VI Congresso di Rifondazione Comunista

L'idea di governo nelle tesi non va banalizzata

Contributo al dibattito precongressuale

Le 15 tesi non si limitano a raccogliere gli elementi essenziali di quella linea di ricerca originale e innovativa che abbiamo praticato in questi anni ma cercano, allo stesso tempo, di mettere in atto il tentativo di portarci ancora avanti. Ed è precisamente per il concorrere di questi due elementi che sono d'accordo. Sono convinto che sia proprio l'accumulazione, su cui sono costruite le 15 tesi, che ci ha permesso, da una parte, di divenire un punto di riferimento di molte e molti, e ben al di là, non solo della nostra forza organizzata, ma perfino del nostro stesso elettorato (che, vorrei ricordare a qualche immemore, nelle ultime elezioni europee ha fatto di noi il quarto partito italiano quanto a consensi) e dall'altra di acquisire un patrimonio e, insieme, una base per l'ulteriore sviluppo della rifondazione.

Penso inoltre che se siamo riusciti ad annullare gli attacchi durissimi e ripetuti alla nostra stessa esistenza, lo dobbiamo al mix originale di resistenza e innovazione, e che è in grazia di quest'ultima che oggi possiamo parlare ancora di comunismo. Per dirla ancora più chiaramente, e mi rivolgo principalmente ai "vecchi" come me e a quanti hanno fatto le mie stesse esperienze politiche, non era scontato che la nostra ribellione alla cancellazione del Pci avesse per forza un futuro. Questo futuro lo abbiamo conquistato. Era possibile - e il pericolo lo abbiamo corso più di una volta - che le cose prendessero un'altra piega e che, per una sorta di mummificazione politica e teorica, un punto di vista comunista e alternativo venisse espunto dalla vita di questo Paese. Si tratta certamente di un merito comune, anche se non me la sentirei di attribuirlo proprio a tutti.

Questi gli elementi che riconosco prioritariamente nelle 15 tesi. C'è anche dell'altro ovviamente visto che le tesi operano nel corpo vivo di un intricato momento politico. La lettura che consiglio è unitaria trattandosi di un documento che non può essere sottoposto ad una sorta di spezzettamento. Per altro non vi sono tesi di serie A e tesi di serie B ma argomenti che rispondono ad una logica ordinatrice ed indicano, nella loro collocazione, un vero e proprio percorso.

Rapporto con il centrosinistra

Avendo chiarito questo, credo tuttavia che non sia improponibile, perché estranea o troppo banalizzante, una domanda circa l'utilità di questo documento nel farci affrontare al meglio questa fase politica. Non mi nascondo che ci sono su questo punto obiezioni che provengono anche da compagni e compagne che, non per schieramento, ma più che altro per diffidenza verso i rapporti politici con forze di cui noi stessi abbiamo segnalato incongruenze, contraddizioni, vere e proprie decisioni gravemente sbagliate, marcano un loro disagio. In alcuni casi va detto che questo disagio maschera una vera e propria sottovalutazione circa le possibilità di incidenza dei movimenti e delle forze alternative, una sottovalutazione di quello che noi stessi siamo in grado di fare. Vediamo come stanno le cose non nascondendoci le difficoltà e nello stesso tempo le speranze per i risultati che pure il nostro impianto complessivo ha già raggiunto. Sarebbe assai grave se, ad uso puramente interno, qualcuno si attardasse a dipingere una situazione congelata nella sua perenne immobilità. Non è così, ed infatti lavoriamo a che la manifestazione del 6 novembre sia l'inizio di un nuovo corso delle opposizioni e del loro rapporto con le politiche neoliberiste e con le tentazioni neocentriste. E' del resto, quella del 6 novembre, la grande manifestazione delle opposizioni, un obiettivo che caparbiamente inseguiamo da tempo. Eravamo, ed in parte siamo ancora, preoccupati perché non si è stati capaci di segnare un punto, di muovere le cose, nel momento del massimo dispiegarsi della crisi del blocco sociale berlusconiano. Oggi sappiamo che la situazione è in movimento e che per ora ha preso la direzione giusta, ma niente, proprio niente ci garantisce il possibile permanere di questo indirizzo se non la presenza di movimenti e la loro connessione, l'orientamento di grandi sindacati e associazioni, di pezzi rilevanti dell'opposizione, e ovviamente la nostra stessa iniziativa. Non a caso le 15 tesi sottolineano i caratteri di instabilità, il bivio, ancora possibile, tra eclissi o rinascita della politica, i pericoli di un futuro senza democrazia. Affidano, le 15 tesi, un ruolo essenziale in questa fase alla costruzione di un percorso di democrazia e partecipazione come primo contenuto di un programma riformatore, immettendo così un elemento in contraddizione, non solo con la materiale decostruzione della democrazia, ma anche con la cultura - perché non dirlo - di una parte della sinistra che si definisce riformista. C'è infine un'idea, una concezione del governo che attraversa le 15 tesi su cui è certamente possibile la critica, ma non è ammessa la banalizzazione. E' un tema stringente che apre discussioni anche al nostro interno e che è guardato con vigile attenzione da quanti ci sono vicini. Qui ovviamente, come in altri settori, vale quello che hai fatto, i comportamenti politici che hai assunto. Vale anche il modo con cui ti avvicini a questo tema, la critica che sei in grado di esprimere, la riforma della concezione del governo che sei in grado di mettere in campo, le linee guida che scegli di perseguire.

Una rottura di continuità

Ho letto, a questo proposito, in un intervento già pubblicato, che non ci saremmo, che la tesi 12 sarebbe assolutamente inadeguata. Cita il compagno Masella le nefandezze del precedente governo di centro-sinistra: dalla cancellazione della scala mobile alla precarizzazione, alla riforma Berlinguer. E aggiunge che - badate bene - con questa elencazione di nefandezze non vuole dire di «rompere apertamente con questo impianto politico e culturale» perché vorrebbe dire già oggi che non sarebbe possibile «fare alcun accordo con la sinistra moderata». Io la penso in modo diametralmente opposto. Penso - con le 15 tesi - che proprio per battere Berlusconi e il governo della destra si deve rompere questo impianto politico e culturale. E che la tesi 12 lo fa apertamente. Che è proprio necessaria una rottura di continuità che noi assumiamo - e non mi sembra poco - come il punto fondamentale di orientamento. Si tratta, per dirla in sintesi, della collocazione internazionale dell'Italia. Inoltre si pone il problema di una sorta di bonifica sul terreno economico sociale e civile. Si tratta infine e soprattutto delle grandi riforme di rottura del ciclo neoliberista che si dice possono essere individuate attorno ad alcuni grandi assi: la valorizzazione del lavoro e una redistribuzione del reddito, l'estensione di diritti individuali e collettivi, il rispetto della persona e un sistema di garanzia e di tutela per tutte e tutti, la costituzione di beni comuni da sottrarre alla logica del mercato, la costituzione di un nuovo intervento pubblico nell'economia. E' poco? Mi pare proprio che chi si lascia andare a questi giudizi delle due una: o non le ha lette o non le ha capite.

Infine un elemento che già con il dibattito sulle colonne del giornale tentiamo di affrontare e cioè quello del percorso che dobbiamo garantirci nella discussione del partito. E non solo in quello. Voglio dire cioè che da una parte dobbiamo raccogliere critiche, valutazioni, proposte dei nostri compagni e delle nostre compagne ma sarebbe paradossale, per un partito come il nostro, fermarci qui. C'è un mondo esterno che ha interesse a quello che facciamo e alle posizioni che andremo ad assumere. Anche di questo, ovviamente, dovremo tener conto.

  
Milziade Caprili
Roma, 25 ottobre 2004
da "Liberazione"