VI Congresso di Rifondazione Comunista

Un programma partecipato per l'alternativa

Contributo al dibattito precongressuale

La partecipazione del Prc alla coalizione democratica per costruire l'alternativa al governo Berlusconi è un punto di snodo in un processo di trasformazione politica e sociale più ampio e articolato. A me pare che il confronto congressuale e il dibattito che si è aperto, anche nel movimento, sarebbe fuorviante se non lo mantenessimo su questo terreno. Fuori da questo quadro, e da una prospettiva di più ampio respiro, la discussione si riduce alla questione della partecipazione al governo; la partecipazione al governo a una questione di schieramento; il ruolo del nostro partito alla capacità di contrattazione nei rapporti di forza dati nello schieramento in un momento dato. Al contrario, noi ci siamo impegnati a dispiegare a tutto campo l'iniziativa di tutto il partito perché la costruzione del programma di alternativa sia l'esito di un percorso pubblico, aperto, partecipato. In sostanza, per rompere il diaframma tra il dibattito politico e la vita e le lotte quotidiane dei soggetti in carne ed ossa costruendo, anche per questa via nuovi spazi di democrazia per la riproposizione della partecipazione e del conflitto. Affidiamo cioè la nostra proposta politica e la discussione sui contenuti a una nuova pratica della politica e delle sue forme di organizzazione, ancorando la questione democratica alla questione sociale, con due obiettivi di fondo, strettamente intrecciati tra loro: costruire un terreno più favorevole alla crescita e allo sviluppo del movimento e battere il governo Berlusconi insieme alle politiche neoliberiste. Questi obiettivi a me paiono dotati di valore in sé - "a prescindere" avrebbe detto Totò. C'è la questione dell'efficacia del movimento, ma c'è una questione più generale connessa con la pratica e l'esercizio della democrazia come motore dei processi di trasformazione.

I meriti e i limiti del welfare

Se guardiamo all'esperienza novecentesca del welfare e al suo carattere espansivo dei diritti (pur tra limiti e contraddizioni, di cui dirò), non possiamo non vedere che essa si è realizzata nel passaggio da sudditi a cittadini di milioni di donne e di uomini, il cui agire politico ha cambiato la qualità dei rapporti politici e sociali. Certo, il Welfare è connotato all'origine, come lo Stato moderno, su una proclamazione formale dell'uguaglianza e su rapporti sociali strutturati su una disparità di poteri determinata, per un verso, dalla proprietà privata dei mezzi di produzione e dall'appropriazione privata del lavoro altrui e, per altro verso, dalla struttura patriarcale della famiglia come elemento di riproduzione della divisione sessuata dei ruoli sociali. Il limite originario del modello sociale del Welfare europeo consiste nel fatto che esso si è sviluppato per inclusione in una concezione della cittadinanza fondata su queste asimmetrie di poteri e sul mito di espansione illimitata dell'appropriazione delle risorse naturali.

Oggi il processo di espansione dei diritti rappresentato dall'esperienza novecentesca del Welfare è stato messo in crisi dalla globalizzazione capitalistica, che ha modificato la costituzione materiale del novecento europeo, estendendo illimitatamente lo spazio del mercato, spostando per questa via i rapporti reali di forza a favore del capitale e a danno del lavoro, concentrando il potere in poche mani e in organismi sottratti al controllo e alla partecipazione delle grandi masse, sfruttando il ruolo di ammortizzatore sociale della famiglia, alimentando la distruzione ambientale.

Nuovi orizzonti della cittadinanza

Nello stesso tempo, i limiti originari e la parzialità della concezione novecentesca di cittadinanza sono stati messi in discussione dal movimento operaio organizzato e dai movimenti femministi. Questi ultimi ne hanno criticato la concezione inclusiva e omologante in una cittadinanza che è sessuata perchè è stata costruita senza la partecipazione delle donne come soggetti. Allo stesso modo, il popolo migrante pone da tempo all'ordine del giorno la dimensione transnazionale di cittadinanza e individuale dei diritti fondamentali; e i movimenti ambientalisti la riappropriazione e salvaguardia dei beni comuni e della sicurezza alimentare. La nostra proposta politica vive nella relazione con questi nuovi orizzonti della cittadinanza e nella connessione, nel movimento, del nuovo protagonismo operaio e del precariato sociale diffuso.

Le espressioni di vitalità e radicamento di questo movimento plurale e articolato non mancano. Non solo - e non è poca cosa - per il processo di saldatura che si è avviato tra le Camere del lavoro, movimenti sociali e rete dei nuovi municipi per l'estensione e la generalizzazione della vertenzialità territoriale, giustamente valorizzata da Carta. Ma anche per la straordinaria stagione di lotte che attraversa il meridione, e che dal Ponte sullo stretto a Scanzano, a Terlizzi, a Melfi, ad Acerra, insieme a un modello di sviluppo locale fondato sul consenso e sulla partecipazione riprospetta la questione meridionale come questione nazionale e europea, respingendo la logica di uno sviluppo diseguale fondato sulla competitività tra territori e comunità locali.

Bisogni sociali e crisi del consenso

Né mancano i segni di significativi spostamenti del quadro politico sulla spinta di queste esperienze di lotta. Per citarne uno per tutti, senza enfatizzarlo ma senza nemmeno sottovalutarlo, a me pare che ci sia un nesso tra le lotte del Sud e la messa in discussione, da parte di tutte le Regioni tranne la Lombardia, del decreto Visco sul federalismo fiscale (il fondamento della modifica del titolo V della Costituzione e della frammentazione su base territoriale dei diritti). Non che in occasione delle finanziarie degli anni scorsi non si fosse posto il problema; ma era un problema quantitativo, legato al monte delle risorse. Oggi i Presidenti delle Regioni, da Bassolino a Fitto, mettono in discussione il principio stesso del federalismo fiscale e rilanciano la questione della solidarietà e dell'equità. Ed è La Loggia, per il governo, ad avvertire che non si può andare al di là dei limiti posti dal decreto. A me pare che, questa sì, sia una svolta, e che essa segnali la rottura dell'impermeabilità del quadro politico istituzionale ai bisogni sociali espressi dal territorio, di fronte alla crisi di consenso evidenziata dalla vertenzialità diffusa che attraversa il meridione. Né mi sembra un caso che il federalismo fiscale "cada" sulla sanità, nel momento in cui viene meno il fondo sanitario nazionale. In questo senso, mi pare che siano oggettivamente aperti nuovi spazi pubblici per agire il confronto programmatico sui contenuti dell'alternativa di governo, la mobilitazione politica e sociale contro la finanziaria e per attraversare le manifestazioni del 30 ottobre e del 6 novembre come iniziative articolate di soggetti diversi, tra i quali si pone una questione non di egemonia ma di reciproco riconoscimento.

Allo stesso modo, dobbiamo riconoscere che la discriminante del confronto congressuale non corre sul filo dei livelli più o meno alti di consapevolezza delle difficoltà della fase - che ci attraversa e ci accomuna - ma su quello dell'opzione politica e della sua pratica.

Erminia Emprin
Roma, 22 ottobre 2004
da "Liberazione"