Molte considerazioni contenute nelle 15 Tesi di Bertinotti sono condivisibili. Ciò mi conferma nel convincimento che sarebbe stata largamente preferibile l'ipotesi di un Congresso su documenti a tesi emendabili e non su mozioni contrapposte, come ha deciso il Comitato politico dei giorni scorsi. Ciò avrebbe potuto assicurare il massimo di partecipazione e di dialettica interna, entro una cornice unitaria.
In questa sede, allo scopo di nutrire la più approfondita discussione tra noi, concentrerò il mio ragionamento intorno a due argomenti sui quali ho opinioni diverse dal Segretario.
Ovviamente siamo tutti d'accordo che bisogna cacciare Berlusconi e che, per ottenere questo risultato, occorre costruire un'alleanza con tutte le forze di opposizione. Affermo questa necessità da tempo, da quando nel partito era molto impopolare farlo e chi poneva il tema delle alleanze veniva spregiativamente definito frontista. Il rischio, oggi, è che si passi da un estremo all'altro: dall'impossibilità dell'accordo, all'accordo di governo prima ancora di avere iniziato a discutere di contenuti. In questo modo si metterebbe in discussione un punto dirimente dell'identità e del profilo di Rifondazione Comunista: il principio che prima vengono i contenuti, poi gli schieramenti. Su questo manifesto il mio dissenso.
Noi oggi facciamo parte della Grande Alleanza Democratica e abbiamo già detto che faremo parte del prossimo governo, ma, chiedo, quali sono i contenuti programmatici condivisi e qualificanti che ci hanno spinto ad entrare della Gad? Nessuno, visto che di programma ancora non si è discusso. Le stesse decisioni assunte nell'ultima riunione della Gad hanno prodotto iniziative che successivamente hanno perso di efficacia: una manifestazione contro la Finanziaria è stata inopportunamente rinviata e probabilmente non si realizzerà. E la mozione sulla guerra rappresenta un passo indietro rispetto la precedente mozione unitaria che chiedeva il ritiro immediato.
Noi abbiamo sempre sostenuto - e io resto di questa opinione - che gli obiettivi strategici della componente maggioritaria del centrosinistra e della sinistra di alternativa sono radicalmente diversi. La prima si muove nella cornice del sistema capitalista per rimuoverne le storture più gravi, la seconda opera per fuoriuscirne. Ne segue che le intese per battere le destre - che devono essere ricercate - sono necessariamente parziali e debbono in ogni caso essere vincolate a contenuti programmatici.
Ma, si dice, oggi la situazione è mutata, è «cambiato il vento» e l'asse del centrosinistra si è spostato a sinistra. E' un'analisi che non ritengo suffragata da fatti. E' vero che rispetto agli anni passati ci sono significativi mutamenti nell'orientamento di importanti organizzazioni sindacali (la Fiom e, parzialmente, la Cgil) e che si è consolidato un importate movimento per la pace e contro il liberismo. Ma questi fatti non hanno ancora mutato i connotati politici di fondo del centrosinistra in Italia e in Europa. Infatti dice Rutelli: «Vinceremo se terremo il centro dell'arena». Dice Prodi: «Gli italiani vivono più a lungo, dunque si deve avere il coraggio di essere impopolari in materia di pensioni». E dice Veltroni: «In certe circostanze è necessario l'uso della forza come è stato per porre fine ai massacri in Bosnia e nel Kosovo».
Non sarà quindi facile scrivere un programma di governo comune e, in ogni caso, noi non possiamo accontentarci di un "impianto generale", così come sta scritto nelle 15 Tesi. E' necessario porre alcuni punti programmatici vincolanti e irrinunciabili, senza i quali non si deve entrare nel governo. Sono gli obiettivi su cui sono cresciuti e hanno combattuto i movimenti che si sono espressi in questi anni: il rifiuto della guerra da chiunque dichiarata, Onu compresa; una legge che consenta ai lavoratori di votare i loro contratti; l'abrogazione delle leggi vergona di Berlusconi (legge 30, pensioni, Bossi-Fini, Moratti); una nuova scala mobile. Se non facciamo questo, noi rischiamo di compromettere la nostra autonomia, poiché è del tutto evidente che, ove si ripetesse, una rottura come quella del 1998 potrebbe provocare conseguenze ben più gravi.
In una intervista uscita in agosto Bertinotti ha detto che, se dalle primarie sui programmi a cui partecipasse l'elettorato, emergesse una posizione favorevole alla guerra sotto l'egida dell'Onu, Rifondazione si adeguerebbe a questo esito. Non sono d'accordo. Come la Fiom dice: «sui licenziamenti non si vota», così noi dobbiamo dire «sulla guerra non si vota».
Oltre a questo credo che la rappresentazione della situazione internazionale attraverso la «spirale guerra-terrorismo» sia fuorviante. La guerra in Iraq è stata decisa ben prima degli attentati dell'11 settembre. Ha a che fare con il petrolio e con il controllo di una zona strategica del mondo. Parlare di «spirale guerra-terrorismo» significa equiparare le responsabilità della crisi internazionale, mentre invece sono decisive e determinanti le scelte di guerra del governo americano e, per quanto riguarda il Medio Oriente, dal governo israeliano. Siamo nemici irriducibili del terrorismo. I comunisti lo sono sempre stati. Ma dobbiamo avere il coraggio di dire che è terrorismo anche quello di Bush e di Blair, che dall'inizio della guerra - definita illegale da Kofi Annan - ha causato almeno 100mila morti, quasi tutti civili innocenti. La guerra è terrorismo all'ennesima potenza.
Ma soprattutto, nelle 15 Tesi non compare mai la parola Resistenza. E ciò è sbagliato, poiché in Iraq non vi sono solo la guerra e il terrorismo; c'è un popolo che resiste, anche con le armi, per cacciare le truppe di occupazione e per conquistare il diritto di decidere del proprio destino. Di questa Resistenza va affermata la piena legittimità. Non solo. Noi dobbiamo auspicare che essa si rafforzi, intrecciandosi con il movimento internazionale della pace. Affinché, attraverso questa unione, si riesca a sconfiggere la politica di guerra dell'imperialismo americano.