Il VI congresso nazionale del PRC si può certamente definire un congresso decisivo.
Un congresso in cui, a oltre dieci anni dalla fondazione del PRC, si parla del movimento e non della rifondazione di un vero partito comunista.
Dopo il crollo dell’Urss e la lunga stagnazione il tempo che viviamo ci ha consegnato una grande novità, che non è rappresentata dall’apparire di un “nuovo capitalismo” ma dal ritorno del capitalismo nella sua vecchia, aggressiva, normalità storica.
Viviamo, infatti, in piena regressione ed il ritorno delle guerre ed il riappropriarsi dell’imperialismo, testimoniano il superamento di quella fase del dopoguerra di prosperità economica e di equilibrio che più generazioni avevano percepito come “normalità”.
La cosiddetta globalizzazione capitalistica risulta incapace di superare le antiche contraddizioni, prima fra tutte quella tra capitale e lavoro, e risolve la propria crisi usando gli strumenti economici (concentrazione capitalistica) e politici (politiche di potenza verso i paesi dipendenti e ripresa della competizione tra blocchi imperialistici) di cui si serve da sempre, minacciando così una vera e propria regressione storica di civiltà.
Risulta, quindi, paradossale la proposta, che ci viene dal gruppo dirigente del nostro partito, del superamento del concetto leninista di imperialismo, proprio perché oggi ne emergono i suoi tratti essenziali, e questo è un dato innegabile. Così come è grave negare il carattere imperialistico dell’Europa.
Naturalmente è ovvia la superiorità mondiale della potenza degli Stati Uniti, ma come ignorare la rilevanza storica,lo sviluppo di un popolo imperialistico europeo all’indomani dell’89, sicuramente ancora debole dal punto di vista politico ma in ascesa nella conquista dell’egemonia mondiale nei paesi dell’Est europeo e che si apre nuove varchi in Medio Oriente? Se, in questa fase, gli Stati Uniti rilanciano l’iniziativa bellica è anche per bilanciare il crescente peso economico dell’Europa e se gli imperialismi europei partecipano alle guerre è per spartirsi il bottino finale.
E’ proprio a partire da questo quadro mondiale che si priva di ogni fondamento la vecchia questione dell’impostazione riformista.
Per dieci anni abbiamo promosso la questione di una “contaminazione” riformatrice che oggi diviene ineludibile, e che dalla maggioranza di governo o dalla opposizione non ha prodotto altro risultato, rispetto agli apparati dominanti della cosiddetta sinistra e dei loro schieramenti , se non quello di aggravare le condizioni di vita delle masse oppresse e sfruttate.
I lavoratori danno segnali di ripresa del conflitto sociale, ed hanno la necessità di una sponda politica, di un partito comunista che sia in grado di intercettare questi segnali e farsene portatore: il richiamo al socialismo non può ridursi ad evocazioni letterarie (“socialismo o barbarie”) ma richiede una vera rifondazione, a partire dal recupero del programma comunista, e da strategie coerenti con il proprio patrimonio storico.
L’unico mondo possibile, alternativo allo stato presente di cose, si chiama socialismo .
Occorre, dunque, un profondo cambiamento nella impostazione del nostro partito, perchè assuma la prospettiva socialista come unica risposta reale, anche se complessa, che non risponde con l’illusione ad un bisogno di giustizia sociale che da più parti ci viene ricordato. A questo bisogno primario non si è data altra risposta che la mera analisi della crisi del capitalismo e la scelta di forme più sottili di riformismo, dall’allargamento degli spazi istituzionali alla conquista di presenze in un numero crescente di amministrazioni, dal locale al nazionale.
Lo svolgersi degli eventi ha dimostrato molto chiaramente che la prospettiva di una sinistra plurale tra PRC e sinistra moderata, cioè i D.S., considerata “irrinunciabile” per .
l’alternativa di governo”, è irrealizzabile, perché radicata nell’illusione di una contaminazione dei D.S, che invece si sono perfettamente assestati nel centro liberale.
Non è bastato uscire dalla coalizione di governo per determinare una reale inversione di rotta; piuttosto i quattordici accordi col centrosinistra, su quindici regioni interessate dalla tornata elettorale del 2000, ha significato una quanto mai concreta continuità con la precedente esperienza di governo e una rinnovata subalternità alle politiche antioperaie dell'Ulivo che, di conseguenza, hanno aperto la strada a Berlusconi.
Questa linea diretta a piegare a favore dei lavoratori la politica dell'Ulivo e del grande capitale che la sosteneva, non poteva che fallire nei suoi obiettivi: ad oltre dieci anni dalla fondazione del Partito, esso non sa o non vuole trarre un bilancio dalla linea politica portata avanti e constatarne il fallimento, che si è esplicitato nell’incapacità di produrre risultati per il movimento operaio, per quella classe che dovrebbe essere il soggetto sociale e politico di riferimento di un partito comunista.
Piuttosto, ancora una volta si è preferito assumere una posizione di subaltemità alla sinistra liberale e al suo blocco sociale borghese di riferimento.
Si continua con la storiella di voler condizionare da sinistra l’operato dei vecchi apparati di controllo del movimento operaio, che delle coalizioni borghesi sono parte integrante, sottraendo così al Partito un' ulteriore occasione per caratterizzarsi come polo autonomo di classe, che non costruisce futuro né per la classe operaia, né per il Partito, proprio perchè non fa i conti con l'esperienza appena trascorsa .
Di fronte a tutto ciò, non si tratta per Rifondazione Comunista di portare avanti una ordinaria opposizione istituzionale contro il governo delle destre ma di costruire assieme al movimento operaio un'opposizione straordinaria nel Paese per conseguirne la caduta, avendo come unica prospettiva, quella che Berlusconi teme realmente, Io sciopero generale, così come avvenne nel 1994. Oggi come allora esistono tutte le condizioni per un lavoro di ricomposizione di un fronte di massa di opposizione al governo e al padronato. Risulta, dunque, decisivo che il Partito assuma un orientamento coerente con questo obiettivo, mettendo al centro della sua iniziativa una piattaforma di lotta che costituisca il fondamento per il fronte unico di classe.
Questa piattaforma di lotta deve essere sostenuta, non solo contro l'attuale governo ma contro qualunque altra coalizione governativa che rappresentasse gli interessi padronali nella logica di alternanza: il movimento operaio non può e non deve rimanere ostaggio di un bipolarismo borghese schierato organicamente contro i suoi interessi. E allora, a un governo Berlusconi, governo di padroni sostenuto dai padroni, contrapporre un governo dei lavoratori sostenuto dai lavoratori.
Questa svolta è strategica, e richiede una svolta di linea sul terreno politico nazionale.
In questo senso Prodi ci deve ancora molto, ed è singolare che invece di trarre il bilancio della nostra politica, si avanzi una prospettiva che la riconferma.
Dobbiamo rimettere in discussione la nostra presenza nelle giunte di centrosinistra, nelle regioni e nelle città dove cogestiamo politiche neoliberiste.
La linea perseguita dal nostro partito fino ad oggi non ci ha ripagato ne sul piano elettorale ne sul fronte di massa, né, soprattutto, dal punto di vista del perseguimento degli interessi e delle prospettive del movimento operaio, che proprio il centrosinistra e l’apparato D.S., sentinelle degli interessi della grande borghesia, con le privatizzazioni, il pacchetto Treu, i tagli alla spesa sociale, le leggi xenofobe e razziste, hanno condannato alla sconfitta sociale e politica.
Il nostro partito attraversa una fase quanto mai delicata, e decisiva, caratterizzata dal perfezionamento quasi compiuto del processo di autoriforma del PRC, ottenuto mediante una cesura netta ed inequivocabile con la nostra storia di comunisti, che dissolve la forma .
di partito di leninista memoria e segna la rinuncia di ogni nostra tradizione e cultura, senza peraltro permettere alla base di partecipare a tale scelta strategica di fondo che trasformerà il nostro partito in uno dei tanti soggetti riformisti che più nulla hanno a che vedere con la rappresentanza dei lavoratori e delle masse oppresse: la destrutturazione del partito è la dote che stiamo consegnando al centrosinistra e ai movimenti che vi fanno riferimento.
Fra l'altro, il partito si muove nell'accelerazione della definizione di un patto di sangue col centrosinistra ancora più sciagurato di quello precedente: non si tratta di un'alleanza tecnica ma di un vero e proprio accordo politico-programmatico, di una condivisione, quindi, di prospettiva che ripropone così l'illusione della possibilità di fare le riforme da cui i comunisti dovrebbero liberare non solo gli altri ma anche se stessi.
La formalizzazione dell’unione che prelude alle prossime scadenze elettorali, segue un iter intrapreso dal 1996, consolidato durante il IV e V congresso, e che ad oggi concretizza il progetto che, da sempre, si è accarezzato: governare, a qualunque condizione e con qualunque mezzo, a tal punto da non esprimere critiche di sorta al manifesto elettorale di Prodi, al punto da dimenticare la necessità primaria dell'opposizione a Berlusconi, che governa incontrastato il Paese. La contraddizione del partito è evidente ed è piena di drammatiche conseguenze, tanto quanto lo fu, a suo tempo, la scelta dell'organicità al governo liberista, antipopolare e classista di Prodi, nel 1996.
L'Ulivo, oggi, riconferma quella impostazione e quella prospettiva strategica e ripropone gli assi portanti di quella stagione politica che ha tartassato e impoverito il Paese, spostando anche parte dell'elettorato di riferimento della sinistra a destra e che ha permesso al successivo governo Berlusconi di agire indisturbato per i suoi interessi personali e di classe.
II Centrosinistra attraversa un picco di crisi, che segna lo sfondo delle prossime elezioni politiche, e riproduce in pieno la crisi del blocco sociale che ha costituito il supporto dell'Ulivo.
Se è vero che il cuore del grande capitale e dei poteri forti della società continuano a gravitare attorno al Centrosinistra, in continuità con l’intero corso della politica, altrettanto reale è la crisi di egemonia della grande impresa su ampi settori di piccola e media borghesia, in particolare nell’industria e nel commercio; e soprattutto il marchio del capitale finanziario sulle politiche sociali dei propri governi dal '96 ad oggi ha provocato un processo di progressivo distacco di settori rilevanti di lavoro dipendente, che si materializzano nell'astensione elettorale e nella demotivazione politica. Su ogni piano, le preoccupazioni e le esigenze delle classi subalterne sono quanto di più lontano dalle preoccupazioni del Centrosinistra borghese che durante il suo governo ha saputo molto bene pacificare, sedare il conflitto sociale e di piazza e nel contempo manovrare, "riformare" indisturbato.
La strada che abbiamo imboccato, e che continuiamo a perseguire, non è quella dell'alternativa a questo governo o ad ogni governo del capitale ma quella dell'alternanza di un potere che è sempre lo stesso, di una gestione subalterna agli interessi borghesi contro quelli delle masse proletarie. Addirittura il partito usa le stesse espressioni propagandistiche del '96 per suffragare la necessità di stringersi in questo funereo abbraccio, parlando di "nuovo modello di sviluppo" o di "compromesso sociale dinamico" per abbattere le destre. La destra di Berlusconi-Bossi-Fini non si abbatte diventando la costola di una destra altrettanto feroce perché vassalla dello stesso potere economico. Quando si perde il senso di appartenenza alla propria classe, quando non la si individua più come forza motrice della storia e del cambiamento è ovvio dichiarare che l'abbattimento del regime capitalistico è cosa lontana e non ha nessuna importanza per la pratica attuale e, quindi, si può adottare la tattica della conciliazione, dell'accomodamento con i padroni, della concertazione, facendo i generosi sulla pelle dei proletari e ponendo le basi per la scomparsa della lotta di classe e della prospettiva socialista.
Troppo spesso si parla, di superamento del marxismo per abbandonare posizioni classiste, per rinunciare a progettare e a costruire una società veramente alternativa a quella esistente.
Al contrario, il mondo è ancora diviso in classi ed occorre lottare per l'emancipazione dei lavoratori e di tutti quegli uomini e quelle donne che vivono il disagio e la miseria e che l'unica possibilità di riscatto dei proletari sia la rivoluzione socialista, e non solo in Italia.
L'impegno al rilancio di una prospettiva internazionalista sul piano di classe è un obiettivo non più eludibile per il Prc.
Si tratta di ricostruire un internazionale comunista e dei lavoratori, puntando a superare la vecchia visione burocratica che ha affossato le precedenti esperienze, costruendo rapporti e legami con realtà di lotta che nel mondo perseguono la difficile strada della costruzione dell'alternativa comunista al sistema capitalistico, lungo una prassi democratica ed un costante confronto pluralistico.
Il mancato rilancio di un progetto internazionalista su basi di classe, oltre a pregiudicare le stesse scelte dell'oggi, fa il paio con lo svuotamento dello stesso processo rifondativo. Il risultato è che non abbiamo maturato le condizioni per avviare un percorso che si ponesse l'obiettivo di superare i limiti delle esperienze scaturite dalla Rivoluzione di Ottobre e per riaprire - nella prassi concreta del pluralismo comunista e nella rielaborazione di termini e condizioni appropriati all'attuale e più difficile terreno di lotta - la possibilità di costruire dal basso, nel vivo dello scontro di classe, l'alternativa alle vecchie ed alle nuove forme dell'egemonia capitalistica.La vicenda della fondazione di un soggetto europeo, al di là del fatto di replicare la politica risultata poi fallimentare della costruzione della sinistra di alternativa in Italia, denota anch'essa l'abbandono di ogni caratterizzazione a sinistra di Rifondazione e la cancellazione di ogni tipo di confronto democratico tra compagni, portando avanti esclusivamente rivendicazioni proprie della borghesia di sinistra, radicale ed ecologista, con spunti antiliberisti.
La necessità vera è quella di una vertenza.generale che sviluppi una mobilitazione indipendente attorno ad una piattaforma di classe unificante, una vertenza generale, come terreno di opposizione radicale al governo delle destre di Berlusconi per cacciarlo: .
noi tutti ricordiamo come, nel 1994, la grande mobilitazione della classe operaia riuscì a piegare e cacciare il primo governo Berlusconi.
Il nostro partito non ricostruisce la memoria di questa esperienza, troppo impegnato com’è nelle convention antiliberiste sparse per il mondo, ormai compresso com’ è nel ruolo di chi vive la propria opposizione come routine istituzionale mentre solo una vera e propria esplosione sociale contro il padronato, le destre e la loro rappresentanza istituzionale, che trovi il proprio motore in una mobilitazione generale della classe operaia e dei movimenti reali di lotta, può porre le basi di una vera alternativa sociale.
Da qui la proposta di una vertenza generale intorno ai temi della riduzione dell'orario di lavoro senza contropartita di flessibilità e di finanziamento alle imprese, con l'abolizione per legge dello straordinario e di forti aumenti salariali, del salario garantito a tutti i disoccupati, in alternativa ad ogni forma di precarizzazione, partendo dell’abolizione del pacchetto “treu”. Questa proposta deve essere avanzata dal nostro partito in tutti i luoghi di lavoro da cui si è allontanato.
Sul piano sociale, al contempo è necessario costruire l'unità di lotta tra lavoratori italiani e immigrati attorno a comuni obiettivi. Peraltro solo un'autentica esplosione di radicalità sociale, nel segno della rottura con la collaborazione di classe, può ribaltare i rapporti di forza, incrinare il blocco sociale delle destre, scompaginare lo scenario politico.
Parallelamente, sul piano politico, va sviluppata con coerenza la rivendicazione della rottura col centro borghese, in tutte le sue espressioni. Non in direzione di una sinistra plurale a vocazione governista, basata su un blocco politico col grosso dell'apparato DS, ma in direzione di un polo autonomo di classe, alternativo a tutte le forze del centro, siano esse tradizionali, siano esse espressione della maggioranza liberale dell'apparato DS.
Peraltro solo la rottura del movimento operaio con le forze politiche del centro può creare le condizioni politiche di un ampio dispiegamento della ripresa di mobilitazione di massa.
Il marxismo ci ha insegnato che la spontaneità di un ambiente sociale non è indipendente dal suo livello di organizzazione, la quale non è che uno strumento al servizio di una strategia politica. La questione della partecipazione al governo dell'Ulivo è dirimente poiché segna il confronto tra marxismo e riformismo, confronto che il Prc ha risolto recidendo le proprie radici e liquidando il tema identitario e il problema della rifondazione comunista.
Un partito comunista ha il dovere di porsi, avanti a qualunque altra cosa, il problema delle condizioni di vita e di lavoro delle masse, deve tenere conto innanzitutto delle conseguenze che ogni sua sciagurata scelta avrà sul movimento dei lavoratori, deve riconoscere quanto sia importante un punto di riferimento politico in un luogo di lavoro, altrimenti le potenzialità sono deboli e la sconfitta sul fronte delle rivendicazioni inevitabile.
A nulla vale l'abrogazione della L.30/03, se non si cancellano pure il pacchetto Treu, la 223/91 sulla mobilità, e tutte le leggi pregresse sulla precarietà nei rapporti di lavoro.
Non serve cancellare la Bossi-Fini se non si cancella la Turco-Napolitano e tutte le leggi già esistenti sul problema dei migranti.
E' per questo che il Prc deve conquistare un’autonomia in modo da valorizzare la tradizione del movimento operaio per una vera alternativa di società e di potere, ricostruendo un partito di classe, che rappresenti l'unico reale movimento dei movimenti, quello della classe operaia.
Dimenticando questo assioma il nostro partito, sul fronte del movimento, ha assunto un atteggiamento prono, di adattamento silenzioso, di affidamento passivo a orientamenti e scelte di direzioni politiche che per loro stessa ammissione comuniste non sono e che, dal loro punto di vista, coerentemente, propongono una prospettiva di società che anticapitalista non è.
Il gruppo dirigente del PRC, decide di abbandonarsi alla mistica retorica dei movimenti, rischiando così di disperdere la centralità della classe operaia, quando non riconduce il sentimento antiliberista di questo movimento ad una chiara prospettiva anticapitalista, la sola che possa offrire un futuro al movimento stesso.
La sola che possa svilupparli sul terreno della mobilitazione contro l'imperialismo e la guerra fuori da ogni illusione pacifista.
La sola che possa fondare il riferimento alla classe operaia e al mondo del lavoro quale soggetto centrale del blocco storico alternativo.
Tutto il documento della maggioranza è pregno di una tendenza che potremmo definire suicida per un partito comunista, tanto è vero che si opta per la costruzione dì un partito leggero di sola rappresentanza istituzionale, perdendo ogni connotazione di rappresentanza di classe.
Quindi non solo si dice nel documento di maggioranza di non ravvisare i termini della necessità di una battaglia per l'egemonia dì classe, che non è autoimposizione burocratica, all'interno del movimento ma, addirittura, propone di precedere spediti verso la destrutturazione della forma partito classica, leninista appunto, con tutto ciò che ne consegue.
Di fatto, si è andati a Porto Alegre, e non si sono avanzate proposte per la rifondazione di una internazionale comunista e rivoluzionaria, che assumesse la battaglia per l'egemonia anticapitalistica su scala mondiale ma per annunciare che dobbiamo chiudere con la vecchia forma partito.
Invece, oggi, è tanto più essenziale rifondare la ragione profonda del partito nella concezione leninista , come strumento di egemonia, tanto più perché è necessario ricostruire, dopo la lunga cesura storica tra i giovani e il marxismo, una memoria e una coscienza tra di essi. Dunque il Prc deve porre solide basi per potersi candidare come reale rappresentanza della classe operaia, per contribuire alla strutturazione e alla crescita di un movimento di classe organizzato, in grado in primo luogo di cambiare i rapporti di forza e mantenere le redini del movimento antiglobalizzazione.
Per questo è necessario condurre una battaglia congressuale (che non sarà facile) con determinazione e coerenza come è nella nostra tradizione, senza abbassare mai la guardia e mettendo a nudo le contraddizioni fortissime da cui il documento di maggioranza è totalmente attraversato.