Siamo compagne e compagni con responsabilità di direzione locale nel partito, nelle istituzioni e nei movimenti e i più fra noi hanno condiviso le Tesi dell’ultimo Congresso, in particolare nella definizione di assi strategici fondamentali quali: la piena internità al movimento, luogo di percorso centrale di ricostruzione del nuovo soggetto antagonista e anticapitalista, di un nuovo movimento operaio; conseguentemente, lo spostamento di baricentro, nell’impegno e nell’azione, sull’ambito del conflitto sociale rispetto alla sfera politico – istituzionale; la tensione all’innovazione del partito e alla sperimentazione, con la rottura con ogni residuo di eredità dello stalinismo.
Ci accomuna, oggi, un forte dissenso nei confronti delle scelte politiche assunte dal gruppo dirigente del Partito della Rifondazione Comunista ed una diversa ricerca di proposta relativamente sia all’ipotesi di accordo programmatico di governo sia alla linea da seguire nei confronti dei movimenti, del conflitto sociale, della costruzione della sinistra di alternativa e riguardo al ruolo del partito. La pubblicazione delle “15 tesi per il Congresso di Rifondazione Comunista” a firma del compagno Bertinotti apre, anche formalmente, il dibattito congressuale. In questo quadro ci proponiamo di dare un contributo, anche se, per ragioni di spazio, ci limitiamo ad affrontare solo alcune delle questioni cui si è fatto cenno. Premesso che siamo convinti della necessità di trovare una qualche formula di accordo col centrosinistra, dato l’attuale sistema elettorale, ci pare che quella individuata sia sostanzialmente impraticabile e dannosa, sia per la crescita del movimento che per la costruzione della sinistra alternativa, e pericolosa per la stessa tenuta del PRC inteso come soggetto politico autonomo e credibile.
L’accordo programmatico e di governo, per definizione, implica l’individuazione di un programma condivisibile (pur con le necessarie mediazioni) da sostenere, in caso di vittoria elettorale, per 5 anni e da gestire direttamente con propri ministri e sottosegretari.
Proviamo a spiegare con due soli esempi, ma potrebbero essere molti di più, perché riteniamo impraticabile questa linea.
Si valorizza spesso la mozione comune, senza però ragionare sulle ambiguità, i distinguo, i silenzi, del centrosinistra su questo tema. Se non si vogliono chiudere gli occhi di fronte alla realtà, occorre riconoscere che né l’esistenza di un movimento per la pace senza precedenti, né la crisi terribile che si sta vivendo su scala planetaria sono bastati ad indurre la sinistra liberale ad un’opzione strategica e conseguente contro la guerra, metabolizzando la scelta unitaria in Parlamento. Anzi essa è stata presto superata da comportamenti e da dichiarazioni ben ancorate ad un solido atlantismo. Dove sono riscontrabili indizi che permettano di pensare che in futuro (ma anche riguardo all’Iraq) ci si muoverebbe verso una linea di pace “senza se e senza ma”?
Il Patto di stabilità europeo e la politica economica e sociale.
Pressoché nessuno nel centrosinistra mette in discussione il Patto di stabilità (che implica il proseguimento delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, oltre che dei tagli alla spesa sociale) e la politica monetaria della Banca Centrale Europea (rivolta a far crescere il valore dell’euro rispetto al dollaro, a vantaggio della rendita finanziaria). Anzi, entrambi questi pilastri della politica neoliberista europea sono sostenuti attivamente da Prodi in persona. Scrive l’economista Emiliano Brancaccio in un articolo sulla Rivista del manifesto (novembre 2003): “un sogno da tempo coltivato da tutte le bandiere e le confessioni della tecnocrazia europea è quello di rendere l’euro, al pari ed in competizione con il dollaro, una vera e propria moneta di riserva internazionale. Un obiettivo, questo, che esige tempo e assoluta credibilità della nuova valuta, una credibilità che secondo i più potrà conquistarsi solo attraverso il rigido controllo dell’inflazione e dei bilanci, ossia tramite il contenimento della spesa pubblica e dei salari. La gabbia macroeconomia di Maastricht, insomma, non sarebbe stata creata al solo, evidente, scopo di generare un colossale effetto distributivo favorevole ai capitalisti industriali e finanziari e alle loro accolite di manager, burocrati e professionisti. Quella gabbia sarebbe sorta pure al fine di estendere l’effetto distributivo al mondo intero: il sogno di un’Europa che, attraverso un euro forte e credibile, concorre apertamente con gli Stati Uniti per la conquista dell’ambitissimo ruolo di grande parassita globale.” Dunque le politiche della BCE e della Commissione europea per il rafforzamento dell’euro (rivalutatosi del 25% nei confronti del dollaro), con evidenti danni per le esportazioni (con la rivalutazione dell’euro le merci europee risultano più care) e quindi per la produzione e l’occupazione nei paesi della UE, non sono dissennate. Esse rispondono ad un preciso disegno: favorire gli investimenti finanziari mondiali in euro con vantaggi incalcolabili per la rendita speculativa. Il “ruolo di grande parassita mondiale” è l’obiettivo a cui sacrificare spesa sociale e salari!
Si può perseguire un accordo programmatico accettabile, e sul quale impegnarsi per 5 anni di governo, con chi sostiene queste politiche? Il PRC continua a sostenere la necessità della redistribuzione del reddito, della difesa della previdenza pubblica, del salario sociale, degli aumenti salariali, della riqualificazione del welfare. Tutti questi obiettivi sono incompatibili col Patto di stabilità e con la politica della BCE.
Ci pare di poter affermare anche che di questa impraticabilità siano una prova gli “slittamenti” progressivi che hanno subito le modalità di presentazione dell’accordo programmatico e di governo da parte del gruppo dirigente del PRC. Un anno fa si parlava di “obiettivo” che non costituiva però un “esito” predeterminato.
Nelle 15 Tesi il compagno Bertinotti dà per acquisito l’”esito”! Il salto è notevole. D’altra parte nel frattempo si sono susseguite le proposte di partecipazione del nostro Segretario alle primarie sul candidato e alle primarie sul programma, vincolanti anche se decidessero la permanenza delle truppe italiane in Iraq (magari sotto l’ombrello ONU) o il taglio delle pensioni (previsto peraltro negli attuali programmi del centrosinistra sotto forma di estensione del sistema contributivo a tutti i lavoratori!). Nella tesi 11, in particolare, si motiva la nostra presenza in un futuro eventuale governo di centrosinistra come necessaria per aprire la strada ad una crescita del movimento e per permettergli di ottenere dei risultati. Il politico che apre la strada al sociale. Nessuno intende negare che tra la sfera politico – istituzionale e quella dei rapporti economico – sociali esista un rapporto dialettico. Ma a noi pare che il processo, per avere qualche fondamento concreto in termini strutturali (di acquisizione stabilizzata di maggior potere da parte delle classi subalterne) dovrebbe essere opposto: dal sociale al politico.
Conquistare risultati col conflitto sociale e tradurli in risultati politici. In genere ci pare sia accaduto così. Lo stare in un governo che, in un contesto europeo ben preciso (e che sarà canonizzato dall’infausta Costituzione europea, sostenuta dall’intero centrosinistra e in futuro controfirmata dal presidente della Commissione UE Prodi), non si propone neppure di cambiare gli assi fondamentali delle politiche economiche e sociali liberiste, così devastanti per i lavoratori, i precari, le donne, i pensionati, i più deboli, mortifica, anziché valorizzare, tutto ciò che si è mosso in questi anni per il cambiamento, per un nuovo mondo possibile, insieme alle grandi organizzazioni di massa che si sono rinnovate. Dai movimenti alla FIOM. Ci pare, anche, che il quadro descritto pesi in negativo sulla costruzione di una sinistra alternativa.
Ci pare, infine, che il PRC, non potrebbe superare la prova del governo, con tutte le contraddizioni che ciò comporterebbe rispetto alle istanze dei movimenti e del conflitto sociale, restando un soggetto politico autonomo e credibile per le classi subalterne.
Che cosa proponiamo allora in alternativa? Incalzare il centrosinistra in un necessario confronto che faccia leva su contenuti comuni sostenuti dall’insieme delle forze sociali dell’opposizione. Questo percorso potrebbe consentire due risultati positivi: da un lato può permettere di accentuare gli scostamenti (che esistono, pur non riguardando mai gli assi centrali) che il centrosinistra spontaneamente deve praticare rispetto alla sua linea politica precedente, a fronte dei movimenti e degli insuccessi delle politiche neoliberiste. Dall’altro può fare da contrappeso alle tendenze neocentriste in esso fortemente rappresentate e manifestatesi apertamente in occasione del cambio della guardia in Confindustria e dell’immediato rilancio della politica della concertazione. In questo senso, anzi, se si fosse stati liberi dal pregiudizio della necessità dell’accordo programmatico di governo, forse si sarebbe stati più capaci di fare da sponda a tutto il nuovo cui si faceva riferimento sopra. Non ci sarebbe stato il timore di “tirare troppo la corda”.
Occorre contribuire al rilancio del conflitto sociale per entrare nelle contraddizioni che possono rompere la “gabbia” del centrosinistra. Un centrosinistra che ha superato anche la fase della contestazione di girotondi e settori democratici che chiedevano maggiore efficacia nell’opposizione alla destra.
Nello stesso tempo occorre mantenere la nostra piena disponibilità ad un accordo col centrosinistra per battere le destre. Un accordo però solo elettorale. Pensiamo che le possibilità di studiare formule in questo senso siano le più varie e non solo la modalità scelta nel 1996 con la “desistenza”. In caso di vittoria elettorale, ne deriverebbe per noi la possibilità di agire, da posizione autonoma e non vincolata al centrosinistra, per far valere la pressione dei movimenti nei confronti del governo. Portare le contraddizioni nel centrosinistra, anziché assumerle su di noi. Come detto all’inizio, ci rendiamo conto che non ci è possibile in questa sede soffermarci adeguatamente su tutte le tematiche che lo richiederebbero.
Qualche considerazione, però, crediamo debba essere spesa sullo stato del partito. Lo scorso congresso ha approvato l’indicazione dell’autoriforma del partito, ma nulla di significativo è stato prodotto in tal senso. Indubbiamente il contesto è stato ricco di impegni, costringendo il partito ad inseguire gli avvenimenti che incalzavano, ma nessuna elaborazione, alcuna proposta concreta è giunta per indicare una strada ai Circoli, nessuna proposta politico-organizzativa è stata prodotta per innovare la nostra pratica politica quotidiana, nessuna sperimentazione per incontrare le nuove soggettività, per entrare in sintonia con il loro manifestarsi. Indubbiamente la crisi dell’associazione sociale e dell’azione collettiva sono il frutto dei tempi, ma certo non è lasciando il nostro assetto organizzativo inalterato né adeguandosi a tale tendenza disgregativa che è pensabile porre le basi dell’alternativa. In realtà il nostro partito sembra aver rinunciato alla pratica dell’autoriforma, rimanendo sbilanciato sul versante politico-istituzionale a tutti i livelli. Assenza di sperimentazione e conduzione sempre più informale hanno favorito il procedere per inerzia delle nostre strutture.
La proposta di alleanza di governo con l’Ulivo pare poi aver posto una pietra tombale alla ricerca e alla spinta innovativa, accentuando la condizione di stato di abbandono del partito. I nostri Circoli e tutte le nostre strutture avrebbero avuto bisogno di proposte per perseguire l’innovazione, cercando di sperimentare formule di apertura, di dialogo, per ritrovare una capacità di intervento all’esterno, nei quartieri, nei posti di lavoro e di studio, tra gli immigrati e per l’ambiente. Come il Circolo può diventare uno dei luoghi della ricomposizione? Superare la dimensione unicamente operativa, quando non di mera massa di manovra, per recuperare un ruolo da protagonista nell’elaborazione politica e nell’azione collettiva, in stretta sintonia con la realtà sociale che lo circonda, è una necessità per il partito sia come soggetto autonomo di classe che come parte integrante del movimento. Sulla base di queste considerazioni ci proponiamo di essere presenti nella discussione congressuale con una proposta critica nei confronti dell’attuale corso del partito e invitiamo ad un incontro nazionale tutti coloro che condividono le nostre preoccupazioni.