VI Congresso di Rifondazione Comunista

La recente rielezione di Bush pone molti elementi di riflessione

Contributo al dibattito precongressuale

La recente rielezione di Bush pone molti elementi di riflessione sulla situazione internazionale, sull'analisi della fase, sulle prospettive. Ne discuteremo. Essa però ci dice quanto fossero prive di fondamento, purtroppo, valutazioni presenti anche nel nostro partito. Allo scorso congresso si scrisse nel documento pre-congressuale che ci trovavamo in una situazione pre-rivoluzionaria e, anche recentemente, si è parlato di crisi del liberismo.

L'onda lunga conservatrice non è ancora finita

Il risultato delle elezioni americane, il massacro iracheno che continua, e la tragedia palestinese, ci dicono, al contrario, che non siamo ancora usciti dall'onda lunga iniziata alla fine degli anni Settanta con le politiche avviate da Reagan e dalla Thatcher. Anzi, alla fine degli anni Ottanta, con il crollo dell'Urss è caduto anche il contrappeso militare che limitava l'aggressività militare americana.

Nel contesto europeo è stata varata una Costituzione che parla un linguaggio opposto al nostro sul lavoro e sulla guerra e che noi giustamente contrastiamo. Ma è un fatto che, a sinistra, essa venga contestata solo dalle componenti più radicali (non tutte) e che, anzi, trovi nel centrosinistra europeo ed italiano i sostenitori più convinti, in primis Romano Prodi. Ma soprattutto l'allargamento dell'Europa a 25, sta creando un contesto di grande difficoltà per i lavoratori e le organizzazioni sindacali. Il ricatto della delocalizzazione sta determinando la sottoscrizione di accordi in Germania, Francia, ma non solo, dove i lavoratori e i sindacati sono costretti, pena la perdita del lavoro, ad accettare il blocco salariale, l'aumento dell'orario di lavoro, una paga più bassa per i nuovi assunti.

Il caso italiano

E per venire all'Italia (in pochi ne parlano e già questo è indicativo) ci troviamo di fronte ad un governo che ha stravolto la nostra Costituzione nata dalla Resistenza antifascista senza che si determinasse nel paese un sussulto, una reazione democratica capace di andare oltre ristretti settori della Sinistra.

Non è mia intenzione sottovalutare tutti i segnali di controtendenza e di resistenza che in questi anni sono cresciuti contro questi processi. Sono la nostra speranza per il futuro e con essi dobbiamo interagire sempre più intensamente. Dal movimento per la pace a quello contro la globalizzazione, da una certa ripresa di conflittualità operaia ai movimenti ambientalisti e per i diritti di cittadinanza, dal successo elettorale di alcuni paesi dell'America Latina (Brasile, Venezuela, Uruguay) all'importanza della Resistenza irachena. Ma tutto ciò non riesce a invertire le tendenze di fondo del capitalismo e, per il momento, nemmeno a bloccarne gli aspetti più gravi come le guerre.

Il governo: una scelta da non sottovalutare

In questo contesto dobbiamo lavorare per costruire la nostra proposta politica. E la proposta politica che ci viene avanzata nelle 15 Tesi di Bertinotti, nel caso ci fosse un successo elettorale del centrosinistra alle prossime elezioni politiche, è quella di un ingresso di Rifondazione Comunista nel governo. Sono contrarissimo a sottovalutare questa decisione. Non mi convincono i ragionamenti di alcuni compagni i quali dicono che la presenza in un governo è secondaria rispetto alla nostra scelta di stare nei movimenti e quindi ci suggeriscono di discuterla come se essa fosse una scelta al pari delle altre. E' bene non sottovalutare che stiamo parlando di una eventualità (l'ingresso in un governo) che è sempre stata esclusa da Rifondazione Comunista fin dalla sua nascita, non per motivi ideologici o di principio, ma poiché abbiamo sempre ritenuto che non ve ne fossero le condizioni, viste le distanze profonde tra noi e la sinistra moderata. Ed è anche bene aver presente che se noi accettiamo di entrare in un governo dobbiamo ragionare su una nostra permanenza nell'esecutivo per 5 anni, la durata della legislatura, poiché ripetere oggi la rottura del '98 sarebbe ancor più drammatico di allora per il partito e per le prospettive generali della Sinistra nel paese.

Tre proposte

Queste sono le mie preoccupazioni. Alle quali devo aggiungere una critica al metodo con cui si è proceduto finora su un tema così delicato. Perché si è dato per scontato - con le interviste di questa estate - la nostra presenza nel governo prima di aver avviato una discussione programmatica? Perché si è accettato un vincolo di maggioranza sulla guerra che, per noi, è inaccettabile? Perché si è deciso di entrare nella Grande Alleanza Democratica senza averlo discusso nel partito e senza una bozza programmatica condivisa? Si dice che il centrosinistra si è spostato a sinistra. Non è vero. Basterebbe leggere le dichiarazioni di D'Alema, Veltroni, Rutelli, sulla vittoria di Bush per dimostrare il contrario. Ma faccio due esempi, che saranno decisivi per stabilire gli assi portanti di un futuro governo di centrosinistra: Patto di Stabilità e guerre sotto l'egida dell'Onu, il centrosinistra li difende e noi li riteniamo un ostacolo.

Per questi motivi io credo si debba cambiare il ragionamento sin qui fatto e reimpostarlo su questi passaggi:

  1. definire come partito una nostra piattaforma programmatica.
  2. Lavorare per costruire un incontro tra tutti i soggetti (politici, sociali e di movimento) che stanno a sinistra del Listone e cercare di costruire con loro un programma comune da sostenere unitariamente nel confronto con la sinistra moderata.
  3. Prevedere in ogni caso dei punti di caduta al di sotto dei quali si deve decidere di non entrare nel governo.

Su queste proposte è importante discutere poiché è su di esse che si darà una indicazione al gruppo dirigente che dovrà valutare, dopo il congresso e prima delle elezioni, se ci sono le condizioni per chiudere un accordo.

La necessità di unire tutte le forze per cacciare Berlusconi, che resta un obiettivo ineludibile e da praticare, non deve farci passare in secondo piano la necessità di salvaguardare la nostra autonomia che potrebbe essere messa pesantemente in discussione qualora noi entrassimo in un governo senza avere garanzie programmatiche chiare e qualificanti.

Claudio Grassi
Roma, 6 novembre 2004
da "Liberazione"