VI Congresso di Rifondazione Comunista

La Grande alleanza: una gabbia mortale

Contributo al dibattito precongressuale

«Nasce la "Grande Alleanza democratica", come ha annunciato Romano Prodi, e nasce con un profilo nettamente spostato a sinistra sulle due questioni essenziali: la politica economica e la guerra». Con queste parole "Liberazione" ha salutato gli esiti del vertice dell'11 ottobre che ha messo il sigillo sull'alleanza fra Prc e centrosinistra. Tanto entusiasmo appare del tutto ingiustificato alla luce dei reali contenuti dell'accordo siglato nel vertice. Sulla questione della politica economica, si promette una grande manifestazione delle opposizioni contro la prossima legge finanziaria. Ma quale sarà la piattaforma di tale manifestazione? Non lo sappiamo.

Per noi dovrebbe prevedere la rottura della concertazione sindacale (che è stata una delle prime cause dell'impoverimento dei lavoratori), la lotta per aumenti salariali consistenti ed egualitari in tutti i contratti di lavoro, per una nuova scala mobile, per una legge che stabilisca un serio salario minimo intercategoriale, per dare un reddito ai disoccupati, per una pensione pubblica e dignitosa per tutti, contro la truffa dei fondi pensione privati o integrativi. E per Prodi? Una cosa è certa: sia quando era presidente del consiglio, sia da presidente della commissione europea, non si è certo distinto per la sua propensione alla difesa dei diritti dei lavoratori, ed è stato anzi uno dei principali artefici della precarizzazione, della concertazione e delle politiche di austerità legate al patto di Maastricht.

La posizione sull'Iraq

Sul ritiro delle truppe il documento dichiara quanto segue: "Tutti insieme proponiamo che l'Italia si attivi per concorrere alla convocazione di una conferenza internazionale con la partecipazione di tutte le parti interessate che garantisca uno svolgimento trasparente e democratico delle elezioni irachene e permetta la nascita di un Iraq libero e democratico. La sostituzione delle forze di occupazione con forze multinazionali chiaramente percepite come forze di pace, di assistenza umanitaria e di sostegno alla ricostruzione è un passo essenziale in questo processo. In questo quadro va previsto il ritiro delle truppe italiane già ripetutamente richiesto".

Questa posizione implica l'abbandono di quella che era stata finora la parola d'ordine centrale avanzata dal partito, ossia il ritiro delle truppe "senza se e senza ma". Di fatto si abbandona l'idea centrale e si accetta di trasformare l'occupazione americana in un'occupazione "multilaterale" sulla linea di quanto accade in Afghanistan o nei Balcani. È gravissimo che il partito abbia accettato questa posizione che nega alla radice un principio elementare, e cioè che non può esistere un Iraq libero senza l'uscita di tutte le truppe occupanti, legittimando invece il processo elettorale farsa che si sta preparando in Iraq.

Questo cedimento non cade dal cielo, è la logica conseguenza della posizione assunta dal segretario durante il rapimento di Simona Torretta e Simona Pari; in quella occasione la partecipazione all'incontro con Berlusconi e con l'opposizione sanciva di fatto l'abbandono della parola d'ordine del ritiro immediato delle truppe dall'Iraq. Si trattava non solo di un cedimento verso il governo, ma anche di un aiuto a Fassino e Prodi che potevano procedere tranquilli sulla strada dell'unità nazionale, sapendo di avere coperto il fianco sinistro.

Subordinazione politica

La subordinazione del Prc al centrosinistra viene ulteriormente sancita da due altre decisioni assunte nel vertice dell'11 ottobre. La prima è quella delle "primarie", previste entro il prossimo febbraio; che in cambio di un palcoscenico che Prodi offre al segretario del nostro partito sancirà definitivamente l'integrazione del partito all'interno della coalizione. Il documento si conclude con la decisione di presentarsi uniti in tutte e 14 le regioni nelle quali si voterà a primavera: e con questo si pone una pietra tombale sull'autonomia del partito, nonché si espropriano con un tratto di penna gli organismi locali del partito stesso dalla possibilità di decidere quale linea tenere di fronte alle prossime elezioni.

Nel 1996 la partecipazione al governo Prodi portò il Prc sull'orlo della distruzione. Quali possono essere gli esiti oggi, con un partito che ha poco più della metà degli iscritti che aveva nei primi anni '90, con un ancoraggio di classe sempre più debole, con una capacità di mobilitazione ridotta al lumicino?

Una prova per la sinistra del partito

Tutte le aree politiche presenti nel partito sono messe alla prova e dovranno assumersi le proprie responsabilità. Questo vale sia per coloro che negli scorsi anni sono stati parte della maggioranza dirigente del partito, sia per la vecchia sinistra della "mozione due". Nella riunione del Comitato politico nazionale di luglio la "mozione 2" si è divisa in tre diverse posizioni; a questo si aggiunge la posizione dei compagni di "Erre", che pur fra molte ambiguità si sono pronunciati contro l'accordo con il centrosinistra. Ci pare un errore che non si sia fatto alcun tentativo da parte di Progetto comunista, di proporre un serio percorso per verificare la possibilità che emergesse con chiarezza una opposizione comune alla deriva governista di Bertinotti.

La ragione per questo è che Ferrando (come emerge nel suo intervento sulla tribuna del 20/10) considera il polo autonomo di classe anticapitalistico una discriminante irrinunciabile della sua "proposta unitaria". Nel documento diffuso in preparazione del dibattito congressuale dai compagni di Progetto Comunista si propone quanto segue: «La proposta di un polo autonomo di classe e anticapitalistico è rivolta dunque a tutte le forze protagoniste di tre anni di mobilitazioni contro Berlusconi, a partire dai lavoratori e dai giovani; a tutte le loro organizzazioni e rappresentanze di massa (Cgil, sindacalismo di classe, rappresentanze del movimento alterglobalizzazione, organizzazioni del movimento contro la guerra, a tutte le forze e tendenze politiche che sono state in questi anni dalla parte dei movimenti contro Berlusconi e che hanno sostenuto il referendum del Prc sull'articolo 18 (sinistra Ds, Pdci, Verdi)».

Un calderone nel quale ci sono forze come Di Pietro, Occhetto o i Verdi (tutti a favore dell'art. 18 e contro la guerra) che non ci sembrano precisamente di classe; il gruppo dirigente della Cgil, che non ci pare poi tanto anticapitalista (e lo stesso valga per la sinistra Ds), le non meglio definite "rappresentanze" del movimento noglobal e del movimento contro la guerra, fra le quali si trovano noti esponenti dell'anticapitalismo proletario quali gli Scout, i frati Francescani, i disobbedienti e via di seguito.

Il "polo autonomo di classe e anticapitalistico" è solo una frase fatta: basta provare a domandarsi cosa vuol dire concretamente, come si dovrebbe applicare nella pratica tale proposta per cadere immediamente in un marasma di contraddizioni.

Ma quello che è più importante è che su queste basi viene elusa qualsiasi interlocuzione con quel popolo di sinistra che considera la cacciata di Berlusconi la priorità assoluta e che ci chiede di non «sottrarci alle nostre responsabilità». Chi scrive ritiene per questo che forme di desistenza rivolte alle solo forze dell'Ulivo legate al movimento operaio (Ds, Pdci) non possano essere escluse a priori da Rifondazione (dipenderà molto anche dalle circostanze politiche e sociali in cui si svolgeranno le elezioni) per non entrare in contrasto frontale con questo sentimento di massa.

Il messaggio deve essere chiaro: samo sensibili alla necessità di battere Berlusconi, ma siamo intransigenti nel rifiutare la subordinazione politica a un Ulivo che, date le forze che lo compongono sarà inevitabilmente spinto, se andrà al governo, a fare un attacco dopo l'altro alle classi lavoratrici di questo paese. Solo difendendo oggi l'indipendenza di classe del nostro partito possiamo lavorare per costruire la forza necessaria a raccogliere la spinta a sinistra che crescerà fra le masse e lavorare per una reale alternativa che veda finalmente rotta la subordinazione della sinistra alle forze borghesi dell'Ulivo

Claudio Bellotti, Alessandro Giardiello
Roma, 22 ottobre 2004
da "Liberazione"