Ho fatto parte di Democrazia Proletaria che, insieme ad altre componenti, ha dato vita a Rifondazio-ne Comunista e prima di tornare in Messico sono stato militante (e dirigente a Roma) di questo partito, che costituisce una rispettabile eccezione tra i partiti di sinistra europei. Per questo mi preoccupa particolarmente la posizione congressuale delle Tesi della maggioranza del PRC, firmate da Fausto Bertinotti e sostenute dalla maggioranza dei miei compagni e amici provenienti da DP e oggi diventati dirigenti o deputati o consiglieri di Rifondazione.
Va riconosciuto a queste Tesi il merito di essere brevi e chiare, cosa che facilita la discussione. Va però detto, al tempo stesso, che esse rappresentano una rottura con quanto finora ha costituito l’accumulazione teorica e la posizione politica centrale del PRC, che a ragione proclamava la “Rifondazione comunista”, rientrando in tal modo nel solco risalente a Marx, attraverso la Rivoluzione d’Ottobre e il movimento comunista europeo, passando per Gramsci e i tentativi costanti della sinistra comunista di sbarazzarsi dello stalinismo, non però per mimetizzarsi nella “sinistra” compatibile con il sistema capitalista ma per lottare coerentemente contro di esso.
Le Tesi, ad esempio, concentrano il tiro sulla “devastazione neoliberista”. Il neoliberismo, però, è soltanto una politica (quella attuale, che può però essere lasciata cadere e sostituita con un’altra) del capitalismo, mentre il problema è il sistema di sfruttamento in quanto tale, non la sua espressione congiunturale. Anche il Papa combatte il neoliberismo, ma il PRC è stato fondato per lottare per una alternativa non solo a quest’ultimo ma al capitalismo. Pur potendo allora convergere in certi momenti con quanti combattono per altri motivi e con altri obiettivi l’attuale politica capitalistica, dovrebbe farlo in una prospettiva antisistema, per non diventare un’altra forza riformista in più.
Il documento segna inoltre un grosso arretramento culturale, poiché non riesce a definire quale fase del capitalismo e della politica mondiale si trovi oggi di fronte la società italiana e quali sono quindi le sfide che i lavoratori italiani dovrebbero affrontare (che del resto non risultano in quanto tali ma si diluiscono in astrazioni, come “la sinistra”, “la società” o “i movimenti”).
Le Tesi parlano infatti del “fallimento della globalizzazione capitalista”, come se non avessero avuto successo l’attacco alle conquiste operaie di oltre un secolo e la concentrazione senza precedenti della ricchezza, come se i tentativi di colonizzare Cina e Urss non progredissero, come se non esistessero le guerre imperialiste e colonialiste. Parlano di guerra “imperiale”, di “soluzioni imperiali” dell’instabilità, assumendo – senza richiamarle esplicitamente – le idee sbagliate di Negri sull’Impero e la fine dell’imperialismo. Mentre, inoltre, gli Stati Uniti, per conservare la propria declinante e contrastata egemonia, hanno come base stessa della propria politica la guerra preventiva e a questa adeguano la loro economia e l’imposizione di misure repressive e antidemocratiche all’interno della loro stessa società, le Tesi si incentrano su una mobilitazione mondiale per la pace – che esiste, è fondamentale e va estesa e organizzata – ma scindendo i concetti di guerra e di capitalismo, come che la prima non derivasse dal secondo. E’ vero che le guerre esistono da quando esistono gli Stati, e cioè ben prima dl capitalismo, ma il fatto è che, con il capitalismo e la globalizzazione, la guerra è permanente e l’unico modo di farla finita con essa è stroncare la possibilità che il capitale utilizzi gli Stati per farla, mentre lo stanno facendo con buona pace di Negri. Nel mondo più violento e insanguinato che sia mai esistito, le Tesi adottano, in cambio, le posizioni gandhiane della non violenza e combattono il “terrorismo” in astratto (non il terrorismo di Stato, come quello di Bush o di Sharon, che genera il terrorismo cieco e i disperati, che va anche condannato, ma al tempo stesso attentamente distinto da quello statuale). Una cosa è il rifiuto del movimento socialista di ricorrere a metodi terroristici e un’altra cosa è la confusione sul rifiuto della violenza, perché è violento un picchetto, un blocco stradale e violenta ha da essere, per forza di cose, anche effettuando attentati contro obiettivi militari, la resistenza all’occupante che imprigiona, assassina, bombarda, come succede in qualsiasi guerra coloniale e come è successo durante l’occupazione nazista in Europa.
D’alto canto, l’evangelico “chi di spada ferisce, di spada perisce” e il rifiuto dell’impiego della violenza da parte degli oppressi nascondono il fatto che il capitalismo è violenza sfrenata, non solo con le sue guerre ma anche con la fame, la prostituzione, lo sfruttamento, il saccheggio delle risorse naturali, le devastazioni ambientali che mettono a rischio l’esistenza del pianeta, la disoccupazione, la miseria, le repressioni quotidiane e che nessun regime sfruttatore, nell’intera storia dell’umanità, è scomparso con metodi esclusivamente pacifici. E’ evidente che il peso del cattolicesimo in Italia e la contrarietà del Papa per la guerra all’Iraq hanno rafforzato e reso di massa il ripudio dell’aggressione dell’imperialismo a questo paese e spinto centinaia di migliaia di persone a protestare contro di essa, ma i comunisti non possono limitarsi a questa sola mobilitazione, che non è di per sé sufficiente a eliminare il capitalismo, mentre occorre cogliere l’occasione per sviluppare una coscienza pacifista anticapitalista.
Il documento di Bertinotti si apre sostenendo che la “vera novità di questo inizio secolo è la nascita di nuovi movimenti e la loro capacità di connettersi in un percorso collettivo”. Riconoscere questi movimenti ed appoggiarsi ad essi è una grande acquisizione del PRC, che anche su questo rompe con la tradizione stalinista, che tentava di strumentalizzarli e di incanalarli verso la “coesistenza pacifica” con l’imperialismo e verso le istituzioni e l’ingresso al governo, a livello nazionale. Ma la novità vera non è questa: è l’indebolimento del movimento operaio e sindacale, la crisi dei partiti che avevano un’origine marxista o che ancora parlano di socialismo, e il fatto che molti dei “nuovi movimenti” (o meglio, dei vecchi movimenti oggi rinnovati per la loro autorganizzazione ed autonomia), come vari settori dei nativi latinoamericani (gli zapatisti ed altri in Messico, la CONAIe in Equador, quelli boliviani), di contadini (ad esempio il Movimento dei Sem Terra in Brasile) o operai (come il settore dei lavoratori disoccupati “piqueteros” in Argentina), costruiscono embrioni di potere in contrapposizione al potere dello Stato, indipendentemente dai partiti operai tradizionali e da quelli socialisti e si vanno estendendo ed approfondendo come una sorta di globalizzazione della protesta contro la globalizzazione diretta dal capitale finanziario.
Questo pone un compito urgente per chi si raccoglie in un partito per la “Rifondazione comunista” (vale a dire, che ha l’obiettivo di battersi efficacemente per l’eliminazione del capitalismo). Se, come dicono le Tesi, “L’alternativa ‘socialismo o barbarie’ non è fuori da questo tempo”, è necessario incentrare la preoccupazione su come, in questi movimenti e insieme ad essi, comprendendoli ma anche trasformandoli, si può costruire la coscienza della necessità del socialismo tra coloro che sono di fatto anticapitalisti e rivoluzionari ma non hanno obiettivi anticapitalisti coscienti e un programma socialista. Non è infatti sufficiente che i militanti del PRC siano immersi a titolo individuale nei movimenti, né che il partito, dall’esterno, li appoggi così come sono, con le loro direzioni e posizioni attuali (come, ad esempio, appoggia acriticamente lo zapatismo). I comunisti devono essere parte dei movimenti dei lavoratori, ma cercando di esercitare un’influenza con la propria politica, perché si battono per una società futura che non risulterà solo dai movimenti di protesta ma esige una preparazione culturale, ideologica, la formazione di quadri e di dirigenti, del partito e dei movimenti.
Le Tesi insistono molto sulla “innovazione politica”, sulla “nonviolenza come guida dell’agire collettivo qui ed ora”, che “contribuisce alla ricerca di una nuova idea e pratica della politica come processo attuale di trasformazione e di liberazione”, e su “un’idea generale di riforma della politica e del suo rapporto con i protagonisti sociali”. In realtà, la parola “politica” assume in sé due distinti significati, mai precisati: quello di politica istituzionale, parlamentare, tradizionale, e quello relativo alle azioni e ai rapporti sociali diretti, di cui sono protagoniste le classi sociali in conflitto. La globalizzazione restringe il campo della politica. Le decisioni che prendevano i governi e le istituzioni oggi vengono quasi completamente prese in sedi sopranazionali e i confini si cancellano e così si indeboliscono gli Stati nazionali e le pratiche di cittadinanza che richiedevano un contesto e delle leggi nazionali. Però tutto diventa politico: per difendere le pensioni bisogna occupare le strade, per ottenere leggi bisogna imporle con mobilitazioni violente… E’ quest’ultima politica quella di cui occorre prendere la testa e coordinarla, socializzando esperienze e risultati, cosa che non può fare un “movimento dei movimenti”, che non possiede né programma né utopia che tenga insieme cause e volontà diverse. Le Tesi non parlano d questo, né parlano del partito, della sua costruzione teorica e pratica. Al contrario, sono estremamente ambigue nel dire che “La critica allo stalinismo non è, quindi, semplicemente la critica alle degenerazioni di quei sistemi ma al nucleo duro che ha determinato quell’esito”. E’ preoccupante questa frase, che in linea di principio potrebbe essere condivisa da tutti, in primo luogo perché è una frase astrattamente generica, che non va oltre e non spiega, prescindendo dalla rilevanza storica e teorica del fenomeno, e in secondo luogo perché subito dopo c’è l’inno alla nonviolenza. Il “nucleo duro” sarebbe forse, alla Holloway, l’idea dell’espropriazione violenta degli espropriatori, la presa del potere? Si dovrebbe aspettare che il capitalismo imperialista crolli, come una pera matura, mentre predichiamo nel frattempo il Bene e la Nonviolenza? Dove sta un bilancio del gandhismo o, per non andare tanto in là, del semplice fatto che gli zapatisti sono un esercito, sono armati, occupano un territorio accerchiato dall’esercito dello Stato centrale e vi costruiscono potere non solo nelle teste degli indigeni ma a tutti i livelli?
E’ preoccupante, inoltre, che le Tesi, il “progetto di unificazione dei movimenti” abbia per obiettivo la “riforma della società italiana” e non il cambiamento dei rapporti di forza tra le classi per creare le condizioni per farla finita con il capitalismo. E altrettanto preoccupante la breve frase, neanch’essa sviluppata, secondo cui “il governo non è una scelta di valore ma una variabile dipendente dalla fase”. Vale a dire, non importa entrare o no in un governo capitalista che avrà una politica capitalista, perché tutto dipende dalle circostanze e dai vantaggi possibili. Su questa questione, anche se è possibile che gli autori delle Tesi lo ignorino, si sono divisi più di un secolo fa i fautori di Millerand e il resto dei socialisti francesi, allora restii alla collaborazione di classe. Un partito comunista in un governo capitalista o è complice impotente di politiche ostili ai lavoratori (come hanno dimostrato i comunisti stalinisti francesi e italiani nell’immediato dopoguerra) o è un ostaggio. E’ un dibattito che si è svolto già quando Cossutta e il suo gruppo sono andati in cerca di ministeri ma, per quel che abbiamo potuto vedere, la faccenda non è stata appianata.
Le Tesi contengono una formula adescante, quale “la conquista di un’autonomia strategica della sinistra di alternativa e, con essa, del PRC dal governo di cui pure sia possibile far parte”. Questa formula, in realtà, dà per scontato l’ingresso nel governo delle opposizioni di centro, di centrosinistra e persino di centrodestra all’attuale governo Berlusconi e, di conseguenza, la collocazione assolutamente minoritaria in questo ipotetico governo, la cui politica sarebbe in contrasto con quella della sinistra di alternativa, che svolgerebbe semplicemente il ruolo di garante di fronte alla rabbia e alle richieste dei lavoratori, di perizoma rosso per coprire le vergogne politiche dei D’Alema e Fassino o Rutelli vari.
Alcuni obiettivi delle Tesi (la cittadinanza sociale, la lotta alla disoccupazione, l’Assemblea Costituente della sinistra alternativa) sono corretti, ma il documento, in sintesi, colloca l’Italia nel vuoto e non attrezza a capire quali potranno essere nei prossimi anni le caratteristiche della politica mondiale, e non arma teoricamente il partito alla comprensione delle forze ma anche dei limiti dei movimenti sociali e dello stesso suo ruolo in questi, né fissa compiti od obiettivi centrali.