L'attuale fase indubbiamente si presenta complessa, senza facili e univoche soluzioni rispetto alla formulazione dei nostri compiti politici. Il potere della destra, il sistema elettorale maggioritario, il bipolarismo che avanza non consentono al PRC scelte incondizionate, molti sono i fattori di cui tener conto. Una buona dose di realismo politico è necessaria per non trascendere la realtà. Sarebbe, dunque, opportuno ragionare nel Congresso di variabili fruibili per il partito qui e ora, tenendo conto anche del patrimonio organizzativo e culturale di cui disponiamo per reggere la prossima fase.
Personalmente ho condiviso il percorso di sperimentazione di questi anni, la rottura con residui nostalgici, il tentativo di percorrere nuove strade sul terreno politico-sociale per non soccombere su quello istituzionale come era accaduto nelle periodiche scissioni subite ad ogni precipitazione delle relazioni con il Centrosinistra. Ho sempre inteso questo processo come essenziale non solo per fare i conti con la realtà, ma per provare ad uscire positivamente dalle secche novecentesche, per affermare un progetto della trasformazione adeguato ai nostri tempi.
Cercherò di spiegare allora come la proposta di costruire un'alleanza programmatica e di governo si stia incuneando in questo cammino, rischiando di farlo regredire. Non possiamo, infatti, nasconderci quante resistenze in questi anni abbia incontrato l'innovazione, alcune strumentali, altre genuine o naturali, ma sempre ostacoli difficili da affrontare in un lavoro lungo e paziente. Tutta la discussione congressuale che ci stiamo avviando a fare sembra rimuovere proprio gli elementi concreti con cui bisogna misurarsi, a partire dalla curiosa negazione che il centro del dibattito sia la questione del governo. Come se non conoscessimo il nostro partito in carne ed ossa, come se non sapessimo di quella ricorrente e strisciante predisposizione, presente a tutti i livelli, a ritenere centrale il lavoro istituzionale. L'autoriforma stessa è stata tanto annunciata quanto in larga parte disattesa.
Ragionare su un accordo di governo non sarebbe uno scandalo, non penso si possa semplicemente rivendicare la regola, tutta teorica, che governi insieme alla borghesia non se ne fanno, ma ogni riflessione in questa direzione deve innanzitutto affrontare con rigore gli ingredienti di cui dispone. Sembra, invece, che in questa discussione, dalle conseguenze tanto concrete (elezioni regionali prima e nazionali poi), ci si astragga dalla materialità dei rapporti esistenti, dal contesto generale e dalle tendenze prevalenti in corso. Intanto sempre meno si analizza l'attuale Centrosinistra, cosa rappresenta, quali politiche privilegia. Per esempio ho letto in questa tribuna che la sinistra, sotto l'incalzare dei movimenti, sta cambiando atteggiamento nei confronti delle privatizzazioni. Io invece banalmente porto l'esempio della città in cui vivo, Genova, saldamente in mano ai DS, in cui negli ultimi due anni si è privatizzato acqua e trasporto pubblico locale. Interessante risulta anche un recente libro dei responsabili lavoro di Margherita e DS, Treu e Damiano, in cui la legislazione sul lavoro attuata dai governi precedenti Berlusconi è portata ad esempio per un nuovo programma di governo, dove si ribadisce l'intangibilità del profitto, dove dalla fiscalità generale e dalla finanza pubblica (leggi pensioni) si trovano le risorse per ovviare agli scompensi creati dalla precarizzazione del mercato del lavoro in una miope logica delle compatibilità. Per non parlare di Europa, del rapporto che intercorre tra Costituzione e Romano Prodi, oppure del patto di stabilità e delle conseguenze per una politica redistributiva su scala nazionale, come già sottolineato da Cavallaro.
Si dice che chi si ferma agli attuali rapporti di forza non ha fiducia nei movimenti. Forse è vero il contrario, privilegiare i movimenti, riconoscerne un potenziale di trasformazione, persino per invertire i rapporti nella sfera della politica, costituisce il fondamento di ogni processo di cambiamento. Il non detto è forse che le difficoltà che oggi i movimenti e i conflitti registrano ci parlano di un percorso meno automatico, meno breve, di ricostruzione e di ricomposizione che non si può aggirare semplicemente ipotizzando un soccorso del politico nei confronti del sociale. La stessa costruzione di una democrazia permeabile ai conflitti per risolvere le aporie del potere non può non essere la risultante di un imponente processo di mobilitazione sociale contro questo governo e allo stesso tempo di critica alla moderazione delle opposizioni. Senza un'egemonia preventiva dei movimenti non si riuscirà a cambiare il segno della politica, non si potrà ambire ad una sua rifondazione. I movimenti sono davvero la novità di questo inizio di secolo, ma dobbiamo avere la consapevolezza, proprio per non esaurirli, che debbono ancora raggiungere quella massa critica sufficiente per ottenere dei risultati sul piano sociale, ancor prima che politico, per dare stabilità alla presenza di una nuova soggettività antagonista capace di invertire i rapporti di forza esistenti. Finora ad una Melfi, che ci dimostra come autorganizzazione, conflitto e democrazia siano la formula vincente, si impone ancora una capitolazione come quella all'Alitalia.
Se questo quadro è realistico si deve mettere in campo un progetto fruibile appunto per il nostro partito, si deve ipotizzare un dispositivo elettorale che privilegi il confronto con il Centrosinistra senza predeterminarne l'esito finale, nella consapevolezza che non esistono le condizioni per un accordo programmatico (non a caso si sente dire che il programma non è tutto!) per governare, ma che esistono possibilità di intesa tecnica che consentano di sconfiggere la destra, mantenendo la nostra autonomia. Non si tratta di regalare voti, ma di posizionarci responsabilmente in uno scacchiere assai complicato, fronteggiando le difficoltà politiche insieme alle attese popolari.
Infine la sinistra alternativa appare una meta tanto attesa quanto, per il momento, irraggiungibile. Indubbiamente non tutti i fattori sono maturi, ma il deficit di iniziativa del partito in tal senso è anche il prodotto di una volontà a non compromettere l'affermarsi della Gad. Infatti è sul nodo del rapporto con la sinistra liberale che si misura il senso della sinistra alternativa. Questa si depotenzia politicamente se si attesta sull'esistente. Se non si pone l'obiettivo di un processo che sovverta l'attuale equilibrio a sinistra. L'ipotesi Cofferati appariva insidiosa non solo perché nasceva sotto il segno moderato (si pensi al referendum sull'articolo 18), ma anche perché tutta interna al campo del Centrosinistra. Necessario sarebbe costituire un nuovo aggregato politico e sociale, risultante di tanta parte dei conflitti di questi anni, in grado di proporre un punto di vista radicale e al contempo in grado di contrastare la deriva moderata della sinistra liberale.
Innovazione programmatica, autoriforma del partito, costruzione e rafforzamento dei movimenti, competizione a sinistra, accordo elettorale per battere le destre, un programma realizzabile oggi che spero una parte ampia del partito sostenga.