Le 15 tesi del segretario hanno il pregio di impostare il dibattito precongressuale a partire da un'analisi complessiva della fase economica, politica e sociale in cui collocare poi la nostra proposta di linea politica. Rompendo, almeno su Liberazione, un dibattito stretto dalla necessità "del male minore" per battere le destre e "salvare il partito" che, invece, risulta spesso l'argomento centrale delle nostre discussioni nei circoli e nelle federazioni.
E proprio a partire dagli elementi di analisi misuriamo una prima, significativa, divergenza.
Se da un lato è certamente vero che i movimenti sociali di questi ultimi anni hanno segnato un punto d'arresto della crisi verticale di credibilità e forza di ogni proposta alternativa all'ordine capitalista della globalizzazione, è sbagliato, e pericoloso per i movimenti stessi, sopravvalutarne la capacità strutturale di inversione dei rapporti di forza sociale che essi avrebbero prodotto in così poco tempo. La sconfitta di cui i movimenti sono figli, quella che ha chiuso il ‘900 con le macerie del muro di Berlino, è una sconfitta storica, dalla quale solo rivendicando il "diritto alla pazienza" i nuovi movimenti potranno ricostruire una reale possibilità di alternativa di sistema allo sfacelo del neoliberismo e della guerra.
Lungi da me sottovalutare, quindi, la portata storica della ripresa di conflittualità sociale e partecipazione che abbiamo incontrato in questi anni, ma non possiamo non vedere, pena appunto un'analisi perlomeno incompleta, come questo protagonismo rinnovato non abbia ancora raggiunto una forza tale da intervenire direttamente sui processi contro i quali si batte, da quelli globali come la guerra, a quelli locali di un inceneritore o di una contro-riforma barbara del lavoro.
Il movimento, quindi, che è stato e deve rimanere baricentro della nostra iniziativa si coltiva col movimento stesso, non con le forzature in avanti sul piano della politica che rischiano di rimanere senza le gambe sociali che si dicono necessarie e di indebolire il movimento stesso.
Come spiegare, altrimenti, il fatto che a fronte di enormi mobilitazioni che hanno traversato l'agenda politica degli ultimi anni la politica, quella con la P maiuscola, non sembra affatto cambiata né nei suoi contenuti programmatici e neanche, simbolicamente, nei suoi volti pubblici e nei suoi gruppi dirigenti? Quel centrosinistra che solo due anni fa doveva, perlomeno, subire la contestazione dei girotondi, è oggi di nuovo saldamente in sella e per nulla disposto ad autocritiche ed inversioni di rotta. Come dimostra una sequela infinita di prese di posizione, dalla difesa del Patto di Stabilità alla legge sulle Pma. Perfino sulla guerra la Gad riesce a proporre una posizione oggettivamente arretrata rispetto a quanto rivendicato dai movimenti. E così si arriva al paradosso di un movimento (e noi con lui) che il 30 ottobre sarà in piazza per il ritiro immediato delle truppe e di un'opposizione che la settimana dopo va in piazza con una posizione ambigua e non si accorda neanche sul calendario del voto in parlamento.
E' da questo quadro che emerge quindi la necessità di una linea politica diversa che, rimettendo al centro lo sviluppo dei movimenti sociali e del radicamento, sappia sfidare le opposizioni sul piano programmatico e dell'efficacia, a partire dalla necessità di un'opposizione frontale al governo Berlusconi. La strategia perseguita negli ultimi mesi dal partito, che pure non mi ha mai convinta, mostra oggi pericolosamente la corda.
Dichiararsi pregiudizialmente disponili ad un accordo di governo, accettando il rinvio di una chiara discussione programmatica, da un lato, e la sottrazione di buona parte delle forze politiche del centrosinistra da una seria opposizione al governo rischia di spingerci in un vicolo cieco. Invece di rompere la gabbia del centrosinistra rischiamo di entrarci con tutte le scarpe come dimostra l'ingresso nella Grande Alleanza democratica. Del resto, i suoi primi passi non vanno certo nella giusta direzione: si costruisce un involucro tutt'altro che innovativo, senza però avviare alcun serio confronto programmatico e si accetta l'idea che le primarie, di cui dicevamo utile la capacità di relazione con le rivendicazioni dei movimenti, si facciano sulla leadership.
Non si ricostruisce una nuova soggettività critica senza un'idea di programma, cioè di società alternativa. E la preoccupazione programmatica deve prescindere dalla questione dell'accordo di governo: insomma viene prima, è una condizione in sé. Deve servire proprio ad incalzare e sfidare il centrosinistra sulla sua capacità di rappresentare le istanze che muovono i movimenti e i bisogni sociali sempre più inevasi di gran parte della popolazione.
Male abbiamo fatto, quindi, a sottrarre proprio il terreno del dibattito programmatico alla nostra discussione con le forze dell'opposizione, perché solo su questo terreno potremmo realmente misurare la credibilità o meno di una reale alternativa al governo delle destre.
E non possiamo neanche accettare una concezione "statica" del programma, diviso tra minimo e massimo. L'ipotesi di un accordo "minimale", comprensivo di quello che è possibile oggi mentre ci si prepara al programma "massimo" è un meccanismo che ha già portato il movimento operaio all'omologazione e alla sconfitta. Il programma accettabile è invece quello che contiene ora elementi anche parziali di rottura che configurino una prospettiva auspicabile: la riduzione dell'orario di lavoro, la scala mobile, la nazionalizzazione di alcuni segmenti produttivi, la riduzione delle armi e delle spese militari, l'inversione della politica delle privatizzazioni; segnali evidenti di un cambiamento di direzione, di un'inversione di tendenza. Che poi tutti noi, già da ora, sappiamo che con questo centrosinistra un programma del genere è improponibile ci dice esattamente dell'impossibilità di un accordo di governo e della necessità di un cambio radicale di linea politica.
Questo partito, per rispettare forse la sua stessa missione, ha cambiato molte pelli da quando è nato. E tanti sono stati i suoi momenti fondativi, o ri-fondativi. L'ultimo congresso sembrava aver finalmente imboccato la strada giusta, figlio com'era della rinnovata affermazione di autonomia politica di una soggettività comunista - che ci aveva portato alla rottura col primo governo Prodi - e, con l'investimento senza remore nei nuovi movimenti, delle giornate di Genova insomma.
La nuova svolta oggi proposta rischia di produrre un'inversione di rotta significativa rispetto a quel "nuovo inizio", mettendo in discussione l'identità stessa del partito e, cosa più grave, la sua "ragione sociale". Non possono non preoccupare tutti, in questo senso, i segnali di disorientamento che attraversano il corpo del partito in questa fase e che rischiano di portarci a un congresso stanco, in cui si misurano le amarezze e le paure più che gli entusiasmi, pur su posizioni diverse.
Io credo che la natura stessa della proposta politica avanzata dal segretario abbia a che vedere con questa difficoltà. E' un'affermazione certo forte, ma non riesco a pensare alla vita di un corpo collettivo come un partito, al suo grado di salute e reattività, senza legarla alla linea politica che questo persegue. Altrimenti torneremmo a una concezione monolitica e autoreferenziale del partito, e dei militanti, che vanno avanti come automi, affidando semplicemente al gruppo dirigente l'interpretazione della linea. Credo invece che questo partito abbia imparato più di quanto pensiamo dai movimenti e reagisca per sottrazione alle difficoltà e alla non convinzione.
Penso che portare la rifondazione comunista al governo della globalizzazione snaturi così tanto la missione di questo partito da metterne in pericolo la stessa esistenza come comunità vitale e capace di interagire con la società.
E sono talmente convinta, invece, dello spazio che ancora si apre davanti a questa nostra impresa collettiva, e del lavoro che insieme ancora potremmo fare, da pensare che è possibile percorrere un'altra strada recuperando quanto di innovativo e profondamente radicale abbiamo fatto in questi anni.