Le 15 tesi di Fausto Bertinotti costituiscono una proposta che rompe il paradigma della discussione interna e della cultura politica della sinistra italiana, ed è per questo stimolante. Eppure scrivere sulle quindici tesi è arduo. Per la forma del testo, innanzitutto. Sembra, la forma per tesi brevi, già in sé completa: più facile argomentare su una prosa distesa, intera, che scorre da premessa a conclusione. Ed in verità qui è il paradosso: la scrittura non inibisce la discussione ma l'astrattezza della discussione. Inibisce la scrittura ideologica, ed invece chiede, pretende, una prassica. Chiede di produrre effetti, di spostare il piano della realtà. Il primo carattere delle tesi mi pare questo: si prestano ad una sperimentazione concreta perché nascono da una sperimentazione concreta. Dal movimento al movimento, direi, ma con un balzo in avanti. Sulle tesi ci possiamo misurare solo azzardandone un uso politico, una invenzione per l'iniziativa su un tempo provvisorio, colto strategicamente: esse innescano un agire presente. Oppure? Oppure sarà una discussione d'accademia, sterile.
In questo intreccio tra teoria e pratica si muove l'analisi. E' il nostro metodo. Nel movimento abbiamo scoperto la crisi della globalizzazione e la faccia triste dell'Impero. Il sistema globale neoliberista ci si è presentato già sulle strade calde di Genova col volto della guerra. In risposta alla nostra gioiosa voglia di insorgere ha predisposto l'alternativa secca tra guerra e terrorismo come unica possibilità. Ma è l'Impero che fa la guerra almeno quanto fa il terrore: il 21 luglio 2001 è la prima data del terrorismo globale. Lì abbiamo imparato a rifiutare questa orrenda spirale: o fai la guerra o fai il terrorismo. Lì abbiamo imparato a cercare sempre la vita tra morte e morte, a pretendere sempre la democrazia tra subordinazione e servitù.
Ma il ricorso alla guerra non è un sintomo della crisi. Non siamo di fronte ad una scelta d'eccezione: si tratta della fondazione di una relazione sociale permanente volta alla conquista di quote di dominio interne all'ordine globale medesimo. La crisi viene dopo il ricorso alla guerra. La governance globale ha tentato la strada della reazione e del terrore, ma rischia di soffocare nella corruzione. Per sconfiggere questa proposta serve un balzo in avanti fondato sulla lezione del movimento, su una radicale innovazione di cultura politica, sulla costruzione unitaria di una opposizione politica e sociale complessa. E' la nostra ricerca: la nonviolenza come strumento radicale di conflitto in grado di sporgersi "oltre il ‘900" e la sfida della unificazione delle insorgenze verso "un progetto complessivo di movimento per la modifica della società". La risposta va calibrata su tre coordinate centrali: il rapporto tra conflitto e governo, la nuova soggettività politica, la democrazia.
Primo: la sfida che lanciamo accetta anche il terreno del governo come "funzionale allo sviluppo dei movimenti", una "variabile di fase" che riguarda l'emergenza italiana contro la deriva autoritaria del berlusconismo. Ma anche uno strumento possibile per inserire elementi di controtendenza, cancellando le riforme della destra e proponendo "riforme di rottura col quadro neoliberista": sul salario, sulla cittadinanza universale, sulla costituzione di beni comuni non mercificabili etc. Non un assoluto quindi, ma una variabile dipendente. Un confronto tra noi su "governo sì o no" mi parrebbe stupido: dovremmo piuttosto verificare quanto le possibili esperienze di governo possono essere funzionali alla crescita complessiva del movimento.
Secondo: la soggettività. Serve una rottura nella cultura e nella pratica politica in grado di rifondare il soggetto della trasformazione. Innanzitutto sbilanciando sulla società il baricentro dell'azione politica. La politica risorge così come "organizzazione diretta della vita" della moltitudine ben oltre la rappresentanza. Non si tratta di confermare l'autonomia del sociale sulla autonomia del politico: queste sono categorie che si sorreggono a vicenda. Bisogna uscire dall'angolo e scartare il bivio. Ripensare la società come tessuto materiale della politica, luogo della potenza contro il potere. Ed in questo tessuto cercare la forma dell'alternativa e darne il nome. E' un lavoro che continua, che non va iniziato. Il movimento della pace ha dato nome all'esodo dalla guerra e luogo alla nuova politica. Così bisogna continuare ed invadere il piano dell'organizzazione. La nostra sfida esiste solo se rifiuta il giogo dell'identità nella sua forma novecentesca e tende alla sperimentazione. E' una ricerca e dunque chiede coraggio da esploratori. Per questo trovo corretto e coraggioso il percorso avviato con la costituzione del Partito della Sinistra Europea e la sfida lanciata sulla Sinistra d'Alternativa in Italia. Due processi parallelli da coordinare. L'uno, dall'alto: sceglie l'Europa come luogo minimo da cui avanzare la proposta di trasformazione della società, e si presenta come strumento possibile del movimento (ed interno al movimento stesso) per "incidere sulle relazioni economiche, politiche e statuali". L'altro, dal basso: la Sinistra d'Alternativa in Italia, lungi dalla sterile sommatoria dei ceti politici "a sinistra del listone" sceglie i territori, i municipi come spazi d'iniziativa per fare incontrare "comitati, circoli, associazioni, organizzazioni autogestite in tutte le realtà diffuse del paese e nei luoghi del conflitto e della sperimentazione sociale". Il doppio processo è indispensabile per "andare oltre" lo stato dell'arte e "riaprire la politica ad un processo generale di trasformazione sociale". Finalmente di nuovo in cammino! Viene da dire. Per ovviare al rischio che il movimento attraversi il nostro corpo vivo lasciandoci come eravamo prima di iniziare questa avventura.
Terzo: la democrazia. E' il collante che spiega la dialettica tra conflitto e governo e la base materiale del nuovo soggetto politico. Una "democrazia della partecipazione e del conflitto" è il motore dell'alternativa sul piano del governo nonché il punto di verifica dell'ipotesi organizzativa. Il nuovo soggetto che vogliamo costruire serve a rispondere alla domanda: quanta partecipazione, quanto conflitto, quanta democrazia produciamo? Nella società, fuori da noi… là dove continua a scavare la vecchia talpa.