VI Congresso di Rifondazione Comunista

Non diventiamo un comitato elettorale

Contributo al dibattito precongressuale

Un filosofo morto in questi giorni (Derrida) sosteneva che la coerenza interna dei discorsi si ottiene di solito attraverso la rimozione di tutto ciò che contraddice la loro tesi di fondo. Voglio dire che molte delle cose dette dai compagni che condividono il nuovo corso del partito sono vere. E' vero che questo governo non è un qualsiasi governo conservatore; è vero che gli stessi movimenti, i lavoratori più impegnati nel conflitto sociale, il cosiddetto popolo di sinistra ci richiedono le forme di unità più capaci di mandarlo al diavolo; è vero che il movimento ha in una certa misura mutata la relazione tra istituzioni e corpo sociale. Sono tuttavia vere anche altre cose.

Il centrosinistra non ha cambiato natura

Prima di tutto non sono sostanzialmente cambiati i rapporti di forza, perché oggi le dinamiche economiche, politiche e militari operano una più forte pressione conservatrice sui governi di tutta l'Europa e la crisi del liberismo si manifesta come crisi delle sue versioni moderate. In secondo luogo l'accordo di governo con il centro-sinistra non sarebbe l'accordo con posizioni di tradizionale riformismo. Sui temi economici e sociali (ma in ultima analisi anche sulla guerra e su molto altro) Prodi, Rutelli, Fassino e D'Alema sono riformisti nello stesso senso di Berlusconi e Chirac, sono cioè controriformisti e sarà molto difficile strappare accordi e pratiche reali che possano appena consentire di salvarci l'anima.

Infine quegli stessi che oggi ci chiedono l'unità, alla prima prevedibile malefatta di un governo di centro-sinistra, considereranno quel governo, e quindi anche Rifondazione, una controparte.

Così come il primo ordine di considerazioni non cancella il secondo, anche il secondo non cancella il primo. La situazione complessa in cui obiettivamente ci troviamo non si risolve con presunte mosse del cavallo o con citazioni di Marx sui governi della borghesia.

Non abbiamo invertito la tendenza al partito leggero

In questo contesto il solo atteggiamento che avrebbe avuto un senso, anche se non la certezza di un successo, sarebbe stato quello di lavorare di più e meglio per il radicamento, le mobilitazioni, le lotte, la pressione della società su partiti e istituzioni. Si può obiettare che una cosa non esclude l'altra. E invece uno stato obiettivo di cose e le pratiche del partito dopo il referendum sull'articolo 18 fanno proprio in modo che una cosa escluda l'altra.

La maggioranza della direzione del partito sembra vivere con preoccupazioni prevalenti di tipo mediatico, con scarsa attenzione alla parte più attiva di iscritti e di iscritte. Malgrado un certo numero di benemerite eccezioni, è facile constatare che i circoli sono disorientati e sostanzialmente privi d'iniziativa. La situazione non è certo catastrofica come certi compagni la rappresentano, ma ci ricorda che Rifondazione non è riuscita a invertire le tendenze al partito leggero, alla scarsa presa sul corpo sociale e alla fluidità organizzativa. Il carattere in gran parte solo letterario della svolta dello scorso congresso è dimostrato dal fatto che le strutture del partito sono rimaste immutate, malgrado tutti i discorsi sulla loro inefficacia. Tuttavia una battaglia congressuale per la loro trasformazione sarebbe del tutto inutile, perché non a caso l'organizzazione fa resistenza alle parole.

Le strutture hanno resistito ai cambiamenti perché sono in ultima analisi funzionali al nuovo corso.

C'è infatti un'evidente sintonia tra una linea che rivolge un'attenzione prevalente (e in certe realtà quasi esclusiva) alla dimensione elettorale e istituzionale e forme organizzative che riescono ad avere un ruolo soprattutto come comitati elettorali.

Il nuovo corso inoltre ha ridato spazio, ragioni e autorità alle posizioni (in larga misura trasversali) che con maggiore tenacia hanno resistito alla svolta. In questo partito, malgrado tutti i discorsi contro l'autonomia del politico, sono ancora dominanti quelle che continuerei a chiamare "logiche d'apparato". Per queste logiche il lavoro oscuro - faticoso - paziente di ricostruzione di società e la realizzazione di personali cursus honorum sono due strade parallele, che solo assai di rado e per improvvisi zig-zag della storia, si incontrano. Non dappertutto, ma nella maggioranza delle città le preoccupazioni prevalenti dei gruppi dirigenti sono le lotte di potere (che con buona pace del compagno Alasia, non hanno nulla a che fare con la strutturazione in correnti) e i posti nelle assemblee elettive.

Il radicamento, la ricostruzione di intelligenza collettiva, il rapporto con il corpo sociale restano affidati all'iniziativa dei circoli, che non hanno però la possibilità materiale di farsene carico. Oppure all'iniziativa personale, quasi sempre guardata con diffidenza, di compagne e compagni ai margini del partito. In prospettiva il rischio concreto è che il partito non sia soggetto di rifondazione, ma oggetto scarsamente consapevole dei meccanismi di una crisi della politica, che troppo superficialmente qualcuno considera superata.

Lidia Cirillo
Roma, 29 ottobre 2004
da "Liberazione"