Non è la fede in un mondo futuro, sono i movimenti sociali e pacifisti a creare le condizioni di un "altro mondo possibile", sono essi a offrire l'opportunità storica per superare da sinistra le sconfitte del movimento operaio. L'innovazione culturale e politica non è modernismo né il frutto di una ricerca di minoranze intellettuali, discende dalla consapevolezza di doversi commisurare con i fenomeni della globalizzazione neoliberista. Discende, anche, dalla necessità di fare i conti con il "pluralismo delle culture critiche", che nelle 15 tesi vengono intrecciate per delineare un'analisi dell'attuale società capitalistica e le alternative a essa senza più certezze finalistiche: infatti, "possibile" sta a indicare una libertà di scelta e una responsabilità delle persone nella costruzione di un altro mondo.
Una grande alleanza sociale tra mondo del "lavoro" e del "non lavoro", dell'arcobaleno pacifista, del femminismo e dell'ambientalismo: questa è l'idea di fondo. Il pacifismo ha posto al centro della sua iniziativa la "cacciata della guerra dalla storia" e ha colto il comune denominatore tra guerra preventiva e terrorismo nel carattere totalizzante del loro scontro. Per Bush e per i terroristi non esiste più differenza tra "combattente" e "criminale", tra esercito e popolazione civile - alla guerra tra gli Stati si è sostituita una guerra assoluta tra nemici combattenti, che si considerano l'un l'altro incarnazione del male: la reciproca criminalizzazione porta alla barbarie, all'annientamento morale dell'altro, che conduce al suo annientamento fisico con qualsiasi mezzo (dai bombardamenti sui civili alla decapitazione). Bush e i terroristi si ritengono l'un l'altro combattenti illegali e nemici assoluti. Il movimento propone il radicale obiettivo della pace assoluta.
Nel Nord del mondo sperimentiamo il "sovversivismo liberista", riedizione della prima "grande trasformazione" capitalistica: ognuno deve stare sul mercato con le proprie forze, dunque appartiene al passato la specialità del diritto del lavoro da riportare nell'alveo delle relazioni commerciali pure, con il fine di cancellare l‘idea stessa di coalizione operaia. Il workfare state conosce nuovi splendori. I sindacati si pongono obiettivi radicali: per esercitare l'azione collettiva e preservare il contratto nazionale occorre sancirne il diritto, per difendere il salario bisogna impedire le delocalizzazioni, per ottenere servizi pubblici universali è necessario spezzare i vincoli di Maastricht e battersi per i beni comuni, per contrastare la propria delegittimazione dall'alto devono riconquistare quella dal basso. Per questo oggi le lotte e le proposte sindacali acquistano una valenza politica, e i sindacati divengono soggetti della costruzione del campo dell'alternativa. Il recente documento dei segretari della CGIL e, prima, i sei punti della FIOM ne sono la prova.
Le lotte ambientaliste e territoriali non sono esterne a quelle del lavoro: combattere un inceneritore significa aver di mira un'altra produzione in cui i beni vengano valutati anche in termini di bilancio materiale e di capacità di carico del territorio; lottare contro il Ponte sullo Stretto significa proporre un'altra mobilità, la stessa per cui si stanno organizzando i lavoratori di Arese intorno a un progetto d'innovazione che non mette più al centro l'auto privata e che si propone anche di ricercare energie alternative. Sono movimenti rosso-verdi, in grado di essere contro lo sfruttamento delle persone e la devastazione delle risorse naturali e di prospettare alternative alla produzione e al consumo capitalistici.
Oltre a questi punti di discontinuità culturale e politica, nelle 15 tesi ritroviamo un'indicazione politica e un'articolazione del nesso uguaglianza-libertà in rottura con il passato. Il governo non è una "scelta di valore", ma può essere uno strumento nella costruzione dell'alternativa di società: condizione necessaria è l'autonomia dei movimenti sociali e sindacali. Non ci sarà un "governo amico" da sostenere, né la "normalizzazione" come nel '77. I movimenti sono e rimarranno i soggetti centrali di una democrazia dal basso, partecipata. Contro i liberali che hanno sempre contrapposto eguaglianza e libertà, sostenendo che democrazia e uguaglianza avrebbero compresso la libertà della persona, Bertinotti, richiamandosi alla tradizione di sinistra (e anche ad Amartya Sen), ribadisce che la libertà deve riguardare tutti (nativi e migranti), ponendosi sempre una fondamentale considerazione di eguaglianza di tutti/e: si è liberi/e se tutti/e conoscono e possono scegliere tra alternative possibili, avendone i mezzi. Riprendendo il pensiero della differenza, mantiene fermo che la libertà, riguardando persone diverse, ha bisogno della democrazia come spazio pubblico in cui si confrontino i differenti progetti di vita di tutti e tutte.
Siamo chiamati a un congresso di alto livello, la partenza fa ben sperare.