VI Congresso di Rifondazione Comunista

Adeguare l'organizzazione alla battaglia politica

Contributo di Aurelio Crippa

All’ultimo CPN il Segretario ha posto l’esigenza (ennesima) di una discussione sullo stato del Partito “a partire dall’analisi del comportamento tenuto in campagna elettorale e del fatto che forme organizzate nel Partito stesso costituiscono ormai un impedimento alla sua crescita”.

Da tempo, sento e leggo, di un “crescente degrado” dell’essere del Partito e della sua vita democratica, di un “correntismo cristallizzato” (contrapposizioni a prescindere, fra etichettature varie), tanto da non essere più giustificati (finalmente) con la poca innovazione attuata.

Le cause:

sono il prodotto del prendere corpo (con il precedente Congresso) di vecchie e nuove logiche e concezioni oligarchiche del modo di fare politica ed essere organizzazione, delle “innovative” modifiche statutarie introdotte, di alcune “sperimentazioni innovative” attuate della cui “bontà” parlano i risultati.

Non da meno le violazioni statutarie, gravi in se in quanto smentiscono la validità delle ragioni per cui si adottano, ma soprattutto inaccettabili perché “dicono al Partito che violare una norma, una regola, si può.

Una nuova fase si è aperta: può favorire una stagione politica più avanzata.

L’annunciato Congresso: la sede più idonea per la discussione a patto che a prevalere siano le idee ed il confronto politico vero, la disponibilità ad ascoltarsi.

Avverto, al contrario, un tintinnare di spade “per una resa dei conti” e per questo, la “vocazione” di una modalità congressuale del “prendere tutto, lasciare tutti, questo o quel documento pre-costituito” (sono d’accordo con Alasia ed altri).

Se così fosse la “cura peggiorerebbe la malattia”.

Il peggio non si combatte con il meno peggio.

Ho letto opinioni favorevoli ad un Partito con le correnti organizzate. Tesi legittima: la si presenti al Congresso.

Al contrario, continuo a pensare, che la forma più idonea è quella di un Partito Comunista di massa, strumento di identità e di autonomia politico-culturale, con l’ambizione di rifondare un pensiero ed una pratica comunista, attraverso un paziente e rigoroso lavoro di confronto tra passato e presente (la storia non va assolta, ma tanto meno buttata via estirpandone le radici, i giudizi vanno storicizzati).

Essenziale, oltre alla spinta ideale, un’analisi aggiornata che traduca questa in programmi ed in una organizzazione che le dia corpo e gambe (la caratteristica di massa dell’organizzazione sta nel suo modo di essere, nel suo agire  politico, oltre che nel numero di iscritte/i).

Soggetto politico che organizza le classi subalterne attorno sia ad un programma generale per il cambiamento della società, in senso socialista, sia per una proposta politico-sociale di medio periodo (“stadi” non separati tra loro).

Punto di riferimento per vari soggetti e le varie esperienza di segno antagonista, con l’obiettivo di far vivere una nuova cultura e con loro aggregare un blocco sociale alternativo.

A fondamento della vita interna i valori della democrazia e del pluralismo (le differenti opinioni sono arricchimento per tutti se non si “sclerotizzano” in correnti organizzate), che si esplicano entro un sistema di norme e regole, chiare e trasparenti, tali da garantire l’unità del Partito.

Con un modello organizzativo la cui natura democratica trova sostanza in un meccanismo collettivo della conoscenza, nel protagonismo e partecipazione decisionale di iscritte/i, nell’ampio spazio dato alle relazioni con l’insieme della società.

La sua pratica dell’innovazione (decisiva) non sinonimo di “nuovismo”, di moda del nuovo contro il vecchio, la dove il nuovo sarebbe di per se moderno e positivo ed il vecchio, di per se, antiquato e superato, ma processo che percorre, disaggrega, riaggrega. Tanto il vecchio quanto il nuovo.

Così oggi non è.

Il Partito esprime una politica antagonista, alternativa, ma non ha un corrispondente insediamento sociale, né un’adeguata organizzazione e consistenza (costante è il calo di iscritte/i), tanto da accrescere una sua connotazione di Partito di opinione.

Una inadeguatezza derivante dal venir meno del senso dell’organizzazione (voluto o no), che va recuperato, definendo una adeguata politica dell’organizzazione.

L’immagine del Partito, di forza antagonista e nel contempo componente unitaria, indispensabile, di uno schieramento di rinnovamento, può configurarsi più nitida e convincente, a condizione che si esprima in tutti i campi della vita delle masse, con un insediamento reale ed organizzato (nelle forme più idonee) nei luoghi fondamentali dello scontro sociale.

In primis: rassegnare alle strutture di base (circoli) il ruolo centrale, recuperando la loro funzione pienamente politica con una forte qualificazione e caratterizzazione in rapporto alla realtà sociale, territoriale, con la quale devono interloquire, strutturandosi in funzione della realtà specifica sulla quale sviluppa la sua iniziativa politica.

Circolo, non come terminale di un apparato burocratico, ma luogo dove si esercita la capacità delle/dei comuniste/i , di entrare in rapporto con i cittadini, con tutti i soggetti della società, per realizzare una forma più alta ed avanzata della politica, attenti all’organizzazione del Partito ed a tutto ciò che è e può organizzarsi a sinistra, fuori dal Partito, in un rapporto fecondo e dialettico con esso.

Sedi del “saper fare” che valorizzino “il saper fare e non solo il saper dire” che “vivono” sul protagonismo e partecipazione decisionale di iscritte/i, a tutte le scelte del Partito, a tutti i livelli.

Essenziale la presenza diffusa ed organizzata nei luoghi di lavoro (ingiustificato il ridimensionamento di una realtà già ridotta), di studio, fra le masse popolari.

Nelle organizzazioni/associazioni di categoria, nei sindacati, nella CGIL dove paghiamo il non aver preso atto (voluto o no) dell’involuzione negativa di Lavoro e Società al Congresso Nazionale (va guardato e sostenuto con attenzione l’operare di Fare Sindacato ed Eccoci, nuove aggregazioni di sinistra sindacale in CGIL).

La ripresa del conflitto di classe nel nostro Paese ha creato le condizioni per la costruzione di uno schieramento sociale ampio, che non si esaurisce in termini di gestione delle istituzioni democratiche.

Il Partito fa parte dei movimento in atto con pari dignità: deve continuare ad esserlo (i movimenti non sono al “servizio” dei partiti, ma neppure il contrario).

Occorre ridare vigore alla democrazia organizzata della sinistra, dare voce ai soggetti che individuiamo come protagonisti di un potenziale blocco sociale alternativo ed oggi, ancora in parte, sottoposte all’egemonia culturale dell’avversario.

Va accelerato, con atti e fatti concreti, il processo costitutivo di una sinistra alternativa, anticapitalista, antiliberista, di cui il Partito sia parte a pari dignità di altri., e nel contempo perseverare nel dialogo con la sinistra plurale (alternativa, riformista, ecologista) non condizionato dall’affanno di una ricerca immediata di alleanze che sfocino in formule di governo, basta con formule organizzativistiche, ogni giorno una nuova, parliamo di contenuti per un programma politico-economico-sociale alternativo al centro-destra). 

In questo agire, nessuna contraddizione fra la nostra orgogliosa rivendicazione di autonomia riproponendo il marxismo “analisi concreta delle situazioni concrete”.

Dice la leggenda che San Martino donò metà del suo mantello al povero ignudo e come dice Brecht morirono tutte e due.

Le/i comuniste/i esistono per garantire a tutte e due il loro mantello.

Aurelio Crippa (Direzione Nazionale PRC)
Roma, 1 settembre 2004