicamento e rafforzamento organizzativo.
Tesi 1 - CRISI DELL'UMANITA'
I dieci anni che sono trascorsi,
dopo la svolta d'epoca segnata dal crollo dell'URSS, hanno
interamente smentito le profezie liberali che accompagnarono
quell'evento. Il capitalismo mondiale riversa sempre più la propria
crisi sulla condizione generale dell'umanità, minacciando una vera e
propria regressione storica di civiltà. La ripresa della guerra che
ha segnato l'ultimo decennio -prima in Irak, poi nei Balcani, oggi
in Afghanistan- col suo carico di morti e distruzioni ne è il
riflesso materiale e simbolico.
La perdurante crisi economica capitalistica, le ripetute sconfitte del movimento operaio degli anni '80 e '90, il venir meno col crollo dell'URSS di un contrappeso statuale per quanto distorto alla potenza dell'imperialismo, i vasti processi di restaurazione capitalistica che hanno investito, in forme diverse, vaste aree del mondo, hanno prodotto come effetto congiunto un arretramento delle condizioni di vita e di lavoro della maggioranza dell'umanità.
Nei paesi imperialisti di tutti i continenti (USA, Europa,
Giappone), la caduta dei salari, il degrado del lavoro, lo
smantellamento progressivo delle protezioni sociali, descrivono nel
loro insieme un attacco profondo ai livelli acquisiti di sicurezza
sociale.
Nei paesi a capitalismo restaurato (Russia ed est
Europa) o in via di restaurazione (Cina) la reintroduzione del
dominio del mercato procede alla distruzione di ogni forma di difesa
sociale producendo un drammatico salto regressivo nella vita di
centinaia di milioni di uomini e di donne.
Nel blocco dei paesi
dipendenti, interi continenti, a partire dall'Africa e da larga
parte dall'America Latina, conoscono una ulteriore precipitazione
della condizione di massa, assieme ad un aggravamento dei livelli di
dipendenza coloniale dall'imperialismo.
Più in generale l'intera
dimensione della vita è investita da una profonda tendenza
regressiva, segnata dal moltiplicarsi dei sintomi del degrado,
dell'intolleranza, dell'irrazionalismo.
Il ritorno della guerra,
che ha costellato il decennio, è il riflesso eloquente di questa
drammatica regressione. Anche solo venti anni fa la previsione di
una guerra nel cuore dell'Europa sarebbe apparsa un fantasioso
azzardo. Venti anni dopo non solo la guerra ritorna materialmente
nello stesso vecchio continente, col suo carico terribile di morte e
distruzione (Balcani): ma si rilegittima progressivamente
nell'immaginario collettivo di settori di massa. Ed oggi il potente
rilancio del militarismo internazionale a guida anglo-americana,
trainato dalla guerra imperialistica all'Afghanistan, lo stesso
riarmo della Germania e del Giappone, segnano anche simbolicamente
la svolta d'epoca del nostro tempo.
Su un altro piano, si fanno
di anno in anno più drammatiche le manifestazioni e le conseguenze
della crisi ambientale planetaria, una drammatica conferma
dell'incapacità dell'attuale ordine sociale di operare in modi non
distruttivi nei confronti dell'ambiente. E le conseguenze sociali di
questa crisi tendono sempre più a combinarsi con quelle della crisi
sociale e politica in cui sprofondano molti paesi del cosiddetto
Terzo mondo, ciò che provoca vere e proprie "catastrofi umanitarie"
e sospinge masse crescenti di uomini e di donne a migrare in una
sorta di disperata "fuga per la sopravvivenza".
Per la prima volta dal dopoguerra, ad ogni latitudine del mondo, l'orizzonte delle nuove generazioni non si presenta come orizzonte di progresso ma come preannuncio di nuove regressioni. Non si tratta peraltro di uno scenario eccezionale. Al contrario, se guardiamo le cose col raggio di visuale del lungo periodo osserviamo il ritorno del capitalismo alla normalità storica del proprio declino. Ciò che semmai è superata è l'eccezionalità di quella parentesi storica postbellica che agli occhi di più generazioni era apparsa la norma.
Tesi 2 - CRISI CAPITALISTICA E "GLOBALIZZAZIONE"
Le tesi
emergenti negli anni Novanta circa la nascita di "un nuovo
capitalismo" capace di superare le sue antiche contraddizioni, sono
state smentite dalla realtà. La crisi economica capitalistica
ripropone più che mai l'attualità della lettura marxista della
"globalizzazione" fuori da ogni "apologia" del capitale.
Negli anni Novanta -sullo sfondo del crollo dell'URSS, dell'arretramento del movimento operaio, della prosperità economica USA, di una vasta innovazione tecnologica- è venuta affermandosi una rappresentazione dominante della realtà del mondo come "globalizzazione", spesso intendendo con questo termine l'emergere di un "nuovo capitalismo", strutturalmente diverso dal capitalismo "tradizionale" e per questo capace di superare le proprie vecchie contraddizioni. Nella versione liberista il mito della globalizzazione è stato impugnato come annuncio di una nuova era di prosperità. Nella versione opposta di tanta parte del pensiero critico alternativo come l'avvento di una nuova dominazione totalizzante. Nell'un caso come nell'altro il nuovo capitalismo è stato presentato come l'alba di un nuovo regno e come riprova del fallimento o dell'invecchiamento della lettura marxista.
Queste rappresentazioni ideologiche hanno per molti aspetti
capovolto la realtà delle cose: e la realtà ha finito col
confutarle.
L'economia capitalistica internazionale vive da un
quarto di secolo un'onda lunga di crisi, segnata dall'esaurimento
storico della spinta propulsiva del secondo dopo-guerra e dal
prevalere di una spinta alla stagnazione. La caduta del saggio medio
del profitto su scala mondiale ne rappresenta il riflesso.
A
partire dagli anni'89-'91, il crollo dell'URSS e i processi di
restaurazione capitalistica che si sono affermati nell'insieme
dell'Est europeo, assieme alle emergenti tendenze
restaurazionistiche che si sono sviluppate in altri Paesi non
capitalistici (Cina) hanno configurato certamente un processo di
ricomposizione capitalistica dell'unità del mondo. Ma la riconquista
compiuta o tendenziale, di tanta parte del pianeta non ha
significato il rilancio storico dell'economia capitalistica. L'Est
europeo, più che volano di un nuovo sviluppo economico
internazionale, rappresenta in larga misura una semicolonia del
sottosviluppo: la massiccia concentrazione di miseria sociale e il
basso livello di consumi che ne deriva rappresentano un freno
all'espansione del mercato capitalistico. Parallelamente la forte
riduzione dei margini di manovra dei Paesi dipendenti, conseguente
al crollo dell'URSS, ha finito con l'integrarli più direttamente
nella stagnazione mondiale: così il sottoconsumo del Terzo mondo
sospinto dal calo o dal crollo delle materie prime ha costituito un
ulteriore fattore della stagnazione medesima. Complessivamente,
nonostante l'espansione del mercato capitalistico, il peso del
commercio internazionale nell'economia mondiale è analogo a quello
del 1914. Così nonostante i nuovi processi di decentramento
internazionale della produzione, le stesse multinazionali
concentrano tuttora il grosso del proprio volume di investimenti
entro il perimetro degli Stati dominanti e dei propri mercati
regionali piuttosto che in un mondo indifferenziato. La
globalizzazione economica dunque ha investito essenzialmente non la
produzione reale ma l'economia finanziaria, dove ha realmente
raggiunto un livello storicamente nuovo: ma proprio l'espansione
abnorme del parassitismo finanziario -che conferma oltre le sue
stesse previsioni, l'analisi di Lenin dell'imperialismo- riflette la
crisi del saggio medio di profitto nella produzione. Come all'inizio
del Novecento lungi dall'essere misura della prosperità
capitalistica, il parassitismo dei rentier è figlio della crisi di
stagnazione e concausa della stessa.
La forte concentrazione di
innovazione tecnologica (rivoluzione informatica) e la diffusione di
nuove forme di organizzazione del lavoro (il cosiddetto toyotismo)
si collocano e si spiegano in questo contesto. Come in altre epoche
storiche (si pensi allo sviluppo del fordismo negli anni
Venti-Trenta), l'innovazione tecnologica intensa e le nuove
sperimentazioni nell'organizzazione produttiva non promanano dal
benessere del capitalismo ma dalla sua crisi: come tentativo di
rilancio del saggio di profitto attraverso l'incremento di
produttività e la configurazione di nuovi mercati trainanti. Ma
contrariamente all'ottimismo borghese degli anni Novanta, la
rivoluzione informatica e le sue applicazioni tecnologiche, per
quanto rilevanti non hanno esercitato la forza di trascinamento
economico che potevano avere, in un altro contesto, le ferrovie del
secolo scorso o l'automobile degli anni Cinquanta. Non solo non
hanno garantito l'uscita dalla stagnazione ma, oltre una certa
soglia, hanno concorso paradossalmente ad aggravarla: la crisi
profonda della new economy oggi nel cuore del capitalismo americano,
è esattamente un'espressione classica di sovrapproduzione i cui
effetti recessivi più generali sono direttamente proporzionali
all'intensità dello sviluppo economico precedente del settore. La
teoria di un "nuovo capitalismo" capace di superare il ciclo
economico non poteva trovare smentita più clamorosa.
Tesi 3 - IMPERIALISMO
L'imperialismo è, oggi più che mai, il
quadro dominante della realtà del mondo. Le tesi del suo superamento
in direzione di una globalizzazione indistinta non trovano alcuna
conferma nel mondo reale. Riattualizzare l'analisi marxista
dell'imperialismo oggi, nelle sue profonde contraddizioni e sullo
sfondo dell'attuale instabilità internazionale è condizione decisiva
per la comprensione delle tendenze storiche future.
Negli anni Novanta in significativi settori intellettuali della
"sinistra critica" e nella stessa Direzione nazionale del nostro
partito, è venuta emergendo la tesi del superamento della categoria
stessa dell'imperialismo in direzione della rappresentazione di un
"impero" globale, omogeneo ed uniforme, a esclusiva dominazione
nord-americana, capace di dissolvere ruolo e funzioni dei vecchi
Stati nazionali. Da qui anche la rappresentazione dell'Europa come
semplice articolazione subalterna dell'Impero e la relativa
rivendicazione di una sua autonomia su base "sociale e democratica".
Questa concezione generale da un lato si basa su
un'incomprensione profonda della complessità del mondo
contemporaneo; e dall'altro lato, negando il carattere
imperialistico dell'Europa, disorienta gravemente la stessa azione
politica dei comunisti.
Lungi dal ricomporre le contraddizioni intercapitalistiche, il crollo dell'Urss dell'89-'91 le ha in qualche modo liberate, entro uno scenario storico profondamente nuovo. I giganteschi processi di restaurazione capitalistica nell'Est europeo e, in forma incompiuta, nella stessa Cina, i nuovi rapporti di forza nei confronti dei Paesi dipendenti, la necessità di ridefinire complessivamente equilibri geostrategici e zone di influenza, hanno alimentato inevitabilmente una nuova competizione mondiale tra gli Stati capitalistici dominanti. E i terreni della competizione stanno interamente dentro il quadro storico dell'imperialismo: riguardano il controllo dei mercati di sbocco, i settori di investimenti e di esportazione del capitale, il controllo di materie prime e mano d'opera a basso costo, i livelli di concentrazione monopolistica del capitale finanziario, il controllo politico-militare delle aree strategiche.
La superiorità oggi dell'imperialismo USA è obiettivamente
indiscutibile: sia sul versante della concentrazione di capitale
finanziario, sia sul versante della forza militare, dove proprio il
crollo dell'URSS ha rafforzato il tradizionale primato americano e
il suo impiego criminale nel mondo. Ma l'Europa è tutt'altro che una
semplice area dipendente. All'opposto, sia la vasta restaurazione
capitalistica nell'Est Europa e nei Balcani, sia il declino non
congiunturale del Giappone, hanno alimentato un vero e proprio
sviluppo dell'imperialismo europeo come polo economico concorrente
con gli USA. La stessa costruzione dell'Unione Europea a partire dal
'92, lungi dal rappresentare un puro fatto di ingegneria
istituzionale "non democratica e liberista", ha costituito e
costituisce il tentativo strategico, non privo di contraddizioni, di
assicurare all'imperialismo europeo un quadro politico unificante
all'altezza delle sue nuove ambizioni. Il potente sviluppo dei
livelli di concentrazione monopolistica europea in settori
strategici (banche, assicurazioni, telecomunicazioni, industria
militare…) che proprio il quadro di Maastricht ha incoraggiato;
l'egemonia economica europea (in particolare tedesca e italiana)
nella penisola balcanica e nell'Est Europa; le nuove entrature
dell'imperialismo europeo nei Paesi arabi e in Medio-Oriente (v.
Irak e Iran) e in larga parte dell'America Latina; il decollo di un
militarismo europeo con lo sviluppo del progetto della difesa comune
descrivono, nel loro insieme, un nuovo e più forte posizionamento
europeo negli equilibri mondiali.
Il forte sviluppo
dell'iniziativa bellica dell'imperialismo USA negli anni Novanta (in
Irak, nei Balcani, in Afghanistan) è stato ed è anche un tentativo
di riequilibrare con la propria egemonia militare l'ascesa economica
europea e di limitare il nuovo spazio di manovra della UE. Di
converso la partecipazione dei Paesi europei alle imprese militari a
egemonia americana non ha rappresentato un puro atto di
"servilismo", ma la volontà di partecipare alla conquista di bottini
coloniali precostituendo le migliori condizioni per il proprio
interesse imperialistico nel momento della loro spartizione. Anche
l'unità d'azione dei Paesi imperialistici maschera dunque, come
sempre, la loro competizione. E i diversi Stati nazionali
capitalistici, lungi dall'essere assorbiti da un'indistinta
globalizzazione, costituiscono lo strumento decisivo -politico,
diplomatico, militare ma anche economico- delle diverse borghesie
imperialistiche concorrenti.
Peraltro proprio il quadro delle nuove contraddizioni intercapitalistiche sospinge l'emergere di nuove potenze regionali o di nuove ambizioni. L'imperialismo britannico lavora a utilizzare le contraddizioni tra USA e UE ponendosi come crocevia delle relazioni diplomatico-militari tra i due poli ai fini del proprio rafforzamento. La Russia borghese di Putin entra nel varco aperto dalla competizione tra USA ed UE per rilanciare un proprio spazio strategico internazionale. La burocrazia cinese a sua volta mira a capitalizzare il declino del Giappone per investire la propria eccezionale potenza economica in un disegno di egemonia su larga parte dell'Asia: entro un progetto di restaurazione capitalistica interna che, ancora incompiuto, pone incognite serie sulla futura stabilità sociale e politica di quel Paese.
In definitiva l'intero quadro internazionale capitalistico porta il segno dominante non dell'omogenea uniformità "unipolare", ma di una crescente instabilità potenziale.
Tesi 4 - GUERRA
La ripresa della guerra e delle guerre negli
anni Novanta ha caratteri e finalità imperialistiche. Non riflette
un generico "fondamentalismo del mercato globale" contrapposto al
"fondamentalismo del terrore". Riflette il grande rilancio delle
politiche coloniali del capitalismo, liberate dal crollo dell'URSS,
sospinte dalla crisi economica internazionale, alimentate dalle
stesse contraddizioni tra i diversi blocchi capitalistici. Oggi la
guerra contro l'Afghanistan rientra pienamente in questo quadro. Per
questo la lotta contro la guerra e "per la pace", va assunta dai
comunisti come lotta di massa anticapitalistica oltre un puro
orizzonte pacifista. Senza alcun avallo al ruolo filo-imperialistico
dell'ONU e senza riconoscere all'imperialismo alcun "diritto di
polizia internazionale".
Dopo il crollo dell'URSS, il ricorso alla guerra ha costituito uno strumento centrale di definizione del nuovo ordine imperialistico del mondo. La guerra all'Irak, alla Serbia, all'Afghanistan riflettono ad un tempo la nuova potenza dell'imperialismo e la nuova instabilità del mondo: entro una relazione contraddittoria in cui il dispiegamento della forza più criminale dell'imperialismo è anche la risposta alla sua crisi di egemonia, alla difficoltà di riorganizzare sotto il proprio controllo un assetto stabile dei nuovi equilibri mondiali.
I fatti d'America dell'11 settembre e i successivi sviluppi si
collocano in questo quadro generale: e vanno analizzati col metodo
marxista, non con le categorie dell'impressionismo o del pacifismo
astratto.
L'atto terroristico di New York e più in generale il
terrorismo panislamista non riflettono semplicemente un principio
ideologico ("il fondamentalismo del terrore"): rappresentano una
risposta distorta e inaccettabile alla barbarie capitalistica, in
particolare alla oppressione criminale dei popoli del Medio-Oriente,
a partire dalla nazione araba e dal popolo palestinese. Una barbarie
la cui portata e i cui crimini a tutte le latitudini del mondo sono
infinitamente più grandi del peggiore atto terroristico. Il
fondamentalismo islamico è da sempre storicamente un avversario
delle aspirazioni sociali e democratiche dei popoli oppressi e della
nazione araba. Per questo, nel contesto dell'ordine mondiale del
dopo-guerra, esso è stato ripetutamente sostenuto dalle potenze
coloniali contro i movimenti di liberazione e le tendenze
laico-democratiche dei Paesi dipendenti. Dopo il crollo dell'URSS il
fondamentalismo islamico ha perso la propria funzionalità
filo-occidentale e si è trasformato in un fattore obiettivo di
destabilizzazione. Parallelamente la crescente disperazione sociale
e politica di larghi settori di masse oppresse, unita alla più
organica subalternità all'imperialismo dei regimi borghesi arabi, ha
purtroppo trasformato di fatto il fondamentalismo nel canale
distorto di una pressione diffusa di rivolta.
La reazione militare degli Stati dominanti ai fatti dell'11
settembre ha qui la propria radice. Come nel '91 contro l'Irak, come
nel '98 contro la Serbia, la guerra contro l'Afghanistan non
riflette un astratto "fondamentalismo del mercato" e una "risposta
sbagliata" al terrorismo. Rappresenta invece la volontà di
riaffermare il controllo imperialistico sul mondo contro ogni
fattore possibile di ingovernabilità. Da qui il tentativo di
utilizzare l'atto terroristico dell'11 settembre e le sue enormi
ricadute emotive come occasione di rilancio degli interessi
imperialistici in aree strategiche del pianeta.
Molteplici sono
le finalità concrete dell'operazione:
a) consolidare ed
estendere il controllo diretto su Medio-Oriente ed Asia centrale,
zona cruciale per gli equilibri internazionali;
b) intimidire i
movimenti di liberazione dei Paesi dipendenti;
c) colpire il
movimento operaio internazionale, compreso quello occidentale,
cogliendo il pretesto della guerra per operare massicce
ristrutturazioni (con licenziamenti di massa), attaccare diritti
sociali e cercare di disperdere la ripresa internazionale dei
movimenti di lotta;
d) combattere la recessione economica con il
rilancio delle spese militari.
Entro questo quadro di finalità
comuni imperialistiche (sostenute per interesse proprio dalla Russia
borghese e dalla burocrazia cinese) si conferma il quadro mobile
delle contraddizioni internazionali: tra l'imperialismo americano e
l'imperialismo europeo; tra l'imperialismo britannico e l'Europa
continentale; tra l'area di testa dell'imperialismo europeo
(Germania, Francia e Inghilterra) e l'imperialismo italiano; tra la
nuova Russia di Putin e gli interessi contraddittori di USA ed
Europa; tra le mire nuove della Cina e l'espansione imperialistica
in Asia centrale. Ciò che ancora una volta configura non un quadro
pacificato di globalizzazione unipolare ma, all'opposto, la nuova
instabilità mondiale e il peso in essa degli interessi statuali
nazionali e/o di area.
In questo quadro generale il PRC deve ridefinire la propria
impostazione politica di fronte alla guerra. Importante e preziosa è
stata ed è l'opposizione del nostro partito all'intervento militare
in Serbia ed oggi in Afghanistan. Ma va superato l'approccio
pacifista in direzione di una chiara battaglia antimperialistica.
L'appello all'ONU, al "diritto internazionale", all'intervento
alternativo di "polizia internazionale" sono stati e sono
profondamente errati. L'ONU ha sostenuto e coperto lungo tutto
l'arco degli anni Novanta le peggiori piraterie dell'imperialismo
sino a promuovere l'odioso embargo genocida anti-irakeno. Esso non
rappresenta né può rappresentare, neppure in forma distorta, la
cosiddetta sovranità internazionale. In una società di classe e
tanto più nell'epoca dell'imperialismo non è mai esistito e non
potrà esistere un diritto internazionale neutro, al di sopra delle
classi e degli Stati. Il diritto internazionale è solo la copertura
giuridica degli interessi degli Stati dominanti. E l'unico diritto
che gli Stati dominanti esercitano e rivendicano è il diritto a
piegare col terrore ogni forma di resistenza al proprio dominio sul
mondo.
Per questo i comunisti devono sviluppare la lotta contro
la guerra come lotta di classe anticapitalistica ed
antimperialistica al fianco dei popoli oppressi aggrediti. Non vi è
alcuna "polizia internazionale" da rivendicare "contro il
terrorismo"; l'unica polizia internazionale da invocare contro la
barbarie del capitalismo è la prospettiva rivoluzionaria
internazionale delle masse oppresse. Che è l'unica vera risposta
alternativa al fondamentalismo terrorista.
Tesi 5 - UTOPIA DEL RIFORMISMO
L'idea della riforma sociale e
umanitaria del capitalismo, da sempre fallita, è oggi più utopica
che mai. L'idea di "governi riformatori" che in Italia, in Europa,
nel mondo possano operare una riforma antiliberista in ambito
capitalistico, costituisce oggi più che mai non solo un'illusione ma
una trappola per le classi subalterne e i movimenti. Il sostegno che
il PRC ha dato all'esperienza di governo francese della "gauche
plurielle" ha costituito un errore profondo. Proprio la svolta
storica del nostro tempo ripropone l'attualità di una rottura
strategica col riformismo come fondamento decisivo di una
rifondazione comunista rivoluzionaria.
L'attuale quadro internazionale conferma più che mai
l'esaurimento di uno spazio storico riformistico.
Già
l'esperienza storica di due secoli avvalora la posizione originaria
di Marx e del marxismo rivoluzionario contro ogni illusione
riformistica e "governativa". E smentisce nella maniera più radicale
la svolta strategica impressa dallo stalinismo al movimento
comunista internazionale a partire dalla metà degli anni Trenta
attorno alla prospettiva dei cosiddetti "governi riformatori" o di
"democrazia progressiva". Quand'anche consentiti da condizioni
eccezionali di prosperità economica e da grandi movimenti di massa,
i governi riformatori sono stati sempre, senza eccezione, avversarsi
dei lavoratori: le stesse concessioni riformatrici, talora strappate
dalla pressione di massa, sono state elargite in funzione del
contenimento delle spinte più radicali dei movimenti e della
conservazione della società borghese. Proprio per questo lungi dal
rappresentare una fase della transizione al socialismo, i governi
riformatori hanno spesso spianato la strada a svolte reazionarie o a
profondi arretramenti del movimento operaio. Così è stato per i
governi riformatori di fine '800, primo '900 (giolittismo); così è
stato per i governi riformatori di "fronte popolare" negli anni 30
(v. Francia e Spagna). Così è stato per i governi riformatori in
Europa nei primi anni 70 (v. Portogallo).
Ma tanto più oggi l'illusione governista è smentita alla radice dall'assenza di uno spazio storico riformistico. La crisi capitalistica e il crollo dell'URSS, nella loro combinazione, hanno eroso i presupposti materiali delle concessioni riformatrici in Occidente quali erano maturate nel secondo dopoguerra. Ovunque le classi dominanti lavorano a riprendersi con gli interessi quanto in precedenza avevano concesso. Ovunque i governi borghesi - siano essi di centrodestra, di centrosinistra o socialdemocratici - gestiscono le medesime politiche antipopolari, di restrizioni e sacrifici per le grandi masse. Ovunque, anche se in forme e con intensità diverse, i vecchi partiti riformisti del movimento operaio assumono culture e pose liberali in rottura con la propria stessa tradizione. Ovunque l'eventuale presenza al governo di "partiti comunisti" non solo non muta per nulla l'indirizzo strategico del governo ma corresponsabilizza quegli stessi partiti a pesanti politiche controriformistiche esponendoli al logoramento dei loro rapporti di massa.
In particolare va riconosciuto onestamente, in questo quadro, il
profondo errore compiuto dal nostro partito nel sostegno
all'esperienza del governo Jospin in Francia.
L'analisi proposta
dal IV Congresso del PRC a sostegno della "anomalia francese" è
stata smentita dai fatti. Come sono state smentiti l'elogio della
legge francese sulle 35 ore e più in generale le ripetute
esaltazioni del governo Jospin sul nostro quotidiano di partito
("Svolta a sinistra in Francia", "Un socialista in Europa"…). In
realtà il governo Jospin ha gestito e gestisce gli interessi
organici dell'imperialismo francese sia sul piano interno (con il
record di privatizzazioni e una politica di flessibilità a favore
del padronato) sia sul piano della politica estera (con l'attiva
gestione degli interventi di guerra nei Balcani e in Afghanistan).
Lungi dal rappresentare un'alternativa antiliberista, esso
rappresenta un governo controriformatore, basato su un liberismo
temperato: ciò che spiega sia la crescita della contestazione
sociale delle politiche del governo, sia la crisi drammatica del PCF
che sostiene criticamente quelle politiche. L'aver assunto a
riferimento la sinistra plurale francese è stato tanto più
paradossale a fronte del fatto che l'unica sinistra che oggi cresce
in Europa è quell'estrema sinistra francese che si oppone al governo
della sinistra plurale.
Pertanto proprio la profondità della crisi capitalistica e la svolta storica del nostro tempo ripropone l'attualità di una rottura strategica col riformismo come fondamento decisivo di una vera rifondazione comunista. Non solo come recupero della posizione originaria del marxismo e di rottura reale con la tradizione staliniana. Ma come risposta necessaria oggi alla barbarie del capitalismo, alla regressione di civiltà che la sua crisi trascina.
Tesi 6 - ATTUALITA' DEL SOCIALISMO
Il rilancio internazionale
di una prospettiva socialista e rivoluzionaria, nella sua
complessità, è il tema centrale, sinora rimosso, dalla rifondazione.
"Un altro mondo è possibile": non come riforma del capitale ma come
alternativa di sistema, come socialismo. Esso non risponde ad una
petizione "ideologica", né riguarda solamente l'identità dei
comunisti: risponde invece all'interesse generale delle classi
subalterne, dei popoli oppressi, della larga maggioranza
dell'umanità.
La crisi congiunta di capitalismo e riformismo rilancia l'attualità storica della prospettiva socialista come unica via d'uscita dalla crisi dell'umanità.
Nel quadro della crisi capitalistica e del dominio dell'imperialismo, tutte le questioni decisive che attengono alla condizione del genere umano e al suo futuro, non solo non possono trovare soluzione, ma sono destinate ad aggravarsi. Di converso tutte le esigenze e domande di emancipazione e liberazione cozzano sempre più entro la morsa della crisi con la proprietà borghese e la natura borghese dello Stato.
Le domande sociali più elementari (difesa dei salari,
salvaguardia o conquista del lavoro, difesa delle protezioni
sociali) si scontrano ovunque, quotidianamente, con gli opposti
imperativi del profitto e della competizione globale.
Le
rivendicazioni nazionali dei popoli oppressi, a partire dal popolo
palestinese, confliggono sempre più, tanto più dopo il crollo
dell'URSS, col monopolio del controllo imperialistico sul mondo e
col più stretto allineamento ad esso delle stesse borghesie
nazionali dei Paesi dipendenti.
Le rivendicazioni ambientaliste
sono frustrate dalla crescente assimilazione della natura al mercato
capitalistico e dallo spietato abbattimento dei costi indotto dalla
crisi.
Le rivendicazioni di pace e antimilitariste confliggono
più che mai coi venti di guerra del capitale, con le nuove rincorse
coloniali, con il keynesismo militare degli Stati
imperialisti.
Le stesse domande democratiche cozzano con le
restrizioni delle libertà, le nuove spinte xenofobe, l'involuzione
del diritto trascinati dalla crisi sociale e dalle intossicazioni
belliciste.
Su ogni terreno e da ogni versante tutte le petizioni di
progresso richiamano oggi obiettivamente un nuovo ordine del mondo,
una nuova organizzazione della società umana, liberata dal
capitalismo e dalle sue compatibilità. Non si tratta di chiedere al
capitale di essere sociale, democratico, ambientalista e pacifico.
Si tratta di impugnare ogni rivendicazione di classe, democratica,
ambientalista, di pace, contro il capitale per il suo
rovesciamento.
"Un altro mondo è possibile". Non come riforma del
capitale, del tutto utopica e impossibile invece. Ma come
socialismo: come abolizione della proprietà capitalistica; come
acquisizione alla proprietà sociale dei mezzi di produzione, di
comunicazione e di scambio; come organizzazione di una economia
mondiale democraticamente pianificata in cui lo stesso modello di
sviluppo possa essere ridefinito in base al primato della qualità
della vita, dei bisogni sociali, della relazione con l'ambiente e
tra i popoli. Nulla è più irrazionale di un sistema economico in cui
la crescita della povertà (recessione e disoccupazione) viene
determinata da un eccesso di ricchezza prodotta (sovrapproduzione).
Nulla è più ipocrita di una celebrata "democrazia" internazionale in
cui un pugno di duecento colossi multinazionali in lotta per il
controllo dell'economia del mondo concentra nelle proprie mani un
potere incontrollato e incontrollabile. Solo una rivoluzione
socialista può cancellare queste autentiche mostruosità.
Lo
stesso sviluppo impetuoso della scienza e della tecnica (nel campo
dell'informatica, della biotecnologia…) pone più che mai l'esigenza
di un nuovo ordine sociale mondiale. Asservite alla proprietà
privata e agli imperativi del profitto, le innovazioni tecnologiche
e scientifiche, fonte potenziale di nuovi orizzonti di progresso, si
tramutano paradossalmente in strumenti di nuova subordinazione e di
nuovo colonialismo (v. i brevetti).
Peraltro lo stesso indirizzo
della ricerca scientifica e tecnologica, le sue strutture di
gestione e finanziamento sono sempre più incorporati al capitale
finanziario e ai consigli d'amministrazione delle grandi imprese, e
quindi subordinati alle leggi capitalistiche. Solo un'economia
democraticamente pianificata può dunque segnare una svolta storica
nel rapporto tra l'umanità e la scienza. Solo abolendo la proprietà
privata, solo affermando il controllo sociale di produttori e
consumatori su "cosa, come, per chi produrre", in ogni Paese e su
scala mondiale, sarà possibile liberare le straordinarie
potenzialità della scienza per la vita della specie.
In definitiva il superamento della proprietà privata e del mercato - cioè l'essenziale del programma del Manifesto di Marx ed Engels - resta inevitabilmente un punto centrale della prospettiva comunista.
Certo: il recupero di questo programma generale non esaurisce, ovviamente, la rifondazione comunista. Il programma marxista va infatti continuamente sviluppato, arricchito sulla base dei mutamenti storici prodottisi e delle grandi esperienze del movimento operaio di questo secolo. Ma proprio l'aggiornamento del programma presuppone prima di tutto il suo recupero e il suo riscatto dalle profonde distorsioni di cui è stato oggetto.
Tesi 7 - IL NODO DEL POTERE
Un'economia democraticamente
pianificata presuppone e richiede la conquista del potere politico
da parte delle classi subalterne. Rimuovere la questione del potere,
aggirare la questione della sua conquista e della rottura
rivoluzionaria dello Stato borghese, significa rimuovere, al di là
delle parole, la prospettiva socialista e l'idea stessa di
rivoluzione. In questo senso il PRC è chiamato a superare il
richiamo gandhiano alla "non violenza" come proprio riferimento
culturale.
Nell'ultimo decennio diverse tendenze politico-culturali "neoriformistiche" hanno teso a teorizzare il superamento degli Stati nazionali e del loro potere come corollario del "nuovo capitalismo". Ne è scaturita l'esplicita cancellazione del tema stesso del potere politico e della sua conquista (v. Revelli), in nome del recupero più o meno aggiornato di antiche suggestioni "cooperativistiche", quale leva di "un'altra società possibile". In realtà queste teorie non solo non sviluppano il marxismo ma regrediscono a un premarxismo ingenuo, talora subalterno nelle traduzioni pratiche alle stesse politiche liberiste (v. il ruolo del Terzo settore come frequente surrogato del servizio pubblico e luogo di concentrazione di manodopera flessibile).
Invece natura e crisi del capitalismo contemporaneo e dell'imperialismo ripropongono più che mai il tema dello Stato e del potere come nodo strategico decisivo. Contro l'ipocrisia ideologica del liberismo, gli Stati nazionali e i governi borghesi che li gestiscono sono e restano un supporto decisivo del profitto: sia nella promozione attiva delle politiche di flessibilità, privatizzazione, compressione salariale e di spesa sociale; sia nell'espansione abnorme del sostegno finanziario diretto al capitale in crisi come si evince oggi sempre più scopertamente dal nuovo corso della politica economica americana. Ma soprattutto la ripresa del militarismo e le politiche di restrizioni antidemocratiche e di repressione diretta sul versante interno dell'ordine pubblico -connesse alla crisi di consenso sociale- ripropongono oggi più che mai il cuore autentico e profondo della natura dello Stato borghese: quello di "un corpo d'uomini in armi" (Engels) detentore del monopolio della violenza: contro i popoli oppressi del mondo e contro le classi subalterne nelle stesse metropoli imperialistiche. L'esperienza della repressione di Genova ne è un manifesto vissuto. Come lo sono le politiche di terrore dispiegate dall'imperialismo, in tempi di guerra come "di pace".
Nessun nuovo ordine sociale, nessun socialismo, potrà affermarsi all'ombra dell'apparato dominante dello Stato borghese. Né è pensabile che quell'apparato possa essere strumento delle classi subalterne nella transizione ad una società di liberi e di eguali. Al contrario la rottura dell'apparato statale e il suo rovesciamento rappresentano la condizione necessaria di un processo di liberazione sociale. In questo senso la rottura dell'apparato statale borghese è il principio fondante della concezione stessa della rivoluzione. E viceversa l'evocazione della categoria della rivoluzione fuori dal richiamo strategico alla rottura rivoluzionaria con lo Stato si riduce ad una "frase scarlatta" priva di ogni contenuto reale.
Il PRC è dunque chiamato a superare il richiamo gandhiano alla "non violenza" come principio culturale di riferimento. In primo luogo questo riferimento, coerentemente assunto, costituirebbe un atto di rottura con la storia stessa della lotta di classe come leva universale del progresso: ed in particolare con due secoli di lotta del movimento operaio e dei popoli oppressi contro il capitalismo e l'imperialismo. L'esercizio della forza delle classi subalterne ha costituito e costituisce nella storia del mondo un ricorso spesso insostituibile per difendere o conquistare libertà democratiche elementari, diritti sindacali, conquiste sociali, autodeterminazioni nazionali. Equiparare la violenza delle classi dominanti e la violenza delle classi subalterne in nome di un indistinto rifiuto della "violenza" in generale, significherebbe attestarsi su un pacifismo metafisico. Ma soprattutto la metafisica della "non violenza" costituisce un fattore di rottura con la prospettiva stessa della rivoluzione. L'apparato dello Stato borghese si è sempre contrapposto e si contrapporrà sempre con tutti i mezzi disponibili, alla prospettiva di emancipazione delle classi subalterne. E questo tanto più nell'epoca dell'imperialismo, del rilancio del militarismo, del diffuso rafforzamento delle tendenze repressive (v. Genova). Per questo il problema della forza resta inscritto, in tutta la sua complessità, nell'orizzonte strategico della rivoluzione. Pensare di eluderlo attraverso il richiamo filosofico alla "non violenza" significherebbe riproporre vecchie illusioni riformistiche che grandi masse e i comunisti stessi hanno già pagato a caro prezzo: come nel Cile del 1973. Forte naturalmente è la denuncia delle teorie e pratiche del terrorismo, così come, su un piano diverso, di culture e pratiche violentiste di tipo nichilistico-distruttivo (Black Block). Ma questa denuncia va mossa non da un'angolazione pacifista, tantomeno da un'identificazione nello Stato o nella sua azione repressiva, bensì da un'angolazione rivoluzionaria: da una politica protesa a costruire nelle lotte di classe la consapevolezza profonda della necessità strategica della rivoluzione come processo di massa, e proprio per questo irriducibilmente avversa a forme d'azione che invece rafforzano lo Stato, danneggiano i movimenti, distorcono l'identità stessa della prospettiva rivoluzionaria nella percezione della maggioranza dei lavoratori e dei giovani.
Tesi 8 - RIVOLUZIONE D'OTTOBRE E DEGENERAZIONE BUROCRATICA
Il
recupero del programma della rivoluzione d'Ottobre è condizione
decisiva della rifondazione. Ciò che è fallito nell'URSS non è la
pianificazione economica dello Stato ma la gestione burocratica
dell'economia pianificata. Ciò che è fallito nell'URSS non è il
potere dei lavoratori ma la casta burocratica che l'ha distrutto.
La rifondazione comunista deve recuperare a pieno il programma originario della Rivoluzione d'Ottobre.
Ciò che è fallito nell'URSS non è la pianificazione economica di
Stato al posto del mercato capitalistico. Al contrario l'esproprio
della borghesia e la concentrazione nelle mani dello Stato delle
leve della produzione ha garantito a quelle popolazioni grandi
conquiste sociali, non a caso oggi nel mirino della restaurazione
capitalistica. La insospettabile Banca Mondiale oggi dichiara: "La
pianificazione ha dato risultati impressionanti: crescita della
produzione, industrializzazione, educazione di base, cure sanitarie,
abitazione e lavoro per l'intera popolazione… Nel sistema a
pianificazione i Paesi del COMECON erano società con alto livello di
educazione… Anche in Cina i livelli dei risultati educativi erano, e
sono ancora, eccezionali se comparati con i Paesi in via di
sviluppo… In URSS e nei Paesi del COMECON le aziende erano spinte ad
impiegare il massimo di persone possibile, e perciò era molto più
comune avere scarsità di mano d'opera che disoccupazione…"
Ciò
che è fallita è la gestione burocratica dell'economia pianificata,
che ha espropriato progressivamente i lavoratori e i loro organismi
democratici di ogni funzione di gestione e controllo, a tutto
vantaggio di uno strato sociale privilegiato e parassitario. Uno
strato sociale che ha concluso la sua parabola storica
trasformandosi in agente della restaurazione capitalistica e,
quindi, in una nuova classe borghese sfruttatrice. Un processo che
ha confermato la validità dell'analisi marxista sulla degenerazione
dell'URSS così sintetizzata da Trotsky nel 1938: "Il pronostico
politico ha un carattere alternativo: o la burocrazia, diventando
sempre di più l'organo della borghesia mondiale nello Stato operaio,
distrugge le nuove forme di proprietà e respinge il Paese nel
capitalismo, o la classe operaia schiaccia la burocrazia e si apre
una via verso il socialismo." (Programma di transizione).
E ancora: ciò che è fallito in URSS non è la conquista del potere politico, la rottura della macchina statale borghese, il potere dei soviet. Ed anzi il superamento rivoluzionario della falsa democrazia borghese e la costruzione di una democrazia nuova e superiore ha rappresentato non solo un'esperienza storica straordinaria ma anche un riferimento decisivo, teorico e pratico, per la stessa nascita del movimento comunista di questo secolo. Ciò che è fallito al contrario, è il potere di una burocrazia che ha via via smantellato la democrazia dei soviet e del partito, trasformando la dittatura del proletariato nella dittatura della burocrazia sul proletariato. I suoi crimini efferati contro lavoratori e comunisti, nell'URSS e nel movimento comunista internazionale, non hanno rappresentato una astratta patologia del "potere" in quanto tale: ma un mezzo brutale di difesa del privilegio burocratico contro il programma originario della rivoluzione d'Ottobre. Per questo rimuovere la categoria stessa della conquista rivoluzionaria del potere politico nel nome della "rottura con lo stalinismo" significherebbe paradossalmente celebrarne, di fatto, la vittoria postuma.
Occorre invece trarre le lezioni dall'esperienza dell'URSS, rilanciando il programma fondamentale di Lenin e Trotsky e, in Italia, di Gramsci: quello che combina l'abolizione della proprietà borghese con la costruzione di un nuovo potere, della democrazia dei consigli. Una democrazia che ridefinisce natura e soggetto del potere, supera la scissione tra masse e istituzioni, abolisce i privilegi dei rappresentanti eletti, sancisce la revocabilità permanente di questi ultimi. Una democrazia che supera e rimuove quella rete di poteri legali e illegali, palesi e occulti, che restano il cuore di ogni democrazia borghese come strumento di intimidazione permanente contro i lavoratori. Una democrazia, infine, che è superiore proprio perché supera e rimuove la separatezza burocratica dello Stato borghese e perché coniuga il rispetto del pluralismo politico con il carattere pubblico della proprietà.
In definitiva, dal fallimento dello stalinismo occorre uscire non in direzione di un "socialismo di sinistra" riformistico-pacifista, ma nella direzione opposta della rifondazione comunista rivoluzionaria.
Tesi 9 - CENTRALITA' STRATEGICA DELLA CLASSE OPERAIA
La classe
operaia e il mondo del lavoro, nella sua nuova composizione ed
estensione, rappresenta il soggetto centrale di una prospettiva
socialista. La crisi di egemonia del liberismo e l'affacciarsi di
una giovane generazione di lavoratori segnano l'attuale disgelo
delle lotte, che conferma e rilancia le grandi potenzialità del
movimento operaio. A sua volta la classe lavoratrice potrà assolvere
il ruolo storico di "classe generale" solo ricomponendo su un
terreno anticapitalistico l'insieme delle domande di emancipazione e
liberazione.
Nell'ultimo decennio in particolare, più in generale negli ultimi
vent'anni, sullo sfondo dell'avanzata capitalistica i circoli
dominanti internazionali hanno dispiegato una vasta offensiva
politico-culturale tesa ad affermare la crisi strutturale o la
"scomparsa" della classe operaia. Non solo la socialdemocrazia
internazionale, ma vasti settori politici e intellettuali della
stessa "sinistra critica" hanno accolto e riproposto, in forme
diverse, questa leggenda. Lo stesso nostro partito, che pur ha
respinto giustamente le conclusioni ultime di quella impostazione
non ha sviluppato contro di essa una controffensiva adeguata.
La
realtà mondiale smentisce radicalmente la propaganda dominante.
Lungi dal registrare la scomparsa o il ridimensionamento della
classe lavoratrice, lo scenario mondiale è segnato da un vasto
processo di proletarizzazione che accresce complessivamente la massa
sociale del lavoro dipendente modificando al tempo stesso la sua
composizione. Nei paesi imperialistici la riduzione del livello di
concentrazione della classe operaia industriale, colpita da una
vasta offensiva capitalistica, si combina con processi di
proletarizzazione di vasti settori impiegatizi nel campo
dell'istruzione, dei servizi, dei trasporti, delle assicurazioni e
del credito, delle comunicazioni, e con una integrazione nel lavoro
salariato, nella forma particolarmente oppressiva del precariato, di
settori crescenti di giovani disoccupati. Gli stessi rapporti di
lavoro para-subordinato formalmente autonomo sono di fatto
espressioni di lavoro salariato. Nei paesi dipendenti lo stesso
processo internazionale di decentramento produttivo determina una
massiccia concentrazione di classe operaia industriale, spesso
sottoposta ai più classici meccanismi di sfruttamento taylorista.
Complessivamente dunque la stessa classe operaia dell'industria
conosce sul piano mondiale un'indubbia estensione.
Ugualmente
infondata è la teoria della crisi di ruolo della classe operaia e
della marginalizzazione della lotta di classe. La contraddizione tra
capitale e lavoro permea come non mai tutti gli ambiti della società
capitalistica contemporanea. Da un lato la crisi capitalistica
spinge le classi dominanti ad una continuità della propria offensiva
centrale contro il lavoro, al di là di ogni variazione del ciclo
economico congiunturale. Dall'altro lato il mondo del lavoro, che
pur ha subito ripetute sconfitte e un arretramento profondo negli
anni 80 e 90, conserva un gigantesco potenziale di lotta: nessuna
delle principali sconfitte subite negli ultimi vent'anni è stata
determinata di per sé dalla cosiddetta "crisi strutturale della
classe lavoratrice" bensì dalle responsabilità politiche e sindacali
delle sue burocrazie dirigenti. Certo ogni volta la sconfitta
subita, con l'arretramento sociale e gli effetti di demoralizzazione
che ne conseguivano, si rifletteva sui rapporti di forza e spesso
indirettamente sulla composizione sociale proletaria. Ma non era
quest'ultima a determinarla, semmai ne era in larga parte
determinata. La lotta di classe, entro la contraddizione tra
capitale e lavoro, resta dunque più che mai l'asse centrale di
formazione, scomposizione, ricomposizione dei blocchi sociali e dei
rapporti di forza in ogni paese capitalistico e su scala
internazionale.
Peraltro contro ogni profezia disfattista (v. Marco Revelli), la
tendenza alla ripresa del movimento di classe segna oggi, in forme
diverse, larga parte del quadro mondiale. Già negli anni 90, pur in
un contesto complessivamente negativo, le mobilitazioni operaie
sviluppatesi nell'Europa capitalista (Italia '94 e Francia '95) e in
Asia (Corea '95) indicavano le potenzialità dell'azione sociale
concentrata e di massa del movimento operaio, smentendo radicalmente
le tesi sociologiche di tanta parte della letteratura
"postfordista". Oggi l'affacciarsi di una nuova generazione operaia
su scala internazionale si accompagna ad una ripresa più visibile e
diffusa delle lotte dei lavoratori. Il "disgelo" è un fenomeno
mondiale ed ha una base materiale profonda: la crescente crisi di
egemonia delle politiche liberiste, dopo vent'anni, presso la
maggioranza della popolazione mondiale. Le classi dominanti hanno
accresciuto per vent'anni il proprio potere sui lavoratori e il
proprio dominio nella società: ma a scapito del consenso sociale. Il
loro potere è aumentato, la loro egemonia si è ridotta. Ed oggi la
crisi di egemonia della borghesia internazionale alimenta una nuova
reazione di lotta che trova nei giovani lavoratori la propria leva
naturale. Milioni di giovani lavoratori e lavoratrici non si
rassegnano più ad un futuro peggiore di quello dei loro padri. Ed il
capitale in crisi non ha nulla da offrire loro se non un
peggioramento ulteriore delle condizioni di lavoro e di vita. Questa
contraddizione segnerà nel profondo tutta la prossima fase storica.
Il rilancio e l'estensione delle mobilitazioni di classe, al di là
delle imprevedibili dinamiche contingenti e dei possibili riflussi
temporanei, tenderà a pervadere lo scenario internazionale.
Il
rilancio di una prospettiva socialista e rivoluzionaria può e deve
trovare la propria radice centrale in questa ripresa del movimento
operaio internazionale, quale soggetto centrale dell'alternativa
anticapitalistica.
Ciò non significa né deve significare un
ripiegamento "operaistico-sindacalistico". Il movimento operaio
internazionale potrà configurarsi come leva centrale di
un'alternativa rivoluzionaria alla condizione di non limitarsi ad
una pura azione sindacale o di fabbrica: ma ricomponendo su un
terreno anticapitalistico e di classe l'insieme delle domande di
emancipazione e liberazione, l'insieme dei soggetti portatori di
tale domande su scala mondiale.
Sotto questo profilo le
cosiddette teorie del "policentrismo" (abbracciate dallo stesso
PRC), che assimilano la contraddizione tra capitale e lavoro
all'insieme indistinto delle altre contraddizioni (ambientali, di
pace, di genere…), capovolgono il nodo strategico reale. Non si
tratta di accostare alla "cultura di classe" la "cultura
ambientale", la "cultura di genere", la "cultura di pace" spesso
assunte nella loro espressione ideologica neoriformistica. Si
tratta, all'opposto, di sviluppare l'egemonia anticapitalistica e di
classe sul terreno dell'ambiente, della pace, della liberazione
della donna, entro un processo di ricomposizione unificante per
l'alternativa di sistema.
Tesi 10 - MOVIMENTO ANTIGLOBALIZZAZIONE
L'affacciarsi di una
giovane generazione sul terreno della lotta (movimento
antiglobalizzazione), ripropone tanto più oggi l'attualità del
rilancio di una prospettiva storica rivoluzionaria. La conquista
della giovane generazione alla prospettiva socialista è un compito
difficile ma decisivo della Rifondazione.
La nascita e lo sviluppo del movimento antiglobalizzazione su scala mondiale non è separato dalla ripresa della lotta di classe. Riflette la stessa crisi di egemonia del liberismo che alimenta la ripresa delle lotte sociali. Così come riflette quello stesso risveglio di ampi settori di giovani, che segna la svolta nella mobilitazione dei lavoratori. La stessa composizione sociale del movimento è spesso segnata da un'ampia presenza di giovani precari.
Ma l'importanza del movimento antiglobalizzazione non è data solo
dal sintomo che riflette, ma dalle conseguenze che produce. Le
mobilitazioni massicce contro i vertici capitalistici
internazionali, lungo l'itinerario di Seattle, Praga, Nizza, Genova,
hanno mostrato con grande potenza simbolica alle classi subalterne
del mondo intero che le politiche dominanti possono essere
contestate, che una massa crescente di giovani ne fa oggetto di una
aperto rifiuto. Questo fatto ha favorito un consenso largo e diffuso
attorno alle ragioni del movimento, un salto netto della sensibilità
critica antiliberista di ampi settori di massa; un incoraggiamento
obiettivo alla stessa ripresa di lotta della classe operaia in molti
paesi. Peraltro in diversi Paesi, le mobilitazioni
antiglobalizzazione hanno visto, in forme diverse, la partecipazione
diretta di settori di classe e di loro organizzazioni sindacali e/o
politiche. Più in generale il movimento antiglobalizzazione ha
capitalizzato e incanalato in un quadro largo tutte le istanze di
contestazione dell'attuale ordine del mondo (sociali, democratiche,
ambientali, di pace) da un lato riflettendo, dall'altro incentivando
un mutamento diffuso della percezione pubblica del capitalismo. Le
potenzialità anticapitaliste di questo movimento, per quanto
latenti, sono dunque di grande rilevanza.
Tuttavia limitarsi alla
lode del movimento antiglobalizzazione o addirittura promuovere un
culto della sua spontaneità, come di fatto fa oggi il nostro
partito, costituisce un errore profondo. Decisiva infatti è e sarà
la direzione di marcia del movimento, in ordine agli orientamenti
programmatici che vi prevarranno, alle scelte politiche che ne
derivano, al segno di egemonia sociale che esse riflettono.
Larga parte delle culture oggi egemoni nel movimento
antiglobalizzazione internazionale sono di tipo neoriformistico. Non
si tratta di "disprezzarle" ma di coglierne la radice
storico/sociale e la ricaduta profondamente negativa per le ragioni
del movimento stesso.
Sullo sfondo dell'arretramento del
movimento operaio degli anni '80-'90, entro una situazione storica
segnata congiuntamente dalla crisi di egemonia del liberismo e dalla
crisi di credibilità del "socialismo" (nella sua rappresentazione
storica ereditata) si è determinato un vasto campo di sviluppo di
culture "critiche" del capitalismo ma non anticapitaliste: di
culture e "programmi" tesi a ricercare un altro mondo possibile
entro il capitalismo e non in alternativa ad esso. Queste culture
politiche non sono omogenee ed anzi sono segnate da differenze
profonde: comprendono tendenze apertamente collaborative con forze e
istituti del capitalismo mondiale in una logica di pressione critica
sul loro operato; tendenze neokeynesiane votate alla ricerca di una
razionalizzazione antispeculativa del capitale (v. i vertici di
ATTAC); tendenze basate sulle esperienze di terzo settore e sul
recupero culturale di antiche suggestioni cooperativistiche
(neoproudhoniane); tendenze anarco/ribelliste portatrici di una
sorta di "neo-luddismo " (Black block). Ma il loro tratto comune è o
la ricerca illusoria di un capitalismo "equo", o la rivendicazione
di un proprio spazio antagonistico all'interno del capitalismo:
comunque la negazione di una prospettiva socialista e della
centralità della contraddizione tra capitale e lavoro come leva di
un'alternativa sociale. In questo senso tali culture minacciano di
deviare l'anticapitalismo latente del movimento e i sentimenti
antiliberisti di milioni di giovani verso un orizzonte al tempo
stesso utopico e subalterno: ostacolando obiettivamente lo sviluppo
della coscienza politica del movimento e la sua convergenza di lotta
con la classe operaia internazionale e con i movimenti di
liberazione dei popoli oppressi.
I comunisti debbono radicarsi a fondo nel movimento
antiglobalizzazione, partecipare attivamente alla sua costruzione e
alle sue strutture, legarsi profondamente ai sentimenti di massa
antiliberisti, cogliendone le straordinarie potenzialità: ogni
atteggiamento di distacco, di sufficienza dottrinaria verso il
movimento va contrastato apertamente. Ma la lotta contro le
posizioni riformiste, per un'egemonia alternativa è la ragione
stessa della presenza dei comunisti nel movimento. Egemonia non è né
predicazione ideologica né imposizione burocratica: egemonia è lotta
aperta per la conquista politica e ideale del movimento a un
programma anticapitalista; per collegare tutte le ragioni di fondo
che il movimento esprime, nel vivo della sua esperienza quotidiana
(ragioni sociali, ambientali, democratiche, di pace) alla
prospettiva socialista; per ricondurre di conseguenza tutte le
istanze di fondo del movimento all'incontro strategico con la classe
operaia. L'affermarsi nel movimento antiglobalizzazione di
un'egemonia anticapitalistica della classe operaia, quale soggetto
centrale di un blocco storico alternativo su scala mondiale, è tanto
più oggi una esigenza vitale per il movimento stesso. Il nuovo
scenario di guerra imperialistica pone il movimento di fronte a una
prova impegnativa che richiede un salto di coscienza politica e di
orizzonte. Lo scontro tra imperialismi e popoli oppressi tenderà ad
aggravarsi. Lo scontro di classe sul fronte interno tenderà ovunque
ad inasprirsi. Il movimento non può più vivere di iniziative
simboliche, di critiche intellettuali delle ingiustizie del mondo,
di ricette accademiche utopiche o minimali, senza rischiare di
logorare la propria forza. Né può affidarsi ad una pratica generica
di "disobbedienza". Una pagina del movimento si è in ogni caso
chiusa. E' necessaria una scelta chiara di collocazione sociale e di
orizzonte strategico in ogni paese e su scala mondiale. Non è
sufficiente una critica del liberismo senza schierarsi apertamente a
fianco dei lavoratori e delle loro lotte. Non è sufficiente una
critica dei poteri dominanti del mondo senza schierarsi al fianco
dei popoli dominati. Su ogni terreno l'alternativa tra opzioni
riformiste e anticapitaliste, pacifiste o antimperialiste, sarà
posta dai fatti nel dibattito stesso del movimento.
I comunisti
possono e debbono impegnarsi su un terreno più difficile ma più
avanzato perché un ampio settore della giovane generazione maturi
una coscienza politica rivoluzionaria e di classe. Per questo la
costruzione di una tendenza rivoluzionaria internazionale nel
movimento antiglobalizzazione è tanto più oggi una necessità
inaggirabile.
Tesi 11 - CAPITALE E QUESTIONE AMBIENTALE
Gli sviluppi
politici e le dinamiche del capitale degli anni novanta sono stati
devastanti per l'ambiente. Tutti i vecchi problemi si sono estesi,
sono emerse nuove emergenze su scala planetaria. E' sempre più
stretto l'intreccio fra questioni ambientali e questioni sociali. A
fronte di tutto questo, tanto gli approcci etico-culturali quanto il
riformismo verde si sono rivelati inadeguati e impotenti. La
costruzione di un efficace movimento ambientalista richiede
l'allargamento della sua base sociale e un programma di obiettivi
chiaramente anticapitalistici: in ultima analisi, un nuovo modello
di sviluppo non sarà possibile senza un nuovo modo di produzione,
senza il rovesciamento del capitalismo. E' questo l'approccio
strategico che i comunisti devono portare anche nel loro intervento
nel movimento.
Il capitalismo non è in grado o non è interessato a porre rimedio
ai problemi ambientali; viceversa, la devastazione ambientale è oggi
un portato intrinseco della logica del profitto e del libero
mercato. Gli anni novanta hanno visto moltiplicarsi problemi e crisi
ambientali, con una relazione sempre più stretta fra involuzione
delle condizioni politiche e sociali e peggioramento della
condizioni ambientali. Il fatto è che le dinamiche oggettive del
modo di produzione capitalistico - sempre meno frenate dai vincoli
sociali e politici che nei decenni precedenti avevano portato alla
crescita dei movimenti ambientalisti e all'adozione di tutta una
serie di interventi di protezione ambientale - hanno portato
all'estensione e all'aggravamento dei vecchi problemi (inquinamento,
nocività delle fabbriche, devastazione del territorio, sviluppo di
tecnologie ad alto rischio, degradazione degli ambienti naturali e
storici, ecc.) e alla creazione di nuove emergenze su scala sempre
più estesa, tendenzialmente planetaria (problema dei rifiuti, buco
nell'ozono, effetto serra, deforestazione, impoverimento della
biodiversità, ecc.).
Le sconfitte operaie e la ricerca della
produzione al più basso costo porta infatti ad abbattere anche le
misure di protezione ambientale e di prevenzione sanitaria, a
sfruttare le risorse e il territorio nel modo più distruttivo, a
ignorare i vincoli sociali e le compatibilità ambientali. La
liberalizzazione del commercio tende a generalizzare lo sfruttamento
incontrollato e illimitato delle risorse ambientali minando i
sistemi di regolazione locale. Con la privatizzazione dei servizi la
logica del profitto si appropria dei beni comuni come l'acqua e
tramite i brevetti essa arriva a monopolizzare le risorse biologiche
e gli avanzamenti scientifici e tecnologici, scavalcando ogni
controllo democratico e ogni preoccupazione di ordine sociale
(esemplari le vicende degli Ogm e dei farmaci anti-Aids). La stessa
sicurezza alimentare è diventata un problema drammatico non solo nei
paesi del Terzo mondo, dove è sempre stata il prodotto dello
sfruttamento imperialistico, ma anche nei paesi avanzati (caso
"mucca pazza"), dove è il risultato del produttivismo esasperato e
incontrollato che domina il settore agro-alimentare, sotto la spinta
della competitività e del profitto.
D'altra parte, i rapporti di
forza su scala internazionale consentono alle multinazionali,
tramite le scelte dei governi degli Stati imperialisti, di imporre i
propri desiderata nelle negoziazioni degli accordi internazionali in
materia ambientale (v. l'attitudine del governo Usa nel caso del
protocollo di Kyoto sulle emissioni dei gas-serra). Così restano
senza efficaci risposte lo sfruttamento irrazionale e la distruzione
delle foreste, l'impoverimento della risorse biologiche,
l'avanzamento dei deserti, i cambiamenti climatici e le sempre più
frequenti "catastrofi naturali" che da tali mutamenti derivano.
Sempre più il futuro dell'umanità si identifica nell'alternativa
"socialismo o barbarie", essendo la tendenza alla barbarie
senz'altro accelerata dal progressivo degrado della capacità del
pianeta di sostenere lo sviluppo umano.
Di fronte a questi
sviluppi, in cui si intrecciano sempre più strettamente questioni
sociali e questioni ambientali, si dimostrano sempre più inadeguati
e impotenti tanto gli approcci meramente etico-culturali quanto le
tradizionali politiche di riformismo verde. Oggi i movimenti
ambientalisti sono di fronte a una duplice sfida: da un lato
riuscire ad allargare e a unificare la propria base sociale,
integrando i bisogni e le domande dei diversi soggetti che sono
vittime delle tendenze distruttive del capitale; dall'altro riuscire
a formulare obiettivi di lotta e una prospettiva credibili. Ciò è
possibile soltanto in un'ottica anticapitalistica: infatti, un nuovo
modello di sviluppo non sarà possibile, in ultima analisi, senza un
nuovo "modo di produzione", ossia senza passare per il rovesciamento
del capitalismo. Questo è tanto più vero se si considera
l'intrinseca dimensione internazionale dei problemi ambientali. E'
questo l'approccio strategico che i comunisti devono portare anche
nell'intervento e nella costruzione del movimento.
Su un altro
piano, la questione ambientale pone alla rifondazione comunista la
sfida e il compito di un aggiornamento dei propri strumenti teorici
e della concezione del socialismo. Anche in questo campo, tuttavia,
non si parte da zero. Rispetto al primo compito, il recupero della
riflessione originaria del marxismo sul nesso capitalismo-natura è
un passaggio indispensabile per lo sviluppo di strumenti adeguati
per affrontare i temi ambientali del presente e per un confronto
proficuo con i contributi critici del pensiero ecologico. Per un
altro verso, è importante riscoprire e rileggere l'eccezionale
esperienza dei primi anni del potere sovietico quando, anche per
merito della lungimiranza di Lenin, si sviluppò in URSS una vera e
propria "primavera dell'ecologia" che pose questioni essenziali,
quali il varo di una legislazione ambientale, lo sviluppo di un
movimento popolare indipendente per la protezione della natura e
l'introduzione della sostenibilità ambientale fra i vincoli della
pianificazione economica. Questa esperienza straordinaria e
precorritrice fu prima interrotta e poi rimossa dalla repressione
staliniana all'inizio degli anni trenta ma essa resta la prova
vivente che, non l'ispirazione marxista o il fine del socialismo, ma
semmai la loro negazione staliniana sono responsabili del fallimento
del cosiddetto "socialismo reale" in campo ambientale e della
rimozione per molti anni del tema dell'ambiente dal campo di
riflessione del movimento comunista.
Tesi 12 - PROGRAMMA TRANSITORIO
La stessa ricomposizione del
blocco sociale alternativo richiede l'elaborazione di un sistema di
rivendicazioni e di un metodo che sappiano connettere gli obiettivi
immediati dell'azione alla prospettiva unificante dell'alternativa
anticapitalistica. Superando quelle concezioni neoriformistiche che,
in forme diverse, ripropongono la vecchia separazione tra "programma
minimo" (obiettivi immediati) e "programma massimo" (socialismo),
cara alla II Internazionale di fine Ottocento inizio Novecento e
contro la quale nacque il movimento comunista.
La svolta d'epoca attuale rende del tutto improponibile la vecchia separazione tra programma minimo e programma massimo del movimento operaio. Entro la crisi capitalistica ogni obiettivo immediato, ogni reale movimento di massa tende a cozzare con le ristrette compatibilità del capitale. Mentre la coscienza politica delle masse e dei loro stessi movimenti di lotta, tanto più dopo le sconfitte subite, è profondamente al di sotto delle implicazioni oggettive delle loro esigenze.
Questa contraddizione di fondo riattualizza la concezione comunista del programma di transizione: di un programma che sia capace di individuare un ponte tra coscienza attuale delle masse e necessità della rottura anticapitalistica.
Il programma transitorio non può ridursi ad uno schema scolastico e rigido. Ed anzi per sua stessa natura esso richiede un'articolazione duttile, capace di rapporto con la concreta dinamica della lotta di classe. Ma l'essenziale è il suo metodo: è la riconduzione agli scopi rivoluzionari di tutta la politica quotidiana, in ogni ambito di insediamento sociale, territoriale, sindacale, fuori da ogni logica settorialista, localista o sindacalista. Proprio per questo non si può richiedere a un programma di transizione il rispetto delle compatibilità: al contrario esso si fonda sul presupposto che le esigenze generali delle masse sono, in questa epoca di crisi, incompatibili con la struttura capitalistica della società.
Oggi l'aggravarsi della crisi capitalistica mondiale, il riemergere su scala internazionale di una diffusa spinta di classe, l'affacciarsi del movimento antiglobalizzazione, definiscono un nuovo quadro di riferimento per l'articolazione di un programma transitorio: non come astratta accademia ma in risposta ai nuovi livelli di scontro sociale e alle nuove domande che milioni di giovani si pongono.
Sul versante centrale della lotta di classe l'aggravarsi della
crisi capitalistica pone l'esigenza obiettiva di un più elevato
livello di risposta: sia in relazione all'unificazione
internazionale delle lotte, sia in rapporto al programma d'azione
del movimento operaio internazionale.
Le rivendicazioni
tradizionali, cosiddette difensive, attorno ai temi della
salvaguardia dei salari, del posto di lavoro, delle protezioni
sociali, conservano naturalmente, tanto più oggi, tutta la loro
immediata centralità. Ma domandano un riferimento unificante e di
prospettiva, che metta apertamente in discussione le basi
capitalistiche della regressione sociale e indichi un'alternativa
complessiva. Per esemplificare:
a) L'attacco internazionale all'occupazione ripropone in tutta la sua valenza storica l'obiettivo della riduzione generale dell'orario di lavoro per l'intera classe lavoratrice mondiale, fuori da ogni logica di negoziazione con la flessibilità e interamente pagata dai profitti. Non si tratta di ridurre la tematica dell'orario a semplice rivendicazione sindacale o, peggio, di affidarla a governi borghesi presunti "riformatori", ma invece di assumerla come obiettivo generale anticapitalistico. "Il lavoro che c'è va distribuito fra tutti sino al completo assorbimento dei disoccupati": questa rivendicazione di scala mobile delle ore di lavoro prefigura in definitiva un'organizzazione socialista dell'economia basata su un principio di razionalità elementare che l'irrazionalità del capitalismo ignora. Per questo essa va posta con forza nella giovane generazione operaia internazionale: come esemplificazione "popolare" di un'alternativa di sistema.
b) La precarizzazione mondiale del lavoro, come asse strategico dell'attacco capitalistico, richiede una risposta generale di carattere internazionale. Una pura attestazione difensiva categoria per categoria, Paese per Paese; logiche di negoziazione e scambio tra "lavoro minimo" e sussidio (work to welfare); rappresentano forme diverse di accettazione del terreno posto dall'avversario. I comunisti debbono invece avanzare, in ogni Paese, un complesso di rivendicazioni unificanti: l'abolizione di tutte le leggi di precarizzazione e discriminazione del lavoro, a partire dal principio universale "a parità di lavoro parità di salario"; un salario minimo garantito intercategoriale per tutti i lavoratori e le lavoratrici, al di là di ogni barriera nazionale, settoriale, aziendale; un salario garantito ai disoccupati e ai giovani in cerca di prima occupazione, fuori da ogni scambio col lavoro "minimo" (cioè precario). L'insieme di queste rivendicazioni non solo indica un possibile terreno di ricomposizione strategica tra lavoratori e disoccupati, ma perciò stesso cozza frontalmente con le politiche strutturali del capitale internazionale in crisi, assumendo tanto più oggi un'obiettiva valenza anticapitalistica.
c) La chiusura di aziende e le relative espulsioni di mano d'opera, portato naturale della crisi capitalistica e dei processi di ristrutturazione indotti dalla competizione globale pone un problema centrale di orientamento del movimento operaio. La moltiplicazioni di azioni di resistenza, in ordine sparso, o, peggio, la logica delle burocrazie sindacali di svendita negoziata e "ammortizzata" dei posti di lavoro, azienda per azienda, settore per settore, hanno accompagnato in questi anni nei vari Paesi il processo di arretramento del movimento operaio, delle sue conquiste sindacali, della sua stessa forza sociale. E' decisiva l'unificazione internazionale delle lotte di resistenza attorno a un possibile obiettivo unitario da perseguire in ogni Paese: la nazionalizzazione, senza indennizzo, e sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici delle industrie che licenziano. In Francia, attorno al caso Danone, settori rilevanti di giovane generazione operaia hanno impugnato in manifestazioni di massa questa rivendicazione elementare: "licenziare i licenziatori". I comunisti possono e debbono assumerla e rilanciarla come indicazione esemplare: che lega la domanda concreta e drammatica della difesa del lavoro alla messa in discussione della proprietà capitalista.
Più in generale, questo metodo transitorio può e deve rispondere
da un versante di classe all'insieme delle domande emergenti dai
nuovi movimenti e dalla giovane generazione, riconducendole sempre
alla questione decisiva della proprietà e del potere. Ad esempio:
1) La domanda di protezione sanitaria, di sicurezza alimentare,
di risanamento e qualità ambientale è espressa dall'insieme del
movimento antiglobalizzazione internazionale e incontra un sostegno
vastissimo nell'opinione pubblica dei lavoratori e dei consumatori.
Eppure la risposta programmatica che le leadership egemoni del
movimento danno ai problemi che esse stesse denunciano resta interna
ad una logica riformista: campagne di educazione pubblica della
proprietà a "comportamenti umanitari", campagne anti-marchio, di
boicottaggio, di "consumo critico". L'elemento comune di tali
proposte che pure racchiudono una critica positiva del profitto, è
la rimozione strategica del nodo della proprietà e della lotta di
classe. E questo le condanna ad un vicolo cieco strategico che
contrasta con la loro apparente concretezza o visibilità mediatica.
La stessa Naomi Klein riconosce esplicitamente questa impasse con
grande onestà intellettuale (v. "No Logo"). I comunisti devono
allora elevare nel movimento l'ordine di riflessione e di indirizzo
ricollocando le tematiche poste sul terreno degli obiettivi
anticapitalisti. Ad esempio:
a) L'apertura dei libri contabili
delle industrie farmaceutiche e delle industrie alimentari, perché
siano aboliti quei segreti commerciali, industriali, finanziari che
nascondono alla società le speculazioni del profitto.
b) La
rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto
controllo sociale delle industrie farmaceutiche, agroalimentari e
inquinanti a partire dai grandi colossi monopolistici dei rispettivi
settori: perché salute e alimentazione, beni elementari della vita,
siano recuperati al controllo pubblico.
c) L'abolizione dei
brevetti: perché i brevetti sono un sequestro per il profitto di
pochi di scoperte utili o decisive per la vita di tutti; la loro
abolizione è condizione decisiva per un controllo e uso sociale
della scienza.
2) La domanda di pace e antimilitarista sarà alimentata sempre
più dalla prevedibile piega degli avvenimenti mondiali. Anche su
questo terreno l'impostazione pacifista delle leadership egemoni del
movimento, oltre a rimuovere la dimensione antimperialista e ad
avallare la funzione dell'ONU rimuove ogni terreno programmatico di
fondo che leghi l'istanza di pace alla lotta per l'abbattimento
degli interessi capitalistici che sospingono la guerra. I comunisti
devono muovere invece da un'angolazione opposta. Oggi lo sviluppo
dell'industria bellica e il suo crescente livello di concentrazione
capitalistica (in USA, in Europa, in Giappone) è sospinto sia dal
rilancio imperialistico, sia dalla ripresa del keynesismo militare
in funzione anti-crisi. Nella più ampia mobilitazione unitaria
contro la guerra, si tratta allora di porre apertamente la questione
dell'industria militare e degli interessi di guerra avanzando
rivendicazioni conseguenti:
a) L'apertura dei libri contabili
delle industrie di guerra e delle attività connesse alle
speculazioni di guerra: perché l'intera società ha diritto di vedere
e di leggere i cinici arricchimenti di tanti capitalisti "patrioti"
grazie ai bombardamenti umanitari sulle popolazioni povere del
pianeta.
b) La nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il
controllo dei lavoratori dell'industria militare: perché è
condizione elementare di igiene sociale oltre che di una possibile
riconversione a produzioni civili con piena garanzia per
l'occupazione dei lavoratori.
3) La lotta contro la povertà dei cosiddetti Paesi del Terzo
mondo è uno degli elementi di massima attenzione e aggregazione nel
movimento antiglobalizzazione su scala mondiale. Ma un significativo
settore dell'intellettualità dirigente del movimento propone una
visione riduttiva del problema e soprattutto suggerisce terapie
devianti. O soluzioni regressive di tipo precapitalistico, che
indipendentemente dal loro dubbio realismo finirebbero addirittura
col peggiorare le condizioni di vaste masse (v. le soluzioni
neo-protezionistiche di Latouche); o soluzioni velleitarie per di
più integrabili e in parte integrate in modo subalterno
nell'economia capitalistica (v. il commercio equo e la finanza
equa); oppure ancora politiche di compromesso negoziale con
l'imperialismo (come il sostegno alla negoziazione del debito da
parte di Giubileo 2000). I comunisti, nel mentre costruiscono una
sintonia profonda con la sensibilità di milioni di giovani impegnati
nella lotta alla povertà, possono e debbono contrastare queste false
soluzioni, avanzando, entro una prospettiva generale di
riorganizzazione socialista dell'economia del mondo, precise
rivendicazioni transitorie:
a) l'abolizione reale e totale del
debito pubblico dei Paesi dipendenti: perché se il debito è un
cappio al collo di quei Paesi la sua negoziazione si rivela un
secondo cappio, attraverso lo scambio tra riduzione del debito e
certezza del pagamento, tra riduzione del debito e cessione di
pacchetti azionari strategici (come la stessa Susan George ha dovuto
riconoscere).
b) L'esproprio sotto il controllo dei lavoratori e
dei consumatori dei 200 colossi multinazionali che sono al vertice
dell'economia mondiale: perché sono gli agenti diretti e i massimi
beneficiari delle politiche di rapina e di saccheggio
internazionale. Non vi sarà alcun riscatto dalla povertà, nessun
nuovo modello di economia sostenibile nel mondo, senza rimuovere
l'enorme potere di quei colossi. Paese per Paese va sviluppata una
vasta campagna per l'apertura dei loro libri contabili, la
trasparenza dei loro conti bancari, la nazionalizzazione dei loro
beni.
Tesi 13 - LIBERAZIONE DELLA DONNA
La Rifondazione può e deve
recuperare la tematica decisiva della liberazione della donna, entro
la prospettiva del comunismo. Contro ogni sua riduzione
economicistica così come, all'opposto, contro ogni sua deriva
idealistica.
Contro ogni sua riduzione economicistica, la rifondazione deve riconoscere apertamente la specificità dell'oppressione femminile, che per le donne proletarie si somma allo sfruttamento di classe. Un'oppressione che, attraverso la schiavitù domestica, è organicamente funzionale alla riproduzione capitalistica.
Al tempo stesso la rifondazione è chiamata a criticare e respingere le teorie idealistiche oggi presenti in una parte rilevante del pensiero femminista che concepiscono l'oppressione femminile come fatto dovuto all'imposizione da parte dell'uomo sulla donna del proprio codice simbolico. Questa tesi, che rimuove l'origine storica (comunque complessa) dell'oppressione femminile per attribuirla ad una radice in ultima analisi biologica, spesso riduce la liberazione della donna ad una rivoluzione simbolica e culturale (la riappropriazione del proprio linguaggio rimosso) separandola di fatto da un contenuto sociale, e prescindendo in tal modo da un terreno concreto di lotta.
Al contrario, il rilancio di una prospettiva di liberazione della donna è inseparabile da una lettura di classe del mondo contemporaneo. La crisi congiunta di capitalismo e riformismo si scarica con raddoppiata violenza sulla condizione delle donne. Nei paesi imperialisti disoccupazione di massa, precariato, flessibilità, privatizzazione dei servizi, riguardano spesso prima di tutto la popolazione femminile. Nei Paesi dell'Europa orientale, sottoposti all'introduzione brutale delle leggi del mercato, si registra un drastico abbassamento del livello di vita delle donne. Nei Paesi del cosiddetto Terzo e Quarto mondo, guerre e miseria provocate e fomentate dalle politiche neocolonialiste dell'occidente, aggravate dal fondamentalismo religioso dei Paesi a regime teocratico (Iran e Afghanistan…) rendono la condizione della donna letteralmente disumana. Le donne immigrate in particolare rappresentano internazionalmente l'anello più debole della catena dell'oppressione femminile. Ovunque l'arretramento del movimento operaio trascina con sé conquiste sociali e democratiche delle donne, strappate nella precedente fase di ascesa. E la distruzione di tali conquiste ha esteso e acuito l'oppressione femminile nella sua stessa specificità.
Non a caso oggi, mentre procede lo smantellamento dei sistemi pubblici di wellfare, conosce un forte rilancio l'ideologia familistica che esalta la "naturale" vocazione femminile per il lavoro di cura, allo scopo di scaricare di nuovo sulle donne il peso delle persone inferme, anziane, disabili, ecc. di cui si vuole sgravare il bilancio pubblico e in ultima analisi l'impresa.
Proprio per queste molteplici ragioni la svolta d'epoca di fine secolo rilancia lo stretto vincolo tra liberazione delle donne e alternativa anticapitalistica.
La ripresa di un forte movimento di liberazione della donna su scala internazionale, che intrecci rivendicazioni democratiche e di genere e lotta all'oppressione sociale, è una componente decisiva del rilancio di una prospettiva socialista. Al tempo stesso solo una prospettiva socialista, che spezzi il dominio del capitale nel mondo, può creare le condizioni necessarie, non sufficienti, per un'effettiva liberazione delle donne dalla loro specifica oppressione. Per questo liberazione della donna e lotta di classe sono inscindibili nell'ottica della prospettiva rivoluzionaria.
Duplice è allora il compito della Rifondazione: sviluppare nel movimento operaio la coscienza dell'essenzialità della liberazione della donna contrastando ogni forma di pregiudizio; sviluppare nel movimento delle donne la consapevolezza della centralità della lotta di classe e del movimento operaio come riferimento strategico per la propria liberazione: promuovendo in questa prospettiva il massimo impegno nella lotta quotidiana delle donne per la difesa e l'ampliamento dei propri diritti sociali e di genere.
Tesi 14 - INTERNAZIONALE COMUNISTA
La rifondazione comunista
si presenta più che mai come necessità internazionale: come
rifondazione di un'internazionale comunista basata sul programma del
marxismo rivoluzionario, capace di raggruppare su questo programma
tutte le organizzazioni e correnti rivoluzionarie del movimento
operaio e antimperialista del mondo.
L'approfondirsi della crisi sociale e politica mondiale e l'attualità storica della prospettiva socialista quale unica risposta reale e progressiva; lo scarto ampio tra le potenzialità anticapitaliste inscritte nella ripresa dei movimenti e i limiti della loro coscienza politica, ripropongono oggi più che mai come questione centrale la prospettiva della rifondazione di un'internazionale comunista rivoluzionaria: quale strumento indispensabile di direzione alternativa, di sviluppo della coscienza politica di massa, di ricomposizione anticapitalistica dell'avanguardia.
Il movimento marxista si è sempre concepito come movimento internazionale non solo sul piano della prospettiva strategica ma anche sul piano organizzativo. Proprio il carattere internazionale del programma comunista fondava necessariamente il carattere internazionale del partito dei comunisti. Già il Manifesto di Marx ed Engels del 1848 fu redatto quale piattaforma internazionale di un'associazione internazionale di lavoratori (Lega dei Comunisti). Così il carattere internazionale del partito fu riaffermato con la I Internazionale (1864-1876) e con la II Internazionale (nata nel 1889). La deriva riformista di quest'ultima, culminata nell'appoggio ai crediti di guerra da parte della sua maggioranza (1914), fu contrastata dalla sinistra rivoluzionaria dell'Internazionale (guidata da Lenin, Trotsky, Luxemburg, Liebnecht) che già nel 1915 lanciò la prospettiva di una nuova internazionale rivoluzionaria: quella Terza Internazionale comunista che sarà formalmente costituita dopo la vittoria della rivoluzione russa (salutata da Lenin come "iniziò della rivoluzione mondiale").
Lo stalinismo ruppe radicalmente con la tradizione internazionale del marxismo rivoluzionario: con la sua tradizione programmatica e, quindi, con la sua tradizione organizzativa. A partire dall'inedita teoria antimarxista del "socialismo in un solo Paese" -espressione ideologica degli interessi di un nuovo strato sociale burocratico- lo stalinismo condusse l'Internazionale prima alla collaborazione di classe e di governo con le "borghesie progressiste" (i "fronti popolari"), poi al suo scioglimento formale nel 1943. La rappresentazione dello stalinismo come una sorta di fondamentalismo dogmatico marxista -rappresentazione prevalente nella maggioranza uscente del PRC- si rivela dunque, anche da questo versante, l'esatto capovolgimento della verità storica.
Oggi non c'è rottura vera e profonda con lo stalinismo senza recuperare la prospettiva dell'internazionale comunista come partito mondiale della classe lavoratrice. Il rifiuto di assumere questa prospettiva, persino come terreno di discussione, ha rappresentato e rappresenta un errore profondo della maggioranza dirigente del PRC. Sia che il rifiuto muova da culture di tipo "campista", che assumono come asse di prospettiva internazionale l'alleanza inter-statuale "antimperialista" tra Russia, Cina e India, prospettiva del tutto priva di una base di classe e radicalmente smentita dalla presente guerra. Sia che il rifiuto muova -come prevalentemente avviene- dalla sovrapposizione di vecchie posizioni della socialdemocrazia di sinistra (i "governi riformatori") con vecchie suggestioni della "nuova sinistra" antileninista, così da combinare l'enfasi movimentista con il sostegno al governo Jospin.
In realtà solo una svolta strategica e programmatica del PRC può recuperare la prospettiva dell'internazionale: una prospettiva che è parte ineliminabile della rifondazione. L'internazionale per cui lavorare non può che essere un raggruppamento ampio e democratico ma su chiare basi politiche. Come affermava Lenin: "senza teoria rivoluzionaria non c'è movimento rivoluzionario". Un'internazionale comunista non potrà quindi che basarsi sulla teoria e sulle posizioni programmatiche del marxismo rivoluzionario, posizioni sostenute in particolare nel loro sviluppo storico, dai grandi teorici del marxismo: Marx, Engels, Lenin, Trotsky, Luxemburg e, in Italia, Gramsci. Posizioni teoriche e programmatiche che vanno ovviamente sempre aggiornate sulla base dell'evoluzione storica, ma come dichiarava Gramsci "sulle loro proprie basi" e non contro di esse.
La difficoltà della rifondazione di un'internazionale
rivoluzionaria su base ampia è stata documentata dall'esperienza
storica di decenni. Ma questa difficoltà non deve costituire una
remora bensì uno stimolo a perseguire tale prospettiva, tanto più
nel contesto storico nuovo che si dischiude, certo complesso ma
anche ricco di nuove potenzialità.
Dopo il crollo dell'URSS
vasti processi di ricomposizione investono le rappresentanze
politiche del movimento operaio. Le vecchie direzioni del movimento
operaio e antimperialista hanno fatto completa bancarotta,
documentata una volta di più dal dramma della guerra. La crescente
ribellione delle classi subalterne e dei giovani del mondo contro
l'attuale ordine internazionale pone tanto più oggi l'esigenza di un
punto di riferimento rivoluzionario. Al "capitale globale" può e
deve contrapporsi il partito globale della classe operaia e della
sua avanguardia.
Il PRC deve dunque avanzare al più presto una
proposta di discussione organizzata finalizzata al raggruppamento
internazionale, sulle basi indicate, dell'insieme delle
organizzazioni e correnti rivoluzionarie del movimento operaio ed
antimperialista del mondo.
Tesi 15 - IMPERIALISMO ITALIANO
Il capitalismo italiano ha
carattere imperialistico. Negli anni Novanta la transizione alla
Seconda Repubblica e l'integrazione nell'imperialismo europeo hanno
trainato l'allargamento delle sue basi materiali e una sua più forte
proiezione internazionale.
Il capitalismo italiano da molto tempo non solo non rappresenta più un "capitalismo straccione" ma partecipa al consesso dei Paesi dominanti su scala mondiale e quindi alla spartizione di materie prime, zone di influenza, aree di dominio. In questo quadro le pressioni della crisi capitalistica internazionale, il crollo dell'URSS, lo sviluppo del polo imperialistico europeo hanno esercitato un effetto decisivo sulla crisi della I Repubblica a partire dal '92. Da un lato, la crisi capitalistica internazionale e il rilancio delle contraddizioni interimperialistiche hanno indotto l'imperialismo italiano ad affrontare il fardello strutturale dei propri "ritardi" e "distorsioni". Dall'altro lato, il crollo dell'URSS ha dissolto, parallelamente, il vero fondamento storico della discriminazione borghese verso il vecchio gruppo dirigente del PCI in ordine al suo possibile accesso al governo: perciò stesso ha consentito al capitale finanziario un distacco dalle proprie vecchie rappresentanze della I Repubblica, e l'avvio di una profonda ricomposizione dei propri assetti politici e istituzionali.
Sul piano economico la grande borghesia ha consolidato, in misura rilevante, nel decennio trascorso, le proprie basi materiali. Il processo di privatizzazione di settori strategici dell'economia come il credito, l'energia e le telecomunicazioni, la ristrutturazione e concentrazione del sistema del credito, concorrono a rafforzare la base del capitale finanziario e il peso specifico dei grandi monopoli, principali beneficiari delle privatizzazioni. Al momento del varo della "moneta unica" europea l'imperialismo italiano si presenta con un peso strutturale sensibilmente accresciuto, cui corrisponde, non a caso, un'accresciuta proiezione nella politica estera.
Parallelamente, la borghesia italiana ha dovuto affrontare il problema dell'impatto sociale delle politiche indotte dal suo ulteriore salto imperialistico. L'impoverimento materiale e la frammentazione di vasti settori di classe; le dinamiche di proletarizzazione di strati inferiori della piccola borghesia; il precipitare delle condizioni sociali di vaste masse del Mezzogiorno; configurano, agli occhi della borghesia, la massa critica potenziale di una pericolosa esplosione sociale. Peraltro la divaricazione che investe la piccola e media borghesia nel quadro dell'integrazione europea, con l'emergere soprattutto al Nord-Est di un suo strato superiore arricchito, autonomistico e corporativo, produce elementi di contraddizione nuova nello stesso blocco sociale dominante.
Tesi 16 - ANNI NOVANTA E CENTROSINISTRA
Il centrosinistra non
ha rappresentato semplicemente una cattiva politica della "sinistra
italiana" ma ha costituito un'espressione politica dell'imperialismo
italiano e il suo investimento strategico degli anni Novanta.
L'insieme dei governi di centrosinistra ha configurato il più
pesante attacco sociale alle classi subalterne degli ultimi
trent'anni, organizzando così la rivincita di Berlusconi. La
coalizione col centro borghese ha così condannato il movimento
operaio a una pesante sconfitta sociale e politica.
Negli anni Novanta entro la scelta bipolare, il centrosinistra si è configurato come riferimento privilegiato delle grandi famiglie capitalistiche: ciò in funzione della pacifica subordinazione del movimento operaio alle compatibilità della crisi e dell'integrazione europea. Il personale politico di centrosinistra seppur diversamente organizzato era già riferimento essenziale della borghesia italiana nel '92 e nel '93 allorché i governi Amato e Ciampi iniziarono la "transizione" italiana. La sconfitta del polo dei progressisti e la vittoria delle destre nel 94 rappresentò un momento di contraddizione che indusse la borghesia per un breve periodo a verificare sul campo la carta Berlusconi. Ma anche in quel breve passaggio il rapporto del capitale finanziario con le destre fu di utilizzo strumentale, non di riferimento strategico. E proprio la sconfitta strategica del primo governo Berlusconi - rivelatosi incapace di gestire sia una concertazione stabile, sia uno scontro risolutivo vincente - ha riattivato l'investimento borghese nel centrosinistra: nel governo Prodi, nel governo D'Alema, nel governo Amato.
Il centrosinistra non ha dunque rappresentato semplicemente una
cattiva politica del movimento operaio e della "sinistra italiana",
ma un'espressione politica della grande borghesia. A sua volta
l'apparato DS, come architrave del centrosinistra, ha costituito un
tassello decisivo del disegno borghese degli anni Novanta: quale
mezzo di arruolamento subalterno nel centrosinistra di una parte
importante delle masse lavoratrici.
E' sbagliato affermare
semplicemente che "il centrosinistra ha fallito". Dal punto di vista
della borghesia i governi di centrosinistra hanno tutti
rappresentato eccellenti comitati d'affari. Sia in ordine alle
politiche di sostegno economico diretto alle grandi imprese
(incentivazioni, rottamazioni…). Sia in ordine ai loro interessi
strutturali e strategici in campo nazionale e internazionale
(precarizzazione del lavoro, privatizzazioni…). Sia in ordine, in
particolare, alla preservazione di una straordinaria pace sociale.
E' vero invece che proprio l'organicità delle politiche borghesi
del centrosinistra ha minato progressivamente le sue basi politiche
e sociali.
Sul piano politico, proprio l'evoluzione liberale
della socialdemocrazia DS e la crescente ramificazione delle sue
relazioni dirette coi poteri forti, ha acuito progressivamente la
concorrenza interna tra apparato DS e centro borghese tradizionale
dell'Ulivo: la lotta per l'egemonia di un costituendo "partito
democratico" quale rappresentanza centrale con base di massa della
borghesia italiana ha rappresentato un elemento di instabilità
tellurica della coalizione.
Ma soprattutto sul piano sociale le
politiche del centrosinistra hanno logorato progressivamente la base
su cui si reggeva. Il blocco tra grande borghesia e burocrazia del
movimento operaio organizzato si è rivelato incapace di egemonia
nella società italiana. Da un lato ha amplificato gli spazi di
fronda di settori organizzati di piccola e media borghesia
industriale contro i cosiddetti privilegi delle grandi imprese e i
favori particolari loro accordati dai governi dell'Ulivo o dalla
burocrazia CGIL. Dall'altro lato la profonda demotivazione della
base di massa del centrosinistra, prevalentemente concentrata nel
lavoro dipendente ha prodotto fenomeni crescenti di passivizzazione
politica, distacco, rifiuto.
La vittoria del Polo delle Libertà
il 13 maggio è dunque la capitalizzazione della crisi del corso
politico dominante di un decennio (del Polo progressista e del
centrosinistra) e del suo blocco sociale. Proprio per questo la
vittoria di Berlusconi e la nuova stagione politica che apre,
ripropone una lezione antica, inscritta in tutta la vicenda del
Novecento e nella stessa storia del movimento operaio italiano: ogni
collaborazione di classe col centro borghese è fattore di sconfitta
per i lavoratori e le lavoratrici. Sia dal punto di vista sociale e
sindacale, sia dal punto di vista politico più generale. E' un
fatto: l'alleanza col centro che doveva "battere la destra" le ha
spianato la strada. Questa è la lezione del decennio. E' una lezione
che accusa gli apparati dirigenti dei DS e dei sindacati come
autentici organizzatori della sconfitta. Ma è una lezione che
interroga inevitabilmente, su un piano diverso, anche il corso
politico di dieci anni del nostro partito.
Tesi 17 - BILANCIO DI LINEA DEL PRC
Il ciclo lungo della
politica del PRC, segnato dalla ricerca del condizionamento,
pervasione, contaminazione prima del "polo progressista" poi del
Centrosinistra, ha registrato un sostanziale insuccesso; sia dal
punto di vista dell'interesse generale del movimento operaio, sia
dal punto di vista della costruzione del nostro partito. E' la
verifica del fallimento nel quadro nazionale, di una politica
riformista, e la misura della necessità di una svolta.
Dopo dieci anni della nostra storia un bilancio di fondo non è
più rinviabile.
Il nostro partito, con la sua stessa nascita ha
costituito sicuramente un importante argine ai processi di riflusso
dei primi anni 90 e un fattore prezioso di ricomposizione politica
di forze d'avanguardia. Il nostro partito ha resistito positivamente
ai ripetuti tentativi di annientamento istituzionale che si sono
susseguiti negli anni 90 (specie da parte dei vertici di D.S. e del
Centrosinistra). Tuttora il PRC rappresenta, nell'attuale panorama
politico, il riferimento naturale e prezioso di dinamiche di
movimento, tra i lavoratori e i giovani, altrimenti prive di sponde,
o comunque di riferimenti più consistenti e credibili.
Ma un
bilancio serio ed onesto non può davvero ridursi a questo. Un
partito comunista non può concepirsi come fine di se stesso ma come
strumento di classe in funzione di un progetto di egemonia
alternativa. E ciò chiama in causa inevitabilmente il bilancio di
dieci anni dell'indirizzo politico prescelto.
Per dieci anni, in
forme e in contesti diversi, la maggioranza dirigente del PRC ha
costantemente respinto la proposta di costruzione del partito come
forza strategicamente alternativa, contrapponendovi la scelta di
fondo di una politica di pressione e condizionamento "riformatore"
dell'apparato D.S. e degli schieramenti politici dell'alternanza
borghese (prima il polo progressista, poi il centrosinistra).
Questa politica non ha avuto un'applicazione lineare ed anzi ha
registrato lungo il suo corso svolte brusche e cambi repentini di
collocazione parlamentare (dall'opposizione alla maggioranza di
governo e dalla maggioranza di governo all'opposizione). Ma ha
mantenuto costante la propria rotta strategica di fondo. Infatti
ogni volta le stesse collocazioni di opposizione sono state
finalizzate a riaprire il varco a ricomposizioni di governo
(potenziali o reali) con lo schieramento dell'alternanza. Così è
stato in occasione della formazione del polo progressista nella
primavera del '94 attorno ad un programma elettorale comune di
governo. Così è stato nel '95-'96 nel brusco passaggio
dall'opposizione radicale al governo Dini alla realizzazione di una
maggioranza di governo con Prodi e Dini. Così è stato, dopo lo
strappo col governo Prodi: col tentativo prima di ricomporre la
vecchia maggioranza di governo dopo una auspicata fase di
"decantazione"; poi dopo il fallimento imprevisto di quel tentativo
(e la precipitazione dello scontro con il governo D'Alema sulla
guerra nei Balcani) con la realizzazione di 14 accordi regionali di
governo (su 15) in occasione delle elezioni amministrative del 99,
operazione di evidente proiezione politica nazionale ma distrutta
dalla sconfitta clamorosa del Centrosinistra. Persino dopo il
tramonto ormai inevitabile di quella prospettiva di ricomposizione,
la scelta della non belligeranza verso il centrosinistra nelle
elezioni politiche, e l'estensione delle collaborazioni locali di
governo con l'Ulivo sancivano in forme diverse la continuità di
fondo di un indirizzo strategico.
Questo indirizzo si è rivelato profondamente errato. Rivendicato
in nome di un principio di "realismo" e di "concretezza" dei
possibili risultati, esso non ha prodotto alcun risultato concreto e
reale. La ricerca della contaminazione riformatrice prima del polo
progressista, poi del Centrosinistra, sia dal governo che
dall'opposizione, è stata smentita dalla deriva liberale D.S., dai
legami di fondo del Centrosinistra con la borghesia italiana. Di
più: quella ricerca si è convertita, entro un passaggio drammatico,
in un risultato opposto: nella grave corresponsabilizzazione di
governo del nostro partito per oltre metà della legislatura
precedente nel momento più intenso della sua politica antipopolare:
con gravi effetti non solo sulla condizione materiale dei lavoratori
ma sulla stessa evoluzione dei rapporti di classe (calo verticale
delle ore di sciopero e stabilizzazione della pace sociale).
Peraltro la continuità della nostra collaborazione di governo nelle
giunte locali di Regioni e grandi città ha riproposto su un piano
diverso, la continuità di una nostra concertazione politica di
privatizzazioni, riduzioni delle spese sociali, politiche di
flessibilità che è del tutto contraddittoria col nostro ruolo
nazionale di opposizione.
L'indirizzo prescelto ha mancato
inoltre lo stesso obbiettivo di crescita del nostro partito.
Rivendicato formalmente anche in funzione di un'espansione del
consenso elettorale e del radicamento sociale del PRC, questo
indirizzo ha mancato entrambi gli obiettivi. Dopo 10 anni il partito
ha registrato un risultato elettorale obiettivamente inferiore a
quello della sua nascita. E questo certo in anni difficili, ma anche
sullo sfondo di un passaggio storico che ha visto la massima deriva
e crisi dei DS, la massima esplosione della sua crisi politica e del
suo insediamento organizzato. Lo spazio liberato a sinistra dei D.S.
non è stato capitalizzato dal PRC. Gli stessi straordinari sorpassi
realizzati nel '93 come "cuore dell'opposizione" nelle città operaie
di Torino e Milano, misura di una grande potenzialità, sono stati
successivamente dispersi dalla politica ondivaga degli anni
seguenti. E il mancato sviluppo di un'egemonia alternativa nelle
classi subalterne non ha rappresentato solamente un insuccesso del
nostro partito, ma un fatto carico di conseguenze pesanti
sull'intera situazione italiana: come la rivincita del centrodestra
documenta.
Tesi 18 - SUL "GOVERNO DELLA SINISTRA PLURALE"
La prospettiva
avanzata del governo della sinistra plurale sulla base di un
programma riformatore come soluzione post-Berlusconi non solo nega
la necessità di un bilancio ma ripropone, nella sua sostanza di
fondo, la politica di 10 anni. Il fatto di perseguirla dal versante
dei movimenti, non solo non muta la sua natura, ma rappresenta un
danno profondo per i movimenti stessi e per il futuro delle loro
ragioni.
La proposta strategica della sinistra plurale di governo rappresenta un errore profondo ed è gravida di grandi rischi per il nostro stesso partito. Dopo aver perseguito per dieci anni senza successo la contaminazione prima del polo progressista poi del Centrosinistra, non possiamo riproporre, come se nulla fosse accaduto, il medesimo indirizzo di fondo; se non ripercorrendo un sentiero già battuto e già fallito. Non solo in Italia ma nel mondo.
Sul piano nazionale l'esperienza della sinistra plurale è già stata vissuta dal nostro partito in occasione del blocco col Polo progressista del '94 (DS, Verdi, Rete di Orlando, PRC). Il programma testuale su cui si realizzò (v. Liberazione, 4/2/94) rivendicava entro "una competizione per il governo del Paese" "una presenza autorevole e solida dell'Italia sui mercati e nel contesto internazionale" e l'appello "a quelle forze del mondo imprenditoriale che hanno a cuore la crescita sociale, civile, democratica dell'Italia". Su questa base proponeva di "coniugare l'equità sociale con le ragioni dell'efficienza e del mercato" di "promuovere quando sia il caso le privatizzazioni", di operare il "risanamento del disavanzo che implicherà austerità" seppur con "l'impegno a garantire che i sacrifici siano ripartiti con giustizia". La vittoria elettorale di Berlusconi impedì la sperimentazione di questo programma di governo, preservando il PRC all'opposizione sino al '96. Ma quel programma rifletteva e riflette l'unico profilo possibile di una sinistra plurale di governo con l'apparato DS: quello che subordina gli interessi del movimento operaio alle esigenze del capitalismo italiano.
Sul piano internazionale l'esperienza in corso della sinistra plurale di governo in Francia (PS-PCF- Verdi) è stata ed è inequivocabile. Se il primo governo della sinistra plurale francese ('81-'83) sotto la guida di Mitterand aveva accompagnato austerità e sacrifici dei lavoratori col linguaggio formale della tradizione riformista, il governo Jospin ha accompagnato austerità e sacrifici col linguaggio liberale (temperato) delle privatizzazioni e della flessibilità. E' la riprova che nel quadro attuale della crisi capitalistica e della competizione globale, un governo di "sinistra plurale" non differisce, nella sostanza del suo indirizzo, da un ordinario governo borghese liberale. Anche per questo aver invocato dopo le ultime elezioni politiche un "Mitterand italiano", aver a lungo esaltato il governo Jospin (che "contesta l'intera logica della flessibilità e introduce direttamente nell'economia il parametro della difesa degli interessi dei lavoratori" come dichiara il segretario del PRC sull'editoriale di prima pagina del 29/9/99) ha rappresentato un errore profondo che è giusto riconoscere.
In Italia oltretutto la prospettiva della sinistra plurale di governo avrebbe oggi un profilo ancor più arretrato che in Francia o rispetto allo stesso Polo progressista del '94. A differenza del partito di Jospin, l'apparato D.S., nella sua larga maggioranza, ha rotto con il ruolo e funzione di socialdemocrazia per progettarsi come rappresentanza diretta della borghesia italiana, in concorrenza aperta con la Margherita e, su un altro versante, con Forza Italia. Una coalizione di "sinistra plurale" in Italia sarebbe dunque di fatto la riproposizione di un Centrosinistra.
Il fatto di perseguire la prospettiva del governo riformatore di sinistra plurale come sbocco dei movimenti e della loro azione "contaminante" non muta minimamente la valenza negativa della proposta. Anzi, per molti aspetti, l'aggrava. Invece di orientare il lavoro di massa in direzione dell'autonomia dei movimenti dal Centro borghese liberale, assume i movimenti come leva di pressione sull'apparato D.S. e dell'Ulivo. Invece di liberare il movimento e i movimenti da ogni illusione di poter contaminare i liberali, si promuove nel movimento quella stessa illusione. E' l'esatto capovolgimento di una politica autonoma di classe. E soprattutto è un danno profondo al movimento e alle sue ragioni: perché nessuna delle ragioni di fondo dei movimenti di massa, sia dal versante operaio, sia dal versante antiglobalizzazione, potrebbe trovare soddisfazione in un governo borghese di sinistra plurale.
Per l'insieme di queste ragioni, quella prospettiva va apertamente ed esplicitamente respinta dal V Congresso del nostro partito.
Tesi 19 - POLO AUTONOMO DI CLASSE
Il V congresso del PRC
assume come nuovo asse strategico della politica del partito lo
sviluppo dell'indipendenza del movimento operaio da ogni forza della
borghesia: ciò che significa l'autonomia strategica da ogni
espressione vecchia e nuova del Centro borghese (Centrosinistra e/o
apparato liberale di D.S.), la rottura con ogni ipotesi di governo
di alternanza con tali forze, l'assunzione della prospettiva
dell'alternativa anticapitalistica e di classe quale sbocco
strategico dell'opposizione di massa e della ricomposizione nelle
lotte del nuovo blocco storico
L'esperienza politica di 10 anni del nostro partito l'analisi di
classe della situazione politica, la ripresa dei movimenti di massa,
richiedono nel loro insieme, una svolta politica di fondo del nostro
indirizzo: una svolta che assume come asse di fondo l'autonomia del
movimento operaio e dei movimenti di massa da ogni forza della
borghesia, e quindi la rivendicazione di un polo autonomo di classe,
apertamente contrapposto alle classe dominanti e alle loro
alternanti espressioni di governo (Centro destra e Centrosinistra).
La politica del "polo autonomo di classe" non riguarda solamente la
certezza e chiarezza di una collocazione strategica autonoma di
opposizione del nostro partito rispetto ai due poli borghesi
d'alternanza, ciò che pure ne rappresenta una condizione necessaria.
Riguarda innanzitutto una linea di proposta tra le grandi masse che
recupera un principio elementare del marxismo: la contrapposizione
degli interessi dei lavoratori e , di tutti i soggetti di un blocco
sociale alternativo agli interessi delle classi dominanti, e di
tutte le loro rappresentanze politiche in funzione della prospettiva
della rivoluzione sociale. La rottura col "Centro" in ogni sua
espressione, vecchia o nuova, non è solo dunque un principio
vincolante per il PRC, ma una rivendicazione fondamentale dei
comunisti nei movimenti. Non solo non ha una valenza di
autorecinzione settaria ma indica nell'autonomia del movimento
operaio e dei movimenti di massa il terreno stesso della loro più
larga unità di lotta contro la borghesia per l'alternativa
anticapitalistica.
La proposta del polo autonomo di classe
alternativo è tanto più attuale dopo la lunga stagione del
centrosinistra: milioni di lavoratori e lavoratrici sono stati
subordinati all'Ulivo nel momento stesso in cui questi costituiva il
canale prescelto di rappresentanza della borghesia italiana. Milioni
di lavoratori e lavoratrici hanno sperimentato il fallimento sociale
e politico della collaborazione con la borghesia. La rivendicazione
della rottura col Centro può dunque far leva su questa viva
esperienza e aprirsi un ampio varco nella giovane generazione che
rialza la testa.
Peraltro ogni giorno dimostra, anche dopo l'affermazione del governo di centrodestra, la relazione organica dell'Ulivo con le classi dominanti. La politica bypartisan verso Berlusconi, commissionata dai poteri forti della società italiana, la rivendicazione di una politica "più liberista" di quella praticata dal governo, su terreni strategici per l'accumulazione capitalistica (v. privatizzazioni); il voto a favore della guerra imperialista in Afghanistan accompagnata dall'assunzione del ministro FIAT Ruggiero come interlocutore privilegiato (v. vicenda Airbus) non indicano "errori" o "divergenze strategiche" con i comunisti: indicano la base materiale di interessi nella quale il centrosinistra affonda le proprie radici. Una base materiale di riferimento che non cambia col passaggio "all'opposizione", ma che anzi resta l'ancoraggio indissolubile della prospettiva borghese cui "l'opposizione" viene finalizzata. Per questo la rottura con il centrosinistra rappresenta una permanente necessità di classe per l'insieme del movimento operaio e dei movimenti di massa.
Tesi 20 - CRISI E DERIVA DS
L'apparato burocratico DS, da
sempre agenzia della classe dominante nel movimento operaio, ha oggi
rotto nella sua maggioranza con la stessa funzione e ruolo di
socialdemocrazia per avviare la mutazione del partito verso una
forza liberale borghese in rappresentanza diretta di poteri forti
della società. Questa evoluzione rafforza la necessità di un
politica di polo autonomo di classe in alternativa ad ogni ipotesi
di sinistra plurale. La crisi verticale del D.S. che a quella
evoluzione si accompagna, crea uno spazio storico nuovo per lo
sviluppo autonomo del partito comunista e di una sua egemonia
alternativa.
I DS attraversano la crisi più profonda della loro storia
politica. Questa crisi non nasce dalla gravità della sconfitta
elettorale o dall'esito fallimentare della prima esperienza di
governo. Nasce dal fatto che quella sconfitta si produce nel momento
più delicato di un processo di mutazione storica dei DS: da partito
socialdemocratico, strumento di controllo del movimento operaio per
conto della borghesia, a partito democratico liberal borghese
rappresentanza diretta di poteri forti della società.
La
prolungata esperienza di governo dei DS nel corso degli anni Novanta
è stata il volano di quel processo di mutazione. Sullo sfondo della
crisi della Prima Repubblica, della crisi della rappresentanza
politica centrale della borghesia italiana, dell'investimento
strategico del grande capitale nel centrosinistra l'apparato
burocratico DS ha conosciuto, a partire dal '95, una straordinaria
moltiplicazione, ad ogni livello, delle proprie relazioni materiali
con le classi dominanti. Una maggioranza larga della burocrazia
dirigente del partito ha così assunto progressivamente come
obiettivo strategico la propria trasformazione in rappresentanza
politica centrale (con base di massa) del grande capitale in Italia.
Il congresso del Lingotto ha simbolicamente coronato questo nuovo
orizzonte liberale. E la rottura con la funzione di socialdemocrazia
non si riduce a puro fatto politico-culturale ma si accompagna a
mutamenti rilevanti circa la costituzione materiale del partito, le
sue relazioni con le organizzazioni di massa, il suo rapporto con le
dinamiche della lotta di classe e col suo stesso insediamento
territoriale di massa. Ciò non significa la scomparsa di ogni
eredità della socialdemocrazia (presenza nel quadro attivo del
movimento operaio, rapporto con l'apparato sindacale, presenza
all'interno dello stesso apparato DS di tendenze socialdemocratiche
quali l'area di Socialismo 2000 e la Sinistra Ds). Significa che
quelle presenze e funzioni, per quanto rilevanti, non sono più il
baricentro del partito né la base materiale della relazione dei DS
con la borghesia. L'aperto contrasto tra l'apparato DS e la
burocrazia CGIL, la sostanziale marginalità del ruolo dei DS
rispetto alle dinamiche dei nuovi movimenti di classe
(metalmeccanici) e giovanili (antiglobalizzazione) sono un riflesso
dello strappo compiuto. La vittoria congressuale larga di Fassino e
D'Alema nella burocrazia del partito tanto più dopo il passaggio
all'opposizione misura la consistenza delle basi materiali dello
strappo. Peraltro tutto l'orientamento attuale dell'apparato DS, dal
pronunciamento atlantista a sostegno della guerra fino all'apertura
alla Confindustria sulla liberalizzazione dei licenziamenti resta
attestato non solo sulla prospettiva dell'alternanza di governo ma
sulla ricerca e preservazione delle relazioni materiali con la
borghesia: una sorta di comitato ombra degli affari borghesi in
attesa di chiamata. Pertanto la caratterizzazione dei DS come
"sinistra moderata", da sempre improprio, è tanto più oggi
totalmente errata.
Ma se è chiaro il distacco dalla
socialdemocrazia incerto è il lido d'approdo dei DS. La perdita
della sponda di governo, lo sviluppo di una nuova temibile
concorrenza sul versante del centro borghese (Margherita), i
fenomeni di lacerazione interni allo stesso apparato liberale del
partito, pongono nel loro insieme ostacoli nuovi sul terreno della
continuità del progetto borghese liberale. La ricomposizione del
blocco industriale attorno al governo Berlusconi è un ulteriore
fattore di crisi del progetto dalemiano. Tutto ciò non produce un
ripiegamento di tale progetto (reso difficilmente reversibile dalle
sue stesse radici nel partito) ma certo lo espone ad un più alto
rischio di fallimento sullo stesso versante borghese. Nel mentre il
suo ostinato perseguimento moltiplica i fenomeni di scollamento del
vecchio insediamento sociale dei DS.
La deriva DS verso il liberalismo borghese, la crisi verticale
che a questa deriva si accompagna, misurano congiuntamente la
necessità della politica di un polo autonomo di classe e un nuovo
spazio storico per la sua costruzione.
Larghi settori di massa
vivono oggi drammaticamente non solo il tradimento delle proprie
direzioni ma il processo di crisi e dissoluzione della loro vecchia
rappresentanza politica. La stessa ripresa dei movimenti sul
versante operaio e giovanile, nel mentre coinvolge forze crescenti
del popolo della sinistra ne accentua lo sbandamento politico e
moltiplica nuove domande di riferimento. Il nostro partito può e
deve rispondere a questa domanda nel segno della più ampia apertura
di massa, con la proposta del polo autonomo di classe. Questa
proposta offre un riferimento alternativo alla crisi di
rappresentanza del movimento operaio, indicando ad ampi settori di
massa una via d'uscita da quella crisi: quello della rottura con
l'apparato liberale DS e dell'Ulivo in funzione dell'autonoma unità
di lotta contro il governo Berlusconi e la borghesia italiana. In
questo senso la rivendicazione del polo autonomo di classe sul
terreno anticapitalistico rappresenta uno strumento di costruzione
dell'egemonia alternativa dei comunisti tra le classi subalterne e
nei loro movimenti.
Tesi 21 - PRC E GIUNTE LOCALI
Lo sviluppo della politica del
polo autonomo di classe e del blocco sociale alternativo implica la
chiarezza e coerenza di una collocazione del PRC all'opposizione,
anche sul piano locale; da qui il necessario superamento delle
collaborazioni locali di governo tra PRC e Centrosinistra a partire
dalle Regioni e dalle grandi città. Una svolta tanto più attuale
sullo sfondo del sostegno dell'Ulivo alla guerra e dello sviluppo
del federalismo istituzionale liberista.
Lungo l'itinerario di dieci anni il nostro partito ha realizzato e perseguito come costante la linea della collaborazione di governo col Centrosinistra sul terreno delle amministrazioni locali. E' una linea che da un lato ha mancato l'obiettivo dichiarato di "battere le destre" come rivela la disfatta di tante coalizioni di governo tra Ulivo e PRC nelle elezioni amministrative del 16 aprile 2000 (a partire dalla Regione Lazio). Dall'altro lato -e soprattutto- ha corresponsabilizzato il PRC nella gestione e concertazione locale delle politiche liberiste in aperta contraddizione con le ragioni sociali del nostro partito. La nuova politica di polo autonomo di classe anticapitalistico richiede dunque una svolta profonda della nostra politica locale.
Il Centrosinistra a livello locale non è altra cosa dal
Centrosinistra nazionale: linee programmatiche, riferimenti sociali,
metodi di governo sono inevitabilmente omogenei. Spesso anzi negli
anni 90 proprio le amministrazioni locali dell'Ulivo hanno
rappresentato laboratori d'"avanguardia" nella sperimentazione delle
politiche liberiste.
L'avvento del governo Berlusconi col
passaggio dell'Ulivo all'"opposizione" non ha minimamente mutato il
profilo delle scelte locali del Centrosinistra. Proprio il tentativo
dell'Ulivo di riaccreditarsi come carta di ricambio per la borghesia
sul piano nazionale passa anche per l'uso delle proprie
amministrazioni locali, spesso esibite come modello di efficienza
manageriale a fronte delle presunte incertezze del Polo (v.
privatizzazioni). Più in generale le giunte locali diventano più che
mai, proprio oggi, uno strumento importante di consolidamento o
ritessitura delle relazioni dell'Ulivo coi poteri forti della
società italiana.
Lo sviluppo del federalismo istituzionale liberista, varato dall'Ulivo e ulteriormente aggravato dal nuovo governo Berlusconi, concorre a rafforzare ed estendere gli indirizzi liberisti delle amministrazioni locali. Il vecchio argomento della distinzione di piano tra politiche nazionali e politiche locali (da sempre infondato), è oggi demolito alla radice dalla nuova realtà. Il trasferimento ai governi regionali di larga parte delle voci e materie relative al così detto stato sociale farà degli esecutivi regionali di Centrosinistra i nuovi agenti della concertazione nazionale col governo delle destre e al tempo stesso una prefigurazione sperimentale sempre più ampia dell'alternanza nazionale di governo.
Peraltro la dislocazione diffusa dei governi locali dell'Ulivo a sostegno delle scelte di guerra congiunte dell'Ulivo e del Polo sono l'ulteriore e più clamorosa riprova dell'omogeneo carattere di fondo, nazionale e locale, del liberalismo borghese.
Il nostro partito è chiamato anche su questo terreno a una svolta netta. Tanto più oggi il PRC non può assumere la centralità dell'opposizione alla guerra dichiarando che con la guerra "nulla sarà come prima" e poi continuare a sorreggere "come prima" governi regionali schierati con la guerra. Il PRC non può assumere la centralità del movimento dichiarando che dopo Genova nulla sarà come prima e poi continuare a sostenere come prima giunte contrapposte o latitanti verso istanze del movimento (a partire dalla giunta di Genova)
E' necessario un coerente orientamento di fondo: la collocazione
dei comunisti all'opposizione anche sul piano locale a partire dalle
regioni e dalle grandi città.
Diversa è ovviamente la situazione
-ad oggi eccezionale- in cui i comunisti fossero parte essenziale di
giunte locali che si pongono realmente sul terreno dell'alternativa
anticapitalistica: ove diventa fondamentale un'azione di opposizione
al governo nazionale fortemente legato agli interessi di classe
fuori da ogni falsa neutralità istituzionale.
Tesi 22 - PER LA CACCIATA DEL GOVERNO BERLUSCONI
Il governo
Berlusconi si configura come governo reazionario, che tende a
risolvere le sue contraddizioni in un nuovo attacco generale al
movimento operaio. L'opposizione del nostro partito al governo
Berlusconi-Bossi-Fini non può avere carattere ordinario, ma può e
deve porre apertamente l'obiettivo della sua cacciata sull'onda di
una grande mobilitazione operaia e popolare. Assumendo l'obiettivo
della cacciata del governo non come fine a sé ma come leva
dell'alternativa anticapitalistica di classe.
Il governo del Polo delle Libertà ha un carattere diverso dal primo esecutivo Berlusconi ('94). Sul piano politico registra un salto notevolissimo dell'insediamento di Forza Italia, un rapporto più stabile con la Lega, un vasto raccordo con amministrazione locali omogenee. Sul piano sociale conosce, a differenza del 94, l'appoggio della grande industria: che pur avendo sostenuto il centrosinistra per tutta la precedente legislatura, pur avendo lavorato per la riconferma dell'Ulivo, ha scelto di investire, dopo l'esito del voto, nel nuovo governo Berlusconi attraverso l'ingresso diretto di propri esponenti (Ruggiero): consapevoli della maggior forza del nuovo governo e quindi dell'opportunità di utilizzarlo, ma con la precisa volontà di porlo sotto la tutela del proprio personale fiduciario. Dal canto suo il governo lavora a conciliare la difesa degli interessi affaristici e familistici della Fininvest e di ambienti malavitosi del capitale con la rappresentanza generale dell'interesse borghese.
Il programma del nuovo esecutivo ha un carattere obiettivamente
reazionario: esso estende e sviluppa in forma concentrata le linee
di governo della legislatura precedente, sia sul piano sociale, sia
sul piano istituzionale. Sul piano della politica estera, il più
stretto fiancheggiamento della politica americana convive, non senza
contraddizioni, con la continuità della collocazione strategica
nell'imperialismo europeo (presidiata in particolare dalla FIAT e
dal suo ministro Ruggiero).
La linea di gestione di questo
programma generale non ha ancora conosciuto un assestamento stabile,
oscillando tra la ricerca di un rapporto concertativo con le
organizzazioni del movimento operaio e tentativi di affondo diretto.
Tuttavia pesa l'effetto di trascinamento di una contraddizione
obiettiva: da un lato la necessità politica di finanziare un blocco
di interessi tanto esteso quanto contraddittorio e costoso;
dall'altro lato la necessità di farlo entro le compatibilità del
patto di stabilità europeo e sullo sfondo della crisi economica
internazionale. Questa contraddizione alimenta tensioni crescenti
nello stesso blocco sociale berlusconiano (come tra industria e
Confcommercio in fatto di politiche fiscali). Ma proprio per questo
spinge il governo lungo la china dello scontro sociale col blocco
avversario: perché solo l'affondo contro il lavoro dipendente può
contenere le spinte centrifughe del blocco dominante e allargare i
margini di una mediazione al suo interno. Peraltro la paralisi
subalterna della CGIL e la crisi e complicità del centrosinistra
incoraggiano l'offensiva sociale. E il contesto internazionale di
guerra, con i suoi possibili effetti diversivi, ha suggerito al
governo una anticipazione dei tempi d'attacco. Non a caso l'affondo
su contrattazione, sistema pensionistico, sanità e scuola è già
iniziato, culminando nell'attacco all'articolo 18 dello Statuto dei
lavoratori: e tenderà a combinarsi con nuove politiche di
restrizioni antidemocratiche, nel campo dei diritti sindacali e
nella gestione dell'ordine pubblico. L'aperto cavalcamento da parte
di AN delle spinte più reazionarie dell'apparato repressivo dello
Stato come è emerso dai fatti di Genova, è la misura e
l'anticipazione di una tendenza profonda che è incoraggiata dalla
stessa composizione del nuovo governo. In conclusione: più si
stabilizza l'attuale governo più esso tenderà a precipitare "a
destra" le sue contraddizioni politiche e sociali.
L'obiettivo della cacciata del governo Berlusconi risponde dunque
a un interesse generale del movimento operaio e di tutto il blocco
sociale alternativo. Risponde all'interesse comune di liberare il
campo da un'obiettiva minaccia reazionaria. Assumere questa parola
d'ordine non significa nutrire illusioni o avanzare previsioni. La
maggior forza del secondo governo Berlusconi, i colpi subiti dal
movimento operaio nella legislatura precedente, le stesse dinamiche
internazionali concorrono a favorire la tenuta dell'esecutivo. E
tuttavia un partito comunista non può determinare livello e
obiettivi della propria proposta di opposizione in base alla
constatazione delle difficoltà di partenza. Può e deve assumere come
base di riferimento le necessità del movimento operaio e agire come
fattore attivo di controtendenza.
Peraltro, nonostante le
difficoltà, vasti sono gli spazi per la costruzione di
un'opposizione radicale di massa al governo delle destre. Nonostante
il suo più forte insediamento, il governo Berlusconi non è nato
sull'onda di un'espansione del consenso nella società italiana, ma
sullo sfondo di un arretramento della coalizione delle destre
rispetto al '94 e al '96. Parallelamente, nonostante i colpi subiti
si moltiplicano nell'ultima fase i segni di ripresa del movimento
operaio a partire dalla grande mobilitazione dei metalmeccanici con
l'affacciarsi sul campo di una nuova generazione operaia. E questa
ripresa di classe, seppur fragile ancora, si combina a sua volta con
la continuità e lo sviluppo di un movimento antiglobalizzazione,
prevalentemente giovanile, che ha acquisito in Italia un carattere
di massa più ampio che in altri Paesi europei. Inoltre, in
particolare a ridosso dei fatti di Genova, si è sviluppato un
processo di attiva sensibilizzazione antigovernativa di settori
rilevanti di popolo della sinistra, a sostegno del movimento
antiglobalizzazione e richiamati da una sincera preoccupazione
democratica (v. le manifestazioni del 24 luglio). Tutti questi
fattori non innescano di per sé meccanicamente l'opposizione di
massa al governo, ma misurano un potenziale di controffensiva al suo
programma reazionario che si appoggia su una base sociale e politica
più ampia che in passato. Il nostro partito ha il compito di
raccogliere e sviluppare queste potenzialità, ricomponendole attorno
a un programma e a un obiettivo di sbocco unificante.
Per
questo, tanto più oggi, non possiamo attestarci sulla routine
dell'opposizione parlamentare combinata con la lode della
spontaneità dei movimenti. Ma dobbiamo favorire entro l'esperienza
viva dei movimenti, le condizioni di un'esplosione sociale
concentrata contro le classi dominanti e il loro governo. Solo
un'esplosione sociale concentrata può ribaltare i rapporti di forza
tra le classi e aprire il varco dell'alternativa anticapitalistica.
E solo un'alternativa anticapitalistica può rispondere realmente
alle ragioni di fondo delle classi subalterne e delle loro lotte. La
rivendicazione della cacciata del governo Berlusconi può e deve
essere interna alla prospettiva anticapitalistica, come una delle
leve della sua maturazione. Per questo essa va posta apertamente
all'interno dei movimenti, senza forzature "politiciste" ma senza
autocensure, in un rapporto vivo con la dinamica obiettiva delle
loro lotte.
Tesi 23 - OPPOSIZIONE DI CLASSE A BERLUSCONI E VERTENZA
GENERALE
La classe operaia e il mondo del lavoro è il soggetto
centrale dell'opposizione a Berlusconi e la leva del suo possibile
ribaltamento. Ma alla condizione di ricomporre nella lotta, sul
terreno di una vertenza generale unificante, un proprio polo di
classe indipendente, alternativo al centrosinistra liberale.
L'esperienza stessa degli anni Novanta reca un insegnamento prezioso per i comunisti e per il movimento operaio italiano. Solo il movimento operaio, con la sua azione di classe concentrata, è stato capace di arrestare l'ascesa di Berlusconi, incrinare il suo blocco sociale, porre le condizioni della sua caduta: è l'esperienza dell'autunno '94. Questa lezione va recuperata alla memoria di vaste masse e assunta come bussola di una nostra nuova politica di fronte al secondo governo delle destre.
La ricomposizione di un movimento unitario di lotta della classe
lavoratrice non ha solo valenza sindacale ma una valenza politica
generale. Per questo la proposta di una vertenza generale unificante
del mondo del lavoro e dei disoccupati può e deve costituire l'asse
immediato di intervento del nostro partito sul terreno del rilancio
di un'azione di classe indipendente. Non si tratta di elencare in
modo ordinario gli obiettivi della nostra opposizione di partito. Si
tratta di selezionare un insieme combinato di rivendicazioni per lo
sviluppo dell'opposizione di massa, per una sua espressione radicale
e concentrata, per la riunificazione in essa del blocco sociale
alternativo. La proposta di una vertenza generale del mondo del
lavoro e dei disoccupati, nella prospettiva dello sciopero generale
contro governo e padronato, risponde tanto più oggi a questa
necessità.
La rivendicazione di un forte aumento salariale
unificante per tutto il lavoro dipendente è tanto più oggi in
diretta contrapposizione alla politica di attacco alla
contrattazione nazionale promossa dal nuovo governo. La
rivendicazione dell'abolizione del "Pacchetto Treu" e di ogni forma
di lavoro precario (a partire dall'assunzione a tempo indeterminato
di tutti i precari attuali), cozza frontalmente più che mai con la
linea strategica di frantumazione del lavoro dipendente. La
richiesta del salario minimo garantito intercategoriale
(quantificabile in 1000 Euro al netto di ogni trattenuta, punto di
riferimento anche per le pensioni dei lavoratori) per l'insieme del
lavoro dipendente si contrappone tanto più oggi alla politica di
regionalizzazione salariale incorporata al federalismo liberista. La
rivendicazione del riconoscimento ed estensione dei diritti
sindacali a tutti i lavoratori subordinati, indipendentemente dal
tipo di contratto e dalla dimensione dell'impresa, è in aperta
collisione con i programmi congiunti di Confindustria e governo, a
partire dall'attacco all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.
La rivendicazione di un vero salario garantito per i disoccupati e i
giovani in cerca di prima occupazione (quantificabile nell'80% del
salario minimo intercategoriale o di quello contrattuale
precedentemente percepito), finanziato in primo luogo con
l'abolizione dei trasferimenti pubblici alle imprese, fuori da ogni
logica di compromesso col lavoro "minimo" cioè precario, contrasta
con le politiche di precarizzazione dilagante e indica un'arma di
resistenza al ricatto della scelta tra disoccupazione e
supersfruttamento. La riduzione generalizzata dell'orario di lavoro
a parità di salario senza flessibilità e annualizzazione, con
l'abolizione dello straordinario, indica l'unica via per una lotta
efficace contro la disoccupazione di massa. La rivendicazione di una
tassazione progressiva di grandi rendite, profitti, patrimoni
("paghi chi non ha mai pagato") come fonte di ampliamento e
riqualificazione della spesa sociale (a partire dalla sanità e dalla
scuola) può e deve contrapporsi alla linea governativa di
detassazione dei profitti pagata dalla distruzione dello stato
sociale.
Questa piattaforma rivendicativa immediata non va
considerata come piattaforma chiusa, o come piattaforma sostitutiva
delle specifiche rivendicazioni di settore e di movimento. Ma va
assunta nella sua logica di fondo di piattaforma unificante cui
ricondurre l'intervento di massa dei comunisti: nei movimenti, sul
territorio, nelle organizzazioni di massa. La sua funzione è di far
leva sulla piattaforma reazionaria di padronato e governo per
contrapporvi la radicalità speculare di una piattaforma di classe
alternativa. E di far leva su una piattaforma di classe alternativa
per unire attorno alla classe lavoratrice tutti i settori e
frammenti delle masse subalterne: al di là di una pura logica
sindacale, e contro l'attuale dinamica di frantumazione.
In
questo quadro e su questo terreno il PRC avanza la proposta più
generale del fronte unico di classe contro il governo Berlusconi e
il padronato. Il suo significato è semplice: se il governo ricompone
oggi attorno a sé l'unità d'azione della borghesia, occorre
realizzare la più ampia unità d'azione dei lavoratori e delle
lavoratrici contro il governo e il blocco di interessi che lo
sostiene. Si tratta di rivendicare la più ampia unità di lotta dei
lavoratori, al di là di ogni barriera politica e sindacale,
favorendo ovunque possibile la convergenza nell'azione su un comune
programma. Più in generale va rivolto un appello a tutte le forze e
tendenze che si richiamano al movimento operaio perché convergano
nell'azione attorno a un programma di classe indipendente, in aperta
rottura con le forze del centro borghese. Se la subordinazione del
movimento operaio al centro borghese ha preparato in cinque anni la
vittoria di Berlusconi, solo la rottura col centro borghese può
consentire al movimento operaio di cacciare Berlusconi. La proposta
incalzante di unità d'azione del movimento operaio contro il governo
va quindi apertamente contrapposta ad ogni proposta frontista con le
forze borghesi. La lotta per l'egemonia di classe nell'opposizione
al governo delle destre in alternativa al centrosinistra borghese,
definisce esattamente il nuovo campo di battaglia dei
comunisti.
Tesi 24 - RIFONDAZIONE SINDACALE
E' necessario
sviluppare una battaglia organizzata classista sia nella Cgil che
nel sindacalismo di base extraconfederale nella prospettiva della
"Costituente di un sindacato classista, unitario, confederale,
democratico, di massa". E' necessario al contempo la lotta per lo
sviluppo di strutture di autorganizzazione di massa (dai
coordinamenti dei delegati ai comitati di lotta e di sciopero, ai
consigli).
E' necessario realizzare una svolta profonda della nostra
politica sindacale. Essenziale è innanzitutto un giudizio inequivoco
sulla natura delle burocrazie sindacali, vere agenzie della classe
dominante all'interno del movimento operaio. La politica di
concertazione dei gruppi dirigenti confederali e segnatamente della
Cgil non rappresenta semplicemente una "politica sbagliata" per
quanto grave. Riflette la natura profonda degli apparati burocratici
del sindacato: un "ceto politico", e una corrispondente struttura,
la cui azione permette il perpetuarsi del dominio di classe del
capitale.
Il primo dovere del nostro partito è quindi quello di
superare l'ottica sino ad ora perseguita di "spostare a sinistra
l'asse della Cgil". All'opposto il PRC è chiamato ad assumere come
nuovo asse della propria politica sindacale una lotta aperta per
cacciare la burocrazia dal movimento sindacale, a partire da un
giudizio di "irriformabilità" delle strutture.
Ciò non esclude il
lavoro dei comunisti nelle organizzazioni tradizionali e
segnatamente nella Cgil. Ma certo implica il completo abbandono di
ogni logica di pressione, fosse pure radicale, sulle burocrazie
dirigenti, e lo sviluppo di un'aperta opposizione di classe capace
di sfidare le "regole" dell'apparato sindacale e di configurarsi
come riferimento autonomo per l'insieme dei lavoratori/lavoratrici.
Anche l'apertura di parziali contraddizioni all'interno
dell'apparato e la necessità imposta dalla presenza del governo del
centrodestra non mutano questo quadro generale. Sabbatini e la
burocrazia FIOM, diventate troppo facilmente un punto di riferimento
e un interlocutore privilegiato per la attuale maggioranza del
partito, non esprimono una contrapposizione strategica alla linea di
collaborazione di classe di Cofferati (espressa anche sul terreno
della guerra). Le cui ultime prese di posizione non costituiscono
che l'espressione tattica della autodifesa obbligata di una
burocrazia socialdemocratica di fronte ad un attacco che mira a
ridurne drasticamente il ruolo nella concertazione. Concertazione
che viene riconfermata come asse strategico della burocrazia CGIL
proprio in rapporto all'offensiva governativa in atto. Come per il
gruppo di maggioranza delle Commisiones Obreras in Spagna
l'obiettivo di Cofferati è quello della realizzazione di un quadro
concertativo anche col governo di centrodestra: l'unico problema è
che Berlusconi non è Aznar e ciò rende difficile la praticabilità
dell'obiettivo.
La costituzione nella CGIL della nuova area di Lavoro e
Società-Cambiare rotta è certamente un fatto positivo, perché supera
la precedente situazione di divisione essenzialmente indotta da una
pratica del nostro partito non basate su presupposti di linea
politico-sindacale, ma sulla necessità di avere un settore "fedele"
alla politica del partito, in particolare nel momento della sua
partecipazione alla maggioranza di centrosinistra (non a caso le
condizione di una riunificazione delle aree della sinistra sindacale
si sono poste a partire dalla nostra rottura col governo Prodi).
Tuttavia la positività è solo organizzativa. Infatti non viene
tratto nessun bilancio della incapacità sia dell'area di
"Alternativa Sindacale" che dell'"Area dei comunisti in CGIL" di
rappresentare una conseguente opposizione di classe alla linea
collaborazionista della maggioranza della Cgil. Incapacità
riconfermata di fronte al tradimento del movimento antigovernativo
rappresentato dallo "'sciopericchio" di dicembre 2001. Mostrando
infatti tutti i suoi limiti riformisti Lavoro e Società - Cambiare
rotta invece di contrapporsi frontalmente si è adattata in
maggioranza alle scelte della burocrazia dirigente.
E' necessario
quindi lavorare allo sviluppo di un'area coerentemente classista,
basata sui militanti comunisti ma aperta all'aggregazione di altri
settori indipendenti, che si candidi all'egemonia sull'insieme della
sinistra della confederazione, e si basi su un programma d'azione
anticapitalistico in aperta opposizione ai gruppi dirigenti.
Parallelamente il PRC deve lavorare ad un collegamento costante,
nell'azione, tra questa sinistra rifondata della Cgil e i compagni/e
comunisti/e che sviluppano la propria azione nel sindacalismo di
base extraconfederale: un sindacalismo che configura, com'è ovvio,
un quadro d'intervento più avanzato sul terreno degli obiettivi
politico-sindacali e che, tuttavia, su basi diverse, è anch'esso
segnato da limiti reali, ben oltre il suo limite di influenza:
quali, ad esempio, la tendenza cronica alla frammentazione. In
questo quadro la battaglia per l'unificazione del sindacalismo di
base extraconfederale è un'azione che va sviluppata come centrale
nella prossima fase da parte dei militanti comunisti in esso
inseriti.
Il PRC non può illudersi di superare "per decreto"
l'attuale dislocazione dei militanti comunisti in diverse
organizzazioni sindacali: è questa una realtà sancita e
"legittimata" sia dall'obiettiva complessità della questione
sindacale, sia dalla concreta vicenda del sindacalismo italiano, e
che solo lo sviluppo della lotta di classe e l'esperienza della
lotta antiburocratica potrà consentire di superare in avanti. Il PRC
può e deve invece, da subito, indicare l'asse generale di proposta e
le basi programmatiche che debbono unire i militanti sindacali
comunisti, siano essi collocati nel sindacato confederale o nel
sindacato di base extraconfederale.
L'asse generale che il V
Congresso avanza è la proposta della "costituente di un sindacato
classista, unitario, confederale, democratico e di massa".
Con
questa indicazione i comunisti si rivolgono all'insieme dei
lavoratori e delle lavoratrici per realizzare la loro unità , sulle
basi più larghe, in una confederazione sindacale unitaria, fondata
sulla democrazia dei lavoratori e sulla difesa dei loro autonomi
interessi, in rottura con le attuali burocrazie dirigenti. Ciò
significa avanzare la prospettiva di una unità dal basso, a partire
da assemblee unitarie di iscritti (e non) nei luoghi di lavoro. Le
forme di articolazione di questa proposta generale potranno variare
in rapporto allo sviluppo concreto della situazione. Ma essa assume
come riferimento centrale la lotta dei comunisti per l'egemonia
sulle masse politicamente e sindacalmente attive: fuori sia da una
logica di autoghettizzazione su basi puramente sindacalistiche, sia
da una logica di subalternità agli attuali apparati sindacali.
In
questa prospettiva di lavoro comune è necessario un coordinamento
dei militanti sindacali comunisti al di là delle diverse
appartenenze di sigla. Un coordinamento che deve porsi da ora come
ambito unificante del nostro dibattito sindacale, ai vari livelli
territoriali e nei diversi settori.
Parallelamente, sulla base
della proposta della "costituente", dobbiamo lavorare al
raggruppamento unitario di un settore più largo, che vada al di là
dei soli militanti comunisti, costruendo, nei luoghi di lavoro,
ovunque possibile, "comitati per la rifondazione sindacale", che
coinvolgano attivisti sindacali di diversa appartenenza, e cerchino
di configurarsi come punto di riferimento per l'azione antipadronale
e antiburocratica.
E' altresì importante che il PRC lavori al
rilancio del movimento dei delegati Rsu. Un coordinamento permanente
della sinistra larga degli eletti/e nelle Rsu su un programma
immediato di natura classista può essere, infatti, uno strumento
importante di lotta antiburocratica e per lo sviluppo del movimento
di massa. Da questo punto di vista va dato il pieno appoggio
all'iniziativa unitaria del sindacalismo classista che ha visto un
suo primo importante momento nell'incontro dei/delle delegati/e
sindacali del 1 dicembre 2001 a Bologna e che vedrà il successivo
passaggio con l'assemblea dell'11 gennaio 2002 a Milano.
Infine, pur considerando centrale la lotta nelle organizzazioni sindacali, i comunisti debbono evitare qualsiasi tipo di formalismo. In particolare, nei momenti di ascesa della lotta, sia generali che particolari, è decisivo lavorare allo sviluppo di forme di autorganizzazione di massa, sia nella forma di comitati di lotta, sia nella forma ben più elevata di strutture elette e controllate democraticamente (comitati di sciopero, consigli). E' in definitiva in queste strutture, più che nelle organizzazioni sindacali, che si giocherà la battaglia dei comunisti per la conquista della maggioranza della classe.
Tesi 25 - INTERVENTO NEL MOVIMENTO ANTIGLOBALIZZAZIONE IN
ITALIA
Il movimento antiglobalizzazione in Italia ha conseguito
una reale dimensione di massa e racchiude rilevanti potenzialità
anticapitalistiche. Ma è decisiva la sua convergenza di lotta con la
classe operaia come condizione dell'affermazione delle sue stesse
ragioni. Lavorare nella classe operaia per l'assunzione delle
istanze del movimento antiglobalizzazione entro un programma di
classe. Lavorare nel movimento antiglobalizzazione per la sua aperta
proiezione di lotta verso il movimento operaio entro il conflitto
centrale tra capitale e lavoro. Questa è oggi una necessità centrale
della battaglia di egemonia dei comunisti per la ricomposizione di
un blocco sociale anticapitalistico. Ma richiede un impegno di
lotta, entro la costruzione del movimento, contro le posizioni
prevalenti nelle sue attuali direzioni.
Il movimento antiglobalizzazione ha conquistato un ruolo obiettivo di grande rilevanza nello scenario italiano. Più che in altri Paesi europei esso ha conseguito una reale dimensione di massa, in particolare tra i giovani, testimoniata dalla grande manifestazione di Genova; ha coinvolto reali settori di avanguardia della classe lavoratrice e delle sue rappresentanze sindacali; ha esercitato ed esercita un rilevante impatto politico sull'intera situazione nazionale. Più in generale esso si circonda di una diffusa simpatia popolare, quale effetto indiretto della crisi di egemonia del liberismo presso ampi settori di massa. Per questo il movimento rivela un potenziale prezioso di ulteriore espansione, che gli eventi di guerra non hanno pregiudicato.
Ma proprio questa realtà e potenzialità sottolineano i problemi
irrisolti dell'orientamento del movimento. La sproporzione tra il
livello complessivamente arretrato della coscienza politica diffusa
del movimento e l'elevato livello di scontro con l'apparato dello
Stato e lo stesso governo, documentata dai fatti di Genova; lo
scarto tra l'elementare pulsione critica antiliberista e il livello
di confronto imposto dalla precipitazione della guerra
imperialistica in Afghanistan, descrivono una contraddizione
obiettiva e pericolosa, in parte inscritta inevitabilmente
nell'inesperienza della giovane generazione, in parte amplificata
dalla cultura riformistico-paficista della direzione maggioritaria
del movimento.
Il nostro partito, forte di una presenza diffusa
nel movimento, può e deve impegnarsi ad affrontare e superare in
avanti quella contraddizione, nell'interesse del movimento e delle
sue ragioni. Non può concepire il proprio ruolo né come pura
rappresentanza istituzionale delle istanze di movimento; né come
mediatore tra movimento e istituzioni; né come puro collante
dell'unità del movimento intesa come blocco politico-diplomatico con
le componenti associative centrali della sua leadership. Ma deve
invece combinare un'azione leale di costruzione quotidiana del
movimento di massa antiglobalizzazione con un'aperta battaglia di
orientamento politico nel movimento stesso: una battaglia tesa a
sviluppare la coscienza politica del movimento sul terreno
anticapitalistico e antimperialista (v. tesi…), la sua autonomia e
contrapposizione a centrodestra e centrosinistra, la sua convergenza
di lotta con la classe operaia sul terreno del blocco sociale
alternativo. Una battaglia aperta di egemonia alternativa.
L'azione di costruzione del movimento implica innanzitutto un'aperta responsabilità di proposta sullo stesso terreno delle forme di lotta e di organizzazione del movimento. In questo ambito va contrastata ogni posizione, ciclicamente affiorante, che di fatto propone al movimento una sorta di ripiegamento seminariale e un arretramento dei suoi livelli di mobilitazione (come nella fase successiva alle manifestazioni di Genova, alla vigilia della manifestazione di Napoli contro la NATO, in relazione alla stessa manifestazione di Roma del 10 novembre). Va posta invece la centralità delle manifestazioni, pacifiche e di massa, quale terreno di lotta indispensabile ai fini dell'aggregazione, dell'impatto politico, della stessa visibilità e popolarizzazione delle ragioni del movimento. Va affrontata seriamente, in questo quadro, la problematica dell'autodifesa delle manifestazioni da qualsiasi forma di aggressione, quale strumento di tutela del carattere pacifico e di massa delle manifestazioni medesime (v. servizi d'ordine). Va inoltre affrontata la questione dell'organizzazione democratica nazionale di un movimento che proprio per la sua espansione, non può più reggersi su un puro patto di vertice inter-associativo, ma deve coinvolgere democraticamente la massa degli attivisti, oggi privi di ogni potere decisionale, nella definizione delle scelte del movimento stesso e delle sue rappresentanze ad ogni livello: pena il combinarsi di una crisi di democrazia, di un'elusione delle scelte, di una debole rappresentatività delle decisioni.
Sul piano politico è necessario sviluppare, nel movimento la
proposta di convergenza di lotta con la classe operaia, sul terreno
dell'opposizione aperta al padronato e al governo Berlusconi. Non si
tratta semplicemente di rappresentare la nostra "sensibilità" di
classe entro il mosaico del movimento. Si tratta di lottare per
conquistare il grosso del movimento ad una prospettiva di classe,
quale condizione dell'affermazione delle sue stesse ragioni, e quale
terreno di valorizzazione delle sue stesse potenzialità d'impatto.
Nell'attuale quadro, il movimento antiglobalizzazione, già forte
di una diffusa simpatia in settori vasti della società, potrebbe
realmente trasformarsi nel detonatore di un'esplosione sociale: ma
alla condizione che dal movimento emerga un indirizzo nuovo e una
proposta nuova. L'incontro con i lavoratori non può ridursi ad una
somma di buone relazioni con le rappresentanze del sindacalismo di
classe, né ad un'azione di pressione su Cofferati o alla semplice
registrazione dell'adesione FIOM al GSF (che certo è importante). Ma
può e deve tradursi in una pubblica proposta di azione comune,
basata su una piattaforma di rivendicazioni semplice e unificante,
che sappia stabilire un rapporto di sintonia con le domande sociali
delle più vaste masse e che proprio per questo possa sfidare
all'unità d'azione le stesse organizzazioni sindacali ponendo ognuna
di fronte alle proprie responsabilità. In questo senso la proposta
della vertenza generale del mondo del lavoro e dei disoccupati va
posta apertamente non solo tra i lavoratori ma nello stesso
movimento antiglobalizzazione, indicando così da entrambi i
versanti, il possibile terreno comune di un'azione di lotta unitaria
e concentrata. La stessa prospettiva dello sciopero generale contro
padronato e governo va indicata come occasione straordinaria di una
preziosa convergenza di lotta tra lavoratori e giovani, in una
dinamica di rottura con la borghesia.
La lotta per l'egemonia di classe nel movimento antiglobalizzazione implica un'azione politica costante per la sua autonomia e alternatività al centrosinistra borghese. L'apparato DS e le forze dell'Ulivo lavorano a produrre un condizionamento esterno del movimento nel tentativo di sussumerlo come fattore subalterno di una futura alternanza liberale. L'operazione avviata in occasione della marcia Perugia-Assisi, attraverso la piattaforma della cosiddetta Tavola della Pace, si inquadra apertamente in questa strategia di fondo, che trova sponde e interlocutori in settori dirigenti del movimento o risposte deboli e difensive. Il PRC può e deve contrastare nel movimento, con tutte le proprie forze, le operazioni dei DS e del centrosinistra. Può farlo alla condizione di rivedere a fondo l'impostazione attuale e di prospettiva. Non si tratta di proporre ai liberali del centrosinistra una contaminazione di movimento nella logica della sinistra plurale. Si tratta di sviluppare nel movimento una politica di autonomia e di rottura col centrosinistra e l'apparato DS. Non si tratta di arginare e diplomatizzare le contraddizioni tra movimento e Ulivo, o di teorizzare la non ingerenza in questa contraddizione (come nel caso della marcia di Perugia): si tratta all'opposto di lavorare ad approfondirla. Combinando la più ampia proiezione di massa verso i lavoratori e i giovani, fuori da ogni cultura minoritaria, con la spiegazione costante dell'inconciliabilità tra le ragioni di fondo del movimento e i custodi liberali della società borghese e della sua barbarie. In questo quadro il voto dell'apparato DS e dell'Ulivo a sostegno della guerra imperialista contro il popolo afghano va assunto pubblicamente come riprova inequivocabile e definitiva di quella inconciliabilità. Più in generale la lotta per l'egemonia anticapitalistica e antimperialistica nel movimento antiglobalizzazione rappresenta il terreno centrale di azione per la difesa e lo sviluppo della sua autonomia.
Tesi 26 - SCUOLA
La scuola è un terreno nevralgico
dell'attacco dominante. Ma è anche un settore strategico per la
ricomposizione del blocco sociale alternativo.
Il governo Berlusconi punta ad un autentico salto delle politiche reazionarie contro l'istruzione pubblica. Ancora una volta eredita le politiche sviluppate dalla legislatura di centrosinistra e i loro punti di sfondamento (si pensi alle scelte del governo D'Alema nel '98 in ordine alla parità scolastica) per estenderle e radicalizzarle contro l'insieme dei lavoratori della scuola e degli studenti, e contro l'interesse sociale delle classi subalterne. La scuola pubblica è colpita innanzitutto dai nuovi tagli operata dalla Finanziaria, direttamente travasati in investimento di guerra (5 mila mld); dalla programmata riduzione delle spese per il personale della scuola nell'arco di cinque anni, connessa anche ad una riduzione secca dell'occupazione nel settore; dall'estensione dei processi di "autonomia finanziaria" legati alla riduzione dei fondi pubblici; dalla programmata riduzione, da cinque a quattro anni, dell'istruzione superiore combinata con l'equiparazione della formazione professionale a liceo e istituti professionali, in funzione degli interessi d'impresa. Parallelamente il governo delle destre assume la rappresentanza diretta del blocco d'interessi della scuola privata, in piena sintonia col Vaticano, come articolazione del proprio blocco sociale di riferimento. La politica dei buoni scuola tende a generalizzarsi anche a livello territoriale per opera dei governi regionali. E il federalismo regionalista sottraendo allo Stato l'esclusiva competenza in fatto di istruzione cerca di produrre un vero e proprio sfondamento sia sul terreno della privatizzazione della scuola pubblica sia sul terreno complementare del privilegiamento della scuola privata, aziendale e confessionale.
Questo attacco alla scuola pubblica, combinato con l'analoga politica universitaria, è destinato tuttavia ad incontrare resistenze sociali crescenti. La scuola è il terreno su cui le politiche liberiste, persino nella fase della loro ascesa generale, hanno maggiormente faticato a conquistare un consenso sociale maggioritario. Oggi, nella nuova fase aperta dalla crisi più generale dell'egemonia liberista, la scuola si conferma come uno dei possibili terreni centrali di resistenza e controffensiva. La ripresa delle lotte degli insegnanti negli ultimi anni (dopo il lungo periodo di stasi intercorso dopo la stagione dell'87-'88) è rivelatrice di una controtendenza in atto, tanto più significativa a fronte della frammentazione della rappresentanza sindacale. Parallelamente, proprio l'affacciarsi di una nuova generazione sul terreno delle lotte trova un significativo riflesso nella ripresa del movimento degli studenti e soprattutto nel maturare al suo interno di più visibili spunti di politicizzazione. L'intersezione frequente tra movimento degli studenti e movimento antiglobalizzazione è sotto questo profilo indicativa.
Tanto più oggi i comunisti devono assumere la scuola come uno dei
terreni prioritari di ricomposizione di un blocco alternativo
anticapitalistico. Per questo il nostro partito non può limitarsi a
sostenere e rivendicare lo sviluppo del movimento e dei movimenti
contro le politiche reazionarie sull'istruzione, cosa naturalmente
preziosa e insostituibile. Ma deve combinare la propria
partecipazione alla costruzione attiva del movimento con una
assunzione di responsabilità di proposta in funzione della
ricomposizione unitaria della lotta e della costruzione di uno
sbocco.
Occorre innanzitutto lavorare a una piattaforma
unificante delle mobilitazioni che favorisca la ricomposizione di
lotta tra insegnanti e studenti e leghi le rivendicazioni immediate
a un programma più complessivo di alternativa di classe. La
rivendicazione degli aumenti salariali per i lavoratori della
scuola, della riduzione del numero massimo di alunni per classe e di
classi per insegnante; lo sviluppo e risanamento delle strutture
scolastiche; l'estensione della scuola pubblica (a partire dalla
scuola per l'infanzia) e del suo servizio in rapporto alla
popolazione adulta, agli immigrati, agli anziani; vanno nel loro
insieme collegate all'obiettivo dell'abolizione di ogni forma di
finanziamento diretto o indiretto, anche a livello di giunte locali
(di centrodestra e centrosinistra), alla scuola privata e
confessionale, alla prospettiva di una riacquisizione su basi
pubbliche e gratuite di tutta l'istruzione, alla rivendicazione
della tassazione progressiva dei grandi patrimoni, rendite e
profitti, come fonte di finanziamento della scuola. Così la lotta
contro lo smantellamento degli organi collegiali -promosso dal
governo Berlusconi- va sviluppata non in una logica difensiva e
conservativa ma in nome di una proposta di controllo sociale
sull'istruzione pubblica basata sulla partecipazione degli
insegnanti, degli studenti, dell'insieme della popolazione
scolastica in alternativa al controllo delle imprese e dei loro
interessi.
Congiuntamente i comunisti debbono avanzare la proposta di una unificazione del movimento studentesco in atto sul terreno dell'autorganizzazione democratica. Una situazione di atomizzazione del movimento e delle occupazioni, senza piattaforma unificata, senza un quadro democratico di verifica della rappresentatività delle diverse posizioni e proposte, sarebbe priva di sbocchi vincenti. Ed anzi spianerebbe la strada, come l'esperienza insegna, ai vertici dell'Uds e al relativo riflusso del movimento. Si può invece imparare dall'esperienza degli studenti francesi: proporre che ogni assemblea di scuola occupata designi democraticamente i propri delegati, permanentemente revocabili, e che i coordinamenti dei delegati, ai vari livelli, sino al livello nazionale siano la sede democratica di definizione della piattaforma rivendicativa del movimento. Solo così il peso delle diverse posizioni, organizzazioni ed aree sarà misurato dall'effettivo livello di rappresentatività democratica. Solo così potrà svilupparsi una vertenza nazionale vera tra movimento e governo. Solo così le stesse forme di lotta e la loro continuità saranno finalizzate su obiettivi chiari, rappresentativi, verificabili.
Tesi 27 - QUESTIONE MERIDIONALE
Le masse meridionali sono un
alleato strategico decisivo della classe operaia nella prospettiva
anticapitalistica, ed una forza determinante per l'affermazione di
tale prospettiva. La questione meridionale si ripropone come
questione centrale della vita nazionale e uno dei punti di massima
intersezione di questione sociale e questione democratica.
Già la storia degli anni Ottanta ha segnato la continuità del processo di emarginazione economico e sociale del Sud all'interno della divisione nazionale e internazionale del lavoro. La svolta degli anni Novanta e l'avvio della II Repubblica ha indotto la situazione meridionale a una vera e propria precipitazione: il taglio dei trasferimenti assistenziali, il disegno liberista del federalismo, la flessibilizzazione dilagante (v. i contratti d'area esemplari di Manfredonia, Crotone, Castellamare) si pongono su uno sfondo sociale già segnato da una profonda deindustrializzazione e dall'ulteriore espansione di una disoccupazione di massa, specie giovanile già da tempo drammatica. L'ingresso nell'Europa di Maastricht consolida e accentua queste tendenze di fondo: confermando una volta di più che là crescente marginalità dell'economia meridionale lungi dall'essere un'espressione di arretratezza e di "ritardo" è il risvolto di una reale integrazione nel moderno mercato capitalistico e un laboratorio di sperimentazione delle forme più avanzate di sfruttamento.
Peraltro l'ulteriore declino del Sud produce al suo interno una polarizzazione della ricchezza e del contrasto di classe. Da un lato abbiamo una borghesia meridionale emergente legata alle costruzioni, al terziario e all'economia turistica, protagonista spregiudicata delle operazioni speculative sulle aree industriali dismesse e che moltiplica i propri capitali attraverso i meccanismi della rendita. Al polo opposto il pesante ridimensionamento della classe operaia industriale si accompagna ad un processo di più ampia pauperizzazione segnato dal peso crescente dei disoccupati, dalla precarietà del lavoro stagionale, dal declassamento del pubblico impiego, dal supersfruttamento del lavoro femminile.
In questo quadro la criminalità organizzata trova il suo spazio naturale di riproduzione sociale: essa si intreccia profondamente con la borghesia meridionale di cui è organica frazione, attraverso un complesso rapporto: da un lato esercita su di essa un prelievo fiscale illegale e diffuso, largamente sostitutivo del fisco statale, entrando così in contraddizione con l'interesse complessivo della borghesia nazionale, ma dall'altro le assicura protezione sociale e credito bancario (anche attraverso l'utilizzo di settori dello Stato). Inoltre la criminalità agisce come ufficio di collocamento di giovani disoccupati e quindi, paradossalmente, come ammortizzatore sociale, tanto più in una fase in cui lo Stato borghese, da sempre esattore e gendarme, giunge a negare persino l'assistenza. In questo quadro nessuna sentenza di tribunale o iniziativa giudiziaria, nessun proclama solenne di lotta alla mafia possono rimuovere peso sociale e radici della criminalità organizzata, obiettivamente incorporata al blocco storico dominante.
Il nuovo governo delle destre costituisce oggi un fattore di ulteriore aggravamento della situazione meridionale. Le politiche di flessibilizzazione selvaggia del lavoro e di attacco alle conquiste sociali ricadranno in forma concentrata sulle condizioni materiali di ampi settori di giovani e di donne meridionali. Parallelamente il rilancio delle politiche delle "grandi opere" mira a rafforzare il blocco affaristico speculativo con l'aperto coinvolgimento di settori malavitosi del capitale, a scapito dell'ambiente e della stessa occupazione (v. ponte sullo stretto).
La piattaforma di lotta per la vertenza generale unificante di
lavoratori e disoccupati acquista dunque una valenza centrale per le
masse del Mezzogiorno. Le rivendicazioni del salario garantito ai
disoccupati e ai giovani in cerca di prima occupazione, della
trasformazione dei lavoratori precari in lavoratori a tempo
indeterminato, dell'abolizione del "Pacchetto Treu" e delle leggi di
flessibilizzazione del lavoro vanno assunte, tanto più oggi, come
terreno di unificazione del blocco sociale alternativo nel sud e
come ambito di ricomposizione in esso dell'egemonia di classe. In
questo senso vanno ricondotte a un programma anticapitalistico più
complessivo, basato su un vasto piano di rinascita e di sviluppo
generale del Mezzogiorno, e sulla necessita di un'azione di lotta
radicale a suo sostegno da parte dell'insieme del movimento operaio,
in rottura con la logica delle politiche concertative adottate fino
ad oggi dal sindacato.
Occorre organizzare comitati di lotta che
vedano come protagonisti ovunque possibile lavoratori, disoccupati,
precari, migranti e studenti, che sostengano scelte occupazionali in
netta controtendenza con quelle attualmente dominanti, ponendo anche
l'obiettivo della nazionalizzazione delle fabbriche che licenziano,
evadono, sfruttano mano d'opera a basso costo (con scarse norme di
sicurezza, bassi salari, scarsa specializzazione, part-time, ecc.
Occorre rivendicare come politica sociale per la rinascita del
Mezzogiorno l'eliminazione dei privilegi di classe della borghesia:
l'abolizione del segreto bancario, commerciale, finanziario quale
unica condizione per la lotta all'elusione ed evasione fiscale;
l'imposizione di una patrimoniale ordinaria e straordinaria sulle
grandi ricchezze; la tassazione fortemente progressiva dei profitti
e delle grandi rendite; l'abolizione dei trasferimenti pubblici alle
imprese, vera assistenzialismo di Stato che sottrae ogni anno
all'erario pubblico decine di migliaia di miliardi.
In conclusione al blocco storico dominante tra la grande borghesia del Nord e la borghesia meridionale, ivi inclusa la sua frazione criminale, occorre contrapporre il blocco storico tra la classe operaia e le masse popolari del Sud, a partire dai lavoratori e dai disoccupati, sulla base di un programma anticapitalistico. Ed anzi questo blocco di classe è il solo che può trasformare la questione meridionale in una leva decisiva dell'alternativa anticapitalista.
Tesi 28 - PER UN MOVIMENTO DI MASSA DELLE DONNE
Il PRC può e
deve impegnarsi per lo sviluppo di un movimento di massa delle donne
sul terreno della ricomposizione dell'opposizione di classe e
anticapitalistica.
Negli anni Settanta l'ascesa della classe operaia italiana aprì un varco importante allo sviluppo del movimento delle donne. E a sua volta la lotta delle donne fece un'irruzione forte nel dibattito politico, nella cultura, nella società italiana, favorendo la maturazione di una esperienza di massa più avanzata sullo stesso terreno democratico e ottenendo anche risultati importanti, seppur limitati, dal punto di vista del costume e del diritto (v. legislazione sulle lavoratrici madri, L. 194/78).
Con gli anni Ottanta l'arretramento del movimento operaio
trascinò con sé un'involuzione più generale della sensibilità
democratica e della coscienza di massa e, con esse, un arretramento
del movimento delle donne.
Ma soprattutto su quello sfondo si
svilupparono nel movimento femminile orientamenti culturali di
distacco progressivo dai temi sociali e di classe, di rifiuto della
contraddizione capitale/lavoro, di ripiegamento
intellettualistico-elitario. Le teorie idealistiche oggi presenti in
una parte rilevante del pensiero femminista -che riconducono
l'oppressione femminile a una radice biologica e a un codice
simbolico maschile- nacquero in quel clima sociale e culturale.
Oggi l'inizio di una ripresa del movimento operaio, la crisi di egemonia delle politiche liberiste, l'affacciarsi di una giovane generazione, creano uno spazio nuovo per il possibile rilancio di un movimento di massa delle donne, capace di coinvolgere in primo luogo i settori più oppressi e sfruttati della popolazione femminile. E tanto più oggi il PRC deve impegnarsi in questa direzione fuori da ogni adattamento a espressioni elitarie del pensiero femminista.
Le politiche sociali dell'intera legislatura di centrosinistra
hanno determinato un attacco profondo alle condizioni di vita di
milioni di donne (Legge 40/98 del governo Prodi, Legge Bassanini del
'97 a favore della sussidiarietà, purtroppo sostenute dal voto del
PRC). Oggi il governo Berlusconi da un lato dà fiato all'arroganza
del peggiore integralismo cattolico (v. l'attacco alla 194),
dall'altro innesta il rilancio della "centralità della famiglia" su
un ulteriore smantellamento dello Stato sociale. Attraverso
detrazioni fiscali e assegni irrisori il nucleo familiare, cioè la
donna, è incentivato a farsi carico di compiti di cura prima propri
del Welfare State. La privatizzazione del sistema sanitario e degli
asili nido va nella medesima direzione. Le donne sono costrette a
subire doppiamente sulla propria pelle il carico di lavoro di cura
nei confronti dei soggetti a rischio e marginalizzati di questa
società (anziani, malati terminali, sieropositivi, portatori di
handicap). E questo nel mentre subiscono come prime vittime
l'attacco ai posti di lavoro (licenziamenti) e la compressione dei
salari.
Da più versanti l'oppressione di milioni di donne ha
sempre più un contenuto sociale riconoscibile e inequivoco.
Su Questo terreno va costruito un intervento di classe teso a ricomporre la più vasta opposizione di massa, a partire dalle donne. La lotta alle privatizzazioni e contro l'attacco allo Stato sociale; la lotta per il diritto al lavoro e per un salario garantito quando il lavoro non c'è; la lotta per il diritto alla salute garantito dal servizio pubblico e gratuito; la lotta per gli asili nido e contro la chiusura dei consultori, possono coinvolgere, in prima fila, i settori più oppressi della popolazione femminile. Ma è essenziale che il movimento operaio assuma queste tematiche all'interno delle proprie lotte come terreno di egemonia e ricomposizione. E che il PRC ponga queste tematiche congiuntamente all'interno del movimento operaio (contro ogni logica concertativa) e come ambito di sviluppo di un movimento di massa delle donne.
Il PRC ha il compito di monitorare tutte le espressioni di lotta delle donne, di radicarsi al loro interno, di lavorare a estenderle e unificarle. Ma costruendo sempre una connessione viva tra obiettivi immediati e prospettiva anticapitalistica, entro la logica transitoria. E quindi riconducendo ogni lotta delle donne al processo più generale di emancipazione della classe lavoratrice, per un'alternativa di società e di potere.
Tesi 29 - INTERVENTO SULL'IMMIGRAZIONE
Il fenomeno
dell¹immigrazione uno dei prodotti più macroscopici del
carattere ineguale e squilibrato dello sviluppo capitalistico è
utilizzato dalla classe dominante per dividere e indebolire la
classe operaia.
L¹impegno dei comunisti per i diritti sociali e
politici degli immigrati e contro la xenofobia e il razzismo è parte
integrante della lotta per la ricomposizione dell¹unità della classe
e per la costruzione del blocco sociale alternativo.
Le migrazioni sono uno degli effetti più macroscopici delle
contraddizioni dello sviluppo capitalistico, ed oggi anche delle
guerre e delle catastrofi ambientali.
Anche l'Italia conosce da
tempo una presenza crescente di lavoratori provenienti da Paesi
dell¹Europa dell'Est e del Terzo mondo che la classe dominante punta
ad utilizzare come forza lavoro disponibile a basso costo e con
poche pretese.
Chiusura delle frontiere, flussi programmati,
controllo poliziesco sono i punti salienti delle politiche
dell'immigrazione attuate nell'ultimo decennio e condivise, al di là
delle differenze di tono e di accento, dal centrosinistra e dal
centrodestra.
Lungi dal disciplinare il fenomeno, questa linea
repressiva aggrava le già difficili condizioni di vita dei migranti,
crea i cosiddetti clandestini, contribuisce a costruire una
percezione distorta dell'immigrazione come fenomeno criminale e
criminogeno e ad alimentare la xenofobia e i pregiudizi razzisti.
Peraltro, la condizione di clandestinità, il ricatto
dell'espulsione, la minaccia della xenofobia sono funzionali a
rendere gli immigrati disponibili per qualsiasi lavoro e a qualsiasi
condizione, a farne cioè un elemento di indebolimento e di divisione
della classe operaia.
Di fronte alla novità dell'immigrazione, la
risposta delle forze del movimento operaio è stata del tutto
subalterna alle tendenze politiche dominanti, limitandosi al più, a
generici sussulti di impegno umanitario. Anche il PRC, nel quadro
dell'appoggio al governo Prodi, porta la responsabilità della legge
Turco-Napolitano che uniforma il nostro Paese alla legislazione
poliziesca di Schengen e introduce per gli immigrati irregolari i
campi di concentramento e la deportazione.
I comunisti devono
essere consapevoli che i fenomeni migratori pongono una sfida sul
terreno della ricomposizione dell'unità della classe operaia e della
costruzione del blocco sociale alternativo. Nella difesa dei
lavoratori immigrati il PRC deve saper svolgere, secondo
l'indicazione leninista, la funzione del "tribuno del popolo" che dà
voce a coloro che in questa società non hanno voce perché sono i più
oppressi. Da un lato occorre battersi per realizzare l'unità fra
lavoratori stranieri e italiani, dall'altro occorre impegnarsi
risolutamente contro la xenofobia e il razzismo e per costruire la
risposta militante, unitaria e di massa alle aggressioni xenofobe.
Occorre rivendicare innanzitutto il rispetto del diritto
d'asilo, la chiusura dei cosiddetti centri di permanenza temporanea,
la regolarizzazione di tutti gli immigrati presenti sul territorio
nazionale, l'abolizione delle procedure poliziesche per il permesso
di soggiorno e di lavoro, l'attuazione di concrete misure materiali
e socio-culturali di accoglienza e integrazione; ma l'obiettivo
dev'essere l¹abolizione di tutte le restrizioni all¹ingresso e i
pieni diritti di cittadinanza, sociali e politici, per tutti coloro
che cercano migliori condizioni di vita nel nostro Paese. Nel
contempo occorre battersi per sottrarre i lavoratori stranieri al
lavoro nero, ai bassi salari, al supersfruttamento, impegnandosi per
la loro sindacalizzazione e la piena integrazione nel movimento
operaio e nelle sue organizzazioni.
In questo ambito generale assume oggi un carattere di priorità la
piò ampia mobilitazione contro la legge Bossi-Fini e l'ulteriore
salto reazionario che essa configura (annullamento del diritto
d'asilo, introduzione del reato penale di immigrazione clandestina,
condanna del lavoratore migrante alla flessibilità a vita in
subordine all'impresa). Ciò che richiede, tanto più oggi, la diretta
assunzione della difesa dei diritti dei lavoratori stranieri da
parte dell'insieme del movimento operaio come parte integrante della
piattaforma di lotta contro il governo per la sua cacciata.
Tesi
30 - IMPOSTAZIONE PROGRAMMATICA DELL'ALTERNATIVA DI CLASSE
Il PRC
è e deve essere in prima fila nell'opposizione all'aggressione
liberista. Ma non può limitarsi ad una pura azione difensiva, pur
prioritaria. E' invece essenziale collegare, ovunque possibile,
l'azione di difesa e ampliamento dello stato sociale e dei diritti
con un programma anticapitalistico contro la crisi che indichi una
soluzione di classe alternativa. La questione della proprietà e del
potere non può essere solo enunciata: dev'essere posta al centro
dell'elaborazione programmatica del partito come filo conduttore
dell'intervento dei comunisti nella classe operaia.
In questi anni il nostro partito ha assunto come proprio orizzonte programmatico d'intervento, un orizzonte di riforma della società capitalistica in direzione di un modello di sviluppo non liberista. Ogni rivendicazione immediata, dalla tassazione dei BOT alle 35 ore, ai diritti dei lavoratori, è stata ricondotta a un programma di riforma indicato come terreno realistico di un'alternativa di società oggi "possibile", e di una "sinistra plurale" di governo che la persegua. La rivendicazione della "Tobin Tax" per un'"Europa sociale" è l'esemplificazione attuale di questa impostazione .
Questa impostazione ad onta del suo presunto realismo, si è rivelata nei fatti profondamente utopica. Immaginare una soluzione riformistica complessiva, che sia ad un tempo compatibile col capitalismo e di carattere "progressivo", significa nelle condizioni storiche dell'oggi perseguire un'utopia. Lo riprovano le esperienze concretamente vissute o osservate negli anni '90. Dal versante del governo, sotto Prodi come sotto Jospin, quel programma di riforme possibili si è capovolto in una politica controriformatrice e in una pesante corresponsabilizzazione dei comunisti alle politiche liberiste del capitale. Dal versante dell'opposizione quello stesso programma, sistematicamente proposto come terreno di confronto alle forze politiche dominanti, e all'apparato liberale dei DS non ha ottenuto neppure un ascolto. Continuare a perseguire questa impostazione significa alimentare tra i lavoratori quelle illusioni neoriformistiche che i comunisti in quanto tali sono chiamati a combattere.
L'impostazione programmatica dell'intervento di classe va allora esattamente rovesciata. I comunisti non possono assumere come proprio orizzonte i cosiddetti obiettivi "tangibili e possibili". Debbono invece costruire la propria politica sulla spiegazione costante che nessun serio obiettivo di progresso sociale può essere raggiunto e consolidato senza mettere in discussione in ultima istanza i rapporti di proprietà e di potere. Non si tratta affatto, com'è ovvio, di rinunciare alle rivendicazioni immediate ed elementari, che anzi vanno articolate e ricomposte in una precisa proposta d'azione (vertenza generale). Si tratta di spiegare, sulla base dell'esperienza pratica dei lavoratori, che ogni riforma, ogni eventuale conquista parziale, ogni eventuale difesa di vecchie conquiste può realizzarsi solo come sottoprodotto di uno scontro generale con la società capitalistica e i suoi governi (comunque colorati). E che solo la rottura dei rapporti capitalistici, solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro forza organizzata, può dischiudere una reale alternativa di società.
Ma proprio per questo va superata ogni impostazione programmatica "compatibilista", apparentemente concreta, concretamente astratta. E' necessario individuare su ogni terreno un sistema di rivendicazioni che da un lato si raccordi alla specifica concretezza dello scontro di classe e dall'altro prefiguri la necessità di uno sbocco anticapitalistico complessivo, fuori da ogni illusione riformistica.
La difesa delle conquiste sociali del movimento operaio dalle
politiche dominanti; lo sviluppo e l'estensione dei diritti sociali
come diritti universali, rappresentano rivendicazioni programmatiche
essenziali del PRC. Ma il loro perseguimento implica non solo la
richiesta di abolizione delle controriforme liberiste realizzate
bensì una ridislocazione sul versante della spesa sociale di nuove
immense risorse. Non è realistico pensare che la rinegoziazione del
patto di stabilità entro le maglie dell'Europa imperialistica
possano configurare una risposta al problema. E' necessario invece
prospettare la liberazione di almeno trecentomila mld attraverso
l'eliminazione di insopportabili privilegi di classe della
borghesia:
- l'abolizione del segreto bancario, commerciale,
finanziario, quale unica condizione concreta di una seria lotta
all'elusione ed evasione fiscale;
- una patrimoniale
straordinaria e ordinaria sulle grandi ricchezze;
- un drastico
aumento della tassazione dei grandi profitti e delle rendite,
accresciuti in questi anni dalle politiche dominanti;
-
l'abolizione dei trasferimenti pubblici alle imprese, vero e proprio
assistenzialismo statale al capitale che costa ogni all'erario
pubblico decine di migliaia di miliardi;
- l'abolizione
unilaterale del debito pubblico con piene garanzie per i piccoli
risparmiatori;
queste rivendicazioni rappresentano nel loro
insieme gli strumenti reali e possibili per finanziare una nuova
politica sociale al servizio delle grandi masse lavoratrici, dei
disoccupati, dei giovani, dei pensionati, della rinascita del
Mezzogiorno.
Al tempo stesso, tanto più in quest'epoca di crisi e di
gigantesche concentrazioni capitalistiche, ogni serio programma
redistributivo della ricchezza cozza contro i limiti della proprietà
borghese.
Ogni disegno di nuovo modello di sviluppo conforme ai
bisogni delle masse lavoratrici, dei disoccupati, delle popolazioni
povere del Sud richiede la messa in discussione della proprietà nei
settori strategici dell'economia, nel quadro di un'alternativa di
fondo di società e di potere.
In questo senso il V Congresso impegna il PRC a sviluppare una
coerente campagna anticapitalistica non in termini ideologici ma a
partire dall'esperienza delle grandi masse. Ad esempio:
l'inquinamento dei cibi da parte della grande industria alimentare
con la copertura della Commissione Europea pone l'esigenza di un
controllo dei lavoratori e dei consumatori sulla produzione del
settore e l'abolizione del segreto commerciale quale garanzia di
autodifesa sociale. Le speculazioni dell'industria petrolifera sui
prezzi della benzina richiedono l'apertura dei libri contabili delle
compagnie sotto il controllo dei consumatori e della società. Gli
scandali cronici e ripetuti della grande industria farmaceutica a
danno della salute e della vita richiedono una sua nazionalizzazione
senza indennizzo sotto controllo sociale. Ogni episodio di
criminalità del profitto contro la larga maggioranza della società
va raccordato all'esigenza di una risposta anticapitalistica quale
unica soluzione di fondo.
Parallelamente la questione della
proprietà va posta all'interno delle dinamiche di lotta dei
movimenti fuori da ogni adattamento alla loro pura e semplice
spontaneità. Nel movimento per la pace, entro una più generale
impostazione antimperialista, va posta la rivendicazione
dell'esproprio dell'industria bellica senza indennizzo e sotto il
controllo dei lavoratori. Nel movimento ambientalista va messa in
discussione la proprietà privata della grande industria inquinante
quale condizione di una sua reale riconversione. Più in generale la
questione della proprietà è obiettivamente posta dai movimenti di
resistenza a difesa del lavoro entro i processi di crisi e
ristrutturazione: la rivendicazione della nazionalizzazione delle
industrie in crisi senza indennizzo e sotto il controllo dei
lavoratori può costituire un elemento di ricomposizione unitaria di
un fronte strategicamente centrale seppur oggi disarticolato e
disperso.
Va peraltro chiarito ai lavoratori che le nazionalizzazioni che noi proponiamo non hanno nulla a che vedere con le vecchie cattedrali dell'industria pubblica. Infatti i comunisti: si battono per nazionalizzazioni senza indennizzo (con la doverosa tutela dei piccoli risparmiatori), perché l'indennizzo è già stato "pagato" dallo sfruttamento dei lavoratori e dai trasferimenti pubblici; si battono perché contestualmente alla nazionalizzazione siano messi in campo strumenti di controllo operaio e popolare, terreno centrale di autorganizzazione di massa democratica e consiliare; si battono contro ogni illusione di economia mista e di democratizzazione del capitalismo collegando la rivendicazione delle nazionalizzazioni alla prospettiva dell'alternativa di sistema.
Tesi 31 - RUOLO DELLA CHIESA E BATTAGLIA
ANTICLERICALE
L'opposizione comunista deve recuperare una
coerenza di proposta sullo stesso terreno sociale delle
rivendicazioni democratiche. Con l'apertura di una campagna per
l'abolizione del Concordato tra Stato e Chiesa, modificando
l'orientamento sinora assunto verso il papato e le gerarchie
ecclesiastiche.
Il PRC deve aprire una grande campagna politica per l'abolizione
del Concordato tra Stato e Chiesa, modificando le posizioni
contraddittorie e confuse sino ad ora sostenute nei confronti della
Chiesa cattolica. L'avallo ripetutamente offerto ad un presunto
"anticapitalismo" del papato, in una logica di comune "ricerca" ha
rappresentato un errore profondo del nostro partito.
Il Vaticano
rappresenta tuttora, come sempre, un baluardo storico dell'ordine
esistente. Gli intrecci materiali tra gerarchie ecclesiastiche e
proprietà capitalistica nel settore finanziario, immobiliare,
terriero, costituiscono la base materiale di questa funzione
conservatrice. Le formali posizione di "apertura" della Chiesa a
istanze sociali o antiglobalizzazione, così come la critica
all'assolutismo del profitto non solo non rappresentano un
anticapitalismo reale ma rientrano o in un più generale
antimaterialismo ideologico o in una aperta "concorrenza" e lotta al
marxismo all'interno delle masse oppresse. Inoltre la natura
integralistica dell'istituzione ecclesiastica si esprime da sempre
nelle posizioni reazionarie del papato sul terreno dei diritti
civili, dell'autodeterminazione della donna, dei diritti degli
omosessuali e delle lesbiche, dell'istruzione. In particolare la
lotta centrale delle donne per la difesa della legge 194 trova
nell'apparato della Chiesa il proprio nemico frontale.
La saldatura politica oggi tra interessi ecclesiastici e governo Berlusconi su molteplici terreni rafforza sensibilmente l'importanza della lotta contro le gerarchie ecclesiastiche. Certo il PRC non è e non deve essere un partito "ideologico"; il marxismo stesso va concepito come programma di trasformazione, non come credo; la conquista di settori di massa cattolici ad una prospettiva socialista è un aspetto importante della strategia rivoluzionaria, tanto più in un contesto che vede oggi settori cattolici di giovane generazione ben presenti nel movimento antiglobalizzazione. Ma proprio questo implica il disvelamento delle contraddizioni enormi tra le esigenze progressive di quei settori e la natura reazionaria della Chiesa, a partire dalla lotta di classe e dalla stessa battaglia per le rivendicazioni democratiche.
In questo quadro, oggi, sull'onda dello scontro apertosi in ordine alla scuola privata e alla libertà delle donne, la rivendicazione dell'abolizione del Concordato, della fine dei privilegi materiali e simbolici che esso garantisce alla Chiesa, riconquista una forte attualità.
Tesi 32 - NATURA DEL PARTITO
La proposta avanzata di
"superamento della funzione d'avanguardia" del partito, a favore di
una sua "contaminazione" di movimento, rappresenta un rischio serio
per il PRC e un danno per i movimenti stessi. Il bilancio decennale
della nostra esperienza di partito, il varo di una svolta politica e
strategica indicano la necessità della costruzione reale del partito
comunista come strumento centrale di lotta per l'egemonia
anticapitalista.
La natura del partito, la sua funzione, le sue forme
d'organizzazione e di vita, non sono separabili dal programma che il
partito persegue e dai caratteri della sua politica. Ed anzi:
programma e politica del partito selezionano inevitabilmente la sua
stessa natura.
Lungo l'itinerario di dieci anni sullo sfondo
delle scelte politiche e istituzionali compiute o perseguite e della
rimozione di un progetto strategico anticapitalista, il nostro
partito ha progressivamente accumulato un insieme di patologie
largamente riconoscibili: la ciclica scissione delle rappresentanze
istituzionali dal partito, a vari livelli; uno scarso coinvolgimento
dei militanti nella definizione ed elaborazione delle scelte, una
insufficiente trasparenza, agli occhi degli iscritti, del confronto
politico interno al partito; il mancato sviluppo di una robusta rete
di quadri, una crisi profonda e perdurante del radicamento sociale e
di classe. In altri termini, il nostro partito ha difeso la sua
propria esistenza, ma per molti aspetti non si è costruito. Si è
riprodotto come importante luogo d'aggregazione, come strumento di
mobilitazione, come presenza politica istituzionale, ma non ha
sviluppato una vita collettiva di partito, né una incidenza reale
sulla dinamica della lotta di classe.
Da questo bilancio dovrebbe
derivare la necessità di una svolta, tesa a rimontare il tempo
perduto, in direzione della centralità della costruzione del partito
e di una nuova politica che la trascini; una politica di alternativa
anticapitalistica e di corrispondente egemonia nei movimenti. La
sola politica che possa motivare realmente, al di là degli appelli,
una cultura d'organizzazione, formazione, militanza,
radicamento..
Invece la proposta che viene avanzata ha un segno esattamente opposto: da un lato riconferma la continuità della linea politica e strategica, sul piano nazionale e locale; dall'altro lato, propone una maggiore diluizione del partito nei movimenti entro un attacco diretto, come mai in precedenza, alla concezione stessa dell'"egemonia". La tesi del "definitivo superamento" della funzione "d'avanguardia" del partito, il concetto di "pari dignità" tra sedi di partito e luoghi di movimento, la critica esplicita allo stesso concetto di "circolo" e di "federazione" da aprire invece alla "contaminazione" dei movimenti configurano nel loro insieme una linea di tendenza profondamente negativa. Invece che sviluppare finalmente una linea di egemonia del partito nei movimenti, si teorizza per la prima volta un principio di egemonia dei movimenti sul partito. E così l'invito dell'apertura ai movimenti, in sé importantissimo, si trasforma in un rischio di dissoluzione nel movimento stesso o di trasformazione delle proprie strutture in indistinti luoghi di movimento. Il risultato paradossale, non è il rafforzamento del partito nel movimento ma all'opposto, un principio di dispersione delle forze e di loro ulteriore sradicamento a tutto danno sia del partito che del movimento stesso.
Tesi 33 - PARTITO, EGEMONIA, MOVIMENTO
E' necessario costruire
il PRC come partito comunista nell'accezione leninista e gramsciana
di intellettuale collettivo, impegnato nella lotta per l'egemonia
anticapitalistica nella classe operaia e nei movimenti di massa. Il
recupero e attualizzazione della concezione leninista del partito è
parte decisiva della costruzione reale del PRC, tanto più nella
stagione della ripresa dei movimenti. Fuori e contro la cultura
gramsciana dell'egemonia, ogni difesa della "forma partito" si
riduce a evocazione debole e retorica.
La lotta di classe e i movimenti di massa sono la leva centrale della trasformazione socialista: ciò significa che il lavoro di massa per la promozione dei movimenti di lotta, la loro estensione e sviluppo; il lavoro di radicamento profondo nei movimenti e nella loro dinamica, sono compiti elementari di un partito comunista. Ogni esternità ai movimenti di massa, ogni atteggiamento di distacco -comunque motivato- rappresenta non la "difesa" del partito ma, all'opposto, la compromissione di un progetto anticapitalista cioè della ragione stessa del partito comunista. Per questo simili atteggiamenti vanno seriamente contrastati, sul piano culturale e politico, all'interno del PRC.
Ma l'inserimento profondo nei movimenti va assunto come leva di
una battaglia per l'egemonia, non come bandiera della sua
rimozione.
Nella concezione leninista e gramsciana -antitetica
alle impostazioni teoriche e pratiche dello stalinismo- "egemonia"
non significa "controllo amministrativo", pretesa di un "primato"
del partito all'interno dei movimenti. All'opposto essa significa
lotta politica e ideale, libera e leale, per la conquista dei
movimenti a una prospettiva rivoluzionaria: in aperta
contrapposizione a direzioni politiche e culturali
burocratico-riformistiche. Fuori da questa azione si disperde la
ragione stessa di un partito comunista, e si compromettono le
ragioni di fondo dei movimenti stessi. L'intera esperienza del 900
dimostra infatti che i più grandi e radicali movimenti di massa,
privi di una direzione rivoluzionaria cosciente e sotto l'egemonia
di forze riformiste sono destinati in definitiva alla sconfitta.
L'antica teoria revisionistica di fine 800 secondo cui "il movimento
è tutto, il fine è nulla" (Bernstein) è stata confutata radicalmente
dalla storia. Non può essere riproposta, in nessuna forma, come
principio "nuovo" della rifondazione comunista.
L'argomento avanzato secondo cui la concezione leninista e
gramsciana dell'egemonia sarebbe oggi superata in quanto basata
sulla separatezza antica tra "movimenti prepolitici" e "dottrina" (a
fronte invece dell'anticapitalismo latente dei movimenti attuali)
fraintende radicalmente sia il passato che il presente.
La
rappresentazione dei movimenti come massa apolitica e del partito
come "dottrina" distorce in modo caricaturale la concezione marxista
sia dei movimenti che del partito. Ogni movimento di lotta delle
classi subalterne, anche limitato, racchiude una potenzialità
politica: muove pulsioni e idee nuove, sviluppa l'esperienza dei
protagonisti, arricchisce la loro consapevolezza. In questo senso
ogni movimento di lotta rivela un naturale "anticapitalismo
latente". La funzione decisiva del partito, non è di portare
dall'esterno del movimento apolitico, la scolastica della dottrina:
ma di far leva, nel profondo del movimento, sui sentimenti
progressivi che esso esprime e sulla dinamica viva di lotta che li
accompagna, per sviluppare l'anticapitalismo latente del movimento
in coscienza politica anticapitalista. Questo salto della coscienza
non si produce "spontaneamente". Richiede il lavoro metodico del
partito, perché solo il partito comunista detiene una memoria
storica delle lezioni della lotta di classe che nessun movimento
contingente può possedere; solo il partito comunista può basarsi su
un progetto strategico complessivo che nessun movimento può avere e
che da nessun movimento si può pretendere; solo il partito comunista
può lottare in forma organizzata e concentrata per liberare i
movimenti dal controllo di vecchi apparati o dalle influenze
culturali neoriformiste che ipotecano la loro sconfitta. La funzione
d'avanguardia del Partito come "intellettuale collettivo" trova in
questo compito decisivo la propria radice.
Peraltro lungi dall'essere superata, la concezione leninista del
partito è tanto più attuale nel momento storico attuale. In una
situazione segnata da un lato dalla ripresa dei movimenti della
nuova generazione e dall'altro dal retaggio della lunga cesura
storica tra marxismo rivoluzionario e giovani la funzione del
partito è più che mai decisiva come costruttore di coscienza, come
portatore nei movimenti di una visione politica complessiva, di un
metodo marxista di lettura e comprensione della
realtà.
Parallelamente proprio i processi frantumazione della
classe, sotto il peso delle sconfitte profonde degli ultimi
vent'anni- processi spesso addotti a sostegno del "tramonto" del
partito ne riprovano più che mai la funzione centrale: come fattore
di controtendenza, di ricomposizione sociale del blocco alternativo
e in esso di un egemonia di classe anticapitalistica.
A sua volta
così come il partito è lo strumento decisivo dell'egemonia, solo la
politica dell'egemonia fonda la ragione robusta di un partito
comunista. Fuori e contro la concezione leninista e gramsciana
dell'egemonia ogni difesa della "forma partito" per quanto sincera,
si riduce a evocazione rituale.
Tesi 34 - RIFORMA DEL PRC, NON DILUIZIONE NEL
MOVIMENTO
Proprio perché portatore nei movimenti di un progetto
anticapitalista e rivoluzionario il partito non può diluire le
proprie strutture nei luoghi di movimento: ma invece deve difenderle
e svilupparle nella loro specificità, come strumento di intervento
di massa. Ciò che richiede una riforma profonda dell'attuale
costituzione materiale del PRC.
Un partito comunista come "intellettuale collettivo" ha
l'esigenza centrale di sviluppare la propria organizzazione, nella
sua autonomia, quale strumento d'azione nella lotta di classe. La
tesi avanzata circa "la pari dignità" tra luoghi di partito e luoghi
di movimento in una logica di osmosi reciproca e di reciproca
"contaminazione" è, in questo senso profondamente regressiva: perché
dissolve in una astratta equivalenza di valori un'obiettiva
diversità di funzioni e di assetti. Non si tratta di attentare
all'autonoma sovranità dei movimenti e delle loro strutture, che va
invece rispettata e difesa. Né si tratta di negare l'apporto che
l'esperienza di movimento può portare alla formazione del partito,
che invece può e deve arricchirsi di ogni viva relazione di massa.
Si tratta invece di portare nel profondo dei movimenti e delle loro
autonome sedi, entro la partecipazione attiva alla loro costruzione,
il progetto rivoluzionario dei comunisti. E per questo è
indispensabile l'organizzazione del partito comunista, il suo
sviluppo autonomo, il suo radicamento organizzato, come fatto
rigorosamente distinto dal movimento. Senza la comprensione e
assimilazione collettiva di questa relazione tra organizzazione
d'avanguardia ed azione di massa il PRC è destinato ad oscillare,
nella sua vita concreta, tra distacco istituzionale dai movimenti e
dissoluzione politica del proprio ruolo in essi a favore di un
ingenuo movimentismo. E spesso a combinare entrambi gli
aspetti.
L'assunzione della politica dell'egemonia
anticapitalista nei movimenti richiede a sua volta una riforma
profonda del nostro partito.
Va affermata innanzitutto la
concezione di un partito certo capace di presenza istituzionale, ma
non istituzionalista. Un partito che quindi non finalizza la
politica al voto ma chiede il voto a una politica: che non subordina
la propria azione di massa alla propria rappresentanza istituzionale
ma subordina la propria rappresentanza all'azione di massa, allo
sviluppo dell'opposizione sociale, alla ricomposizione di un blocco
anticapitalista.
Il carattere di massa del partito sta, prima di
tutto, in questa sua proiezione quotidiana verso la conquista delle
classi subalterne: da qui la necessità di un radicamento sociale nei
luoghi di lavoro e sul territorio, della costruzione e formazione
dei militanti e dei quadri, del controllo vigile e costante sui
propri rappresentanti istituzionali, che vanno considerati a tutti
gli effetti rappresentanze del partito nelle istituzioni e non delle
istituzioni nel partito. Infine va affrontato con serietà e
concretezza il problema della costruzione organizzata del partito. A
questo proposito occorre educare il partito e i suoi organismi
dirigenti a tutti i livelli a formulare progetti definiti, concreti
e verificabili, in funzione del radicamento sociale e della vitalità
delle strutture, fuori da ogni mera proiezione d'immagine o di mero
inseguimento delle scadenze elettorali.
Tesi 35 - DEMOCRAZIA DEL PARTITO
Questa riforma politica
profonda della nostra concezione e costruzione del partito richiama
una riforma altrettanto profonda della sua democrazia, quale terreno
decisivo della stessa rifondazione comunista.
Abbiamo bisogno di rendere tutti i compagni "padroni di casa" nel proprio comune partito: di incoraggiare, non emarginare, le disponibilità dei giovani compagni; di valorizzare, non di comprimere, spirito d'iniziativa e indipendenza di giudizio, che sono lievito indispensabile per un partito vitale; e soprattutto di rendere tutti i militanti del partito partecipi delle elaborazioni e decisioni ai vari livelli del partito stesso: perché gli orientamenti democraticamente definiti sono anche quelli maggiormente sostenuti nell'azione pratica, mentre le scelte passivamente subite, quand'anche condivise, non mobilitano le energie e l'iniziativa.
Parallelamente va affermato il diritto di ogni compagno del partito a conoscere il dibattito, le deliberazioni, le posizioni diverse che emergono nel partito e di contribuirvi consapevolmente (e non per impressioni ricevute magari dalla stampa avversaria). E' essenziale in questo senso uno strumento di dibattito interno nazionale, con verbali e atti degli organismi direttivi, a partire dalla Direzione nazionale, ed un'ampia possibilità di contributi delle federazioni, circoli, singoli o gruppi di militanti. Al contempo Liberazione deve essere aperto agli interventi dell'insieme del partito e rispettarne la vita democratica, senza alcuna intromissione politica da parte di redattori o responsabili del giornale.
E' necessario inoltre che la formazione dei compagni - che va assunta come tema centrale del partito - sia concepita anche come sviluppo reale della sua democrazia interna; perché solo lo sviluppo di conoscenze, competenze, preparazione, rafforza l'autonomia di giudizio e quindi la libertà reale della valutazione.
Abbiamo bisogno più in generale di un partito di liberi/e e di eguali, che fa della lotta costante al proprio interno contro ogni forma di burocratismo e di discriminazione il codice nuovo della propria costituzione materiale; va dunque ripristinata la facoltà di iniziativa del circolo contro ogni forma di controllo burocratico della federazione; vanno profondamente rivisti ruolo e natura degli attuali esecutivi regionali. Va ripristinato e realmente affermato il diritto delle federazioni a designare democraticamente le proprie candidature elettorali ai vari livelli, contro logiche di imposizione da parte delle istanze superiori del partito.
Infine il nostro partito deve combinare la necessaria unità nell'azione esterna - fondamentale in una battaglia per l'egemonia - con la più ampia libertà di discussione interna e quindi con il rispetto pieno dei diritti delle minoranze (a partire da quello di poter diventare a loro volta maggioranza): solo questo rapporto di piena democrazia interna e di pari dignità reale (non formale) tra tutte le posizioni può educare alla concezione e alla pratica di un partito di liberi e di eguali e soprattutto può legittimare il principio dell'unità nell'azione esterna come principio assunto e interiorizzato dall'insieme del partito. In questo senso va superata ad ogni livello ogni discriminazione pregiudiziale verso componenti politiche del partito in ordine alla definizione della sua rappresentanza istituzionale e delle sue strutture esecutive.
Peraltro l'esperienza che abbiamo vissuto ha dimostrato che i veri rischi per l'unità del partito non stanno nel libero e leale confronto delle opinioni politiche diverse, ma nella manovra burocratica silenziosa, nello spirito di clan, nella logica del frazionismo burocratico e della cordata: che magari fino al giorno prima recitava l'unanimismo del voto e la "disciplina" di partito.
Tesi 36 - I GIOVANI COMUNISTI
I Giovani Comunisti hanno in
questa fase un grande potenziale di crescita. Ma una battaglia per
costruire l'egemonia politica tra i giovani su un progetto di
alternativa rivoluzionaria necessita di un rafforzamento
organizzativo dei GC e soprattutto del loro profilo politico
alternativo, fuori da ogni ipotesi di diluizione nelle aree
astrattamente "antagoniste" presenti nei movimenti (v. "Tute
bianche")
Il V congresso di rifondazione Comunista deve riservare alla
questione giovanile una particolare attenzione, per il ruolo
strategico che essa ha assunto nello scontro di classe in Italia.
I giovani, lavoratori, studenti o disoccupati, hanno subito più
di altri il peso di dieci anni di politiche neoliberiste che i
governi succedutesi alla guida del paese hanno intrapreso.
In
alcune aree del Paese, in particolare nel Mezzogiorno, l'esercito di
riserva dei senza lavoro, è in larghissima parte composto di ragazzi
e ragazze giovanissimi.
Per loro, molto spesso, l'unica
alternativa che si pone alla loro condizione sociale, è quello di
accettare lavori in nero, sottopagati, il più delle volte in settori
dell'economia controllati dalla criminalità organizzata.
Meno
tragica, ma non per questo meno pesante, è la situazione di chi un
lavoro più o meno regolare riesce a trovarlo.
Negli ultimi tempi,
specialmente dopo l'entrata in vigore del cosiddetto "Pacchetto
Treu", sciaguratamente approvato anche dal nostro partito, abbiamo
assistito ad un proliferare di forme di rapporto di lavoro atipico
(CFL, apprendistato, contratti di collaborazione coordinata, partite
Iva ecc.), che per i neo assunti sono in realtà la "tipicità" del
loro ingresso nel mondo del lavoro.
Queste forme d'occupazione
hanno avuto dei costi sociali molto alti: hanno significato bassi
salari, aumento dei carichi di lavoro, minor tutela contrattuale e
sindacale, mancanza di rispetto delle condizioni igienico sanitarie
nelle fabbriche e negli uffici (si spiegano così sia l'enorme numero
di morti sia quello di feriti ed invalidi causati da incidenti sul
lavoro), insomma una situazione di perenne precarietà e di
ricattabilità da parte dei datori di lavoro.
Nel mondo della
scuola, abbiamo assistito ad un sistematico attacco all'istruzione
pubblica, a tutto vantaggio di quella privata, iniziato dai ministri
ulivisti Berlinguer e De Mauro, e che oggi è portato a compimento
dal ministro Moratti.
Il progetto di parificazione tra scuola
pubblica e privata, che prevede finanziamenti statali e regionali a
quest'ultima a fronte di tagli di decine di migliaia di miliardi
alla scuola statale, la creazione di un'unica graduatoria per
insegnanti pubblici e privati (i secondi assunti in base alla
fedeltà all'ideologia degli istituti privati, quasi tutti
confessionali), l'istituzione della figura del preside manager, gli
investimenti fatti dalle imprese alle università, con lo scopo di
determinare le scelte didattiche, rendono ancor più chiaro il
carattere classista dell'istruzione in Italia.
A tutto ciò si
aggiunga la campagna reazionaria che si è negli anni aperta, in
materia di libertà sessuale (omofobia, ipotesi di limitazione del
diritto d'aborto, ecc.) e nella lotta al consumo di stupefacenti,
campagne rivolte in particolare contro i giovani.
Se questa è la
situazione nella quale sono costrette le giovani generazioni, non
stupisce che esse stiano avendo un ruolo di primo piano nelle
mobilitazioni che segnano il "disgelo" nella conflittualità di
classe.
In questa situazione bisogna quindi che il nostro
partito, e la sua organizzazione giovanile, si dotino di un
programma politico per intervenire all'interno di questi movimenti,
per svilupparvi una battaglia d'egemonia
Se il capitalismo dimostra sempre più la sua incapacità nel
garantire un futuro alle nuove generazioni, un'organizzazione che si
batta per il suo rovesciamento e per la creazione di un'alternativa
di classe socialista, potrà rispondere alle legittime aspirazioni
dei giovani, arrivando a conquistarne politicamente la
fiducia.
Per questo è necessaria una battaglia che partendo dagli
attuali livelli di coscienza presenti nei movimenti, le leghi alla
necessità di una più complessiva lotta contro il capitalismo,
spiegando come solo in una prospettiva più di cambiamento di
sistema, anche le aspirazioni per un salario adeguato, per un lavoro
stabile, per una scuola non asservita ai diktat del capitale,
potranno trovare soddisfazione.
Risulta viceversa non
condivisibile la scelta recente dell'attuale gruppo dirigente dei GC
di fare un blocco politico e organizzativo con le Tute bianche
(Casarini) e la Rete No Global (Caruso) costituendo nel movimento
antiglobalizzazione l'area dei "disubbidienti sociali". Ovviamente
non è in discussione la possibilità di stringere alleanze tattiche
con alcune soggettività ma vi è il rischio che, al di là della
volontà soggettiva, questa scelta metta in secondo piano l'azione
per la costruzione dell'organizzazione giovanile di rifondazione
come soggetto motore e potenzialmente egemone delle mobilitazioni in
corso, specialmente in una fase in cui le adesioni alla struttura
giovanile sono in forte aumento e sarebbe indispensabile un
investimento pieno su di essa; soprattutto, questa scelta rischia di
tradursi in una diluizione subalterna delle strutture dei GC in una
aggregazione su basi politiche confuse e sbagliate -un misto di
generico "antagonismo", movimentismo antipartito e riformismo- che
configurano nei fatti i "disobbedienti" come un ostacolo e non una
tappa di un progetto per la costruzione dell'egemonia comunista tra
le giovani generazioni.
E' per questi motivi che si rende
necessaria, anche in questo campo, una svolta politica del Partito e
dei Giovani Comunisti, i quali affronteranno questi temi nella loro
prossima Conferenza nazionale.