Credo che sia giusto avere presenti tutte le difficoltà che esistono rispetto all'obiettivo di un'alternativa programmatica di governo di cui Rifondazione sia parte.
Le difficoltà risiedono su più piani.
Su quello sottolineato nell'intervento di Cavallaro del persistere del Patto di Stabilità, cioè sui vincoli esistenti alla possibilità di perseguire le "riforme di rottura col ciclo neoliberista", come su quello del permanere fra le opposizioni di impostazioni che riproducono le logiche di liberismo temperato.
Le difficoltà risiedono dunque nelle persistenze.
Su cosa si fonda allora quell'opzione politica che credo tuttavia necessario perseguire?
Ritengo risieda in un insieme di elementi di necessità e di potenzialità e nella considerazione più generale che le discontinuità sono comunque prevalenti nello scenario che abbiamo di fronte. Uno scenario complessivo di cui si drammatizzano giustamente gli esiti in campo su scala globale: o la riapertura di un processo di trasformazione, né semplice, né lineare, o l'esito altrettanto possibile di essere trascinati dal fallimento della globalizzazione capitalistica in un imbarbarimento generalizzato.
La necessità risiede nell'obiettivo da tutti riconosciuto come improrogabile della sconfitta delle politiche del governo Berlusconi. Non è utile qui un'elencazione dei danni che stanno producendo, ma la considerazione generale che laddove esse si consolidassero si determinerebbe un tale arretramento del contesto in cui operiamo da renderne nel medio periodo difficile la reversibilità. Se per fare un esempio non si torna indietro sulla legge 30, se non si sventa l'attacco al contratto nazionale di lavoro, i processi di frammentazione e parcellizzazione sociale cresceranno esponenzialmente, mettendo a rischio la possibilità stessa di un protagonismo collettivo del mondo del lavoro. E si può continuare.
Si può anche far finta di non vederlo, ma in un sistema elettorale come quello che abbiamo l'obiettivo di sconfiggere il governo Berlusconi richiede un qualche accordo delle opposizioni.
Si dice che potrebbe utilmente essere perseguita la strada della desistenza. E' una via che abbiamo percorso. Sulle motivazioni di fondo per cui oggi credo sia inadeguata tornerò più avanti, ma intanto si può osservare che quella via ci ha portato comunque anche nel passato a condividere responsabilità di maggioranza e tutte le difficoltà che ne sono conseguite. Non ci ha dato insomma una rendita di posizione di libertà, tanto è vero che ad un certo punto abbiamo dovuto rompere e giustamente con il sostegno al governo Prodi. Né si vede, come sostengono alcuni, perché questa scelta potrebbe consentirci di "fare da contrappeso alle tendenze neocentriste" traducendosi essa in un regalo di voti a politiche che altri farebbero per proprio conto. In un rafforzamento dunque di quelle tendenze.
Ma il motivo di fondo per cui la desistenza mi pare oggi inadeguata è che essa è stata, con tutti i prezzi da pagare che ha comportato, la scelta giusta quando non esisteva possibilità sostanziale di esercitare un'efficacia per i contenuti di cui siamo portatori. Nel momento in cui quindi andavano aperte contraddizioni e si trattava di operare una demistificazione rispetto alle magnifiche sorti della globalizzazione capitalistica che altri sostenevano, se solo le si fossero temperate.
Ma dal '96 ad oggi moltissimo è cambiato.
Le contraddizioni dei processi di globalizzazione capitalistica sono squadernate. Aperte ad esiti diversi, ma squadernate.
La realtà ha la testa dura ed è difficile fare finta che non esista un problema redistributivo quando si generalizza la condizione di chi non arriva a fine mese. E' difficile non fare i conti con il fatto che parole una decina di anni fa utilizzate come sinonimo di nuove possibilità e persino libertà come "flessibilità"si siano trasformate nell'esperienza e nella percezione generalizzata della precarietà del lavoro e della vita.
Il Patto di Stabilità persiste ma genera stagnazione, non viene rispettato e ogni tanto viene chiamato "di stupidità".
L'instabilità è realmente il segno di questa fase.
Certo che il tentativo che facciamo è rischioso e può andare incontro ad una sconfitta e alla necessità di nuove rotture. Sono esiti possibili. Ma l'obiettivo di sconfiggere la legge del pendolo va perseguito. E va perseguito ora che le contraddizioni sono aperte. Ora che i movimenti, la "vera novità di questo inizio secolo" hanno imposto un'altra lettura del presente, rotto la desertificazione sociale, modificato la collocazione delle forze in campo e i rapporti di forza.
Perché rifonda la politica e con essa la possibilità di un processo di trasformazione, rompendo quell'impermeabilizzazione dei ceti politici e della sfera istituzionale dai bisogni e dal conflitto sociale che della legge del pendolo è la principale alleata. Questo ha significato la messa in campo dell'obiettivo delle primarie di programma: non la rinuncia a elementi di identità non mediabili, ma la ricerca di un percorso che li possa far vincere. Come abbiamo vinto quella "primaria sul programma" che è stato il referendum sull'articolo 18.
La partecipazione o meno ad un governo è strumentale. L'obiettivo che ci diamo è quello di costruire un quadro politico istituzionale permeabile ai bisogni e ai conflitti sociali.
Il centro della nostra iniziativa non contraddittoriamente, ma conseguentemente resta lo sviluppo dei movimenti e da qualsiasi esecutivo dovremmo essere pronti a uscire laddove la nostra permanenza diventasse un freno a quello sviluppo. Il centro della nostra iniziativa è l'aggregazione in Europa, in Italia, in ogni territorio della massa critica necessaria a produrre un processo di trasformazione sociale. Con gli occhi bene aperti, ma senza paura.