Il compagno della segreteria della Federazione di Piacenza ha concluso il suo intervento introducendo nel nostro dibattito un linguaggio difficilmente, per noi, accettabile: onestà, disonestà, moralità della politica. Questo con riferimento all’atteggiamento e alle posizioni assunte, a volte a prescindere, da uno o più gruppi organizzati interni al partito.
A mio parere, nel partito, vi sono sostanziali differenze politiche, per certi aspetti, difficilmente riconducibili a sintesi unitarie, ma eviterei, nelle nostre discussioni, l’utilizzo di tali categorie.
Vi è, a mio giudizio, un problema che attiene all’etica comportamentale di singoli compagni, in relazione alle scelte fondamentali dell’essere comunista; ma su questo, per ragioni personali, tornerò alla fine dell’intervento.
Premetto che da alcuni mesi prevale in me una sorta di visione pessimistica e freddezza rispetto alla politica e al futuro del nostro partito; questo per vicende personali e per dinamiche interne al partito stesso.
L’ultimo congresso ha introdotto una modalità di dibattito deteriore, alquanto discutibile.
Le ultime riunioni del CPN si sono concluse con la presentazione di più documenti finali (spesso documenti illeggibili e quasi congressuali); insomma, siamo perennemente in fase congressuale.
Ma, dato che non mi riesce a rimanere in silenzio, quando leggo sui maggiori quotidiani interviste come quella recente di Rutelli, prendo carta e penna e scrivo al nostro giornale. E, nello scrivere implicitamente rispondo, per quanto mi compete e per quanto conta, ad un problema che qui è stato posto: siamo un partito del segretario o c’è il segretario del partito?
Nell’intervista citata Rutelli non si rivolge al partito della Rifondazione Comunista, ma direttamente a Bertinotti; nella mia lettera a “Liberazione”, mi rifaccio alle posizioni del partito, quindi, per me vi è il partito e il segretario politico che ne esprime la linea.
Condivido quanto una compagna del nazionale ha detto al comitato politico della federazione di Piacenza …..”vi è una crisi della politica e una crisi dei partiti…..”, aggiungo io, vi è pure una crisi della militanza; certo non si può condividere la conclusione che, com’è stato detto, sembra abbia assunto la compagna, in altre parole: preso atto di questa situazione, come partito ci adeguiamo e quindi, modifichiamo il nostro modo di fare politica; a mio parere se modifichiamo il nostro agire di conseguenza cambia anche la linea politica. Io penso che dobbiamo opporci a questa crisi della politica. E’ difficile e complicato, anche perché la crisi della militanza ha colpito anche noi ma, il rilancio di una politica partecipata deve essere uno dei nostri obiettivi principali.
Ho apprezzato la relazione di Enzo (Jorfida ndr), sia per gli aspetti qualitativi sia perché ha dimostrato che in poco tempo si possono dire tante cose; non sempre servono relazioni fiume. Anche i tempi e i metodi della discussione sono importanti.
Vengo al punto principale del mio intervento. Enzo nella relazione poneva, tra le tante cose, alcune questioni che cosi sintetizzo: vi è una sostanziale condivisione con la linea politica del partito; nel partito vi è carenza di democrazia e un metodo nel discutere e affrontare i problemi sostanzialmente oligarchico; in previsione del congresso servono regole chiare e comunque per noi non è condivisibile un congresso con documenti blindati.
Personalmente vorrei evitare di trovarmi coinvolto in un congresso come quello precedente che esplicitamente o implicitamente ha introdotto nel partito la logica delle correnti. Logica devastante in quanto i gruppi dirigenti del partito sono chiamati non ad elaborare la politica del partito ed eventualmente fare sintesi tra posizioni diverse, ma a mediare tra decisioni che le varie componenti assumono in altre sedi; una pratica, quella correntizia, che ha determinato, infine una difficoltà nei rapporti tra compagni; rapporti personali a mio giudizio difficilmente recuperabili nei prossimi anni.
Ora, se noi condividiamo la linea politica, e questo per me è importante, dobbiamo in ogni caso continuare la battaglia per un partito più democratico, perché gli iscritti abbiano più voce e più sedi per discutere, perché le regole siano chiare e rispettate da tutti ecc.
Io eviterei di sostenere noi la necessità di documenti emendabili per presentare un nostro emendamento, diciamo cosi su questioni di democrazia e di metodo. Ripeto è questa una battaglia giusta, aperta, che rimarrà aperta anche dopo il congresso.
Personalmente sento l’esigenza di fare chiarezza rispetto alla linea politica. L’ultima direzione si è chiusa con un voto unanime (escluso la minoranza) ma con dichiarazioni di voto davvero contraddittorie (chi a favore per continuità, chi per discontinuità).
Ora, io comprendo che un congresso blindato rischia di diventare una sorta di referendum pro o contro il segretario, e rischia di peggiorare i già difficili rapporti tra compagni (per fortuna non sempre è cosi). Ma l’alternativa è un congresso come il precedente nel quale ognuno ha in seguito interpretato a suo modo le decisioni assunte e, in alcuni casi, gli emendamenti presentati avevano l’unico scopo di misurare le forze in campo.
La chiarezza nella linea politica credo sia oggi la priorità. Qualcuno ha detto che alla fine, con un congresso blindato, anche quelli, per esempio, dell’Ernesto voterebbero con il segretario. Questo non lo so, però nell’ultimo numero dell’”Ernesto”, un’editoriale, lungo sei pagine, criticava apertamente la linea del partito da Genova ad oggi. Mi pare davvero difficile che si possa continuare a dire tutto e il contrario di tutto.
Bisogna assolutamente evitare che si consolidi nel partito la pratica delle correnti. Condivido quanto diceva Enzo , vale a dire che serve più partito e non meno partito. Ma serve essere consapevoli delle difficoltà in cui versa il partito. Non ho una visione complessiva del partito ma per quel poco che conosco posso affermare che spesso nei circoli si fatica non solo trovare chi assume il ruolo di segretario, ma anche a convincere i militanti a partecipare come delegati ai congressi delle istanze superiori.
Ciò per dire che alla fine capita che, segretari o delegati, non siano espressione diretta del dibattito e delle posizioni politiche.
Questo limite evidente, che a mio parere non si supera né con un congresso blindato, né con un congresso a documenti emendabili, è il portato della difficoltà di crescita, anche numerica, del partito.
Difficoltà di crescita in una fase in cui, di contro, ci potrebbero essere le condizioni per aumentare i nostri consensi.
Quindi serve chiarezza sulla linea politica e lavorare per avere più partito, e nel contempo contrastare l’approdo correntizio avviato nel precedente congresso.
Termino con una questione che all’apparenza può sembrare personale ma che personale non è, e che attiene all’etica comportamentale dell’essere comunista, come individuo, non come collettivo.
E’ una vicenda che mi ha colpito profondamente e per la quale ho vissuto, e vivo, un periodo di crisi di identità e di militanza.
Personalmente ho sempre pensato che concetti quali Democrazia e Rappresentanza, per un comunista avessero una interpretazione univoca.
Per brevità di ragionamento. Ritengo legittimo che ci siano compagne e compagni comunisti con posizioni politiche diverse dalle mie. In particolare è legittimo che non tutti abbiano condiviso la scelta di formalizzare in CGIL la nascita di una nuova area programmatica “ Fare Sindacato” e che quindi, nel momento in cui si è posto il problema della mia sostituzione nella segreteria della CGIL Brianza avendo io formalizzato l’uscita da “Lavoro Società….” e aderito alla nuova area, si siano avanzate candidature alternative a quella da ma proposta. Il punto politico ovviamente non è questo.
Nel sindacato e in politica le battaglie si fanno, a volte si vincono altre si perdono. Ma se il candidato proposto in alternativa (compagno iscritto al partito) ha un consenso minoritario dentro la sinistra CGIL (“Lavoro Società….” CGIL Brianza), e nonostante questo, con buona pace del concetto di Rappresentanza, e solo perché sostenuto, anzi proposto da chi sta nelle segreterie regionali e nazionali della CGIL, mantiene la candidatura, di conseguenza, non in ragione alla paura di perdere una battaglia (ripeto vinta nei rapporti interni alla minoranza), ma per “tutelare” politicamente e umanamente il compagno che aveva ottenuto i maggiori consensi, si ritira la candidatura, si pone o non si pone un problema politico ed etico comportamentale, per chi ha una tessera del PRC in tasca?
Ho riflettuto molto su questa vicenda, e ripeto, non è un problema personale, per altro, in contesti diversi, con soggetti diversi, ma sempre con la tessera del partito in tasca, il film si è rivisto, e quindi, anche nei comunisti si fa strada la logica per cui “l’autoritarismo” dato da un ruolo ricoperto (non l’autorevolezza che è ben altra cosa) prevale sul concetto di Rappresentanza, allora capite quanto è difficile l’impresa di costruire un partito comunista.
Il prossimo congresso, spero, puntualizzerà meglio e collettivamente la linea politica del partito e questo, probabilmente aiuterà la crescita del partito.
Ma la condizione essenziale per la crescita del partito è che il partito ridiventi una comunità di donne e di uomini, comuniste/i che sappiano coniugare, il più possibile, la coerenza tra la teoria e l’agire, in altre parole tra il dire e la pratica quotidiana.