VI Congresso di Rifondazione Comunista

Una nuova connessione tra governo e movimenti

Contributo al dibattito precongressuale

Le quindici tesi costituiscono un contributo importante per la discussione congressuale che ci apprestiamo ad affrontare. L'insieme del testo infatti, definisce una cornice entro cui sviluppare un aggiornamento analitico e una indicazione di linea, in poche parole, il terreno proprio di un passaggio congressuale. Le tesi offrono molti spunti di riflessione e approfondimento su cui sarebbe utile soffermarsi, ma mi pare che due siano le questioni che in particolare propongono al partito il terreno di ricerca più impegnativo e rilevante.

Il governo come variabile dipendente della fase

In primo luogo il tema del governo. La scelta operata nelle tesi di definire la questione generale della partecipazione o meno al governo come una «variabile dipendente dalla fase» (tesi 11) mi sembra assolutamente centrale. Non solo perché può costituire un antidoto al rischio che il dibattito congressuale si trasformi in un inutile referendum interno, quanto per la sua capacità di spingere oltre la riflessione collettiva. Affrontare seriamente e in tutta la sua problematicità questa questione costituisce una naturale prosecuzione della ricerca che abbiamo avviato da tempo e che si è sviluppata nella pratica concreta di questi anni. Ritrarsi, significherebbe perdere un'occasione e inibire le possibilità che noi stessi abbiamo costruito. Del resto, il terreno proposto non è inedito. Il dibattito che si è sviluppato dentro e fuori il partito sul tema del potere irrompe prepotentemente in questa discussione.

Ma come coniugare il governo con la nostra critica al potere?

Abbiamo giustamente messo definitivamente da parte l'idea di linearità nel rapporto tra mezzi e fini. Per questa via, abbiamo posto sotto critica una concezione che vuole il potere come elemento neutro e perciò docile e mansueto nei confronti di chi lo detiene e lo esercita. Così, in uno sforzo capace di mettere in discussione tanta parte della nostra storia abbiamo escluso che la presa del potere e il suo esercizio possano essere considerati come il passaggio necessario attraverso cui, in un secondo tempo, conseguire la trasformazione e il miglioramento delle condizioni generali. In che rapporto sta la questione del governo e la declinazione che ne viene data nelle tesi con questo impianto di ricerca? Il tema del passaggio del governo, in quanto esercizio, seppur parziale, di potere, come si relaziona a questa problematizzazione? Se la traccia offerta dalle tesi si fermasse qui, indubbiamente ci sarebbe una difficoltà.

Ma una indicazione, ancora una volta come direzione di ricerca e non come acquisizione definitiva, viene offerta dalla decima tesi «il quadro di questa ricerca è la costruzione della democrazia della partecipazione e del conflitto».

Costruire una democrazia permeabile ai conflitti

Democrazia e movimenti, la cui relazione risulta indissolubile, costituiscono dunque l'asse centrale del nostro ragionamento. La democrazia, del resto, risulta l'oggetto su cui si concentra la forza disgregativa dei processi di globalizzazione e la misura della crisi della politica e delle sue forme organizzate. Nello stesso tempo, e per le stesse ragioni, è l'elemento fondativo e in qualche modo costituente del movimento, ne definisce la natura. Il suo sviluppo, a partire dalla critica radicale alla globalizzazione neoliberista e al carattere a-democratico dei suoi istituti decisionali, primo fra tutti il Wto, parla di questa relazione.

Non a caso, la convinzione che il passaggio del governo rappresenti in questa fase una prospettiva percorribile si basa su due considerazioni. Una, che ne determina la necessità, risiede nella domanda sociale sempre più diffusa di mandare a casa questo governo e le politiche che lo caratterizzano, l'altra, che determina il campo delle possibilità di successo di questa impresa, l'enorme accumulo di forze prodotto proprio dall'iniziativa dei movimenti: «la vera novità di questo secolo è la nascita di nuovi movimenti e della loro capacità di connettersi in un percorso collettivo» (tesi 1).

Allora il problema che abbiamo davanti riguarda la necessità di evitare che il governo anziché possibilità di ampliamento degli spazi di conflitto, si trasformi in strumento di passivizzazione dei movimenti, che la partecipazione venga ridotta ad una sorta di cooptazione di carattere lobbistico concertativo svuotandone tutta la carica sovversiva rispetto alle forme della politica e della rappresentanza. Nello stesso modo però, non possiamo rassegnarci all'idea che l'autonomia dei movimenti si determini fuori dallo spazio della politica e a condizione di una sua abdicazione. La connessione di questi due livelli rappresenta per noi un terreno fondamentale di iniziativa. Per questo, oggi più di ieri, il tema del partito, della sua innovazione e della sua capacità di farsi motore della costruzione del conflitto e del movimento assume un ruolo centrale per il nostro progetto. Per noi, fuori da ogni scorciatoia organizzativista, torna urgente il nodo della costruzione della sinistra alternativa, un impegno che «chiede lo spostamento del baricentro della politica dalle istituzioni e dalle forze politiche alla società e ai movimenti, cioè dalla rappresentanza alla organizzazione diretta della vita e delle relazioni sociali» (tesi 9). Sono convinto che si tratti di avviare su questi nodi problematici una discussione approfondita che sappia uscire da una modalità di dibattito troppo spesso ridotta alla semplice rappresentazione di posizioni sulle quali esercitarsi in una estenuante conta interna. Oggi, questa possibilità è rafforzata dall'esperienza che abbiamo accumulato in questi anni. La proposta politica che viene dalle quindici tesi chiede a tutto il partito di valorizzare questa esperienza senza ritrarsi nell'ambito di rassicuranti certezze. Io penso che ne valga la pena.

Nicola Fratoianni
Roma, 2 novembre 2004
da "Liberazione"