VI Congresso di Rifondazione Comunista

Una proposta congressuale alternativa

Solo una rottura col centro dell’Ulivo può liberare sino in fondo il potenziale di lotta che si manifesta nel paese

Il VI Congresso del PRC è ormai alle porte. Non sarà un Congresso ordinario. La svolta impressa da Fausto Bertinotti in direzione di un governo con l’Ulivo mette di fatto in discussione la stessa ragione sociale del nostro partito, l’esistenza di un’opposizione comunista in Italia.

“Primarie”, “vincolo di maggioranza”, “coalizione democratica”, accantonamento di fatto della centralità del ritiro delle truppe nel nome della convergenza “umanitaria” con Berlusconi e Ulivo: sono solo tappe di questa direzione di marcia, tra l’applauso della stampa borghese e il disagio del partito e dei movimenti.
Noi pensiamo che questa deriva vada fermata.
Non è sufficiente “criticarla” per di più a intermittenza (come fa Erre); né sono credibili atteggiamenti (quali quelli dei dirigenti dell'Ernesto) che da un lato hanno salutato positivamente la svolta verso l’Ulivo e dall’altro chiedono ora un confronto negoziale più stringente, ipotizzando comunque... un sostegno esterno al governo Prodi (come nel 96-98).
No. Non è più tempo di tatticismi e contorsioni. E’ tempo di chiarezza e di un’assunzione di responsabilità.
L’ingresso del PRC in un futuro governo Prodi o nella sua maggioranza significherebbe di fatto il passaggio del nostro partito dalla parte della borghesia italiana. Non contano le “intenzioni”, conta la realtà delle cose. Non si può stare, allo stesso tempo, dalla parte degli operai di Melfi e in un governo benedetto dalla Fiat. Non può esistere alcun programma comune tra lavoratori e padroni, tra i giovani noglobal e i banchieri di Maastricht, tra i pacifisti conseguenti e i sostenitori dell’Europa in armi, tra i difensori dei popoli oppressi e i sostenitori delle occupazioni coloniali. O si sta di qua, o si sta di là.
Questo è il nodo del VI Congresso.

Un anno e mezzo fa, all’inizio della “svolta”, avevamo richiesto un Congresso straordinario del PRC che desse per tempo la parola a tutti i compagni del partito. Questa richiesta democratica è stata respinta da tutte le altre componenti del PRC. E’ stata una grave responsabilità, che ha consentito alla Segreteria nazionale di perseguire indisturbata la nuova rotta.

Ma ora tutti i compagni e le compagne del partito – al di là di ogni vecchia divisione di mozione - hanno la possibilità di porre un argine a questa deriva, di promuovere e sostenere una proposta alternativa: una proposta che certo rivendica la cacciata di Berlusconi, ma dal versante dei lavoratori e non dei padroni.
Per questo riteniamo essenziale che il vasto sentimento nel partito contro la svolta possa tradursi in una proposta congressuale chiara, capace di raccogliere dal basso la diffusa domanda di unità e al tempo stesso di evitare ogni ambiguità.
Avanziamo dunque all’attenzione di tutti i compagni e le compagne del nostro partito tre proposte di linea come possibile base di un comune testo alternativo.

PER LA ROTTURA DEL PRC CON PRODI,
PER UN POLO AUTONOMO DI CLASSE

La rottura del PRC col centro dell’Ulivo (Margherita, maggioranza DS, SDI, UDEUR) è imposta dalle più elementari ragioni di classe. Ma tale rottura non ha il senso di un ripiegamento settario. Al contrario deve star dentro una proposta più generale di autonomia di tutti i movimenti dalla borghesia italiana. La proposta di un polo autonomo di classe risponde a questa esigenza. Va rivolta a tutti i protagonisti di tre anni di mobilitazioni contro Berlusconi, a partire dai lavoratori e dai giovani; a tutte le loro organizzazioni di massa (CGIL, sindacalismo di classe, rappresentanze del movimento antiglobalizzazione e contro la guerra); a tutte le forze di sinistra che hanno sostenuto il referendum del PRC sull’articolo 18 (Sinistra DS, PdCI, Verdi). Il PRC deve sfidare l’insieme di questa sinistra sociale e politica a rompere con il centro e a unire nell’azione le proprie forze contro Berlusconi e per un’alternativa vera.
In questi anni la subordinazione della sinistra al centro, ha rappresentato una palla di piombo al piede della stessa mobilitazione contro il governo. La gestione centellinata di scioperi simbolici; il rifiuto di una piattaforma unificante di mobilitazione non hanno rappresentato semplicemente errori sindacali: hanno rappresentato la volontà politica di subordinare il movimento operaio all’egemonia liberale dell’alternanza. Il risultato è stato disastroso. Berlusconi non solo rimane al suo posto, ma forte dell’assenza di un’opposizione radicale, rilancia la propria offensiva.
Così non può continuare. Solo una rottura col centro dell’Ulivo può liberare sino in fondo il potenziale di lotta che si manifesta nel paese. Le lotte a oltranza e vincenti a Scanzano in Fincantieri e soprattutto a Melfi hanno dimostrato non solo l’inconsistenza delle obiezioni alle forme di lotta radicali ma le potenzialità di una prospettiva di loro unificazione in un vero sciopero generale prolungato attorno a una comune piattaforma che punti alla caduta del governo. Una caduta di Berlusconi sull’onda di una lotta di massa segnerebbe l’intera situazione politica, muterebbe i rapporti di forza tra le classi, costruirebbe condizioni più avanzate nella lotta per un’alternativa vera. Per questo il centro dell’Ulivo guarda con terrore alla sola idea di una spallata di massa a Berlusconi augurandogli di restare fino al 2006. Per questo una sinistra sociale e politica che voglia assumersi le proprie responsabilità deve candidarsi a direzione di una mobilitazione radicale per la cacciata del governo.

PER UN’ALTERNATIVA DI SOCIETA’ E DI POTERE.
L’ALTERNATIVA E’ ANTICAPITALISTICA O NON E’

Sul termine “alternativa” regna la confusione più grande. Quella per cui il liberalismo di Prodi e D’Alema è diventato “riformismo”. E il riformismo (illusorio) è diventato “l’alternativa”.
E’ bene restituire le parole alle cose.
Non c’è alternativa possibile a braccetto delle classi dirigenti. L’alternativa è tale solo in rottura con la borghesia e i suoi partiti. E questo tanto più entro la crisi capitalistica che mina le basi di ogni “compromesso riformatore”.

Innanzitutto un programma di alternativa vera è chiamato a cancellare l’intera stagione di controriforme che le classi dominanti hanno imposto negli ultimi 15 anni.
La cancellazione della “riforma” pensionistica di Berlusconi va combinata con la cancellazione della “riforma” Dini che ha abbattuto le pensioni future dei giovani per fare largo al capitale finanziario.
La cancellazione della legge 30 va congiunta all’abolizione del pacchetto Treu, imposto dal governo Prodi (col voto purtroppo del PRC), che ha introdotto la piaga del lavoro interinale.
La cancellazione della “Bossi-Fini” non può risparmiare i campi di detenzione (CPT) imposti da Prodi agli immigrati (col voto purtroppo del PRC) e tutte le loro brutture.
E lo stesso vale per la scuola, per l’università, per ogni campo di vita sociale.
Un’alternativa che risparmiasse le controriforme dell’Ulivo sarebbe nei fatti un’alternanza liberale.
In secondo luogo una vera alternativa non potrebbe essere meno radicale verso la borghesia di quanto la borghesia sia stata verso i lavoratori.
La borghesia italiana ha operato in 15 anni una radicale redistribuzione della ricchezza, da un lato comprimendo salari e spese sociali, dall’altro detassando il capitale e moltiplicando le agevolazioni per le imprese. Un governo di alternativa dovrebbe realizzare un programma di segno opposto: da un lato un forte aumento di salari e pensioni, un vero salario garantito ai disoccupati senza contropartite di flessibilità, una forte espansione della spesa sociale a partire dall’istruzione e dalla sanità; e dall’altro il finanziamento di queste misure con la tassazione progressiva dei grandi patrimoni, profitti e rendite, con l’abolizione dei trasferimenti pubblici alle imprese private, con l’abbattimento delle spese militari, con l’abolizione dei finanziamenti pubblici a scuole e sanità private…
Qualsiasi altra soluzione si limiterebbe ad amministrare la regressione sociale avvenuta in 15 anni. Potremmo chiamarla alternativa?
In terzo luogo un’alternativa vera non potrebbe limitarsi ad un puro orizzonte redistributivo, ma dovrebbe affrontare il nodo della proprietà.
In 15 anni la borghesia italiana e i suoi governi hanno promosso privatizzazioni gigantesche, riassetti proprietari di grande rilevanza nei settori strategici della produzione, del credito, dei servizi. Un’alternativa vera dovrebbe innanzitutto procedere, con eguale radicalità, nella direzione opposta: rinazionalizzare, senza indennizzo, e sotto il controllo dei lavoratori le imprese e i servizi privatizzati; nazionalizzare senza indennizzo e sotto controllo operaio e sociale le aziende in crisi, che licenziano, che inquinano; nazionalizzare senza indennizzo e sotto controllo operaio e popolare le industrie responsabili di truffe e speculazioni a danno di lavoratori, consumatori, piccoli risparmiatori.
I casi Parmalat e Cirio, i casi Eni ed Enel, sono esemplari. Dimostrano che non può esservi alleanza con il profitto “buono” contro la rendita parassitaria e che senza incunearsi nel diritto di proprietà, ogni predicazione contro “corruzione e malaffare” resta illusione e ipocrisia.
E’ vero: questo programma non è compatibile con il capitalismo italiano e la U.E.. Ma questo dimostra una volta di più la necessità di superare l’illusione neoriformista di un’Europa sociale in ambito capitalistico. L’alternativa è anticapitalistica o non è, su scala sia italiana che europea. E chiama necessariamente la prospettiva di un’alternativa di potere. Se le classi dirigenti d’Italia e d’Europa hanno fallito, incapaci di prospettare qualsiasi progresso, spetta ai lavoratori, ai giovani, al blocco sociale alternativo emerso nelle mobilitazioni di questi anni rifondare la società.
Ricondurre lotte e ragioni dei movimenti ad una prospettiva di alternativa socialista internazionale, è la ragione stessa di un Partito Comunista. A partire da un sostegno incondizionato al diritto di resistenza di tutti i popoli oppressi contro il capitalismo e l’imperialismo.

L’OPPOSIZIONE COMUNISTA E’ IRRINUNCIABILE

Infine la lotta per un’alternativa di società e di potere implica la salvaguardia di un’opposizione comunista. L’opposizione comunista è irrinunciabile. E’ questa una considerazione di grande rilevanza strategica. Non riguarda solo i comunisti, ma l’insieme del movimento operaio.
Innanzitutto si tratta di un principio elementare della tradizione comunista, prima della degenerazione staliniana. Non c’è rifondazione comunista senza recuperare il principio dell’opposizione ai governi del capitale. Ma soprattutto l’attualità del recupero di questo principio è testimoniata dall’esperienza delle collaborazioni di governo nell’attuale fase di crisi capitalistica. Tanto più in un contesto segnato dall’esaurimento dello spazio riformistico l’ingresso dei partiti comunisti nei governi borghesi significa semplicemente il loro coinvolgimento nelle politiche di attacco ai lavoratori. Così è stato per il PCF nel governo Jospin del 97-2001. Così è stato per il nostro partito nella maggioranza del primo governo Prodi del 96-98. Così è oggi per il partito comunista del Sudafrica nell’attuale governo Mebki, e per i partiti comunisti indiani nella maggioranza di governo del loro paese…
Cacciare Berlusconi per un’alternativa di classe deve essere una parola d’ordine centrale. Ma proprio quella parola d’ordine implica l’opposizione comunista a un eventuale governo d’alternanza.
Se i comunisti hanno interesse a concorrere alla sconfitta di Berlusconi sullo stesso terreno elettorale al fine di legarsi ai sentimenti delle masse, hanno al tempo stesso la necessità di preservare la totale autonomia politica della propria opposizione a un governo borghese dell’Ulivo. Di più: dovrebbero sviluppare un’opposizione radicale a quel governo, entrare nelle contraddizioni del suo blocco sociale, raccogliere l’avanguardia di tutti i movimenti contro la politica di concertazione.
Ogni altra soluzione significherebbe un inaccettabile compromissione del PRC; sia nel caso di un ingresso diretto del PRC nel governo Prodi, sia nel caso di un appoggio esterno del PRC al governo che coinvolgerebbe in egual misura le responsabilità del partito (come nel 96-98).
No. Su questo terreno decisivo non possono esservi equivoci.
L’opposizione a un governo liberale non può essere messa in discussione. Nessun governo della borghesia, di centrodestra o di centrosinistra, può essere privato di un’opposizione di classe e comunista.

UNA PROPOSTA APERTA A TUTTI I COMPAGNI E LE COMPAGNE

Questi tre assi non esauriscono naturalmente la complessità di una proposta congressuale alternativa. Ma ne rappresentano il fondamento ineliminabile.
Fuori dalla chiarezza di questi tre assi di fondo ogni unità congressuale sarebbe un pasticcio opportunistico. Ma su questi assi di fondo la più larga unità dell’opposizione interna alla svolta di Bertinotti, oltre ogni vecchia barriera di “mozione”, rappresenterebbe un fatto politico rilevante. Non solo per il PRC ma per l’avanguardia operaia e giovanile di questi anni di lotte.
Per questo la nostra proposta si rivolge non solo ai comunisti ma all’insieme dei movimenti di lotta, ed in particolare a quella giovane generazione che non deve essere piegata, come trent’anni fa, a un compromesso storico con i suoi avversari.
Con questo spirito aperto ci disponiamo – da subito – all’interlocuzione più ampia con tutti i compagni e le compagne del nostro partito e dei movimenti.

Associazione Marxista Rivoluzionaria - Progetto Comunista (Sinistra del PRC)
Roma, 3 ottobre 2004
da "Progetto Comunista"