Il VI congresso nazionale del PRC si può certamente definire un congresso decisivo.
Un congresso in cui, a oltre dieci anni dalla fondazione del PRC, si parla di accordi di governo con il centrosinistra e non della rifondazione di un vero partito comunista.
Dopo il crollo dell’Urss e la lunga stagnazione il tempo che viviamo ci ha consegnato una grande novità, che non è rappresentata dall’apparire di un “nuovo capitalismo” ma dal ritorno del capitalismo nella sua vecchia, aggressiva, normalità storica.
Viviamo, infatti, in piena regressione ed il ritorno delle guerre ed il riappropriarsi dell’imperialismo, testimoniano il superamento di quella fase del dopoguerra di prosperità economica e di equilibrio che più generazioni avevano percepito come “normalità”.
La cosiddetta globalizzazione capitalistica risulta incapace di superare le antiche contraddizioni, prima fra tutte quella tra capitale e lavoro, e risolve la propria crisi usando gli strumenti economici (concentrazione capitalistica) e politici (politiche di potenza verso i paesi dipendenti e ripresa della competizione tra blocchi imperialistici) di cui si serve da sempre, minacciando così una vera e propria regressione storica di civiltà.
Risulta, quindi, paradossale la proposta, che ci viene dal gruppo dirigente del nostro partito, del superamento del concetto leninista di imperialismo, proprio perché oggi ne emergono i suoi tratti essenziali, e questo è un dato innegabile. Così come è grave negare il carattere imperialistico dell’Europa.
Naturalmente è ovvia la superiorità mondiale della potenza degli Stati Uniti, ma come ignorare la rilevanza storica,lo sviluppo di un popolo imperialistico europeo all’indomani dell’89, sicuramente ancora debole dal punto di vista politico ma in ascesa nella conquista dell’egemonia mondiale nei paesi dell’Est europeo e che si apre nuove varchi in Medio Oriente? Se, in questa fase, gli Stati Uniti rilanciano l’iniziativa bellica è anche per bilanciare il crescente peso economico dell’Europa e se gli imperialismi europei partecipano alle guerre è per spartirsi il bottino finale.
E’ proprio a partire da questo quadro mondiale che si priva di ogni fondamento la vecchia questione dell’impostazione riformista.
Per dieci anni abbiamo promosso la questione di una “contaminazione” riformatrice che oggi diviene ineludibile, e che dalla maggioranza di governo o dalla opposizione non ha prodotto altro risultato, rispetto agli apparati dominanti della cosiddetta sinistra e dei loro schieramenti, se non quello di aggravare le condizioni di vita delle masse oppresse e sfruttate.
I lavoratori danno segnali di ripresa del conflitto sociale, ed hanno la necessità di una sponda politica, di un partito comunista che sia in grado di intercettare questi segnali e farsene portatore: il richiamo al socialismo non può ridursi ad evocazioni letterarie (“socialismo o barbarie”) ma richiede una vera rifondazione, a partire dal recupero del programma comunista, e da strategie coerenti con il proprio patrimonio storico.
L’unico mondo possibile, alternativo allo stato presente di cose, si chiama socialismo
Occorre, dunque, un profondo cambiamento nella impostazione del nostro partito, perchè assuma la prospettiva socialista come unica risposta reale, anche se complessa, che non risponde con l’illusione ad un bisogno di giustizia sociale che da più parti ci viene ricordato. A questo bisogno primario non si è data altra risposta che la mera analisi della crisi del capitalismo e la scelta di forme più sottili di riformismo, dall’allargamento degli spazi istituzionali alla conquista di presenze in un numero crescente di amministrazioni, dal locale al nazionale.
Lo svolgersi degli eventi ha dimostrato molto chiaramente che la prospettiva di una sinistra plurale tra PRC e sinistra moderata, cioè i D.S., considerata “irrinunciabile” per l’alternativa di governo”, è irrealizzabile, perché radicata nell’illusione di una contaminazione dei D.S, che invece si sono perfettamente assestati nel centro liberale.
Non è bastato uscire dalla coalizione di governo per determinare una reale inversione di rotta; piuttosto i quattordici accordi col centrosinistra, su quindici regioni interessate dalla tornata elettorale del 2000, ha significato una quanto mai concreta continuità con la precedente esperienza di governo e una rinnovata subalternità alle politiche antioperaie dell'Ulivo che, di conseguenza, hanno aperto la strada a Berlusconi.
Questa linea diretta a piegare a favore dei lavoratori la politica dell'Ulivo e del grande capitale che la sosteneva, non poteva che fallire nei suoi obiettivi: ad oltre dieci anni dalla fondazione del Partito, esso non sa o non vuole trarre un bilancio dalla linea politica portata avanti e constatarne il fallimento, che si è esplicitato nell’incapacità di produrre risultati per il movimento operaio, per quella classe che dovrebbe essere il soggetto sociale e politico di riferimento di un partito comunista.
Piuttosto, ancora una volta si è preferito assumere una posizione di subaltemità alla sinistra liberale e al suo blocco sociale borghese di riferimento.
Si continua con la storiella di voler condizionare da sinistra l’operato dei vecchi apparati di controllo del movimento operaio, che delle coalizioni borghesi sono parte integrante, sottraendo così al Partito un' ulteriore occasione per caratterizzarsi come polo autonomo di classe, che non costruisce futuro né per la classe operaia, né per il Partito, proprio perchè non fa i conti con l'esperienza appena trascorsa
Di fronte a tutto ciò, non si tratta per Rifondazione Comunista di portare avanti una ordinaria opposizione istituzionale contro il governo delle destre ma di costruire assieme al movimento operaio un'opposizione straordinaria nel Paese per conseguirne la caduta, avendo come unica prospettiva, quella che Berlusconi teme realmente, Io sciopero generale, così come avvenne nel 1994. Oggi come allora esistono tutte le condizioni per un lavoro di ricomposizione di un fronte di massa di opposizione al governo e al padronato. Risulta, dunque, decisivo che il Partito assuma un orientamento coerente con questo obiettivo, mettendo al centro della sua iniziativa una piattaforma di lotta che costituisca il fondamento per il fronte unico di classe.
Questa piattaforma di lotta deve essere sostenuta, non solo contro l'attuale governo ma contro qualunque altra coalizione governativa che rappresentasse gli interessi padronali nella logica di alternanza: il movimento operaio non può e non deve rimanere ostaggio di un bipolarismo borghese schierato organicamente contro i suoi interessi. E allora, a un governo Berlusconi, governo di padroni sostenuto dai padroni, contrapporre un governo dei lavoratori sostenuto dai lavoratori.
Questa svolta è strategica, e richiede una svolta di linea sul terreno politico nazionale.
In questo senso Prodi ci deve ancora molto, ed è singolare che invece di trarre il bilancio della nostra politica, si avanzi una prospettiva che la riconferma.
Dobbiamo rimettere in discussione la nostra presenza nelle giunte di centrosinistra, nelle regioni e nelle città dove cogestiamo politiche neoliberiste.
La linea perseguita dal nostro partito fino ad oggi non ci ha ripagato ne sul piano elettorale ne sul fronte di massa, né, soprattutto, dal punto di vista del perseguimento degli interessi e delle prospettive del movimento operaio, che proprio il centrosinistra e l’apparato D.S., sentinelle degli interessi della grande borghesia, con le privatizzazioni, il pacchetto Treu, i tagli alla spesa sociale, le leggi xenofobe e razziste, hanno condannato alla sconfitta sociale e politica.
Il nostro partito attraversa una fase quanto mai delicata, e decisiva, caratterizzata dal perfezionamento quasi compiuto del processo di autoriforma del PRC, ottenuto mediante una cesura netta ed inequivocabile con la nostra storia di comunisti, che dissolve la forma di partito di leninista memoria e segna la rinuncia di ogni nostra tradizione e cultura, senza peraltro permettere alla base di partecipare a tale scelta strategica di fondo che trasformerà il nostro partito in uno dei tanti soggetti riformisti che più nulla hanno a che vedere con la rappresentanza dei lavoratori e delle masse oppresse: la destrutturazione del partito è la dote che stiamo consegnando al centrosinistra e ai movimenti che vi fanno riferimento.
Fra l'altro, il partito si muove nell'accelerazione della definizione di un patto di sangue col centrosinistra ancora più sciagurato di quello precedente: non si tratta di un'alleanza tecnica ma di un vero e proprio accordo politico-programmatico, di una condivisione, quindi, di prospettiva che ripropone così l'illusione della possibilità di fare le riforme da cui i comunisti dovrebbero liberare non solo gli altri ma anche se stessi.
La formalizzazione dell’unione che prelude alle prossime scadenze elettorali, segue un iter intrapreso dal 1996, consolidato durante il IV e V congresso, e che ad oggi concretizza il progetto che, da sempre, si è accarezzato: governare, a qualunque condizione e con qualunque mezzo, a tal punto da non esprimere critiche di sorta al manifesto elettorale di Prodi, al punto da dimenticare la necessità primaria dell'opposizione a Berlusconi, che governa incontrastato il Paese. La contraddizione del partito è evidente ed è piena di drammatiche conseguenze, tanto quanto lo fu, a suo tempo, la scelta dell'organicità al governo liberista, antipopolare e classista di Prodi, nel 1996.
L'Ulivo, oggi, riconferma quella impostazione e quella prospettiva strategica e ripropone gli assi portanti di quella stagione politica che ha tartassato e impoverito il Paese, spostando anche parte dell'elettorato di riferimento della sinistra a destra e che ha permesso al successivo governo Berlusconi di agire indisturbato per i suoi interessi personali e di classe.
II Centrosinistra attraversa un picco di crisi, che segna lo sfondo delle prossime elezioni politiche, e riproduce in pieno la crisi del blocco sociale che ha costituito il supporto dell'Ulivo.
Se è vero che il cuore del grande capitale e dei poteri forti della società continuano a gravitare attorno al Centrosinistra, in continuità con l’intero corso della politica, altrettanto reale è la crisi di egemonia della grande impresa su ampi settori di piccola e media borghesia, in particolare nell’industria e nel commercio; e soprattutto il marchio del capitale finanziario sulle politiche sociali dei propri governi dal '96 ad oggi ha provocato un processo di progressivo distacco di settori rilevanti di lavoro dipendente, che si materializzano nell'astensione elettorale e nella demotivazione politica. Su ogni piano, le preoccupazioni e le esigenze delle classi subalterne sono quanto di più lontano dalle preoccupazioni del Centrosinistra borghese che durante il suo governo ha saputo molto bene pacificare, sedare il conflitto sociale e di piazza e nel contempo manovrare, "riformare" indisturbato.
La strada che abbiamo imboccato, e che continuiamo a perseguire, non è quella dell'alternativa a questo governo o ad ogni governo del capitale ma quella dell'alternanza di un potere che è sempre lo stesso, di una gestione subalterna agli interessi borghesi contro quelli delle masse proletarie. Addirittura il partito usa le stesse espressioni propagandistiche del '96 per suffragare la necessità di stringersi in questo funereo abbraccio, parlando di "nuovo modello di sviluppo" o di "compromesso sociale dinamico" per abbattere le destre. La destra di Berlusconi-Bossi-Fini non si abbatte diventando la costola di una destra altrettanto feroce perché vassalla dello stesso potere economico. Quando si perde il senso di appartenenza alla propria classe, quando non la si individua più come forza motrice della storia e del cambiamento è ovvio dichiarare che l'abbattimento del regime capitalistico è cosa lontana e non ha nessuna importanza per la pratica attuale e, quindi, si può adottare la tattica della conciliazione, dell'accomodamento con i padroni, della concertazione, facendo i generosi sulla pelle dei proletari e ponendo le basi per la scomparsa della lotta di classe e della prospettiva socialista.
Troppo spesso si parla, di superamento del marxismo per abbandonare posizioni classiste, per rinunciare a progettare e a costruire una società veramente alternativa a quella esistente.
Al contrario, il mondo è ancora diviso in classi ed occorre lottare per l'emancipazione dei lavoratori e di tutti quegli uomini e quelle donne che vivono il disagio e la miseria e che l'unica possibilità di riscatto dei proletari sia la rivoluzione socialista, e non solo in Italia.
L'impegno al rilancio di una prospettiva internazionalista sul piano di classe è un obiettivo non più eludibile per il Prc.
Si tratta di ricostruire un internazionale comunista e dei lavoratori, puntando a superare la vecchia visione burocratica che ha affossato le precedenti esperienze, costruendo rapporti e legami con realtà di lotta che nel mondo perseguono la difficile strada della costruzione dell'alternativa comunista al sistema capitalistico, lungo una prassi democratica ed un costante confronto pluralistico.
Il mancato rilancio di un progetto internazionalista su basi di classe, oltre a pregiudicare le stesse scelte dell'oggi, fa il paio con lo svuotamento dello stesso processo rifondativo. Il risultato è che non abbiamo maturato le condizioni per avviare un percorso che si ponesse l'obiettivo di superare i limiti delle esperienze scaturite dalla Rivoluzione di Ottobre e per riaprire - nella prassi concreta del pluralismo comunista e nella rielaborazione di termini e condizioni appropriati all'attuale e più difficile terreno di lotta - la possibilità di costruire dal basso, nel vivo dello scontro di classe, l'alternativa alle vecchie ed alle nuove forme dell'egemonia capitalistica. La vicenda della fondazione di un soggetto europeo, al di là del fatto di replicare la politica risultata poi fallimentare della costruzione della sinistra di alternativa in Italia, denota anch'essa l'abbandono di ogni caratterizzazione a sinistra di Rifondazione e la cancellazione di ogni tipo di confronto democratico tra compagni, portando avanti esclusivamente rivendicazioni proprie della borghesia di sinistra, radicale ed ecologista, con spunti antiliberisti.
La necessità vera è quella di una vertenza.generale che sviluppi una mobilitazione indipendente attorno ad una piattaforma di classe unificante, una vertenza generale, come terreno di opposizione radicale al governo delle destre di Berlusconi per cacciarlo: noi tutti ricordiamo come, nel 1994, la grande mobilitazione della classe operaia riuscì a piegare e cacciare il primo governo Berlusconi.
Il nostro partito non ricostruisce la memoria di questa esperienza, troppo impegnato com’è nelle convention antiliberiste sparse per il mondo, ormai compresso com’ è nel ruolo di chi vive la propria opposizione come routine istituzionale mentre solo una vera e propria esplosione sociale contro il padronato, le destre e la loro rappresentanza istituzionale, che trovi il proprio motore in una mobilitazione generale della classe operaia e dei movimenti reali di lotta, può porre le basi di una vera alternativa sociale.
Da qui la proposta di una vertenza generale intorno ai temi della riduzione dell'orario di lavoro senza contropartita di flessibilità e di finanziamento alle imprese, con l'abolizione per legge dello straordinario e di forti aumenti salariali, del salario garantito a tutti i disoccupati, in alternativa ad ogni forma di precarizzazione, partendo dell’abolizione del pacchetto “treu”. Questa proposta deve essere avanzata dal nostro partito in tutti i luoghi di lavoro da cui si è allontanato.
Sul piano sociale, al contempo è necessario costruire l'unità di lotta tra lavoratori italiani e immigrati attorno a comuni obiettivi. Peraltro solo un'autentica esplosione di radicalità sociale, nel segno della rottura con la collaborazione di classe, può ribaltare i rapporti di forza, incrinare il blocco sociale delle destre, scompaginare lo scenario politico.
Parallelamente, sul piano politico, va sviluppata con coerenza la rivendicazione della rottura col centro borghese, in tutte le sue espressioni. Non in direzione di una sinistra plurale a vocazione governista, basata su un blocco politico col grosso dell'apparato DS, ma in direzione di un polo autonomo di classe, alternativo a tutte le forze del centro, siano esse tradizionali, siano esse espressione della maggioranza liberale dell'apparato DS.
Peraltro solo la rottura del movimento operaio con le forze politiche del centro può creare le condizioni politiche di un ampio dispiegamento della ripresa di mobilitazione di massa.
Il marxismo ci ha insegnato che la spontaneità di un ambiente sociale non è indipendente dal suo livello di organizzazione, la quale non è che uno strumento al servizio di una strategia politica. La questione della partecipazione al governo dell'Ulivo è dirimente poiché segna il confronto tra marxismo e riformismo, confronto che il Prc ha risolto recidendo le proprie radici e liquidando il tema identitario e il problema della rifondazione comunista.
Un partito comunista ha il dovere di porsi, avanti a qualunque altra cosa, il problema delle condizioni di vita e di lavoro delle masse, deve tenere conto innanzitutto delle conseguenze che ogni sua sciagurata scelta avrà sul movimento dei lavoratori, deve riconoscere quanto sia importante un punto di riferimento politico in un luogo di lavoro, altrimenti le potenzialità sono deboli e la sconfitta sul fronte delle rivendicazioni inevitabile.
A nulla vale l'abrogazione della L.30/03, se non si cancellano pure il pacchetto Treu, la 223/91 sulla mobilità, e tutte le leggi pregresse sulla precarietà nei rapporti di lavoro.
Non serve cancellare la Bossi-Fini se non si cancella la Turco-Napolitano e tutte le leggi già esistenti sul problema dei migranti.
E' per questo che il Prc deve conquistare un’autonomia in modo da valorizzare la tradizione del movimento operaio per una vera alternativa di società e di potere, ricostruendo un partito di classe, che rappresenti l'unico reale movimento dei movimenti, quello della classe operaia.
Dimenticando questo assioma il nostro partito, sul fronte del movimento, ha assunto un atteggiamento prono, di adattamento silenzioso, di affidamento passivo a orientamenti e scelte di direzioni politiche che per loro stessa ammissione comuniste non sono e che, dal loro punto di vista, coerentemente, propongono una prospettiva di società che anticapitalista non è.
Il gruppo dirigente del PRC, decide di abbandonarsi alla mistica retorica dei movimenti, rischiando così di disperdere la centralità della classe operaia, quando non riconduce il sentimento antiliberista di questo movimento ad una chiara prospettiva anticapitalista, la sola che possa offrire un futuro al movimento stesso.
La sola che possa svilupparli sul terreno della mobilitazione contro l'imperialismo e la guerra fuori da ogni illusione pacifista.
La sola che possa fondare il riferimento alla classe operaia e al mondo del lavoro quale soggetto centrale del blocco storico alternativo.
Tutto il documento della maggioranza è pregno di una tendenza che potremmo definire suicida per un partito comunista, tanto è vero che si opta per la costruzione dì un partito leggero di sola rappresentanza istituzionale, perdendo ogni connotazione di rappresentanza di classe.
Quindi non solo si dice nel documento di maggioranza di non ravvisare i termini della necessità di una battaglia per l'egemonia dì classe, che non è autoimposizione burocratica, all'interno del movimento ma, addirittura, propone di precedere spediti verso la destrutturazione della forma partito classica, leninista appunto, con tutto ciò che ne consegue.
Di fatto, si è andati a Porto Alegre, e non si sono avanzate proposte per la rifondazione di una internazionale comunista e rivoluzionaria, che assumesse la battaglia per l'egemonia anticapitalistica su scala mondiale ma per annunciare che dobbiamo chiudere con la vecchia forma partito.
Invece, oggi, è tanto più essenziale rifondare la ragione profonda del partito nella concezione leninista , come strumento di egemonia, tanto più perché è necessario ricostruire, dopo la lunga cesura storica tra i giovani e il marxismo, una memoria e una coscienza tra di essi. Dunque il Prc deve porre solide basi per potersi candidare come reale rappresentanza della classe operaia, per contribuire alla strutturazione e alla crescita di un movimento di classe organizzato, in grado in primo luogo di cambiare i rapporti di forza e mantenere le redini del movimento antiglobalizzazione.
Per questo è necessario condurre una battaglia congressuale (che non sarà facile) con determinazione e coerenza come è nella nostra tradizione, senza abbassare mai la guardia e mettendo a nudo le contraddizioni fortissime da cui il documento di maggioranza è totalmente attraversato.
La mutazione complessiva, gradualmente ed a ‘spizzichi’ è stata proposta in varie fasi in questi ultimi anni nel dibattito imposto al partito; organicamente ed esplicitamente è presentata nel documento della maggioranza. Quella che noi indichiamo come la Bolognina del prc, si presenta ormai chiaramente come una organica scelta strategica; non è, come pure qualcuno ha pensato, l’opportunismo tattico (magari il doppio binario di togliattiana memoria; e non lo era nemmeno quello!) consistente nello smussare qualche angolo per rendersi gradito alla borghesia centrista e nazional-popolare in funzione dell’assunzione del ruolo di ministro in un prossimo governo Prodi.
Gli elementi di riflessione teorica introdotti dal segretario e dalla sua maggioranza ed alla fine sempre accettati dall’intera sua area congressuale sia pure con qualche mugugnante distinguo, sono stati, inizialmente, solo una clava contro gli oppositori interni: tali si configuravano le uscite contro lo stalinismo prima e contro l’imperialismo di Lenin poi. Ma il vero revisionismo estremista di destra emerge con le ultime riflessioni teoriche imposte stalinisticamente dall’alto: il pacifismo e la non violenza gandhiana da assumere come valore (come evidenzia per ultimo il Seminario di Venezia), la religione, l&imperialismo, il rifiuto della conquista del potere, l’attacco alla Resistenza, le foibe, ecc. Una larga parte del gruppo dirigente porta avanti e sviluppa l’azione di un’ampia schiera di revisionisti riformisti e realizza l’obiettivo: eliminare ogni continuità teorica, ideologica, politica, pratica con l’intero comunismo novecentesco. Saltano non solo i riferimenti a Lenin ed all’Ottobre, ma anche alla riflessione teorica di Gramsci.
Il nostro segretario, investito da Cossutta di questo ruolo ancor prima della sua iscrizione al partito, non ha però, nel pratico agire politico, mai spezzato il continuismo con le pratiche del vecchio PCI: la collaborazione del PRC con le forze politiche della borghesia (o di una sua parte) nel governo delle istituzioni. Collaborazione che ha sempre trovato la sua motivazione e giustificazione nell’enunciato obiettivo tattico di rendere permeabile il centro sinistra, ai diversi livelli istituzionali, ai bisogni delle masse popolari e proletarie dal PRC rappresentate, esigenze sempre condensate in liste di ‘accordi programmatici’ che i nostri rappresentanti istituzionali non hanno quasi mai avuto la forza, la voglia o il coraggio di mettere seriamente in pagamento: un fallimento politico dunque con gravi ripercussioni sulla natura del partito per gli interessi materiali indotti, per il degenerante elettoralismo, per i numerosi episodi di corruzione, malcostume, sottogoverno e nepotismo che hanno infestato il partito quale ‘naturale’ conseguenza di questa pratica. Essa è proseguita anche quando il suo evidente fallimento al massimo livello governativo ha determinato la rottura con Prodi. Questa frattura si è rilevata per quello che era: un momento tattico, che non ha né pregiudicato né modificato la nostra collaborazione con le rappresentanze politiche del centro sinistra e le loro classi sociali di riferimento. La conferma della continuazione della sua applicazione si è avuta in tutte le scadenze elettorali successive alla rottura con Prodi; viene riproposta oggi, nonostante il suo perenne e verificato fallimento nella forma per noi più cogente e condizionante di ‘alleanza programmatica’, con la giustificazione conclamata della necessità dell’apertura al centro sinistra per sconfiggere Berlusconi e le destre. Insomma nella fase del Berlusconismo il cavallo di Troia di Bertinotti per rientrare nel centro sinistra a livello nazionale è l’accordo programmatico, sanzionato dalle primarie.
Lo stesso riferimento nominalistico alla rifondazione comunista appare per quello che è: un dato strumentale e formale (ed è valido solo per quanto riguarda l’Italia, ma non più per l’Europa dove abbiamo fondato il Partito della Sinistra Europea).
Rifondazione Comunista si configura oggi dunque come un’organizzazione politica a struttura ‘leggera’, largamente d’opinione, aclassista e movimentista, con velleità riformiste, collocata politicamente al carro del centro sinistra.
Era questo esito inevitabile? Anche se il fallimento non è solo il frutto degli intenti e dell’azione riformista e revisionista del gruppo dirigente maggioritario ma anche di una serie di ‘favorevoli’ concorrenti situazioni oggettive, fin dalla costituzione di Rifondazione una minoranza di compagni, abbastanza variegata al suo interno, si è battuta per determinare esiti diversi che assumessero come riferimento teorico il marxismo e la costruzione di un partito funzionale al suo compito di rivoluzionare la società capitalistica.
Segnano e caratterizzano drammaticamente e contraddittoriamente la fase attuale: il carattere strutturale e non più ciclico della crisi economica, la mondializzazione e centralizzazione del processo di produzione capitalistico e la concreta opposizione che si è ad esse manifestata; le conseguenti, drammatiche contraddizioni tra Nord e Sud.del pianeta; lo stretto rapporto tra emergenza ecologica e processi economici legati al modo di produzione dominante; il dilagare delle nuove tecnologie nei processi d’informatizzazione, di trasmissione di dati e notizie nel monopolio degli strumenti di comunicazione di massa; la spirale guerra terrorismo, la massiccia e variegata azione dei pacifisti, i vasti movimenti migratori, il riemergere dei nazionalismi e degli integralismi, la disoccupazione e la miseria crescente delle masse popolari e proletarie (che tende sempre più vastamente a coinvolgere i ceti medi ed ampi settori di lavoratori autonomi) non solo nelle aree marginali ma nel cuore stesso delle metropoli, la crisi dello stato sociale.
Tutti questi elementi confermano l’analisi marxiana della inevitabile crisi della società capitalistica ed indicano il socialismo ed il comunismo come l’unica alternativa possibile.
Ma i drammatici problemi posti dalla crisi e dal successivo dissolversi del ‘socialismo reale’ hanno prima profondamente inciso e poi hanno determinato la trasformazione in senso neoliberista di partiti comunisti e socialisti a livello mondiale, ovviamente Italia compresa. Non sono più nella prassi e nell’attuale dibattito tra le organizzazioni di ‘sinistra’, o lo sono non in senso comunista, concetti fondamentali quali la liberazione dell’uomo dallo sfruttamento e dal bisogno, la democrazia diretta e reale, il bisogno ineludibile di socialismo e tutti i problemi collegati alla transizione, all’internazionalismo ed al rapporto coi paesi che ancora si definiscono socialisti, alla transizione, allo stato.
Siamo convinti che dopo la fine ingloriosa del grande partito comunista non era possibile rifondare un’organizzazione politica comunista ed eludere i problemi di natura storica e teorica connessi alla costruzione del socialismo reale ed alla sua dissoluzione, alla natura del PCI e delle sue scelte strategiche.
Il modello sovietico (la sua imposizione ai paesi del blocco socialista aveva suscitato contrasti non marginali e non solo con la Cina di Mao) dava segni evidenti di insuperabili ed irreversibili difficoltà almeno fin dai tempi della destalinizzazione kruscioviana. Questa evidente realtà rende irrilevante ed accademica la disputa che ancora impegna politici e storici per stabilire se il crollo dell’URSS sia derivante da implosione per crisi interna o da esplosione per mene imperialistiche con la complicità gorbacioviana.
E’ difficile non essere d’accordo sul fatto che la costruzione del socialismo in un sol paese non aveva reso i lavoratori sovietici padroni dell’apparato produttivo, fruitori delle ricchezze prodotte, costruttori del futuro proprio e dei loro figli in libertà e democrazia, così come pure è innegabile che i gulag e l’applicazione staliniana della dittatura del proletariato abbiano colpito più incisivamente comunisti e proletari che non i borghesi e la burocrazia zarista. I processi ai dirigenti comunisti, la mancanza di democrazia, la burocratizzazione dei soviet, lo svuotamento di ruolo del sindacato (unico e di stato), il nazionalismo russo per la grande patria socialista, pongono il problema della riflessione sul quel coacervo di problemi che vanno sotto il nome di stalinismo, anche per i riflessi e le implicazioni che tutto ciò ha avuto sui partiti comunisti a livello mondiale, sul loro apparato teorico, sulla loro cultura, sulla loro costituzione materiale, sul loro essere chiesa.
Lo stesso discorso vale per il PCI che sicuramente non è più un partito comunista ben prima della Bolognina di Occhetto (come invece sosteneva e sostiene Cossutta e non solo lui). Anche rispetto al PCI va svolta una riflessione su alcuni momenti ed orientamenti cruciali quali il congresso di Lione, la svolta di Salerno, la via italiana al socialismo e l’eurocomunismo, il togliattismo ed il berlinguerismo, ecc.
Infine alla luce di quando è accaduto nell’ultimo scorcio del secolo scorso non crediamo che esista ancora un campo socialista, né Paesi che possano definirsi socialisti (forse con la lodevole eccezione di Cuba).
In Rifondazione la riflessione su tutto ciò è stata elusa. Sono questi questioni e problemi centrali ed ineludibili e non esigenza estemporanea di intellettuali nostalgici, la cui soluzione è indifferibile per un partito che non voglia restar limitato alla navigazione di piccolo cabotaggio nel mare del riformismo, aggregato alla flotta del centro sinistra e richiamarsi al comunismo solo nel nome e fin quando farà comodo.
Siamo convinti che questa riflessione, che non può essere solo materia di discussione congressuale e che sicuramente non può risolversi a colpi di maggioranza debba finalmente trovare nel Partito un suo spazio ed una forma di organizzazione democratica, libera e capillare, tale da non interessare solo storici ed intellettuali ma tale da coinvolgere i militanti a tutti i livelli e pervenire, nel tempo necessario, alla costruzione di orientamenti teorici condivisi.
In Rifondazione, oggi, il vero problema è uno, articolato in due aspetti: quello della teoria alla quale ispirare la linea politica e quello della natura – struttura - compiti del partito.
Innegabilmente il fondamentale punto di riferimento da assumere per la ri/costruzione di una teoria della rivoluzione in Italia e nel mondo non può che essere l’elaborazione di Carlo Marx, nella sua accezione corrente appunto di teoria della rivoluzione per il superamento della società capitalistica, per la liberazione totale dell’uomo dalla sua alienazione, per l’instaurazione di una società socialista e della democrazia proletaria.
Nel corso di oltre un secolo e mezzo il marxismo ha subito arricchimenti ma anche inquinamenti e distorsioni; si rende perciò necessaria l’assunzione selezionata di punti di riferimento, i quali, alla luce di un’analisi attenta della situazione internazionale e dei rapporti tra le classi, condotta con gli strumenti propri del marxismo, consentano il necessario adeguamento della teoria.
Punti indispensabili ed attuali sempre ci sembrano essere la Comune di Parigi e la Rivoluzione d’Ottobre; né vanno trascurate le altre esperienze rivoluzionarie del ‘900 da quelle più vicine nel tempo all’Ottobre (Germania, Ungheria, ecc.) alla rivoluzione cinese e cubana, al Vietnam, al Nicaragua, ecc.
Va ribadita però con forza una ‘continuità’ con l’elaborazione di Lenin non solo per il suo contributo teorico all’Ottobre ma, in particolare, per la rottura col gradualismo riformista della II Internazionale e per il rifiuto del concetto teorico e della pratica della collaborazione interclassista tra Proletariato e Borghesia finalizzata ad ottenere le riforme ed il pieno sviluppo delle forze produttive, ritenuto dai riformisti preliminare alla lotta per il socialismo.
Dopo la ‘restaurazione’ staliniana e togliattiana dell’idea second’internazionalista della collaborazione interclassista (fronti popolari, scioglimento della III Internazionale, vie nazionali al socialismo, solidarietà nazionale e simili) oggi la ricostruzione di un’identità teorica comunista autonoma passa mediante la rottura che deve essere praticata nei confronti di una ‘sinistra’ non più né socialdemocratica né riformista, ma neoliberista che si candida al governo, marxianamente inteso come comitato d’affari di settori ampi della borghesia.
Nella rottura coi neoliberisti del DS e con le restanti forze dell’Ulivo si trova l’unica possibilità di garantire al processo di rifondazione comunista una sua connotazione autonoma per la teoria e per lo strumento organizzativo: il partito
Utilizzando i contributi e le elaborazioni del marxismo rivoluzionario e di sinistra (Trockij, Rosa Luxemburg, Che Guevara, e per alcuni aspetti anche di Mao, Bordiga, Gramsci, ecc.), insieme a quelli di Marx, Engels e Lenin, sarà possibile ri/costruirci una definizione attualizzata di socialismo, di dittatura del proletariato, di democrazia proletaria, di soviet o consigli.
Le proposte di collaborazione programmatica e di governo con le forze della borghesia richiedono come necessario corollario lo snaturamento del partito. Coerentemente con le premesse politiche, non si propone di sciogliere un partito per altro già abbondantemente burocratizzato, carente di poteri decisionali e di democrazia interna. Il verticismo è spinto al punto tale che il PRC è percepito come il partito del solo segretario. Esso è ormai al collasso organizzativo, risulta poco consistente, fruibile quasi unicamente come strumento di propaganda prevalentemente elettorale, con scarse capacità di realizzare, come gli viene richiesto dal gruppo dirigente maggioritario, l’apertura delle sue sedi ai movimenti ed a quanto genericamente operi sul territorio in funzione democratica, progressista, a singoli e ad associati. Maggiori abilità manovriere si manifestano rispetto al terzo settore ed all’equivoca funzione che questo ambito si trascina dietro. Le ragioni della crisi restano tutte e non si è riusciti nemmeno ad arginare il processo di ‘balcanizzazione’ del partito che ha continuato a manifestarsi con inaspettata virulenza, congiuntamente all’esplodere di una serie di episodi di malcostume e d’indegnità, troppo spesso legati alla nostra presenza nelle istituzioni, ma non solo a quella. Lo stato materiale di questo partito è sempre più confuso dalle ‘rotture’ ideologiche del segretario e deluso dalla sconfitta referendaria cui cinicamente ci ha condotto il gruppo dirigente. Gli interessi materiali legati alle imminenti e meno imminenti scadenze elettorali, rendono più agevole l’operazione di snaturamento, ma non eliminano del tutto le sacche di resistenza manifestate da un’opposizione interna.
La definizione di una linea politica rivoluzionaria diventa prioritaria e purtroppo restano ancora insolute alcune questioni che di questa costruzione sono inevitabili ed essenziali premesse: rapporto partito-movimenti, questione sindacale, governo degli enti locali nel rapporto con la sinistra-centro e nostra collocazione, struttura del partito e funzionamento della democrazia interna.
Un partito comunista, polo autonomo di classe, nei confronti dei vari movimenti deve, preso atto del superamento del concetto di “cinghia di trasmissione, avanzare con nettezza le sue proposte di classe e tendere ad esercitare ‘egemonia sui movimenti stessi, agendo al loro interno e senza diluirsi in essi.
La nostra partecipazione al governo degli enti locali si è rilevata inconsistente: più che condizionare l’operato delle giunte di centro sinistra siamo stati fagocitati e coinvolti in pratiche di gestione estranee, quando non contrarie, agli interessi popolari, spesso clientelari e non poche volte corruttrici.
Gli elementi di programma elaborati dal nostro partito, sebbene risultassero tutti interni alle politiche governative e compatibili nella loro essenza riformista col sistema capitalista, sono stati rifiutati ed elusi.
Questa constatazione ci pone due problemi.
Il primo, di natura più immediata, si risolve determinando una collocazione all’opposizione del nostro partito a livello nazionale e negli enti locali, sempre ed in qualunque situazione
A livello locale è possibile costruire alleanze solo laddove queste si conformino allo spirito del polo autonomo di classe, ossia con quelle forze anticapitaliste che siano disposte a sostenere e condividere il nostro programma. Per polo autonomo di classe intendiamo la costruzione di un’alleanza politico-sociale che veda nel PRC il suo fulcro che sia aperta a movimenti di lotta reali, associazioni i cui principi si coniughino con quelli del comunismo, settori avanzati del movimento sindacale, organizzazioni politiche che si richiamino alla sinistra di classe, partiti di sinistra (es. PdCI e sinistra DS) qualora si collochino a livello locale fuori dal centrosinistra e che quindi esprimano una linea politica differente dai loro gruppi dirigenti nazionali.
Il secondo, più complesso e di natura strategica, riguarda la questione della transizione dal capitalismo al socialismo e l’elaborazione di un programma incardinato su rivendicazioni che presuppongono la realizzazione di elementi, sia pur parziali, di socialismo e la pratica del controllo popolare e della democrazia diretta.
Ribadiamo con forza la nostra convinzione: la correttezza della proposta politica. si verifica nelle battaglie rivendicative e nella lotta di classe che il partito è in grado di mettere in campo con l’azione dei suoi militanti e con le alleanze sociali realizzate.
La stessa costruzione di un partito emanazione delle masse, permeato di una reale democrazia interna, che selezioni i suoi dirigenti in base a sperimentate capacità e non per cooptazione, investitura del ‘principe’, o auto iscrizione ai ruoli dirigenti, è oggi solo una petizione di principio. I nostri circoli, troppo frequentemente senza sede, spesso nati per segnare una bandierina in più e/o per esigenze elettorali interne o esterne, raccolgono un numero d’iscritti assai modesto perché possano essere, organizzativamente e finanziariamente, luogo reale d’iniziativa politica sul territorio e di democratica dialettica interna; il legame con la classe e coi ceti subalterni, risulta largamente insoddisfacente, come la permeabilità del partito alle loro esigenze e la capacità d’instaurare con essi un decente rapporto dialettico.
I motivi che rendono problematica la costruzione di un partito comunista autonomo e di classe sono essenzialmente strutturali, concernenti il ceto dirigente diffuso ed i concreti interessi materiali, nella più vasta accezione del termine, che esso esprime.
Evidenti sono le difficoltà per i rivoluzionari all’interno del partito, anche per la ‘frantumazione’ interna ed esterna. Le stratificazioni ideologiche consolidate anche in diversificate forme organizzative non consentono scorciatoie. Oggi è però possibile individuare alcuni punti fermi teorici condivisi e costruire un ‘luogo’ di dibattito finalizzato al chiarimento dei nodi ancora irrisolti con gli obiettivi inscindibili sia della costruzione dell’organizzazione autonoma, rivoluzionaria e di classe dei comunisti, in grado di esercitare egemonia, sia di lotta comune e coordinata su elementi concordati di battaglia di classe.
Allora è a livello strutturale che bisogna incidere per modificarne le condizioni. Deve cambiare la natura della composizione sociale del partito, deve essere profondamente modificato il suo ceto dirigente diffuso a partire dal gruppo nazionale. E’ possibile ottenere tutto questo lanciando una grande campagna per un massiccio reclutamento, in particolare di operai e giovani, realizzando strutture di partito autonome organizzativamente e finanziariamente in grado di esercitare egemonia all’esterno in un rapporto dialettico con i movimenti e di realizzare azioni politiche e campagne di massa e contare nel dibattito interno per la loro capacità di costruzione e direzione delle lotte e per la capacità di riflessione teorica sull’esperienza fatta.
Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una progressiva intensificazione degli attacchi ai diritti dei lavoratori ed allo stato sociale. Questa politica, ormai ultraventennale, di cancellazione di tutte le conquiste frutto di dure lotte, è stata portata avanti incessantemente da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi anni ed ha avuto un’ulteriore decisa accelerazione con il governo Berlusconi. Questa ulteriore e gravissima offensiva però non sarebbe stata possibile se i precedenti governi di centrosinistra non avessero spianato la strada a Berlusconi ed al suo disegno complessivo di cancellazione dei residui diritti dei lavoratori e di quel poco che resta dello stato sociale: ad esempio, la famigerata legge Biagi non sarebbe stata possibile senza l’altrettanto famigerato Pacchetto-Treu (da noi votato durante il periodo di partecipazione al governo Prodi); la Bossi-fini sull’immigrazione è una legge emendativa e non sostitutiva della Turco-Napolitano, altrettanto razzista, che per prima ha istituito i CPT (anch’essa votata da noi); le leggi Moratti su scuola e università rafforzano l’attacco a scuola ed università pubblica già portati avanti dalle leggi Berlinguer e Zecchino ecc.
Quindi, centrosinistra e centrodestra si configurano come variabili di organizzazioni politiche al servizio dei contrastanti interessi e delle differenti strategie della borghesia. Di conseguenza, le politiche che portano avanti non possono che essere antioperaie. Nessuna alleanza è dunque possibile con forze politiche che sono espressione del grande capitale ed ogni tentativo di piegare a favore dei lavoratori le politiche dell’Ulivo è destinato a sicura sconfitta, così come già avvenuto con la nostra partecipazione al governo Prodi.
Se il governo Berlusconi si è contraddistinto in questi anni per l’attacco diretto ai lavoratori ed alle organizzazioni sindacali, i governi ulivisti hanno opposto a ciò in passato, ed invocano tuttora, la non meno pericolosa strategia della concertazione che, introducendo i sindacati all’interno dei meccanismi di potere, li corrompe dall’interno ed ingabbia i lavoratori, che si trovano sempre più privi di punti di riferimento nei luoghi di lavoro. Provvedimenti come il Pacchetto-Treu, le finanziarie “lacrime e sangue”, leggi che limitano il diritto di sciopero ecc, sono state approvate, negli anni di governo del centrosinistra, con il più basso numero di ore di sciopero dal dopoguerra a oggi!
Berlusconi, tuttavia, non ha portato attacchi solo ai diritti dei lavoratori ma più in generale alla democrazia. Le varie leggi ad personam (sulla giustizia, sul conflitto d’interessi, sulle telecomunicazioni ecc.) rappresentano un aspetto senz’altro preoccupante, espressione di un’evidente prepotenza finalizzata a piegare a proprio uso e consumo le istituzioni, accentuandone ulteriormente le radici classiste. Si tratta, quindi, di un padrone che entra in politica per curare i propri interessi in prima persona, rifiutandosi di delegarli ad altri. Questo fenomeno non è solo italiano, ma si sta pericolosamente diffondendo in molti Paesi occidentali (valga per tutti l’esempio del petroliere Bush).
Il berlusconismo, indipendentemente da alcuni aspetti “folkloristici”, esprime un modello pericoloso e preoccupante, che coniuga gli attacchi ai diritti dei lavoratori con una concezione plebiscitaria della democrazia, che accentua ulteriormente la già fortissima personalizzazione della politica, conseguenza inevitabile del sistema maggioritario. Questo fenomeno, pur rappresentando una variante estrema del maggioritario stesso, si trova saldamente all’interno dei propri meccanismi e non potrebbe esistere politicamente al di fuori di essi.
La stessa politica estera di sostegno incondizionato all’imperialismo sempre più estremo di Bush non appare casuale e non è solo collegato alla difesa di interessi strategici di alcuni settori del capitalismo italiano ma anche il sostegno ad una precisa linea politica guerrafondaia, che propone un’uscita “da destra” alla ormai endemica crisi economica del capitalismo. Berlusconi, Bush e lo stessso Putin, pur con le inevitabili contrapposizioni all’imperialismo Usa, sono espressione di un tentativo di uscita dalla crisi autoritario e plebiscitario, che naturalmente non cancellerà le istituzioni democratiche ma cercherà progressivamente di svuotarle (ulteriormente) di contenuto. Il centrosinistra oppone a ciò una convinta adesione al nascente polo imperialistico europeo, alla sua Costituzione ed al suo esercito comune, sostenendo in tal modo il rafforzamento sia delle politiche neoliberiste sia degli apparati repressivi dell’Ue.
Le istituzioni sono sempre diretta espressioni degli interessi e delle strategie della classe dominante e dei rapporti di forza tra le classi. Non a caso, da questa linea di tendenza non si distanzia più di tanto lo stesso centrosinistra, anch’esso completamente proiettato all’interno delle logiche del bipolarismo e maggioritario, tanto che in passato alcuni dei propri massimi dirigenti (D’Alema, Prodi) si sono spinti a sostenere addirittura la cancellazione della residua quota proporzionale! Pur riconoscendo che il centrosinistra non è coinvolto allo stesso modo del centrodestra nelle politiche di affondo alla democrazia, dobbiamo avere il coraggio di affermare che non rappresenta un’alternativa a Berlusconi neanche su questo terreno. Non è un caso se il proprio personale politico ha sempre respinto le richieste di una cacciata anticipata del governo Berlusconi, che rischierebbe di mettere in crisi quel sistema dell’alternanza di cui è parte integrante. Ma soprattutto sul progetto eversivo di riforme istituzionali della destra, che attaccano direttamente la Costituzione, la risposta dell’opposizione non intende andare oltre le aule parlamentari. La stessa opposizione parlamentare, con l’astensione sul Senato federale targato Lega, le continue richieste di dialogo e confronto, è stata estremamente blanda rispetto ai pericoli di questo disegno.
Inoltre, non va dimenticato il tentativo di intesa bypartisan portato avanti nella passata legislatura, finalizzato alla realizzazione di un progetto di riforme istituzionali di stampo presidenzialista e federalista, concedendo a Berlusconi, “in cambio di ciò”, una legge molto blanda sul conflitto d’interessi (mai approvata)ed il salvataggio delle sue televisioni (in pratica, la ragione principale per cui era entrato in politica!). Questo disegno, per fortuna, non è stato portato a compimento, tuttavia il centrosinistra, non contento, ha approvato, da solo, una legge costituzionale sul federalismo, che affida alle regioni ampi poteri in materia di sanità, polizia locale, servizi.
Lo stesso Prc, oggi, per non inimicarsi eccessivamente i vertici del centrosinistra, rinuncia ad una sua storica battaglia di difesa della democrazia: il ritorno al sistema proporzionale. Anzi, lascia questa sacrosanta rivendicazione a partiti neodemocristiani come l’Udc.
Per queste ragioni, la sacrosanta rivendicazione della cacciata del governo Berlusconi (proposta in ogni caso tardivamente dal gruppo dirigente del Prc) deve, a partire da una piattaforma unificante di lotta, porre al centro il superamento del bipolarismo borghese e la prospettiva di un governo dei lavoratori. In questa direzione va la proposta del Prc come polo autonomo di classe, alternativo a centrodestra e centrosinistra, che parte dall’assunto basilare dell’incompatibilità degli interessi dei lavoratori con quelli dei padroni. Questa proposta non vuole rappresentare un ripiegamento settario ma al contrario contendere l’egemonia alle direzioni moderate del movimento operaio e dei movimenti di lotta, la cui autonomia, fuori da ogni possibile collaborazione con le forze borghesi, è condizione indispensabile per la più larga unità di lotta contro la borghesia e per l’alternativa anticapitalistica.
La politica del polo di classe richiede una differente collocazione anche sul piano locale. Su questo terreno, infatti, anche dopo la rottura col governo Prodi, il Prc ha proseguito sulla linea delle alleanze quasi ovunque col centrosinistra (basti ricordare i 14 accordi su 15 alle Regionali del 2000).
Questa linea ha determinato un’assoluta subalternità del nostro Partito rispetto al le politiche del centrosinistra, che raramente si sono differenziate rispetto al piano nazionale.
Le politiche di decentramento prima e le controriforme federaliste poi, avviate dai governi di centrosinistra ed oggi ulteriormente rafforzate dal centrodestra sotto la fortissima spinta della Lega, prevedono il trasferimento alle regioni ed ai comuni di larga parte delle voci e delle materie dello stato sociale e dei servizi. In tal modo, anche a causa dei continui tagli agli enti locali operati dal governo Berlusconi, sono proprio questi a colpire quel poco che resta dello stato sociale.
Il nostro Partito non si è quasi mai differenziato significativamente all’interno delle giunte e non ha quasi mai opposto significative resistenze alle politiche dei tagli e alle speculazioni a danno dei cittadini.
Anche quando il gruppo dirigente ha propagandato la scelta “rivoluzionaria” dell’uscita dalla giunta della Campania, ciò è stato fatto senza arrecare il minimo danno a Bassolino, in quanto non avevamo consiglieri in giunta e quindi il ritiro dell’assessore ci ha consentito di salvare la faccia di fronte al movimento di lotta contro l’inceneritore.
Il Prc, quindi, non deve perseverare nella scelta di essere corresponsabile a livello locale di politiche antisociali portate avanti dal centrosinistra e deve quindi uscire dalle giunte, a partire dalle Regioni e dalle grandi città.
Naturalmente, sono possibili alcune eccezioni, nel caso in cui si costruiscano alleanze locali che si conformino allo spirito del polo autonomo di classe, quindi con forze che si dichiarino disponibili a sostenere il nostro programma elettorale.
Gli attacchi ai diritti e alle condizioni di vita dei lavoratori e delle masse popolari, portati avanti ininterrottamente dagli esecutivi di centrosinistra durante tutto il decennio ’92-2001, sono diventati ancora più violenti col governo Berlusconi. Per avere un’idea della portata di questi attacchi basterebbe pensare alla pioggia di finanziamenti e “incentivi” alle imprese sotto le più svariate forme (Tremonti bis, riemersione del sommerso, depenalizzazione del trasferimento di capitali all’estero, ecc.) a fronte di sempre maggiori tagli alla spesa sociale (scuola, sanità, trasporti,ecc.) e alle privatizzazioni dei servizi contenuti in tutte le ultime “finanziarie di guerra”, al tentativo di cancellare tutti i residui diritti dei lavoratori attraverso lo strumento della delega governativa, all’attacchi sistematici al salario e ai contratti nazionali previsti dal Libro bianco di Maroni (vedi il tentativo di cancellare l’art.18 dello stauto dei lavoratori, ultimo ostacolo al licenziamento selvaggio) e dalla famigerata Riforma Biagi, nella direzione di un’ulteriore e definitiva affermazione della precarietà come tratto distintivo della nuova classe lavoratrice (moltiplicarsi di figure contrattuali a tempo determinato come i Co.Co.Co., i lavoratori a progetto, ecc.), fino ad arrivare all’ennesima proposta di riforma del sistema previdenziale tesa a mettere in discussione persino la già pessima riforma Dini del ’95.
In una situazione internazionale di crisi e recessione il capitalismo italiano e l’esecutivo che attualmente ne rappresenta gli interessi stanno portando a termine lo smantellamento dello stato sociale e dei diritti del lavoro avviato dai governi di centrosinistra.
A fronte di tutto ciò abbiamo assistito ad una crescente ripresa delle mobilitazioni dei lavoratori, a partire dalle lotte dei metalmeccanici, le quali si sono caratterizzate lungo tutto il mandato del governo Berlusconi per una costanza e una radicalità nelle forme di lotta senza precedenti negli ultimi anni.
Le battaglie contro gli accordi separati al ribasso, la miriade di scioperi spontanei in molte fabbriche in risposta agli attacchi allo statuto dei lavoratori, e quindi le spinte dal basso, dai luoghi di lavoro, hanno portato a superare le resistenze delle burocrazie sindacali e ad imporre diversi scioperi generali (in un contesto già di per se caratterizzato da un aumento costante delle ore di sciopero).
Ma è nell’ultimo anno che si situano i segnali più importanti del risveglio della classe operaia. La lotta degli operai Fiat a Termini Imprese contro la valanga di casse integrazioni prospettata dall’azienda in crisi, le massicce mobilitazioni degli autoferrotranvieri sulla vicenda del contratto partite a Milano con l’ondata di scioperi a oltranza e poi estesasi in tutta Italia, la stessa vicenda della crisi dell’Alitalia che ha portato i dipendenti della compagnia di volo di bandiera a decine e decine di ore di sciopero sono solo alcuni esempi che testimoniano della ripresa generalizzata del conflitto sui luoghi di lavoro.
Il vero spartiacque che ha segnato la ripresa del protagonismo e della conflittualità operaia è stato però rappresentato dalla straordinaria mobilitazione dei lavoratori di Melfi nella primavera scorsa: oltre venti giorni di sciopero a oltranza, settimane intere di lotta per mezzo di blocchi stradali, picchetti, cortei, proprio in quel sito produttivo che da sempre veniva considerato dai padroni come il tempio della precarietà e della nuova disciplina d’azienda, quindi al riparo da qualsiasi conflitto e da qualsivoglia lotta operaia. I lavoratori di Melfi hanno dimostrato come non esistano zone franche per la lotta di classe e come non ci siano prati verdi, precarietà, ricatti, repressione che tengano, nella misura in cui essi decidono di prendere in mano le loro sorti e di ribellarsi allo sfruttamento padronale.
In quest’ottica va sottolineato come, anche in un contesto di lotta così radicale, la burocrazia FIOM sia stata capace di portare a casa un risultato “magro” e comunque ben al di sotto delle potenzialità che la lotta esprimeva.
Il dato che però appare più significativo è quello generazionale: le lotte operaie di questi ultimi mesi, in primis quella dei lavoratori di Melfi, vedono in prima fila proprio quella giovane classe operaia, nata e cresciuta in un contesto di precarietà permanente, proprio quelle giovani generazioni che da più parti, anche in ambienti della sinistra , erano state considerate come prive di coscienza di classe e quindi renitenti a qualsiasi forma di conflittualità.
Questo nuovo scenario pone PRC di fronte a nuovi compiti e nuove responsabilità: non basta la partecipazione, che pure c’è stata, alle mobilitazioni e alle lotte operaie. Non basta essere presenti ai picchetti e agli scioperi, come pure abbiamo fatto.
E’necessario che il PRC si doti urgentemente di un programma d’intervento e di una piattaforma rivendicativa che prefiguri una direzione alternativa di queste lotte e le sottragga alle strumentalizzazioni e all’opportunismo delle burocrazie sindacali e dei partiti del centrosinistra, i quali in questi anni non hanno fatto altro che svendere gli interessi della classe operaia e delle masse popolari, condannando i movimenti a continue sconfitte e continui arretramenti.
A partire dal V congresso, il dibattito interno al partito è stato completamente egemonizzato dalla tematica del movimento noglobal, fino al punto di far assumere a quest’ultimo, a detta del nostro segretario, il ruolo di vera e propria “stella polare” dell’azione del partito. Per fare un esempio tra tanti a tal riguardo, circa due anni fa il nostro quotidiano “Liberazione” pubblicava a tutta pagina un’intervista rilasciata dal titolo inequivocabile: “Rifondazione dal proletariato ai no-global”.
In effetti, nel corso degli ultimi tre anni, il gruppo dirigente ha tentato di giustificare qualsiasi scelta politica, da quelle di politica internazionale a quelle nazionali fino ad arrivare al livello locale (presenza nelle giunte locali spesso spacciate come “nuove municipalità”) celandosi dietro il paravento del movimento no-global, spacciando ogni decisione assunta dal segretario e dai vertici del partito come utile al “movimento dei movimenti”, suggerita dal “movimento dei movimenti” o ispirata al “movimento dei movimenti”…Invece di porsi il problema di guidare questo movimento verso una prospettiva coerentemente anticapitalistica e comunista, si è fatto il contrario, ossia questo gruppo dirigente ha collocato il partito alla “coda” del movimento no-global, mutuandone acriticamente i metodi, le pratiche, la cultura e soprattutto (e questo è l’elemento più grave) la mancanza (e talvolta l’aperto ed esplicito rifiuto) di un programma di azione.
Il movimento che va da Seattle a Genova ha avuto, nel suo periodo di ascesa (1999-2002), il merito di sottolineare le conseguenze nefaste della globalizzazione capitalistica sui popoli oppressi e sull’ambiente, senza però ricondurre ciò allo sfruttamento del lavoro salariato, condizione indispensabile, come la storia ci insegna, per la durata e la crescita di qualsiasi movimento che intenda mettere in discussione i paradigmi delle società capitalistiche.
La mancanza di lavoratori organizzati nelle manifestazioni dei no-global (a cui si è tentato di sopperire dialogando esclusivamente con i vertici delle burocrazie sindacali, in primo luogo FIOM e CGIL), unita all’incapacità di questi ultimi e delle loro dirigenze di rapportarsi e legarsi alle numerose vertenze portate avanti dai movimenti di lotta reali presenti sui nostri territori, ha portato ad un lento ed inarrestabile riflusso di questo movimento.
I fatti hanno smentito clamorosamente la linea politica emersa dall’ultimo congresso. Quei “social forum” che qualche anno fa venivano addirittura indicati dal gruppo dirigente come le strutture che avrebbero preso il posto dei soviet nell’immaginario collettivo delle masse popolari, si sono già estinti ovunque con una rapidità impressionante.
Un discorso a parte meriterebbe l’esperienza del “Laboratorio dei disobbedienti”, su cui la maggioranza del partito e soprattutto dell’organizzazione Giovani Comunisti ha investito negli ultimi anni l’intero patrimonio politico e militante, versa in uno stato di crisi profonda, con una base uscita stremata da anni di movimentismo senza sbocco ed un vertice oramai dilaniato tra opposte fazioni in perenne concorrenza e conflittualità tra loro.
In quest’ottica il “caso D’Erme” in occasione delle ultime elezioni europee è l’esempio più lampante dello stato di totale disgregazione in atto nell’area dei disobbedienti, al punto che oramai non si può neanche più parlare di “movimento dei disobbedienti”, bensì di quattro-cinque diverse parrocchie “disobbedienti” in lotta tra loro a livello nazionale.
Quella “disobbedienza” che nei propositi dei nostri dirigenti doveva essere un esperienza e una pratica finalizzata ad unire soggetti con culture e provenienze politiche diverse in nome della comune appartenenza al movimento no-global, una volta esauritosi quest’ultimo si è trasformata in un elemento di ulteriore divisione all’interno delle aree stesse che ne sono state promotrici.
Ciò si è verificato prima con la netta presa di distanze da Rifondazione da parte dei disobbedienti del nord-est (da sempre legati ai Verdi e da sempre dediti ad anteporre i loro interessi affaristici in quelle regioni a qualsiasi altro interesse politico, sociale o di movimento) poi con la vera e propria spaccatura con l’area romana, e che ha attraversato la stessa maggioranza bertinottiana in occasione della mancata elezione di D’Erme al parlamento europeo.
Questi eventi sono l’esempio tangibile di come questo movimento, che a parole intendeva guidare le nuove generazioni verso il “nuovo mondo possibile”, si sia in breve tempo trasformato, poichè privo di valori in cui credere e di contenuti per cui lottare, in un’arena di scontro tra bande per la conquista di spazi istituzionali (parlamento europeo, giunte regionali e locali, ecc., in tutti i casi in collaborazione col centrosinistra) tutti interni all’attuale sistema capitalistico.
Questo stato di cose pone al centro dell’attenzione la necessità di un radicale cambiamento di rotta nelle modalità di relazione del Prc col movimento.
I comunisti - diceva Marx - sono tali se in ogni presente difendono il futuro del movimento operaio.
Compito dei comunisti è quindi quello di lavorare all’interno di tutti quei movimenti critici rispetto agli “eccessi” del capitalismo e contro la sua forma attuale (chiamata globalizzazione o neoliberismo), ma allo scopo di veicolare al suo interno parole d’ordine chiaramente anticapitalistiche e non limitatamente antiliberiste.
Deve essere chiaro, e dobbiamo avere la capacità chiarirlo anche all’interno del movimento che la “globalizzazione neoliberista” è fatta di modalità sempre più efficaci e feroci di sfruttamento del lavoro salariato e di un dominio borghese che nelle società capitalistiche ci sono sempre stati.
Di fronte a questa realtà non è possibile nessun tipo di compromesso con i padroni del mondo e le loro organizzazioni internazionali.
Solo per fare qualche esempio: è inutile chiedere che organismi come FMI, Banca Mondiale, WTO, diventino “democratici”; è assurdo pensare che gli squilibri della bilancia dei pagamenti e le enormi speculazioni compiute dalla borghesia sui mercati finanziari possano essere corrette con l’introduzione di una forma irrisoria di tassazione delle transazioni (Tobin Tax); e sbagliato, nonché fuorviante per il movimento, far veicolare l’idea che la lotta di classe, per di più nei paesi in via di sviluppo, possa essere calmierata per mezzo di tanti piccoli referendum consultivi tra la popolazione sulle scelte di politica locale (il cosiddetto Bilancio Partecipativo).
Dobbiamo iniziare a rigettare con forza quella pratica portata avanti in questi anni dal gruppo dirigente (e che tanti danni ha procurato sia al partito che allo stesso movimento), caratterizzata dalla rincorsa frenetica del trend e della moda “alternativa” del momento (magari soltanto fin quando ciò si riveli elettoralmente “remunerativo”).
In seguito ai tragici avvenimenti dell’11 Settembre 2001 e all’utilizzo di questi ultimi da parte dell’imperialismo Usa come pretesto per inaugurare una nuova era di guerre imperialiste su larga scala, in occasione delle aggressioni all’Afghanistan nel 2001 e soprattutto di quella in Iraq tutt’ora in corso, si è sviluppato in tutto il mondo un vasto movimento pacifista.
Questo movimento, senza dubbio quantitativamente più grande di quello no-global, non rappresenta affatto una novità, vantando tra i suoi predecessori tutti quei grandi movimenti contro la guerra che a partire dalla grande guerra (1914-1918), passando per le mobilitazioni contro l’intervento americano in Vietnam per finire con i movimenti che nel corso degli anni ’90 sono scesi in piazza per opporsi prima alla guerra in Iraq (1991) poi ai bombardamenti Nato contro la ex-Jugoslavia. Da sempre i governi delle grandi potenze imperialiste intenti a bombardare, depredare, colonizzare o assoggettare interi territori per soddisfare le brame di profitto delle grandi multinazionali devono fare i conti con l’opposizione delle masse popolari e di larga parte della stessa opinione pubblica.
Ciò che però, almeno in un primo momento, ha sorpreso è stata la partecipazione oceanica, superiore a ogni previsione, alle manifestazioni e agli appuntamenti del movimento pacifista. Questo dato, comune a quasi tutti i paesi occidentali, è stato ancora più evidente in Italia ( e reso palese,ad esempio, dai milioni di manifestanti in piazza durante le prime settimane di guerra).
Proprio a causa di ciò, questo movimento amplifica da un lato le potenzialità, dall’altro i limiti del movimento no-global.
Infatti, nel mentre il movimento contro la guerra esprime un sentimento diffuso in tutta la popolazione mondiale, la sua composizione interclassista fa si che questo erediti dal movimento no-global il suo limite più evidente: quella scarsa capacità di territorializzarsi, di legarsi alle lotte sociali in corso nel paese, quella propensione endemica al grande evento a cui fanno seguito periodi di silenzio quasi assoluto. Anche in questo caso, le direzioni riformiste si servono della genericità e dell’etereogeneità della protesta per giustificare opportunisticamente l’ambiguità delle loro parole d’ordine e dei loro contenuti. Ciò appare tanto più evidente ove si consideri la forte presenza e l’influenza esercitata nei confronti del movimento dalle componenti dell’associazionismo cattolico, e del cosiddetto “terzo settore”.
Tra le tante illusioni seminate nel movimento dalle sue componenti moderate, la più diffusa è quella che auspica in Iraq un passaggio di consegne dall’esercito Usa ai caschi blu dell’Onu.
Proprio quelle stesse Nazioni Unite che nel 1991 avallarono il primo attacco in Iraq, che furono in seguito artefici di un infame embargo costato la vita a quasi due milioni di iracheni, che hanno offerto la loro bandiera come copertura “giuridica”di svariati conflitti imperialisti (vedi il caso della Somalia nello scorso decennio), e le cui risoluzioni in merito alla questione palestinese sono state sistematicamente aggirate da Israele senza alcuna conseguenza per quest'ultimo.
Oggi, soprattutto dopo l'attacco unilaterale degli Usa all'Iraq, non si può più parlare dell'ONU come organo sovranazionale, ammesso che questo sia mai esistito realmente.
Il suo ruolo è oramai delegittimato. Inoltre l'assemblea generale è da sempre priva di qualsiasi potere decisionale a causa del diritto di veto esercitato dai 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, nonchè del ruolo egemonico che si esplica in termini di dipendenza economica, e quindi di ricatto nei confronti dei paesi in via di sviluppo (prestiti, debito estero, ecc.) da parte degli Usa e delle altre grandi potenze.
L'ipocrisia del pacifismo istituzionale si manifesta proprio attraverso la proposta di un intervento dell'ONU.
Detto pacifismo spesso si copre dietro la precisazione secondo cui una eventuale missione di caschi blu, che si insedierebbero temporaneamente in Iraq, dovrebbe escludere quegli stati coinvolti nell'attuale occupazione. Il vero obiettivo di chi propone ciò è quello di favorire l'ingresso in Iraq degli attuali esclusi. A tal fine costoro confidano anche in un cambio al vertice della Casa Bianca con l'avvento di una nuova amministrazione "democratica". Gli europei sono disponibili a co-gestire la spartizione del bottino, a patto di essere nella direzione. Chi invoca dunque la presenza dell'ONU intende solo sostenere le ragioni dell'Europa, potenza nata solo per competere con gli USA, servendosi a tal fine delle stesse politiche e dello stesso modello sociale, come dimostrano le politiche di attacco al walfare e ai diritti dei lavoratori, di precarietà e di sfruttamento inaugurate in tutti i paesi con gli accordi di Maastricht e proseguite negli anni recenti con l'ingresso nell'euro per mezzo di rigidi dettami monetaristi e piani di privatizzazione su larga scala.
In questa partita non c'è spazio per le istanze di autogoverno degli iracheni.
La nostra presenza all’interno del movimento contro la guerra, se non vuol ridursi a mera testimonianza o, peggio, a una passerella propagandistica, deve partire dall’obiettivo di conquista dell’egemonia politica e culturale, ossia porsi il compito di tradurre quel diffusissimo sentimento di massa, da pacifista qual è oggi, ad antimperialista ed anticapitalista, laddove la guerra si caratterizza come un aspetto intrinseco ed ineliminabile del sistema capitalistico.
La giusta e sacrosanta richiesta di ritiro delle truppe dall’Iraq va accompagnata da un lavoro assiduo teso a liberare il movimento dalle illusioni veicolate dalle sue direzioni riformiste su un possibile ruolo progressista dell’ONU o su un’ipotetico intervento salvifico da parte dell’Unione Europea “a tutela della democrazia”.
Purtroppo le recenti posizioni assunte dal segretario e dal gruppo dirigente vanno nella direzione esattamente opposta.
La presa di distanze netta dalla resistenza irachena sulla base di una superficiale ed infondata equiparazione tra resistenza delle masse oppresse e terrorismo, il clima di unità nazionale cui neanche il nostro partito si è sottratto in occasione delle trattative per la liberazione degli ostaggi italiani in Iraq, la messa in secondo piano del ritiro delle truppe proprio in uno dei momenti in cui più è risultata evidente la drammaticità della situazione irachena e l’inutilità di una nostra presenza militare in quel territorio, si sono palesati come un grave errore politico che ha legittimato il governo guerrafondaio; del resto questi sono tutti elementi che concorrono a testimoniare quanti passi indietro siano stati compiuti negli ultimi mesi dal nostro partito sul versante di una coerente opposizione alla guerra imperialista.
Dichiarazioni che, tra l’altro, hanno provocato una netta presa di distanza da parte degli esponenti di primo piano del movimento pacifista. In questo caso, il partito, anziché portare rivendicazioni più avanzate all’interno del movimento, si è spostato su posizioni più arretrate e moderate del movimento stesso, facendosi scavalcare a sinistra non solo dalle sue componenti radicali ma persino da convinti pacifisti che non sono mai stati comunisti. In realtà, gli unici a congratularsi col nostro gruppo dirigente per queste dichiarazioni sono stati i leader ulivisti e lo stesso Romano Prodi, i quali vi hanno letto una chiara volontà di accreditare il nostro partito come un partner affidabile agli occhi della borghesia nazionale ed internazionale in un futuro governo dell’Ulivo.
Alla luce di ciò riteniamo definitivamente fallita, nonché superata dai fatti, questa esperienza e proponiamo a tutti gli iscritti, nel quadro più generale del lavoro costruzione del partito comunista in maniera autonoma sia dall’Ulivo confindustriale sia dal movimentismo piccolo borghese, un radicale cambiamento di rotta nelle modalità di intervento e di azione dei nostri militanti nei movimenti.
In primo luogo va ribadita con forza la centralità assoluta, oggi più che mai, della contraddizione capitale-lavoro, la quale finisce inevitabilmente per influenzare e determinare ogni altro aspetto della vita sociale e rappresenta quindi la madre di ogni altra contraddizione prodotta dal sistema capitalistico.
Sulla base di ciò, occorre al partito un programma, una piattaforma di rivendicazioni che unisca attorno ad una prospettiva comune ciò che in questi anni le manifestazioni hanno unito nelle piazze, con l’obiettivo di arrivare alla cacciata del Governo Berlusconi, ma allo stesso tempo aprire finalmente un varco per un’alternativa reale, quindi di classe, a quest’ultimo.
Riteniamo che una piattaforma che risponda a queste esigenze non possa che fondarsi sui seguenti obbiettivi transitori:
Nella lotta di classe contro la borghesia, l'organizzazione del proletariato a mezzo del sindacato assume una centralità ineludibile. Fino ad oggi il Partito ha nicchiato, rinviando la definizione di una linea, permanendo in una condizione di ambiguità che potesse "tenere tutti dentro".
La necessità di assumere una posizione chiara, inequivoca e non oppotunistica sulla questione sindacale è ormai indifferibile. La costruzione di un partito di massa e di un ampio fronte sociale antagonista passano per la soluzione di questa questione, per la rilevata assenza drammatica di una soggettività organizzata capace di dare voce e potere contrattuale ai lavoratori. Il nodo strategico per i comunisti è oggi questo: come colmare questo vuoto, evitando la disgregazione di fondamentali aree di resistenza.
Le straordinarie lotte dell'autunno '92 e '93 contro gli accordi consociativi di riduzione del costo del lavoro: le durissime lotte di resistenza di situazioni importanti del proletariato industriale: il grande movimento del '94 a difesa delle pensioni, l' attuale forte movimento in difesa della scuola pubblica sono tutte cose che hanno contrastato e contrastano la spinta verso la regressione sociale, ma non 1' hanno superata. Anzi, i fenomeni involutivi si sono addirittura aggravati: la sconcertante diminuzione dei consumi pubblici e privati, l'indebolirsi del salario reale e il diffondersi abnorme del lavoro sommerso e precario, della povertà e della disoccupazione sono sotto gli occhi di tutti. Il capitalismo e le imprese continuano ad inseguire, all'insegna della centralità del mercato e con la subordinazione di parti consistenti del sindacato e della sinistra, il lavoro al costo più basso possibile.
Gli investimenti e le ristrutturazioni produttive avvengono ormai solo secondo questa logica, nel quadro di un ritorno alla cultura delle gabbie salariali e attraverso nuove regole di contrattazione, tese a congelare i conflitti e ad indebolire la rappresentanza, in particolare sul piano aziendale, dove si decidono sul serio i ritmi, gli orari e i livelli di sicurezza, ma si abbassa il costo del lavoro anche in altre forme, per esempio attivando il decentramento produttivo con le modalità del subappalto e del lavoro nero, con la violazione sistematica delle norme sulla sicurezza, con l' espulsione di lavoratori a forte sindacalizzazione, con 1'utilizzo di contratti di formazione anche in assenza dei presupposti di legge. Questa produzione senza regole comporta effetti devastanti di frantumazione della classe, colpisce i lavoratori duramente nei diritti essenziali e nella loro identità, determina condizioni per morti e malattie nei luoghi di lavoro.
E' un processo che viene da lontano e che continua e s'intensifica a prescindere dalla natura dei governi e dalla qualità della maggioranza che li sostiene, che si collega alla tendenza generale del modello di produzione capitalistica in direzione del superamento delle rigidità del lavoro. Infatti, in sintonia con la tendenza storica verso la dequalificazione del lavoro operaio e più in generale del lavoro dipendente a partire dagli anni' 80 ha agito una pressione via via sempre più accentuata verso la flessibilizzazione e precarizzazione del rapporto di lavoro.
Anzitutto sono cambiati i meccanismi di assunzione, mentre lo sviluppo capitalistico,
modellizzando le abilità professionali e convertendole in macchinario, metteva in discussione la rigidità del mestiere. L 'iniziativa legislativa e contrattuale traduceva
l' interscambiabilità crescente delle prestazioni e delle mansioni in deregulation dell'intero mercato del lavoro. Attraverso le chiamate nominative sono saltate anzitutto le qualifiche del collocamento, così come attraverso i contratti di produzione e lavoro saltano oggi proprio le rispondenze storiche tra qualifica e collocazione produttiva.
Al capitale tutto questo non è bastato e non basta. Il mercato del lavoro è stato forzato e s'intende forzare non solo nel senso dell'entrata, ma anche nel senso dell'uscita: dalla cassa integrazione alle liste di mobilità. Oggi si parla con sempre maggiore insistenza di una norma legislativa che riconosca il principio della libertà di licenziamento
Ma neppure questo basta; per inseguire la globalizzazione si va oltre i parametri di Maastricht e s'impongono ulteriori accelerazioni a questo stesso processo; e si rende più veloce quello della privatizzazione del sistema produttivo sociale. Dentro le nuove condizioni produttive la forza lavoro non solo deve essere assunta in condizioni di dequalificazione professionale e di sotto-salario: e neppure è sufficiente che sia espugnabile ogni qualvolta se ne ravvisi la necessità congiunturale. Quel che davvero occorre ai padroni è una forza lavoro, sia quella dequalificata, sia quella con residui -magari anche consistenti - di professionalità, del tipo stop and go, a disposizione dell' azienda, disancorata da luoghi e prestazioni specifiche, disponibile a multi-impieghi e multi-uso, una forza-lavoro propriamente just in time.
Inseguire la competitività globale significa, perciò, sul piano del lavoro dipendente, sia pubblico che privato, la generalizzazione quanto più ampia possibile dei principi di flessibilizzazione del mansionario e di precarizzazione delle condizioni normative.
In concreto: abbattimento delle ultime restrizioni legislative in materia di salvaguardia delle funzioni e dei ruoli contrattuali, a partire dal quel che resta dello statuto dei lavoratori; flessibilità degli orari e dei turni di lavoro; diversificazione salariale tra aree geografiche, fasce d'età, comparti produttivi.
Il governo D' Alema asseconda questa politica e si spinge con la proposta di sanzionare gli scioperi del pubblico impiego e con il nuovo patto sociale a creare il clima della repressione nei luoghi della produzione e dei servizi di tutte le residue resistenze .
Infatti, grazie alla riforma del mercato del lavoro avviata con l'approvazione del pacchetto Treu (1997), durante il governo Prodi, con le privatizzazioni, lo smantellamento dello Stato sociale e il tentativo di cancellazione dello Statuto dei Lavoratori, già avviato dal centrosinistra, il secondo governo Berlusconi può far passare il Libro Bianco sul lavoro e il Patto per l'Italia Legge 30 dove il lavoratore deve essere disponibile ad una totale flessibilità, a costo quasi zero per l'azienda, senza tutela sindacale, senza sicurezza e diritti sul luogo di lavoro dove deve lasciarsi sottoporre a supersfruttamento.
In definitiva, gli ultimi dieci anni di governo del Paese hanno chiuso, ancora una volta, il conto del padronato in attivo, garantendo l'annullamento di qualsivoglia diritto dei lavoratori e l'apertura di nuove frontiere per una moderna schiavitù della forza lavoro, che chiamano modernizzazione del mercato del lavoro.
Diciamo che non vi è dubbio che, negli ultimi decenni, i lavoratori hanno subito pesanti sconfitte ma, diciamo pure che, il punto di partenza del declino della capacità contrattuale della classe lavoratrice comincia nel momento in cui il sindacato inizia a preoccuparsi dei problemi del capitale, facendoli propri.
A questo proposito è emblematica la vicenda dell'Alfa di Pomigliano, quando l'allora segretario generale della Cgil, Luciano Lama, dichiara che vi sono dei grossi problemi produttivi in fabbrica, assecondando le inquietudini del padronato su un presunto assenteismo dei lavoratori. Lama non tiene in nessun conto il fatto che, quegli stessi operai presi di mira, sono gli stessi che con la loro produttività hanno fatto grande il marchio Alfa in tutto il mondo. Non è, infatti, per un caso che Agnelli, successivamente, rileva quell'azienda: gratis, è ovvio, ma forse avrebbe investito anche di sola credibilità e tempo se non fosse stato certo di poterne ricavare dei profitti? Questo dimostra come la classe operaia sia una classe che produce profitti per il capitale.
Nonostante ciò, Lama decide che bisogna porre rimedio ad un problema come quello degli assenteisti e si inventa il cosiddetto "patto con i produttori", antesignano di quella che oggi viene definita concertazione, tanto cara ai segretari generali della Cgil che hanno segnato la storia della più grande confederazione dei lavoratori in Italia, da Trentin a Cofferati e oggi Epifani.
La svolta operata dal sindacato, quindi, non è semplicemente una deriva di destra ma un lento e
suicida avvicinamento e accomodamento ad un liberismo letale per la classe dei lavoratori.
Se il sindacato ha indegnamente rappresentato, negli scorsi anni, la propria classe di riferimento
dobbiamo, a onor del vero, ricordare che anche la sinistra storica è venuta meno al suo ruolo, avviando,
nel contempo, una graduale ma decisiva mutazione genetica. Infatti, ad un sindacato burocratizzato,
addomesticato, in buona sostanza istituzionalizzato si deve aggiungere una sinistra frantumata e
riformista che non vuole più come punto di riferimento il movimento operaio, i lavoratori e che per
rinnovarsi apre al moderatismo dell'intellettualità e della media borghesia. Da questo momento, la
deriva della sinistra e del sindacato non avranno più limiti.
E' evidente come da quelle scelte in poi la strada del capitalismo sia stata quasi completamente in discesa. Pensiamo solo a quanti governi di centrosinistra si sono succeduti da allora, e a quanti guasti hanno prodotto. Prendiamo gli anni novanta, dal governo Amato in poi e cerchiamo, ad esempio, di ricordare quella L.223/91 sulla mobilità che, in realtà, sancisce i licenziamenti di massa.
Questo esempio valga per dare il senso della gravità della situazione ma l'attacco alle conquiste del movimento operaio, in testa lo Statuto dei Lavoratori (1970) e lo Stato sociale, parte immediatamente, dai primi anni Settanta. Nel 1973 il movimento operaio conquistò in Italia la Cassa integrazione guadagni (Cig), mentre nel resto dell'Europa grandi fabbriche come Renault e Volkswagen licenziavano in tronco migliaia di lavoratori. In Italia, invece di licenziare i lavoratori, venivano collocati in Cig, in questa sorta di area di parcheggio, per dare il tempo all'azienda di risolvere i problemi per poterli reintegrare al proprio posto di lavoro.
I vantaggi per la classe operaia però durano solo pochi mesi perché il padronato decide che quello può essere, e si rivelò tale, uno strumento importante per attutire le possibili perdite del capitale che allora l'ha usata a proprio vantaggio, tanto è vero che vi sono aziende che sono riuscite a stare in Cig anche per quindici anni. Proviamo ad immaginare che cosa significa tenere a casa per quindici anni dei lavoratori: quella che era stata una conquista divenne in poco tempo, con l'assenso tacito del sindacato, uno strumento letale per l'annientamento dei valori, degli ideali del movimento operaio. Ecco perché Berlusconi oggi può dire, con estrema sfrontatezza, che i lavoratori della Fiat non hanno ragione di lamentarsi quando possono rimanere a casa percependo l'80% del salario, con l'opportunità persino di arrangiarsi con un po' di lavoro nero. Non dobbiamo, dunque, meravigliarci se oggi le cose sono facili per Berlusconi che si permette apertamente certe provocazioni all'indirizzo di lavoratori che per età, scolarizzazione e specializzazione non potranno rientrare nel ciclo produttivo, che l'unico lavoro al nero potranno averlo dalla mafia e che non potranno neppure più tirare avanti con un salario, di per sé già insufficiente, decurtato.
La classe operaia, i lavoratori sono stati messi in ginocchio ma tornano ad alzare la testa, bypassando anche quelle burocrazie sindacali (vedi gli innumerevoli scioperi spontanei di fabbrica), che di fronte allo sfascio economico e sociale e all'annullamento di ogni garanzia democratica nel Paese ancora temporeggiano, pensando a soluzioni transitorie, che ancora una volta tengono conto del cosiddetto sistema Paese e non degli interessi delle masse oppresse e sfruttate.
Questa è la dimostrazione che quello della classe operaia e dei lavoratori è il vero ed unico "movimento dei movimenti", altro che No-global o "girotondini": fino a quando non si risolverà il conflitto tra capitale e lavoro, non ci sono altri movimenti che possano durare nel tempo.
Bisogna riconoscere che finalmente Rifondazione, dopo avere per anni sostenuto le teorie di intellettuali come Rifkin, Revelli e altri sulla fine del lavoro e l'estinzione della classe operaia, riscopre la fabbrica e chi ci lavora dentro ma lo fa interrogandosi su quale strada abbia intrapreso e quali prospettive abbia di fronte a sé, eludendo la questione essenziale della risposta alla ricerca delle responsabilità del declino della classe operaia e dei lavoratori tutti. Un passaggio necessario quest'ultimo, proprio alla luce dei fatti accaduti nell'ultimo anno, crisi Fiat in testa, per decidere le scadenze che nel futuro prossimo ci attendono, elezioni del 2006 comprese.
Quello che ci siamo da poco lasciati alle spalle è stato un anno in cui il movimento operaio ha cominciato a ricomporsi ed è tornato a lottare. Alla luce di ciò è legittimo chiedersi se questa classe operaia si sta riappropriando di quei valori e di quegli ideali che le sono, storicamente, da sempre appartenuti o è un fatto sporadico, dovuto alla contingenza.
La classe operaia oggi sta infatti, finalmente, reagendo alla stretta violentissima del padronato che, soprattutto negli ultimi dieci anni, non ha concesso tregue nell'attacco ai diritti dei lavoratori, conquistati con dure lotte più di trenta anni fa dal movimento operaio.
Un disegno comune e caro tanto ai governi di centrosinistra, quanto a quelli di centrodestra, che è stato praticamente portato a compimento.
Oggi come ieri, la grande questione irrisolta, il problema vero è quello del lavoro che non c'è o che, quando c'è mette in discussione la qualità stessa della vita. Pensiamo alle condizioni di vita e di lavoro di quegli operai che lavorano alla Fiat di Melfi e nell'indotto della fabbrica: quattro ore di una giornata solo per andare e tornare dal lavoro, per non parlare dei turni massacranti cui sono sottoposti e la differenza del salario rispetto agli altri operai Fiat del Nord.
Questa è una società ancora divisa in classi e i padroni, si sa, non regalano niente a nessuno: questo non dovrebbero perdere di vista la sinistra e questi vari movimenti "no" e "new global". I padroni, dal canto loro, si guardano bene dal dimenticarlo. Infatti, questo governo di padrone oggi può cincischiare su una tragedia come quella della chiusura di due stabilimenti del gruppo Fiat, su una Cig che non salverà nessuno dal licenziamento, solo perché non esiste una vera opposizione nel Paese alle politiche distruttive del capitale, tranne che la rabbia e la disperazione di quei lavoratori colpiti e di quelli che sanno che presto verrà il proprio turno.
La crisi della Fiat, è emblematica di tutto quanto abbiamo detto fino a questo momento: figlia non solo della naturale propensione del capitalismo a seguire la via più semplice e meno dispendiosa per fare profitti ma anche dell'abbandono da parte della sinistra e del sindacato dello scontro di classe.
Oggi il gruppo Fiat abbandona l'auto per dedicarsi ad altro e non importa se questo è fatto sulla pelle di decine di migliaia di famiglie da Arese a Termini Imerese.
Governo e Fiat cercano di correre ai ripari, di mettere delle pezze e una di queste si chiama Cig, dando così l'impressione che nessuno alla fine sarà licenziato. Falso: non è mai esistito ricorso alla Cig in un'azienda senza una conseguente riduzione degli organici, anche se tramite incentivi.
Il sindacato e la sinistra hanno favorito la pratica delle incentivazioni, basta pensare alla vicenda dei prepensionamenti all'Italsider, alla svendita dell'Alfa attraverso l'esternalizzazione del lavoro, sostenendo che la flessibilità e la mobilità dei lavoratori tra una fabbrica e l'altra non è un problema. Poco importa se questi ultimi sono trasferiti in aziende fantasma, perché non esistono materialmente e si ritrovano praticamente disoccupati. C'è superficialità in queste scelte, si preferisce enunciare piuttosto che affrontare con serietà scientifica i problemi.
Anche la proposta che Rifondazione fa, rispetto alla Fiat di nazionalizzazione della fabbrica, presta il fianco a false interpretazioni.
Il problema è che da un partito come il nostro, da un sindacato che noi vogliamo contribuire a rifondare come sindacato di classe, dovrebbe venire una proposta molto più forte e radicale e che non dovrebbe valere solo per la Fiat.
Dobbiamo dire basta ai finanziamenti per tutte quelle aziende che licenziano e chiudono. La Fiat, da oltre cinquanta anni, vive sulle spalle dei cittadini italiani perché ha, continuamente, contributi dallo Stato che sono pagati tassando e vessando i lavoratori. Oggi gli Agnelli vogliono dismettere le macchine ma non vogliono disfarsi delle finanziarie. Già da qualche anno la Fiat non produce più posti di lavoro ma solo perdite per il Paese. Dunque, se si vuole fare una proposta vera, che sia credibile, dobbiamo dire che quell'azienda deve essere gestita direttamente dai lavoratori. Solo così si noterà la differenza tra la proposta di un partito comunista e i compromessi del sindacato.
Dobbiamo nazionalizzare per restituire ai lavoratori ciò che già legittimamente
gli appartiene. Insomma, per un comunista non dovrebbe essere una logica incomprensibile quella della
riappropriazione del proprio mezzo di produzione, solo così si può realmente incominciare a lottare
per l'abbattimento dello stato presente di cose, per l'abbattimento del capitale.
Fino a quando i mezzi di produzione saranno proprietà privata o di uno stato borghese e liberista
non cambierà nulla. Solo così potremo restituire ai lavoratori, alla classe operaia quel protagonismo
che sindacato e sinistra gli hanno indebitamente sottratto. Chi ha un problema vero non ha bisogno
di enunciazioni, di proclami ma di una proposta praticabile.
Il sindacato confederale ha gravi responsabilità in quel che è avvenuto, e in quello che ancora rischia di avvenire, perché ha diffuso, peraltro non senza resistenza da parte della base, la cultura dell’inevitabile dominio degli interessi dell'impresa nei rapporti sociali contribuendo a determinare esiti negativi e sconfitte clamorose di lotte emblematiche. Pezzi consistenti di lavoratori hanno tentato ripetutamente di contrastare una politica confederale impegnata ad isolare e circoscrivere le lotte, anziché generalizzarle e sostenerle. Ma, più in generale, le lotte hanno dovuto scontrarsi prima ancora che con i padroni, proprio con le burocrazie sindacali, tese ad essere sponda delle politiche padronali invece che a ricercare un rapporto positivo con iscritti e lavoratori.
La stessa Cgil è stata a lungo a metà strada tra antagonismo e subalternità, ma ha poi finito per sacrificare la prima sull'altare di un'unità sindacale senza autonomia dallo stato e dalla logica d'impresa.
Tanto i problemi del Mezzogiorno, delle aree di povertà e della disoccupazione di massa, quanto la prospettiva di una trasformazione del modello generale di sviluppo, sono sempre più depotenziati sul piano teorico oltre che pratico dal sindacato confederale e dalla sinistra moderata. La persistenza della protesta e delle lotte ha comunque dimostrato che i processi neoautoritari non viaggiano sul velluto, almeno quando il centrodestra è al governo, il centrosinistra è alI' opposizione e Rifondazione comunista all' offensiva delle lotte sociali.
Non è stato così quando invece il centro sinistra è stato al governo e Rifondazione criticamente dentro la maggioranza a sostenere una compagine dal programma esplicitamente improntato ad un liberismo neanche tanto moderato, le lotte sono entrate in sofferenza oggettiva. Questa crisi del conflitto è grave per gli interessi delle classi popolari ma è grave anche per la stessa tenuta democratica del paese, perché neutralizza un possibile spostamento a sinistra dei governi di centrosinistra e facilita invece la deriva di centro.
Ora la scelta della nostra collocazione all' opposizione ci consente di lavorare per eliminare una causa della passivizzazione e della sofferenza dei Conflitti: quella dell' assenza della prospettiva dell' alternativa che adesso almeno sul piano teorico è stata ripristinata. Ma la crisi del conflitto si alimenta anche dell' assenza di una rappresentanza forte delle sofferenze del lavoro dipendente, segnatamente della mancanza di un sindacato di classe. La vicenda consociativa del sindacalismo confederale ha infatti sguarnito completamente il fronte di tenuta storica del movimento operaio, anche rispetto al semplice terreno della contrattazione. Il risultato relativamente positivo della Cgil, del sindacalismo extraconfederale di sinistra nei recenti rinnovi delle Rsu nel pubblico impiego e nel rinnovo della FIAT di Melfi, è il segno che i lavoratori non hanno imboccato ancora il sentiero della rassegnazione e dell'integrazione e non può essere considerato risolto il grave problema politico: l'assenza di una tensione e di un progetto anticapitalistico capace di ridare entusiasmo e fiducia alle classi lavoratrici. Inutile aggiungere che quest'assenza della politica di classe facilita il processo di normalizzazione delle stesse OO.SS. confederali, peraltro già impegnate a contrattare (e cioè ad accettare la logica di riduzione di governo e Confindustria) sullo stato sociale.
S'impone oggi con evidenza e urgenza il nodo della ricostruzione di un autentico sindacalismo di classe, di un soggetto di massa, cioè, che sia totalmente autonomo non solo dai partiti, ma anche dalle istituzioni statali e dal quadro delle compatibilità capitalistiche, e che giochi questa sua autonomia nella difesa delle condizioni materiali di vita e di lavoro del proletariato, espandendone poteri e diritti.
Questo soggetto non è più, e da diverso tempo, il sindacato confederale. Ovviamente nel sindacato confederale e in quello extraconfederale esistono pezzi importanti della cultura antagonista.
Pezzi importanti proprio in termini politici: un patrimonio di esperienze e di storia, di lotte e conquiste non si può mantenere frammentato, inefficace; esso va unificato attraverso un processo di riaggregazione utile alla ricostruzione di un sindacalismo di massa.
Una riaggregazione che ha bisogno di momenti significativi di scomposizione e ricomposizione dei soggetti esistenti, che ha bisogno soprattutto dell'intervento attivo dei settori più combattivi del proletariato e del lavoro dipendente, quelli che costituiscono
l' ossatura delle lotte e delle manifestazioni. Il partito deve essere dentro questa battaglia con ruolo propositivo, modificando scelte ed atteggiamenti, rivelatisi così poco costruttivi nell’ultima fase.
Di fronte al progetto del sindacalismo confederale, del sindacato unico e del patto sociale da salvaguardare con nuove regole mirate all’ulteriore dimensionamento del diritto di sciopero e della contrattazione che nel quadro politico attuale si configura come una strategia per passare dalla concertazione all’integrazione capitalistica è maturo, e quindi non più rinviabile, l' esplicito sostegno all' avvio di un processo “rifondativo” di un soggetto sindacale di natura classista e anticapitalista. Ciò deve avvenire sviluppando un autentico dibattito nel partito sulla qualità e coerenza della rappresentanza e sugli obiettivi delle lotte, sapendo che non possiamo scegliere di costruire un sindacato di soli comunisti e che, pertanto, il ruolo del partito dovrà essere forte nei contenuti e rispettoso dell' autonomia sindacale sul piano organizzativo. E' questa una scelta necessaria perché non bastano più gli arretramenti nelle condizioni di vita e di lavoro per spingere alla lotta, ma occorre avere la disponibilità di un' organizzazione combattiva ed affidabile capace di rendere credibili esiti positivi delle lotte e dei conflitti.
Infine, tutto questo anche per evitare che l' attenuazione dei valori di solidarietà e
l' indifferenza crescente del sindacalismo confederale a processi di depotenziamento del parlamento (maggioritario e presidenzialismo) possono davvero chiudere il cerchio di una disfatta democratica che investe l' insieme delle classi lavoratrici e della società intera.
Ci rendiamo conto della complessità della situazione. Siamo consapevoli che ricostruire un sindacato di classe, non è decidere la nascita di una sigla nuova o sommare alcune di quelle esistenti, ma è un processo politico che ha bisogno di momenti significativi di scomposizione e ricomposizione dei soggetti esistenti, che ha bisogno soprattutto dell’intervento attivo dei settori più combattivi del proletariato e del lavoro dipendente. Ci rendiamo conto dei problemi sia teorici che pratici che devono essere affrontati e risolti, e siamo consapevoli che nessuna delle vecchie elaborazioni teoriche sia utilizzabile come modello o riferimento. Una situazione che si presenta caratterizzata dal manifestarsi di una crisi economica internazionale recessiva, con la classe padronale all’attacco su tutti i fronti e dalla impermeabilità più totale dei sindacati confederali alle esigenze delle masse. In un quadro simile, neppure quei settori di avanguardia interni ed esterni al sindacalismo confederale riescono, proprio per le diverse stratificazioni e vicende storiche di cui sono il prodotto, ad unificarsi, né a fare egemonia.
E’ qui che è indispensabile il ruolo e la proposta pratica dei comunisti.
Occorre, infatti, dire con chiarezza la necessità della costruzione di un sindacato confederale di classe, incompatibile con le esigenze capitalistiche, che trova le ragioni della sua esistenza nella difesa delle condizioni di vita e di lavoro del proletariato e di tutti coloro che vivono di stipendio, e nell’espansione dei loro poteri e diritti.
Ciò comporta necessariamente la consapevolezza dell’irriformabilità del sindacalismo confederale, ed in particolare della CGIL, nonostante i NO dell’ultimo anno, che mirano solo al ritorno delle pratiche concertative che l’attuale governo non ha fatto proprie.
Proprio perché convinti che una nuova organizzazione sindacale di classe non nasce per proclamazione di qualcuno e che è il risultato di un processo, abbiamo consapevolezza della necessità di unificare la volontà dei comunisti secondo una linea comune e riteniamo che i luoghi dove realizzare e verificare tale processo possano essere le conferenze permanenti delle lavoratrici e dei lavoratori comunisti, nelle diverse dimensioni territoriali, che vanno dunque immediatamente realizzate e fatte funzionare.
Pertanto, è indispensabile che i comunisti diventino punto di riferimento, avanguardie e rappresentanti dei lavoratori in tutti i luoghi di lavoro. Solo così sarà possibile realizzare la costruzione di un sindacato di classe, composto dai legittimi rappresentanti dei lavoratori. Naturalmente, restiamo convinti della necessità della reciproca autonomia del sindacato e del partito, anche se l’esperienza pratica dimostra che, nell’intervento politico di massa, ci sono aree di sovrapposizione che non consentono una netta divisione tra le zone di azione del sindacato e quelle del partito. Il problema è antico e sempre ricorrente ed ha generato il pansindacalismo, l’anarcosindacalismo, la cinghia di trasmissione e la stessa autonomia sindacale e, nella pratica quotidiana, ogni soluzione teorica ha potuto essere usata come funzionale all’azione di classe ma anche come utile copertura di atteggiamenti opportunistici quanto burocratici; però anche in questo caso, per un comunista non vi è migliore soluzione che il comportarsi da comunista.
La questione meridionale si ripropone oggi come questione centrale della vita del Paese. Per il capitale il Sud è sempre più un laboratorio di sperimentazione delle forme più avanzate di sfruttamento che si aggiungono a quelle più tradizionali come il caporalato. In questo contesto, l'introduzione del salario garantito deve essere strumento di lotta per rinegoziare la battaglia per il lavoro, per la riduzione dell'orario di lavoro e per i servizi da una nuova posizione.
La questione meridionale è una questione nazionale. Lo dimostra la ricomparsa del fenomeno dell’emigrazione di massa, che si riteneva, se non superato, almeno attenuato. Infatti, i dati dell’Istituto Svimez , specializzato sulle tematiche del Mezzogiorno, ci dicono che nel 2002 i nuovi emigranti dal Meridione sono stati 180 mila e oltre 200 mila nel 2003. Sembra di essere tornati indietro di cinquanta anni, quando, tra il 1951 ed il 1971, sono emigrate dal Sud Italia circa quattro milioni di persone, la metà delle quali dirette al Nord, l’altra metà all’estero. Il fenomeno riguarda oggi i giovani, magari diplomati e laureati, ma anche i nuovi disoccupati, lavoratori espulsi dal ciclo produttivo durante le ristrutturazioni degli ultimi venti anni. Il dato è così elevato, da preoccupare gli stessi economisti borghesi, che propongono la “delocalizzazione al Sud” di industrie e servizi, naturalmente all’insegna di incentivi alle imprese e della riduzione del costo del lavoro. In realtà la ripresa di questo fenomeno, che aveva conosciuto un periodo di riduzione a partire dagli anni Settanta, e che oggi spopola nuovamente interi paesi, costituisce la dimostrazione evidente di come le contraddizioni dell’economia e della società del Sud, che sono parte integrante della contraddizione capitalistica, vadano aggravandosi.
L’esperienza del Mezzogiorno ci parla di un lavoro "trasformato" sui nostri territori. Il filo che lega esperienze come Gioia Tauro, Melfi o Napoli Est, per fare degli esempi eclatanti, è quello della ricerca del consolidamento di forme ammodernate e legalizzate di sfruttamento. Nel Mezzogiorno la selvaggia ristrutturazione industriale, l'effetto rovinoso delle privatizzazioni con la riorganizzazione della finanza e dei sistemi produttivi internazionali, hanno avuto come risultato la distruzione di settori strategici per l' economia di tutto il Paese, liquidando o, nei casi "fortunati", delocalizzando il vecchio sistema industriale per grandi poli.
La svolta degli anni novanta e l'avvio della II Repubblica ha prodotto una vera e propria precipitazione della situazione meridionale: il taglio dei trasferimenti assistenziali, il disegno liberista del liberalismo, la flessibilizzazione dilagante si pongono su uno sfondo sociale già segnato da una profonda deindustrializzazione e dall'ulteriore espansione di una disoccupazione di massa, specie giovanile già da tempo drammatica. L'ingresso nell'Europa di Maastricht consolida e accentua queste tendenze di fondo: confermando una volta di più che la crescente marginalità dell'economia meridionale lungi dall'essere un'espressione di arretratezza e di "ritardo" è il risvolto di una reale integrazione nel moderno mercato capitalistico e un laboratorio di sperimentazione delle forme più avanzate di sfruttamento. Tutto ciò in un contesto generale in cui la penetrazione del potere criminale è fortissima ed alla quale niente di meglio si è saputo opporre che un potere politico e sindacale debole, quando non apertamente colluso, votato alla concertazione, che non ha mai sostenuto uno sviluppo economico e territoriale equilibrato e che ha permesso alla malavita organizzata di attingere indisturbata manovalanza, condannando questa terra ad essere un grande ghetto di degrado e di disperazione, in cui le masse di nuovi poveri sono abbandonati a se stessi, ad una deriva sociale e culturale sapientemente piantonata e controllata perché, ovviamente, funzionale al sistema.
Le scelte politiche che sono state fatte, da sempre hanno puntato su un Nord industrializzato del lavoro, rispetto ad un Sud agricolo e del sottosviluppo. Questo atteggiamento ha scavato un solco culturale tra le due Italie, che permane tutt'oggi. Al Sud, se pur spesso improvvisata e non sempre trasformata in resistenza, l' espressione del popolo vessato, che non ce la fa più, è quella della rivolta. Di eccezioni, cioè di rivolta che diventa resistenza, ne abbiamo: basti pensare alla dura lotta per l' occupazione delle terre (malgestita dallo Stato); al movimento dei senza lavoro negli anni '70, contraddittorio ma diretto e concreto; alle straordinarie lotte del movimento operaio napoletano (di cui troppo poco si conosce). Quando l'iniquità e l'ingiustizia hanno pesato su tutto il corpo della nazione, questo Sud ha saputo dire NO. Ancora un esempio: alla metà degli anni '80 possiamo far risalire l'inizio ufficiale, decretato per referendum, dell'abbattimento dello stato sociale, quando vinsero i si per l'abolizione della scala mobile (imperava il riformismo craxiano). In quella occasione, Nord e Sud confermarono le proprie diversità, infatti al Sud vinsero i no. Evidentemente, lì dove c'è (e ancora c'è, quando c'è), un solo stipendio a mantenere famiglie, peraltro numerose, è più facile percepire il peso di un taglio alla sola fonte di sopravvivenza esistente. Forse, dunque, non è casuale che le peggiori condizioni di vita hanno portato più radicalità nel Sud, che ha sempre condotto grandi battaglie contro i tagli alla spesa pubblica e alla previdenza.
Noi comunisti non possiamo non vedere oggi il degrado sociale e produttivo, l'estendersi della povertà materiale e culturale che ha portato ad un diffuso e sempre più radicato senso dell'inesistenza (e non più della mancanza) del diritto, come se in quella condizione fosse scritto un destino ineluttabile. Non possiamo ignorare gli effetti della demolizione della concentrazione operaia, che con la terziarizzazione della produzione ha subito un colpo di non poco conto nella capacità, già devastata, del movimento operaio, di reazione e di contrattacco. Noi comunisti abbiamo il compito di ridare coscienza alle masse e di tornare ad essere il motore della lotta. Il cambiamento dell'organizzazione produttiva, da un lato ha destrutturato il lavoro e dall'altro ha trascinato nella crisi anche il sistema di garanzie che su quel modello si era determinato. Alla fine del percorso iniziato con l' attacco allo stato sociale rappresentato dall' abolizione della scala mobile, passando per il Pacchetto Treu e per i ripetuti attacchi allo Statuto dei lavoratori, si trovano oggi i progetti di riforma delle condizioni contrattuali di lavoro contenuti nel "libro bianco" presentato dal ministro Maroni, e nel Patto per l’Italia, misure che, insieme alla definitiva messa in discussione dell' art. 18 dello Statuto e dei contratti nazionali, all' ulteriore limitazione del diritto di sciopero e alla privatizzazione del collocamento, propongono, come prossimo obiettivo perseguito dal governo delle destre per conto dei padroni, un' accentuazione di quel "doppio regime salariale" tra Nord e Sud già ampiamente presente.
La somma, la sostanza è sempre quella: far crescere i profitti riducendo il costo del lavoro e il salario, come è avvenuto negli ultimi decenni, riducendo le coperture del sistema pensionistico, compiendo privatizzazioni a tutto campo (specie di sanità, scuola e previdenza ). In realtà, si vorrebbe andare al superamento della fabbrica come luogo di lavoro e di produzione e di conseguenza all'annullamento del sistema di regole, di tutela e di organizzazione dello stato sociale che attorno ad essa si erano costruite. Occorre, invece, fare una forte politica di reindustrializzazione al Sud, naturalmente tenendo conto delle compatibilità ambientali. Questo problema si inserisce nel dibattito sull'occupazione che deve essere affrontato da un punto di vista e in un'ottica di ricomposizione di classe, cioè rispondendo alla domanda: che tipo di lavoro e che capacità hanno i lavoratori di tornare a riunirsi e ad autorganizzarsi? Questo rappresenta uno dei principali strumenti per mezzo dei quali i lavoratori, o gli aspiranti tali, possono ancora contrapporsi alla nuova organizzazione imposta dai padroni.
Di fronte al radicalizzarsi delle contraddizioni e al peggioramento delle condizioni di vita, lo Stato mette in atto politiche sociali che ricordano l'assistenzialismo di matrice democristiana e, prima ancora, laurina. Basti pensare alle varie forme di sussidi erogati alle famiglie indigenti, tra cui il Reddito Minimo di Inserimento che rappresenta uno strumento di ricatto sociale per le forme di clientelismo che alimenta e che serve, fondamentalmente, a sedare focolai di conflittualità.
A causa delle condizioni economiche date, il Sud ha sempre rappresentato un vero e proprio laboratorio in cui sperimentare le forme più feroci di sfruttamento, di flessibilità e di precarizzazione del lavoro. Melfi con il suo moderno sistema di fabbrica integrata, sul modello toyotista della qualità totale, costituisce un esempio drammatico di tutto ciò. Fabbrica integrata significa frammentazione di questa in tante unità produttive, ognuna delle quali costretta a massimizzare gli obiettivi riducendo i costi; qualità totale significa cancellare l'antagonismo di classe perché i lavoratori sono spinti a collaborare, a dare suggerimenti alle imprese come se fosse una cosa loro, in un continuo rilancio della competitività totale tutta interna alle leggi di mercato. In definitiva, la qualità totale è pensata per aumentare i ritmi e la durata di lavoro, abbattendone i costi e la conflittualità capitale lavoro; dunque, questo modello di produzione esige una forza lavoro totalmente addomesticata o addomesticabile. A tal fine, quale terreno migliore di un Mezzogiorno dove la precarietà, l'insicurezza e il ricatto, che alle prime due si lega, la fanno da padroni, per costruire una nuova figura di lavoratore per così dire "elasticizzato". Se il modello toyotista è rimasto comunque un'eccezione, le modalità più consuete di sfruttamento all'interno delle industrie del Sud rimangono quelle fordiste inserite all'interno dei patti territoriali e dei contratti d'area. Non è un caso che il signor Benetton abbia spostato la sua produzione dai Paesi dell'Est al Consorzio Volturno Nord a Pignataro, in provincia di Caserta, dove può applicare particolari e vantaggiosi contratti di lavoro basati su forme di flessibilità che derogano dai vincoli dei contratti nazionali, per l'aumento dei propri profitti.
Il problema vero del Mezzogiorno (ma del Paese tutto) sono i milioni di disoccupati, e prevedere un porto in ogni piccola città costiera, un aeroporto ogni due comuni, il grande centro di ricerca ad ogni angolo di strada, non rappresentano altro che una ulteriore speculazione che va nella direzione di non garantire occupazione, se non nei termini indicati da Confindustria e dai padroni, ai quali i patti territoriali, i contratti d' area, le gabbie salariali, ecc… non bastano più. Infatti, questo nuovo governo ha rilanciato la politica di costruzione delle grandi opere di speculazione edilizia, prima fra tutte il Ponte sullo Stretto di Messina che rappresenterà oltre che uno scempio del paesaggio e del patrimonio ambientale, un'enorme fonte di arricchimento per la criminalità organizzata, che non porterà nuova occupazione, anzi causerà la perdita dei posti di lavoro, ad esempio nelle Ferrovie, né c'è da aspettarsi una riduzione dei costi per l'attraversamento, dal momento che sarà gestito da una società privata. Ciò è tanto più grave se si pensa che con la metà degli investimenti previsti si potrebbero potenziare le vie di comunicazione che, specie in Sicilia, sono talmente inadeguate che lasciano enormi parti dell'Isola completamente tagliate fuori. Mentre si pensa a costruire opere faraoniche come il Ponte, in Sicilia mancano strutture elementari come gli acquedotti, per cui questi territori sono afflitti da una perenne mancanza di acqua.
Del resto nel Sud Italia la questione ambientale può vantare un rapporto di filiazione diretta con la secolare questione meridionale, nel grembo della quale si è sviluppata affiancandosi e intrecciandosi con problematiche di ordine economico e sociale, diventando ennesimo veicolo di sfruttamento e quindi di squilibrio, e di fatto generando gravi momenti di crisi mai del tutto risolti e anzi, spesso lasciati a fermentare.
Il completo disinteresse che i governi precedenti e quello attuale hanno riservato alle politiche di gestione ambientale, da sempre manipolato come mezzo di speculazione, ha condannato sistematicamente il sud ad una arretratezza in campo tecnologico (relativamente alla risoluzione dei problemi ambientali) che di conseguenza lo porta ad essere inquadrato, nell’immaginario generale,, come una pattumiera dove vengono convogliate le scelte più scellerate; esempi ne sono l’individuazione a Scanzano Ionico di un sito a valenza nazionale per le scorie nucleari, che solo una pesante mobilitazione di piazza ha potuto bloccare, la decisione di costruire un mega inceneritore ad Acerra, impianto obsoleto che rappresenta una risposta insensata all’emergenza rifiuti, sbandierato come mezzo di ripresa economica e come anello conclusivo di un ciclo integrato dei rifiuti che non è mai stato avviato. Questo dato è supportato dai numeri relativi alla raccolta differenziata, che identifica un Italia a due velocità: Infatti mentre al nord la raccolta si attesta attorno a valori del 20-25%, al sud viaggia su quote del 5-7%. La mancanza di questo passaggio fa si che l’inceneritore diventi un collettore di rifiuti tal quali, una fonte di inquinamento permanente a diffusione areale: per dirla spiccia una sorta di enorme cassonetto che brucia spandendo letteralmente al vento le sostanze tossiche volatili prodotte dalla combustione; inoltre questa mega struttura, alla stregua del ponte sullo stretto e del deposito di scorie, viene imposta senza previa valutazione di impatto ambientale (V.I.A.), misura di analisi e valutazione preventiva degli effetti prodotti da un progetto sul complesso di fattori ambientali e sociali del territorio, da applicare obbligatoriamente per legge (secondo il DC PM N337 del 1988) a tutti i progetti di valenza comunitaria. Il problema dei rifiuti, nell’ordine delle tematiche ambientali è di natura economica, normativa, tecnica, ma anche e soprattutto culturale; un radicamento culturale forte rispetto alla raccolta differenziata è fondamentale per dare impulso ad una reale coscienza civica, vera fonte di sviluppo: non ha senso prevedere altri impianti in Campania (Salerno, Caserta) come pure in Puglia, Basilicata, Calabria, considerando sopra tutto la loro scarsa valenza nel creare occupazione (poche decine di posti per operai qualificati).
Non fa più scalpore nei media la "scoperta", al Sud, di piccolissime fabbriche in cui giovani donne lavorano a pieno ritmo, senza nessuna tutela e in condizioni servili. Se anche insigni economisti parlano di "femminilizzazione" del mercato del lavoro, è perché questa è l' elemento costitutivo delle nuove condizioni che si sono andate ricostituendo di de-emancipazione e di domesticizzazione della forza lavoro, le stesse che hanno caratterizzato il lavoro femminile, e nel Mezzogiorno in particolare storicamente nella sfera familiare, dove non esisteva e non esiste forza contrattuale o tutela di alcun genere. E sono le donne, appunto, le prime ad essere espulse dai processi produttivi quando il capitale ha bisogno di rigenerarsi e sono assorbite dalle piccole imprese che lavorano per committenti del Nord, sottostando ad orari irregolari e a sottosalario. Questo è il modello di sviluppo che si deve affermare nelle regioni meridionali e che le condanna ad una continua, perpetua subalternità rispetto alle imprese del Nord. I contratti d'area di Manfredonia, di Crotone e di Castellammare sono funzionali a questo modello e sono la rappresentazione tangibile di un rapporto capitale lavoro all'insegna della più indecente e sfrenata supremazia dell'impresa su tutto, e della guerra tra poveri che, inevitabilmente si innesca. Questa è la modernizzazione del Mezzogiorno che coesiste con le forme più tradizionali di sfruttamento, in primo luogo il caporalato che rimane una delle forme principali di reclutamento nelle campagne del Meridione, che negli ultimi decenni non passa più solo prevalentemente sulla pelle delle donne ma anche dei lavoratori immigrati.
Non è possibile che un'illegalità diffusa come il lavoro nero venga protetto e incentivato dalle leggi: dunque, occorre iniziare una grande battaglia per l'abolizione del pacchetto Treu e della L. 30. Ma non possiamo solo chiedere che una cosa data per legale sia resa illegale per legge, dobbiamo anche porci il problema della sopravvivenza delle persone che a questo circuito sono legate e, quindi, la questione del salario garantito diventa centrale. E' proprio attraverso la frammentazione della forza e della lotta operaia che il capitale ha riorganizzato le proprie fila di fuoco. La riduzione dell'orario in questo senso potrebbe prospettare delle soluzioni per l'occupazione. Certo, a questo punto è giusto chiedersi: in una situazione dove la L.223 ha sancito i licenziamenti di massa, con il pacchetto Treu, i patti territoriali, i contratti d'area, con la L. 30, con la precarietà e la flessibilità, che senso ha fare una legge per la riduzione dell'orario di lavoro? Dobbiamo, dunque, prendere atto della realtà e cioè che l'esclusione dal mondo del lavoro e, quindi, pure da quello del consumo è parte della condizione di classe, allora ecco che la prospettiva dell'introduzione di un salario garantito assume una valenza rivoluzionaria, perché questa idea deve essere presa come strumento di lotta per rinegoziare la battaglia per il lavoro, per la riduzione dell'orario di lavoro e per i servizi da una nuova posizione, costringendo i governi ad una politica di responsabilità rispetto ad un diritto che essi negano,obbligandoli a creare occupazione reale oppure a farsi carico di mettere nelle condizioni di vivere dignitosamente tutti e tutte perché "lavoro o non lavoro, vogliamo campare!".
L'introduzione del salario garantito va, dunque, oltre la problematica dell'orario di lavoro perché allarga il fronte delle lotte, perché ha una funzione sociale riferita a tutta la popolazione: un salario garantito per tutti i disoccupati e gli inoccupati iscritti al collocamento a partire dal 18° anno di età, pagato con l’eliminazione degli incentivi alle imprese e legato ad un contratto nazionale nella misura dell’80% (CIGS). Per fare tutto ciò, è necessaria la ricomposizione di un movimento operaio capace di una visione classista, indipendente dalla logica delle politiche concertative adottate, fino ad oggi, dal sindacato.
Altro è il “salario sociale” approvato da una delibera della giunta Bassolino in Campania, di cui tanto si vanta il nostro Partito. Si tratta in realtà di una riedizione del Reddito Minimo di Inserimento. Il “reddito sociale” consiste nell’elargizione di poche centinaia di euro, che fra l’altro comprendono anche un insignificante pacchetto di servizi per poche migliaia di famiglie. E’ grave che il Partito si vanti di una legge che sancisce la divisione tra disoccupati del Sud e del Nord d’Italia, e tra disoccupati e precari. Se proprio vogliamo rivendicare va rivendicato inquanto salario, quindi con lo stesso criterio che si applica al salario del cassintergato, dando la stessa dignità all’uno e all’altro, per consentire a entrambi di vivere in modo dignitoso. Per questo è necessario sostenere il salario garantito, partendo dal principio dell’uguaglianza e dell’unità di tutti i cassintegrati e disoccupati. Il problema della disoccupazione, della restituzione della dignità ai disoccupati è un problema nazionale e pertanto un partito che si dica comunista non può che farne una battaglia nazionale, non può certamente ripiegare su un problema così importante, con una leggina di una Regione in cui si è al governo. Affrontare un problema di questa gravità a livello regionale è come se si condividesse il federalismo di Bossi. Riteniamo dunque sbagliato l’atteggiamento del partito di sostenere il salario sociale senza una proposta alternativa e di lotta che induca il governo a creare occupazione vera.
In conclusione, riteniamo che soltanto organizzando comitati di lotta che vedano come protagonisti, ovunque possibile, lavoratori, disoccupati, precari, migranti e studenti, sia possibile imporre scelte occupazionali che vadano in netta controtendenza con quelle attualmente dominanti, costringendo il governo anche a nazionalizzare le fabbriche che licenziano, evadono, sfruttano manodopera a basso costo (con scarse norme di sicurezza, bassi salari, scarsa specializzazione, part-time, ecc.), a partire dai bisogni della classe lavoratrice e non a beneficio dei soliti padroni. A partire da ciò, la questione meridionale deve essere riconosciuta come questione nazionale.
Nel Mezzogiorno un'indicazione pratica può venire dallo stato di dissesto e di insicurezza in cui versano i territori dove un'opera di bonifica ambientale potrebbe sicuramente creare nuovi posti di lavoro. Occorre, oltremodo, una svolta vera nella redistribuzione della ricchezza da reinvestire nella politica sociale per la rinascita del Mezzogiorno, ad esempio, attraverso l'eliminazione dei privilegi di classe della borghesia; l'abolizione del segreto bancario, commerciale e finanziario quale unica condizione per la lotta all'elusione ed evasione fiscale; l'imposizione di una patrimoniale straordinaria e ordinaria sulle grandi ricchezze; la tassazione progressiva dei grandi profitti e delle rendite; l'abolizione dei trasferimenti pubblici alle imprese, vero assistenzialismo di Stato, che sottrae all'erario pubblico ogni anno migliaia di miliardi.
La questione ambientale alla ribalta da pochi decenni, ha assunto con incredibile celerità, soprattutto negli ultimi quindici anni, un tenore sempre di più sostenuto da inevitabili contraddizioni.
La progressiva intensificazione del conflitto ambientale e l’affermazione del modello capitalista sono uniti non semplicemente da un singolo o doppio filo, ma da una vera e propria autostrada: la sovrapproduzione di merci asseconda appieno la percezione, diffusa dai padroni in favore dei padroni, di un ambiente-serbatoio da cui attingere materie prime a profusione, abusando delle risorse naturali mediante criteri speculari a quelli con cui si abusa delle risorse umane.
Gli stessi disastri ecologici che sortiscono da tale atteggiamento, e che si moltiplicano pericolosamente, vengono di fatto messi a profitto: gli imperi occidentali dai primi ani settanta ad oggi hanno saputo strateggizzare e sapientemente divulgare le disposizioni in materia d’ambiente adattandole al sistema economico dominante.
Tali disposizioni non sono che forme altre di investimento economico a breve termine, del tutto inadeguate sia a salvaguardare i territori e le comunità, sia a strutturare percorsi che conducano alla sola strategia realmente risolutiva, ossia la destrutturazione del sistema capitalista.
Le dinamiche economiche sono necessariamente condizionate da quelle naturali: la ricchezza naturale, substrato fondamentale per la produzione di merci, pone limiti poco discutibili allo sviluppo sostenibile che gli imperi occidentali hano cercato di costruire, dal rapporto MIT (1972) al rapporto Burtland (1987), da Kyoto(1997) a Johannesburg (2002).
La questione ambientale è tanto più radicata nelle società capitalistiche e nelle così dette “democrazie avanzate” dove le aree naturali devono soccombere allo sviluppo delle aree urbane; e dove vige la concezione per cui le problematiche ambientali sono risolvibili man mano che si presentano, come se fossero sempre e tutte reversibili.
Questo atteggiamento è alla base di scelte scellerate che tengono conto dei margini di profitto, più che dei margini di rischio: ciò influisce sul sistema sociale e quindi, di riflesso, sul sistema economico, determinandone gravi momenti di crisi.
Tanto le imprese pubbliche che private che provocano danni all’ambiente nell’espletazione delle proprie attività, generalmente non pagano alcun prezzo: al contrario i costi ricadono completamente sulle comunità e sui loro territori.
Gli apparati di governo, di fatto, hanno imparato bene il gioco delle tre carte, e mentre con una mano mostrano un asso che non c’è (come le ridicole misure antinquinamento proposte dal protocollo di kyoto, o dal convegno di Rio) con l’altra sottraggono capitali da investire in tecnologie “innovative”, in qualche misura disinquinanti, con mero ruolo di distruzione del surplus produttivo (come gli inceneritori), oppure di dispersione del carico di inquinanti (come le marmitte catalitiche).
A fronte di spese miliardarie sostenute ogni anno per queste modifiche puramente formali, solo poche briciole vengono riservate allo studio dei sistemi naturali e all’impiego di tecnologie ( magari anche più semplici) con essi compatibili.
Queste misure, purtroppo, non bastano.
I costi ambientali di grandi progetti, come dighe, strade, sistemi di irrigazione, sistemi di produzione d’energia, sono calcolati in termini di “valutazione d’impatto”, dove non vengono realmente considerate la qualità del territorio e della vita delle popolazioni che vi risiedono.
.Il modo stesso di produzione delle merci a partire dalle materie prime determina l’abbattersi di “danni ambientali”, che hanno in realtà un peso economico, politico e sociale schiacciante.
Uno degli aspetti più preoccupanti dello sviluppo del sistema del capitale è la produzione di rifiuti.
Tanto a livello nazionale quanto regionale la politica di gestione dei rifiuti è stata costruita lungo due decenni con una sorprendente continuità, da forze politiche di centrodestra e centro-sinistra che hanno governato, in materia ambientale, mai contraddicendosi nella sostanza e anzi accordando i rispettivi piani di intervento in tal senso, bloccando, di fatto, la trasformazione economica e culturale del paese.
L’incapacità di materializzare efficaci ed efficienti piani di gestione dei rifiuti a lungo termine,ha comportato danni ecologici, economici, sanitari e culturali, in particolar modo nel meridione: qui la natura cagionevole delle istituzioni ha intensificato i danni generati dalle politiche incoscienti e oscurantiste dello smaltimento dei rifiuti, decretando passi avanti verso la cronicizzazione di un arretratezza già abbastanza sedimentata.
Questo mosaico di danneggiamenti è stato costruito utilizzando una matrice squisitamente politica:
laddove si è preferito applicare sempre soluzioni tampone ai momenti di crisi, piuttosto che mettere in itere percorsi concreti, laddove si è scelto sistematicamente di tacere scelte e decisioni i cui effetti hanno investito e investono in maniera diretta e invasiva le comunità e i loro territori, si legge una incontestabile incapacità di distaccarsi da una eredità politica tarata .
La politica dell’incenerimento, sotto i riflettori in quest’ultimo periodo, in sostanza è il prodotto di una pessima gestione politica ed economica dei rifiuti, che si identifica con la pretesa di imporre sotto l’egida dell’emergenza la costruzione di strutture ad alto impatto ambientale, operando la completa ablazione dei più basilari meccanismi democratici.
Per quanto riguarda invece il differenziamento, i numeri delineano un quadro poco edificante:
a parte qualche esempio virtuoso, la gran parte dei comuni italiani, in particolar modo al sud, non solo è lontana dalla quota del 35% prevista per il 2003 dalla Legge Ronchi, ma è ancora ben lontana da quella soglia minima del 25% di raccolta differenziata che doveva essere raggiunta in tutto il Paese entro il 1999.
Esiste di fatto, una carenza strutturale che divide in due l’Italia, con un Nord dove la raccolta
differenziata dei rifiuti raggiunge il 30% e un Sud dove la percentuale è appena del 5-6%.
Un'Italia a due tempi.
Il dato di fatto che spiega questi risultati fallimentare, soprattutto nel meridione, è uno e trino:
· il sistema clientelare e quello di tangentopoli, mai sconfitto, che continua a dirottare i fondi destinati alla risoluzione dell’emergenza in strutture incapaci tanto di sciogliere la crisi quanto di creare nuova occupazione.
Tutte condizioni oggettive e innegabili che formano un immagine nitida di quanto sia radicata la volontà di continuare a mantenere il sud in uno stato di prostrazione, attraverso le varie ed eventuali possibilità di speculazione che di volta in volta si presentano in materia di gestione ambientale.
La logica della termodistruzione è perfettamente funzionale a quella del mercato, della privatizzazione dell’energia e della malavita organizzata: è stata sbandierata come unica alternativa possibile per risolvere il voluminoso problema dei rifiuti e quindi qualcuno, si dovrà accollare l'onere di ospitare vicino a casa propria quest'impianto; chiaramente, se si considera che i luoghi di produzione sono concentrati in aree dove le condizioni sono più favorevole a generare profitto, questo “qualcuno” sono le comunità di territori già logorati da anni di sfruttamento.
Naturalmente, a nulla valgono le prove inconfutabili del fallimento di questa logica, riscontrate in altre città europee (nelle vicine Germania e Francia) e d’oltreoceano (Canada, Australia, Giappone) che si trovano oggi a fare significativi passi indietro rispetto agli inceneritori.
Un altro aspetto di valenza cruciale in materia ambientale sono i dissesti idrogeologici, in quanto una percentuale elevata dei territori nazionali è a rischio frana e dissesto: zone che sono state sottoposte a selvagge opere di cementificazione, di riduzione della vegetazione, di sfruttamento agricolo, in cui si sono messi in atto quei meccanismi di pericolosità disastrosi per le popolazioni..
La speculazione in atto sul territorio, la mancata attuazione di leggi e norme di tutela ambientale e per contorno, l’instaurarsi di politiche liberiste che si è avuta nel recente ventennio è stata una pratica di profitto continuo per imprenditori e politici spesso collusi con associazioni malavitose, che poco aveva a che vedere con lo “sviluppo” del Paese.
In Italia, da oltre vent’anni l’abusivismo edilizio è stato avallato da una serie di provvedimenti quali il condono prima, ed ora la legge delega: il condono ha incrementato la devastazione del territorio e ha legittimato l’appropriazione privata del demanio pubblico, mentre la delega fa di tutte le normative ambientali leggi fantoccio, plasmabili secondo i flussi di interessi.
Tutto ciò si affianca a leggi-scempio quali la legge Lunardi, quali il decreto Gasparri “sblocca centrali”, propaggini di una finanziaria che si abbatte come una condanna sul paese: le ripercussioni sul fronte sia ambientale che occupazionale, a lungo termine, saranno certamente gravissime, passando per la costruzione di grandi opere e di nuovi impianti di produzione energetica; tutte scelte ad alto impatto ambientale che hanno ignorato le competenze degli enti locali e soprattutto la partecipazione democratica, momento indicato dalle direttive europee come “conditio sine qua non” per l’avvio di ogni intervento sul territorio.
Interi paesi costruiti senza prospezione o monitoraggio del territorio in zone sismiche, carsiche, fluviali; infrastrutture da Paese in via di sviluppo: il livello del degrado abitativo nel Mezzogiorno è in fase sempre ascendente.
E in una fase così delicata il governo Berlusconi si inventa sarto, tagliando e cucendo, cioè ridimensionando, le risorse finanziarie, attraverso manovre che contraddicono di fatto, le previsioni del Governo.
Così: da un lato l’attuazione del DL 194/2002 (conosciuto come il decreto“taglia-deficit”) riduce i finanziamenti alle infrastrutture, sottraendo fondi a Comuni, Province, Regioni ed enti, produce ripercussioni inevitabili sul piano occupazionale; dall’altro la messa in cantiere di mega opere di discutibile valenza economica e di indiscutibile, irreversibile impatto ambientale, determina un aumento del divario tra Nord e Sud del nostro Paese.
Una lista di empietà prodotte da un’impostazione liberista basata sulla centralità dell’impresa, che considera i sistemi ecologici e sociali solo marginalmente.
Le economie neoliberali si identificano appieno nei megaprogetti, proprio perché adoperano un modello di sviluppo che funziona accentrando le risorse e disponendo i territori in funzione del profitto. Tutto ciò passa attraverso continui interventi strutturali: basti pensare al ponte sullo stretto di Messina.
Il governo di tutto ciò si occupa con uno sguardo assai miope, contrapponendo il più ricco mercato delle grandi opere a quello (comunque lucroso) delle opere ordinarie.
Risulta evidente che le risoluzioni in materia ambientale influiscono pesantemente sul bilancio economico.
Anzi, talvolta lo condizionano.
La questione ambientale, in questi termini, è anche questione sociale ed economica, nel senso che
nell’equilibrio economia-ambiente, la dimensione sociale non può essere oltremodo ignorata,
o peggio decurtata, come è stato finora, con altrettanta leggerezza da governi di centro-destra, che di centro-sinistra.
E’ perciò necessaria una politica ambientale mirata al riequilibrio dei territori, e a creare nuove forme di reddito attraverso una gestione accorta dell’ambiente, ridistribuendo così, indirettamente, le risorse, in ferma e decisa contrapposizione alle vigenti politiche di burocraticismo e associazionismo, dove i cambiamenti vengono considerati in via sempre e solo puramente teorica.
Questo oscurantismo istituzionale è esplicito nel velleitario interessamento, mascherato da coscienzioso impegno, che le propaggini ambientaliste, animaliste, ecologiste, legate ai partiti di governo e opposizione, profondono continuativamente nei territori.
Lo stesso PRC non ha assunto concretamente la questione ambientale come questione cardine della lotta per i diritti,e non ha trasferito l’ impegno per la difesa e la salvaguardia dell’ambiente nei movimenti di lotta reale.
Al contrario questo impegno viene strumentalizzato, istituendo dipartimenti e commissioni che lavorano nel silenzio, rispondono con interventi opportunistici, ombrosi e calati dall’alto, di palese natura concertativa, e non sono in grado di sensibilizzare, tanto meno di coinvolgere, una più ampia fetta della base militante.
Questo atteggiamento protezionistico non può produrre alcun cambiamento radicale, perché non produce quadri, non forma coscienze, ed è pertanto un sintomo chiaro della deriva riformista del nostro partito, che invece di innescare le scintille delle lotte ambientali, segue la corrente (nella migliore delle ipotesi) dei movimenti ambientalisti e delle associazioni.
A fronte di una condizione generale di assoluta disinformazione riguardo alle problematiche ambientali, è necessario, ora, aprire campagne di sensibilizzazione nel paese e contemporaneamente aprire uno scontro col governo in parlamento.
L’ ambiente è il substrato di cui dobbiamo avere consapevolezza, una fonte di beni che si configura a tutti gli effetti come un elemento integrato e imprescindibile dalla lotta di classe.
La prospettiva di liberazione della donna è inseparabile da una lettura di classe del mondo contemporaneo. Pur un impegno del Partito nelle lotte di tutti gli sfruttati e gli oppressi a partire da una chiara prospettiva anticapitalista contro ogni logica concertativa.
Il movimento delle donne, specie a partire dagli anni settanta, porta al centro del dibattito politico temi e problemi che fino ad allora erano rimasti del tutto marginali. E' stato in quel periodo che il dibattito sulla questione delle donne è riuscito a permeare sia il mondo della politica organizzata (partiti, istituzioni), sia il mondo sociale, ottenendo anche risultati importanti, se pur limitati, dal punto di vista del diritto (legislazione sulle lavoratrici madri, L.194/78) e del costume, modificando parzialmente gli aspetti relativi alla cultura, al linguaggio, ai rapporti sociali e al sesso, lasciando, però, inalterate le contraddizioni di classe della nostra società.
La debolezza e quindi l'affievolirsi progressivo del movimento delle donne, causato dal mancato raccordo con quelle forze che riconducevano le proprie lotte alla contraddizione capitale-lavoro, ha portato a un corrispondente abbandono di questi temi, che sono oggi appannaggio di pochi gruppi ristretti ed intellettualmente elitari, che non coinvolgono la massa delle donne.
Contrariamente a quanto già avvenuto in passato, il rilancio di una prospettiva di liberazione della donna è, invece, inseparabile da una lettura di classe del mondo contemporaneo. Il Partito della Rifondazione comunista, dunque, è chiamato a criticare e respingere le teorie idealistiche oggi presenti in una parte rilevante del pensiero femminista che concepiscono l'oppressione femminile come fatto dovuto all'imposizione da parte dell'uomo sulla donna del proprio "codice simbolico". Questa tesi, che rimuove la complessa origine storica dell'oppressione femminile per attribuirla ad una radice in ultima analisi biologica, riduce la liberazione della donna ad una rivoluzione simbolica, alla riappropriazione del "proprio linguaggio rimosso", separandola di fatto da un contenuto sociale e prescindendo, in tal modo, da un terreno concreto di lotta mentre la crisi congiunta di capitalismo e riformismo si scarica con raddoppiata violenza sulle donne.
Nei Paesi imperialisti disoccupazione di massa, precariato, flessibilità riguardano spesso, prima di tutto la popolazione femminile. I Paesi dell'Europa orientale, sottoposti all'introduzione brutale delle leggi del mercato, sono oggi sconvolti da una situazione economica disastrosa che determina un drastico abbassamento del livello di vita dei propri cittadini e in particolare delle donne. L'avanzare dei conflitti "etnici", "religiosi", "nazionalisti", "umanitari" comunque sanguinosi pesano ancora di più sulle donne, esempio eclatante quello degli stupri di massa. Nei paesi del terzo e quarto mondo, guerre e miseria provocate e fomentate dalle politiche neocolonialiste dell'Occidente, aggravate dal fondamentalismo religioso dei Paesi a regime teocratico (Iran e Afganistan...) e a modelli culturali sicuramente arretrati e spesso barbarici, rendono insostenibilmente disumana la condizione della donna che paga sulla propria pelle l'essere tale. La fuga dalla propria realtà materiale alla ricerca di condizioni di vita migliori o semplicemente della pura sopravvivenza, in una migrazione irresistibile verso i paesi ricchi, si trova a dover fare i conti con una realtà ostile in cui la guerra tra le classi è sempre più all'ordine del giorno e in cui le donne immigrate rappresentano l'anello più debole della catena, sfruttate nel lavoro dai padroni e spesso sfruttate nelle strade dai loro stessi "compagni".
Anche nei Paesi dell'Occidente capitalista si manifestano in maniera esplosiva le contraddizioni del sistema in crisi. Le donne vengono nuovamente rinchiuse nella sfera del privato, attraverso politiche di sostegno alla famiglia che esaltano il loro ruolo nel lavoro gratuito di riproduzione e cura. Attraverso lo smantellamento dello Stato sociale e la privatizzazione dei servizi viene, infatti, portata avanti una difesa della natalità e di un modello di famiglia su cui lo Stato scarica le proprie inefficienze. Come era prevedibile la vittoria del centrodestra da fiato all'arroganza del peggiore integralismo cattolico. Il diritto delle donne a determinare del proprio corpo è attaccato violentemente, segnando così un forte arretramento rispetto ad una grande conquista di civiltà, quale è stata la L.194 (che pur avrebbe necessitato di miglioramenti), che legalizzando l'aborto l'ha reso possibile a tutte quelle donne che altrimenti sarebbero state vittime dell'ipocrisia violenta che tollera l'aborto illegale. Perdere questa legge significherebbe la fine dell'autonomia femminile, la fine della libertà di scelta e la fine della possibilità e capacità di autogestione delle donne e, in questo senso, rappresenterebbe una sconfitta politica anche per la sinistra di classe.
L’ennesimo attacco al diritto delle donne di disporre del proprio corpo è costituito oggi dalla Legge sulla procreazione medicalmente assistita (PMA), che limita drasticamente il ricorso a questo trattamento alle sole coppie sterili, vieta la fecondazione eterologa, e impedisce la diagnosi preimpianto, che consentirebbe di conoscere lo stato di salute dell’embrione, costringendo la donna a far nascere un bimbo malato. Questa legge rappresenta l’ennesimo tentativo di smantellare il diritto all’interuzione di gravidanza, riconoscendo la personalità giuridica dell’embrione. Questo ignobile provvedimento, imponendo al medico trattamenti rischiosi per la donna, e impedendo la ricerca sulle cellule staminali degli embrioni, da cui può dipendere la vita di milioni di persone affette da gravi malattie, mina il diritto alla salute e calpesta i diritti più elementari di uomini e donne. E’ ancora più grave, perciò, che attorno ad esso si registri l’ennesima convergenza tra centrodestra e centrosinistra: dopo che in Parlamento ai voti delle destre si aggiungono quelli dei cattolici del centrosinistra, e dopo che Rutelli manifesta tutto il suo accordo col provvedimento, i DS prima appoggiano i referendum parziali, che vorrebbero modificare solo alcuni aspetti del provvedimento, poi aprono addirittura alle proposte di modifica portate avanti dalla stessa destra, dichiarandosi disposti a rinunziare alla consultazione popolare. Ancora una volta le forze liberali del CS sposano la cultura reazionaria delle gerarchie cattoliche. Grande è però anche la responsabilità del PRC. Il Partito, prima, ha rinunziato ad organizzare un’opposizione reale nelle piazze, tra le classi popolari, appiattendosi su iniziative con le parlamentari del CS, alla ricerca di un’inutile quanto vuota unità delle opposizioni, portando avanti un discorso di genere, piuttosto che la difesa dei diritti fondamentali. Poi, con l’inizio della raccolta delle firme, è stato ampiamente assente, lasciando l’iniziativa al Partito Radicale.
L'oppressione della donna, proprio per la rilevanza economica che riveste è, dunque, centrale per la società borghese, società, vale la pena sottolinearlo, ancora divisa in classi, società divisa tra oppressi e oppressori. Infatti, quando si impone una nuova tassa, quando si licenzia (le donne sono sempre le prime), aumentando, per chi rimane le ore di straordinario e comprimendo i salari, quando si taglia sui costi sociali (emblematico il fatto di non aver mai visto lo sviluppo della socializzazione di quelle mansioni svolte dalle donne in famiglia), quando si privatizza (pensiamo agli asili nido e al sistema sanitario), i padroni di Confindustria e i loro fidi governi, ci assicurano che tutto è fatto in nome del lavoro e per lo sviluppo del Paese, cioè: per ridimensionare la disoccupazione e rilanciare l'occupazione. Menzogne! In questo quadro sono le fasce sociali più deboli a subire le conseguenze di questa impostazione politica e sociale. Le donne sono, in questo, costrette a subire doppiamente, direttamente e indirettamente, sulla propria pelle il carico di lavoro di cura nei confronti dei soggetti a rischio e marginalizzati in questa società (anziani, malati terminali, sieropositivi, handicappati, ecc.). Il principio di sussidiarietà, orizzontale o verticale che sia, individua come erogatore di prestazioni non solo il soggetto privato (terzo settore), defraudando il soggetto pubblico della sua naturale funzione (vedi la vicenda dei consultori) e relegandolo ad un ruolo marginale di "regia" del servizio (welfare mix e politiche di integrazione socio-sanitaria), ma, attraverso detrazioni fiscali o irrisori assegni, persino lo stesso nucleo familiare che è incentivato a farsi carico dei compiti di cura prima propri del welfare state.
Il diritto alla salute deve essere per il Partito uno dei punti privilegiati di lotta, dove forte e chiara deve essere l'alternativa anticapitalista della nostra proposta, a partire dalla chiara posizione del Prc come forza autonoma di classe sul piano elettorale, nelle istituzioni e negli enti locali, dove il centrosinistra e il centrodestra indifferentemente attaccano e si giocano il diritto alla salute e alla dignità delle persone. Dobbiamo prendere atto della realtà che l'esclusione sociale, quindi l'esclusione dal mondo del lavoro e, quindi, pure da quello del consumo, è parte della condizione di classe. In questa prospettiva l'introduzione di un salario garantito assume una valenza rivoluzionaria perché insieme alla riduzione dell'orario di lavoro, senza flessibilità e annualizzazioni, con l'abolizione per legge dello straordinario e con forti aumenti salariali, con l'abolizione del lavoro notturno per donne e uomini, con una battaglia per la sicurezza sui luoghi di lavoro e contro la discriminazione nelle assunzioni si allarga il fronte della lotta, con una funzione sociale riferita a tutta la popolazione. Bene lo sanno, ad esempio a Napoli, proprio le donne impegnate nella lotta dei disoccupati organizzati che poco si preoccupano delle questioni della differenza di genere ma hanno coscienza che la loro emancipazione passa attraverso la lotta e la rivendicazione non solo del diritto al lavoro o a un salario garantito quando il lavoro non c'è, ma ad una casa (provate a parlarne con le "scantinatiste" di Napoli), a cure sanitarie gratuite e di qualità e ad una istruzione pubblica e per tutti.
In conclusione, occorre spezzare la catena dell'oppressione della donna, così come quella delle varie "oppressioni" e, per questo liberazione della donna e lotta di classe sono inscindibili, nell'ottica di una prospettiva rivoluzionaria per la costruzione di una società socialista. Le battaglie per migliorare le nostre condizioni di vita e di lavoro per difenderci dall'attacco allo Stato sociale e dalle privatizzazioni, per l'autodeterminazione della donna, di gay, lesbiche e transessuali, senza distinzione di colore della pelle sono sicuramente obiettivi che dobbiamo perseguire, ma essi vanno assunti come obiettivi inevitabilmente transitori proprio per il fatto che non sono separabili dal processo più generale di emancipazione della classe lavoratrice. Per fare tutto ciò è necessaria la ricomposizione di un movimento operaio, del quale le lavoratrici sono parte integrante, capace di una visione classista, indipendente dalle logiche concertative e corporative. Se il Partito all'esterno deve dire no con chiarezza alla riapertura del mercato sui corpi di donna, alla mercificazione, all'esclusione e allo sfruttamento dell'individuo al di là dei generi, al proprio interno deve ripensare la questione delle donne reimpostandola nell'ottica di una battaglia in primo luogo culturale che investa cioè il cambiamento del rapporto tra individui nella prospettiva di un cambiamento sociale secondo il metodo e le finalità del socialismo. Ridurre il problema delle donne nel Partito ad un problema di spartizione di "quote", su cui si chiedono criteri vincolanti, è sbagliato e fuorviante. Il problema non è quello di creare delle "riserve indiane" inserendo negli organismi dirigenti e nelle istituzioni un maggior numero di compagne. Il Partito deve porsi l'obiettivo della crescita delle compagne inserendole negli organismi non per quote ma per capacità e per la reale rappresentanza che esse hanno sul territorio e nei luoghi di lavoro in cui operano. Per fare ciò, dobbiamo rimotivarle sulla base di un programma che permetta loro di intervenire nelle lotte presenti e future, con coerenza e credibilità.
La cultura e la formazione sono strumenti di potere, quindi di trasformazione della società.
Di qui l’importanza di un’analisi e di una proposta dei comunisti nei settori scuola e università.
I modelli culturali dominanti non sono altro che lo specchio dei rapporti sociali in una determinata fase storica.
La crisi che investe gli attuali sistemi formativi dei paesi occidentali è, in ultima istanza, il riflesso stesso della crisi del sistema capitalistico e del suo modo di produzione.
A causa di questa crisi, oggi il capitalismo ha necessità di espandersi proprio in quei settori, in cui neppure secondo l’ideologia borghese classica, prima, e keynesiana, poi, la “lunga mano” del mercato doveva avere accesso.
Di qui l’irrompere, a vari livelli, a seconda del grado di sviluppo dei diversi Stati, degli interessi del profitto sul sistema formativo. L’istruzione perde progressivamente quel valore sociale legato ad un’istruzione pubblica, gratuita, di massa e di qualità conquistato con le dure lotte del movimento operaio e studentesco. La formazione e la ricerca scientifica vengono allo stesso modo subordinate alle esigenze di accumulazione: da ciò deriva un effetto di freno esercitato dalle multinazionali e dalle grandi “corporazioni” presenti sul mercato globale nei confronti dell’innovazione tecnologica e delle scoperte scientifiche (vedi le norme sull’utilizzo dei brevetti). Laddove la ricerca viene asservita al mercato, questa non potrà mai essere libera, ma dovrà anch’essa seguire i tempi e le regole imposte da quest’ultimo.
Noi aspiriamo ad una società che superi la divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, in cui l’istruzione ed il lavoro siano complementari, l’uno condizione dell’altro, intimamente congiunti e determinino la crescita e l’emancipazione umana. Solo il “fare con coscienza” può permettere uno sviluppo multilaterale delle capacità umane, e quindi la liberazione dell’uomo e del lavoro dal capitale.
Al contrario, il legame formazione/lavoro che serve all’attuale sistema economico toglie ai giovani ogni capacità creativa e di critica, soprattutto collettiva, sostituendo ad esse l’individualismo più sfrenato e lo sfruttamento.
Le riforme che, in questo senso, stanno trasformando l’istruzione nel nostro Paese si inseriscono in un processo di ristrutturazione legato a doppio filo al consolidamento dell’Unione Europea come polo imperialista contrapposto a quello statunitense. Contrapposizione che si riflette in modelli di istruzione diversi: quello europeo, figlio di uno stato sociale in crisi, che tende in maniera graduale verso il liberismo sfrenato, e quello statunitense, compiutamente liberista.
Le differenze sono soltanto di intensità, non di sostanza, poiché entrambi sottostanno alle stesse logiche.
In tale contesto la situazione italiana è contraddittoria: da una parte un centrosinistra legato indissolubilmente all’imperialismo europeo, dall’altra un centrodestra influenzato dal modello U.S.A.. Il tutto in un contesto economico nazionale caratterizzato da aree profondamente depresse, minate da disoccupazione e rapporti di lavoro clientelare, che ha determinato il ritardo dei processi di ristrutturazione rispetto ai paesi più avanzati d’Europa.
La Riforma dell’istruzione in Italia è cominciata da più di un decennio, ma il vero punto di svolta sono state le riforme dei governi di centrosinistra.
Infatti le riforme Berlinguer – Zecchino hanno letteralmente rivoluzionato vita, tempi, modalità di studio, struttura organizzativa e fini ultimi di scuola e università.
La misurazione del rendimento in crediti formativi, l’ingresso in pianta stabile dei privati nel corpus didattico e finanziario di atenei e scuole, la privatizzazione del diritto allo studio ( trasformazione degli E.di.s.u. in Aziende), i criteri di selezione sempre più rigidi per l’accesso a cultura e formazione (caro – tasse, caro – affitti, caro – libri, ecc…), l’istituzione della laurea specialistica al termine del corso di laurea di primo livello hanno di fatto espulso dall’accesso ad una formazione superiore gli studenti provenienti dalle fasce meno abbienti.
La diminuzione progressiva della spesa pubblica per scuola e università è stato il principale strumento per spingere le stesse nella braccia dei privati. Ciò che più colpisce è il modo in cui i padroni hanno conseguito il massimo risultato con il minimo sforzo. La pratica di una riforma a mosaico realizzata con una serie infinita di leggi, DPCM, regolamenti, per mezzo di accordi tra i due Poli e in nome e per conto di una sostanziale continuità, ha reso più difficile organizzare un’opposizione sistematica e di rilievo nazionale ai piani di ristrutturazione dell’istruzione pubblica. D’altra parte la stessa autonomia didattica e finanziaria ha garantito quella flessibilità di attuazione su base territoriale per poter meglio rispondere alla domanda di mercato locale e per permettere ai privati di modellare a piacimento quella massa studentesca che i padroni non a caso hanno ribattezzato “manodopera cognitiva”.
I privati conseguono, così, l’orientamento e la gestione della didattica universitaria che nel garantire “tecnici della produzione” (ingegneri, fisici etc.) e “tecnici della formazione” (insegnanti, esperti di comunicazione, marketing, etc), promuove una nuova scomposizione dei saperi in un’ottica funzionale alle logiche aziendali di parcellizzazione del lavoro.
In tal modo, la didattica viene destrutturata in questa direzione: sempre più insegnamenti o corsi di laurea vengono soppressi per far posto a nuovi e più specializzati “curricula”. Non è un caso che siano comparse facoltà sponsorizzate e finanziate direttamente dalle grandi imprese (es.: Ingegneria dell’Automobile a Torino finanziata dalla FIAT, Ingegneria Pneumatica a Milano voluta fortemente dalla Pirelli, Scienze dell’Alimentazione a Parma sponsorizzata dalla Barilla).
Conseguenza diretta di questo sistema è l’introduzione, sancita dalla riforma Zecchino, di nuovi e più subdoli strumenti di selezione di classe. Il modello “3+2” ne è un evidente concretizzazione: ciò è divenuto più palese nell’anno accademico appena trascorso, laddove si è concluso per la prima volta il ciclo sperimentale delle lauree triennali all’interno degli atenei italiani. L’avvio delle lauree specialistiche parte con oltre un anno di ritardo e già mostra le sue nefaste conseguenze: in primo luogo la limitazione all’accesso ai corsi di specializzazione.
Per avere un’idea di come l’università all’indomani delle riforme Berlinguer-Zecchino sia sempre più un beneficio per pochi basterebbe dare un’occhiata ai dati sulle iscrizioni negli ultimi anni: fino all’ anno accademico 1996/97 si è registrata una crescita costante delle iscrizioni totali (le quali in quell’anno hanno raggiunto il picco di circa 1milione e 700 mila ); successivamente, quindi a partire dal periodo post- riforma Berlinguer, si è registrato un calo costante, fino al milione e mezzo circa dell’anno accademico appena trascorso.
L’attuale sistema ha quindi lasciato sul campo circa 200 mila studenti: altro che università di massa!
La Riforma Moratti rappresenta un’accelerazione di questo processo: essa inserisce il criterio dell' "1+2+2" (sistema a y) che inasprisce ulteriormente i criteri di selezione e non serve ad altro che a rendere gli studi ancora più flessibili e canalizzati in direzione degli interessi delle imprese: già dopo il primo anno lo studente dev'essere pronto a "recepire" le spinte provenienti dal mercato, e quindi ad uniformarvisi.
Analogo il trattamento riservato dal governo Berlusconi ai ricercatori. La riduzione progressiva dei finanziamenti pubblici e il processo di precarizzazione delle forme contrattuali gravano anche sulle condizioni di vita e di lavoro di questa categoria. La “moltiplicazione” delle cattedre e il presunto aumento di posti di lavoro altro non erano che fumo negli occhi lanciato dall’allora governo di centrosinistra per nascondere gli effettivi tagli sulla busta paga del personale docente e associato
Questa riforma, rispetto alle precedenti, non differisce affatto sotto il profilo dei contenuti, bensì nel metodo di applicazione: la precarietà diviene norma e si moltiplicano anche nel campo della docenza quella miriade di forme contrattuali che già caratterizzano la gran parte del lavoro dipendente.
Analogo è il discorso per quanto concerne il diritto allo studio.
Da una recente inchiesta dell'ISTAT, secondo cui la percentuale di "studenti-lavoratori" (a tempo pieno, part time o al nero) ha oramai superato (52%) quella degli studenti a tempo pieno, risulta chiara l'idea di come la maggioranza degli universitari si trovi in una condizione di sostanziale autosostentamento, costretta a offrire la propria manodopera (spesso sottopagata) per pagarsi gli studi a fronte di una totale mancanza di copertura statale.
Gran parte delle amministrazioni regionali ha, negli ultimi anni, dato il via alla trasformazione degli Enti per il Diritto allo Studio in Aziende (da E.Di.S.U. in A.Di.S.U.). Ciò ha significato l’assunzione di criteri aziendalistici nella necessità di quadrare i bilanci e, come sta già avvenendo, massimizzare gli utili e i profitti abbattendo i costi (cioè i servizi). In realtà la strategia di aziendalizzazione è stata preparata e pianificata negli anni per mezzo di una gestione scellerata da parte degli Edisu e degli stessi enti locali.
Questi provvedimenti appaiono tanto più assurdi se si pensa che negli anni precedenti all’inizio delle aziendalizzazioni gran parte degli Enti per diritto allo studio facevano registrare bilanci costantemente in attivo (nel 1998 le spese complessive a livello nazionale sono state inferiori alle entrate di circa 60 miliardi di lire, nel 1999 di circa 30 miliardi!).
Effetto immediato della strategia di “aziendalizzazione” degli enti pubblici per il diritto allo studio è stato un’immediata precarizzazione, se non la vera e propria scomparsa, di servizi quali mense e residenze per gli studenti, l'aumento dei costi di queste ultime (in molte università dove l’aziendalizzazione è già stata portata a termine i prezzi dei buoni pasto sono “schizzati” fino alla cifra di 8 euro!) nonchè dei prezzi per libri e trasporti urbani, la sempre più limitata elargizione di borse di studio (aumento degli "idonei ma non beneficiari" ) e, dulcis in fundo, la flessibilizzazione ulteriore dei rapporti di lavoro e l’impiego massiccio di lavoratori “assunti” con formule di contratto a termine e precario (interinali).
Nonostante tutto ciò lo studente continua a versare annualmente una tassa regionale per il diritto allo studio in aggiunta alla retta universitaria, il cui impiego da parte degli enti continua a rimanere un mistero...
Inoltre appare del tutto evidente come questo sfascio sia stato agevolato e alimentato da quelle strutture (UDU, CdS, sindacatini e associazioni varie) che negli ultimi anni, nelle vesti, di fedeli cortigiani dei padroni e governi in carica e in nome di una presunta rappresentanza degli interessi degli studenti, hanno ora avallato tacitamente, ora sostenuto apertamente, le linee-guida delle riforme sopra descritte, ricevendo come contropartita il diritto a partecipare alla spartizione del bottino derivante dall’autonomia finanziaria per mezzo di ingenti finanziamenti, spesso mascherati dietro improbabili attività culturali o extradidattiche.
E’ questo il quadro in cui si inserisce il prossimo DPCM sul diritto allo studio, attraverso il quale il governo Berlusconi intende mettere mano ad un ulteriore taglio dei servizi resi agli studenti ed ad una rimodulazione dei criteri di accesso ancor più selettivo (esclusione degli studenti fuoricorso per l’accesso alle borse di studio, abbassamento del tetto ISEE, ecc.). Inoltre si accelera il processo di progressiva cessione di servizi quali quello ristorazione ai privati…
di fronte a questo stato di cose l’unica risposta possibile sta’ nella costruzione di un grande movimento di lotta studentesco che rivendichi, senza alcuna mediazione, piu' finanziamenti al diritto allo studio, gestione pubblica e diretta dei servizi, garanzie occupazionali, meno costi per gli studenti (cioe’ l'esatto contrario di quanto attuato dai governi nazionali e regionali negli ultimi anni).
La riforma prevede per gli alunni il diritto/dovere all’obbligo formativo fino a 18 anni, conseguibile negli istituti di istruzione superiore, nella formazione professionale e tramite l’apprendistato in azienda. Il secondo ciclo dell’istruzione è costituito dal sistema dei Licei e dal sistema dell’Istruzione e della Formazione Professionale: spariscono gli Istituti Tecnici. I licei durano cinque anni (2+2+1), si concludono con un esame di Stato e sono distinti in otto percorsi: artistico, classico, economico, linguistico, musicale e coreutico, scientifico, tecnologico, delle scienze umane. Anche per i licei è prevista l’alternanza scuola-lavoro. La durata dei corsi negli Istituti di Istruzione e formazione professionale sarà di 4 anni, che possono essere svolti anche in alternanza scuola-lavoro o attraverso l’apprendistato, a partire dall’età di 15 anni e attraverso convenzioni tra scuole e imprese, associazioni di categoria e camere di commercio. Per gli studenti degli Istituti di Istruzione e formazione professionale che volessero accedere all’Università è previsto un anno integrativo con esame finale di Stato. Gli Istituti di istruzione e formazione professionale devono garantire dieci aree sull’intero territorio nazionale: agricola-ambientale; tessile-sistema moda; meccanica, chimica e biologica; grafica multimediale; elettrica-elettronica-informatica; edile e del territorio; turistica-alberghiera; aziendale-amministrativa; sociale-sanitaria. Altre aree sono attivate sulla base delle esigenze locali. I titoli di studio terminali e professionalizzanti (periti, ragionieri, geometri, ecc.) che erano conseguibili al termine del percorso scolastico negli Istituti Tecnici e negli Istituti Professionali, col nuovo ordinamento perdono il loro valore legale e potranno essere conseguiti soltanto a conclusione di un percorso universitario.
Per la Formazione professionale vengono proposti percorsi triennali mirati o polivalenti, percorsi annuali di specializzazione, percorsi quadriennali per il Diploma. I titoli e le qualifiche costituiranno la condizione per l’accesso all’istruzione e formazione tecnica superiore; e quelli conseguiti al termine di percorsi di durata almeno quadriennale, previa frequenza di un ulteriore anno integrativo, consentiranno di sostenere l’esame di Stato, utile per l’accesso all’università.
L’alternanza scuola-lavoro non riguarda solo gli studenti della formazione professionale, ma tutti gli studenti delle superiori sia degli istituti professionali che dei licei (art. 1 comma 1). È prevista la presenza di due tutor: uno in azienda (designato dalle imprese) e uno a scuola (designato dalle scuole o dai CFP), con compiti di coordinamento, assistenza e valutazione. Spetta alle scuole e ai CFP valutare le esperienze degli alunni in azienda, sulla base delle indicazioni fornite dal tutor esterno (art. 6 comma 2) e certificare il credito formativo acquisito. Certo, sarà curioso vedere docenti che valuteranno i loro allievi non attenendosi ad un lavoro diretto svolto personalmente, ma sulla base di quanto riferisce un impiegato dell’azienda in cui si è svolto lo stage: insomma una valutazione per interposta persona.
L’unica risposta possibile a questi attacchi è la lotta.
La mobilitazione dei ricercatori, che nella scorsa primavera si è fatta sentire anche nei principali Atenei, se da un lato ha avuto il merito di riportare all'attenzione dell'opinione pubblica lo stato di crisi dell'università, presenta dall'altro due limiti sostanziali. In primo luogo essa può prestarsi alla strumentalizzazione da parte del baronato accademico, fedele fiancheggiatore delle politiche privatistiche, ma sempre pronto ad alzare la voce qualora queste mettano in discussione i suoi privilegi di casta. In secondo luogo il corporativismo insito nelle loro rivendicazioni è oggi il maggior ostacolo verso l'unità di tutti coloro che sono oggetto degli attacchi condotti dal governo. E' perciò necessario superare le divisioni che si sono create all'interno dell'Università tra studenti, lavoratori e ricercatori lanciando una mobilitazione unitaria che abbia come sua base costituente il ritiro di tutta l’attuale Riforma e la messa in discussione di tutti i provvedimenti legislativi pregressi che hanno aperto la strada allo sfacelo attuale.
La ripresa di lotte e mobilitazioni nelle facoltà ha altresì mostrato quanto prezioso sia tuttora il ruolo dei collettivi studenteschi, i quali in un contesto sfavorevole hanno strappato con la lotta importanti, seppur limitati, successi. Le battaglie condotte dai Collettivi, dalle mobilitazioni romane contro l’aumento delle tasse d’iscrizione a quelle napoletane contro le soglie di sbarramento previste dai crediti e la chiusura di mense e residenze universitarie, sono l’esempio di come sia possibile, anche in questa fase, promuovere e organizzare lotte in difesa del diritto allo studio e contro la riforma, al fine di mettere in discussione l’attuale assetto classista dell’Università e della Scuola italiana.
Va, dunque, rilanciata con forza la necessità di un dibattito franco e sincero che affronti a 360 gradi la questione del nostro intervento nel settore.
Evidente è che se si vuole ridefinire un intervento politico e strutturale della nostra organizzazione nei luoghi di lavoro e di studio, bisogna insistere, investire, nuovamente e con maggiore convinzione, proprio in quelle strutture organizzate di settore con le quali, già oggi, possiamo vantare un rapporto organico, cioè in primo luogo i Collettivi: promuoverne di nuovi là dove inesistenti; sviluppare e massimizzare come Partito il lavoro che, quotidianamente, i nostri compagni già svolgono nelle loro Scuole e nei vari Atenei.
L’atteggiamento con il quale il PRC si è finora relazionato alle vicende dell’istruzione è stato aprioristico, superficiale e strumentale: da una parte un ripiegamento teorico in forme idealistiche di intervento nel settore, dall’altra una pratica opportunistica legata a spartizioni di piccole fette di potere.
La stessa Rete nazionale degli universitari, struttura nata circa un anno fa su iniziativa, tra gli altri, di alcuni compagni Giovani Comunisti, si trova praticamente fin dalla sua nascita in uno stato di sostanziale atrofia: riunioni sporadiche, scarsa rappresentatività, scollamento con i bisogni reali degli studenti. Tale difficoltà è da ricondurre in primo luogo ai gravi errori di analisi che molte delle strutture che se ne fanno promotrici scontano rispetto alle attuali ristrutturazioni della didattica, del diritto allo studio, delle modalità di accesso all'università.
Noi dobbiamo costruire un Partito in grado di essere sponda politica non strumentale e punto di riferimento per i collettivi ed il movimento studentesco, dando ad essi una prospettiva di classe.
E' quindi opportuno e urgente riconsiderare il nostro intervento. Occorre mettere mano ad una piattaforma programmatica di rivendicazioni che miri ad aprire un dibattito nazionale su riforma e diritto allo studio, al fine di allargare l'ambito nazionale e aggregare le numerose realtà e collettivi che non sono coinvolti nella Rete.
A tal fine e al fine di mettere in discussione tutti quei nodi finora rimasti irrisolti nella nostra agenda politica, proponiamo una piattaforma di lotta basata sulle seguenti rivendicazioni:
A questi obbiettivi riteniamo vada indirizzato fin da ora il lavoro dei nostri compagni attivi politicamente nelle università.
L’immigrazione è uno dei fenomeni più manifesti dello sviluppo disarmonico e ineguale del capitalismo.
Sono sempre più coloro che lasciano i paesi dell’ Europa dell’ est e del terzo mondo nella speranza di trovare condizioni di vita migliori . Questa prospettiva si infrange, però, di fronte alla precarietà e all’alta ricattabilità proprie alla figura dell’immigrato che diventa forza lavoro a basso costo nelle mani della classe dominante che ne gestisce l’esistenza, nella sua totalità, a proprio uso e consumo.
anche in italia, dove negli ultimi anni il fenomeno sta acquisendo una maggiore portata, le politiche sull’immigrazione,del centrosinistra prima e del centrodestra poi, hanno costruito un impianto legislativo basato sulla repressione e sul ricatto padronale, attraverso la chiusura delle frontiere, i flussi programmati e il controllo poliziesco. il nostro sistema normativo in materia è, infatti, perfettamente in linea con gli accordi di shengen che mirano alla costruzione di una “fortezza-europa” in cui sono liberi di circolare solo capitali e merci.
Ciò di fatto condiziona fortemente sia l’accesso che la permanenza dell’immigrato e ne impedisce quasi sempre la regolarizzazione. La clandestinità si erige così a norma di sistema gettando migliaia di lavoratori nel mercato del lavoro nero.
E’ evidente che questo tipo di politica non mira a risolvere il problema ma piuttosto ad esacerbarlo fino alle estreme conseguenze: il clandestino, in quanto tale, vive in uno stato di illegalità che lo espone alla repressione delle forze dell’ordine, nonché alla propaganda xenofoba e razzista che lo identifica quale principale colpevole dello stato di precarietà in cui versano i lavoratori, scatenando una guerra tra poveri, che allarga la base consensuale delle destre populiste proprio tra le fila della classe operaia.
La gravità di questa situazione non è però da attribuire solo all’attuale governo Berlusconi, che coerentemente con la sua natura opera in direzione opposta a quella delle classe lavoratrice perseguendo l’obbiettivo di lederne l’unità, ma va principalmente imputata a quei governi di centrosinistra che l’hanno preceduto e che hanno posto le vere basi per lo smantellamento dello Stato sociale nel nostro paese.
La Bossi-Fini, infatti, è una diretta emanazione della Turco-Napolitano, legge promossa e varata dall’allora governo Prodi con la nostra complicità. Questa legge contiene già le principali norme di regolamentazione dei flussi e le condizioni necessarie per ottenere il permesso di soggiorno, ma soprattutto è la legge che ha istituito i centri di permanenza temporanea (cpt), dei veri e propri lager in cui la “permanenza temporanea” è detentiva (nonostante qualcuno li chiami “centri di accoglienza”) e non vi è garanzia nemmeno dei diritti inalienabili sanciti dalle convenzioni internazionali. Questi cpt sono gestiti in tutta Italia dall’associazionismo di stampo cattolico (Croce Rossa Italiana, Caritas) e nascondono le peggiori nefandezze dietro gli spessi muri di omertà delle istituzioni. Violenza gratuita, diffusione smodata e illegale di psicofarmaci e la totale alienazione in cui versano i “deportati” sono gli unici elementi certi di cui si è a conoscenza. La gestione economica resta un mistero…
Se quest’ultima già era da considerarsi una legge razzista e xenofoba (come dimostra l’introduzione di misure quali i “campi lager” per la detenzione di immigrati privi di permesso di soggiorno), la Bossi-Fini viene considerata inemendabile persino da quelle associazioni che avevano appoggiato la Turco Napolitano.
Tra i provvedimenti più significativi della proposta Bossi – Fini :
Questa proposta di legge si articola su due piani tra loro direttamente connessi : uno economico e uno repressivo. Trasformare il permesso di soggiorno in “contratto di soggiorno”, ad esempio, significa vincolare la permanenza dell’immigrato e la possibilità di costruirsi condizioni di vita dignitose all’arbitrio e al capriccio del padrone. Questo governo chiede ai lavoratori migranti di condizionare la propria permanenza in Italia ad un contratto di lavoro stabile quando al primo posto, nella propria agenda politica, si pone l’obiettivo di rendere il lavoro completamente privo di garanzie per tutti, prima fra tutte la stabilità del posto di lavoro. In questo modo, si aggrava ulteriormente la ricattabilità del lavoratore migrante. Allo stesso tempo lo Stato italiano si appropria dei contributi versati dal lavoratore che viene espulso : un vero e proprio furto, in quanto la riuscita della possibilità di rimborso, tramite ricorso all’ambasciata italiana nel paese d’origine, è del tutto illusoria. Ancora una volta, la trafila burocratica diventa una barriera per impedire qualsiasi rivendicazione dei propri sacrosanti diritti di lavoratore o lavoratrice. A questi provvedimenti vengono ad aggiungersi quelli a carattere repressivo. Secondo quanto dispone il disegno di legge, entri in Italia perché servi al padrone, vieni licenziato quando non servi più e, di conseguenza automaticamente, diventi clandestino e, quindi, un criminale. Infatti, la condizione di clandestinità viene equiparata ad un qualsiasi reato penale. Questa classe politica sembra aver dimenticato che l’Italia è sempre stato un Paese di emigrazione da poco più di dieci anni è diventata meta di flussi migratori. L’allarmismo alimentato dai media diventa funzionale alla legittimazione di politiche reazionarie e repressive : gli immigrati non sottraggono lavoro ai lavoratori italiani, spesso ricoprono mansioni che gli italiano non svolgono più, tipo lavori stagionali quali la raccolta di pomodori. L’approvazione del disegno di legge Bossi-Fini è strettamente legata alla necessità di abbassare il costo del lavoro, esplicitamente degli immigratimi, in realtà, di tutti i lavoratori, alimentando la concorrenza e la frammentazione della classe lavoratrice. E’, quindi, necessario che i lavoratori immigrati si autorganizzino e lottino in un fronte unitario con i lavoratori italiani per l’emancipazione delle classi sfruttate. Questo può avvenire soltanto legando il progetto politico di sovvertimento dei rapporti sociali ed economici con la coscienza di classe di larghi settori di masse proletarie, nella prospettiva della costruzione di una società socialista.
Le mobilitazioni del movimento hanno sicuramente alzato il livello di attenzione tra la società civile sulla questione dell’immigrazione, ma tutto ciò non basta.
Il ruolo di un partito comunista è quello di offrire una prospettiva alternativa rispetto ad una realtà che si vuole cambiare, perché sbagliata. Per fare questo, occorre andare oltre lo spontaneismo –legittimo e necessario- del movimento e che consideri il fenomeno nella sua integrità materiale e storica. Occorre individuare una piattaforma nella quale possano riconoscersi tutti i lavoratori, che superi i meccanismi padronali della guerra fra poveri e abbia il coraggio di affermare chiaramente quali sono i veri nemici di classe.
Alla luce di ciò il nostro partito non può esimersi dal valutare il peso che comporta una nuova coalizione con quello stesso centro sinistra che, ha conseguito i più feroci attacchi allo stato sociale negli ultimi trenta anni e che ha mortificato il ruolo e l’identità della sinistra in Italia, esercitando una vera e propria politica di alternanza di governo con il centrodestra.
Per garantire pieni diritti agli immigrati non basta cancellare la Bossi-Fini. Bisogna rivendicare una sanatoria generalizzata per tutti i proletari immigrati, la chiusura di tutti i campi lager, il diritto di cittadinanza, il permesso di soggiorno rilasciato dai comuni e non dalle questure. Bisogna in sintesi cancellare la Turco-Napolitano.
Difendere diritti dei proletari immigrati e battersi contro precarietà e flessibilità, opponendosi al lavoro nero e impegnandosi per la loro sindacalizzazione equivale a difendere i diritti di tutti i lavoratori.
All’indomani del crollo dell’URSS e dell’arretramento del movimento operaio, sull’onda della prosperità economica degli USA e dei massicci investimenti quanto a innovazione tecnologica, è venuta affermandosi, nel corso degli anni Novanta, la teoria di “un nuovo capitalismo”, in via di progressiva “globalizzazione”, strutturalmente diverso da quello tradizionale, poiché in grado di risolvere e superare, a partire da se stesso e nei suoi stessi “confini”, le proprie vecchie contraddizioni.
Questa nuova era di prosperità e benessere, impugnata dalla rappresentazione dominante come “mondiale”, doveva esser la riprova del fallimento della lettura e della critica marxiana all’economia politica. Nella sua versione liberista, era nato il mito della “globalizzazione”, nuova “apologia” del Capitale.
Oggi, a distanza di soli dieci anni, la tesi di un capitalismo progressivo capace di superare il ciclo economico di crisi e regressione non poteva trovare smentita più clamorosa.
L’economia capitalistica internazionale, infatti, vive l’onda d’una lunga crisi che morde ormai da più di trent’anni. Esaurito il ciclo d’espansione del secondo dopo-guerra, la tendenza prevalente si conferma essere la spinta alla stagnazione.
I giganteschi processi di restaurazione capitalistica, compiuta o tendenziale, che sono andati verificandosi, a partire dall’`89-`91, nell’intero blocco dei Paesi dell’Est Europeo ed in altri importanti Paesi storicamente non capitalisti come la Cina, pur riavviando un processo di ricomposizione capitalistico dell’ordine mondiale, non hanno segnato l’atteso e declamato rilancio storico dell’economia. Più che tradursi in nuovo o rinnovato trampolino di lancio dello sviluppo economico internazionale, le aree di nuova conquista capitalistica, con il livello di concentrazione di miseria sociale e sottoconsumo rappresentano, al contrario, una realtà di semicolonie del sottosviluppo e, quindi, non un fattore d’incremento ma un freno all’espansione del mercato dei consumi. A nulla è valso l’incremento di produttività attraverso la diffusione di nuove forme di organizzazione del lavoro (toyotismo), la forte concentrazione di innovazione tecnologica (informatizzazione, automazione degli impianti produttivi), la configurazione di nuovi mercati locali di traino.
La globalizzazione economica ha dunque investito non tanto l’economia reale quanto piuttosto quella finanziaria. L’incapacità di valorizzare il capitale reale e la tendenza alla “finanziarizzazione” quale sviluppo del capitale transnazionale, sono il segno stesso della crisi, la cui incidenza si manifesta tanto in sovrapproduzioni generali (mondiali) quanto in sovrapproduzioni locali.
L’innovazione tecnologica e la rivoluzione informatica, le nuove sperimentazioni dell’organizzazione del lavoro e lo sviluppo delle forze produttive atte ad arginare la crisi di valorizzazione (ridurre, ad esempio, i tempi di rotazione del capitale su scala mondiale per incrementare il profitto ottenibile nell’unità di tempo) non promanano dal benessere del capitalismo ma dalla sua crisi. Sorgono, quindi, come sottoprodotto sociale dello sviluppo diseguale di capitali sempre più in competizione tra loro per far fronte all’andamento anarchico del mercato. Questi “effetti” accentuano ulteriormente la contraddizione inscritta, tra centralizzazione finanziaria e proprietaria da una parte e socializzazione del lavoro dall’altra – tra Capitale e Lavoro, quindi – così come prodotta dalla nuova fase apertasi sull’onda della crisi tuttora irrisolta.
Lontano dal risolvere le contraddizioni intercapitalistiche, dunque, il crollo dell’URSS e dei Paesi a “socialismo reale” le ha, in un qualche modo, inasprite, liberate entro uno scenario internazionale del tutto nuovo. Ad ogni livello. La necessità di ridefinire il controllo geo-strategico nelle nuove zone d’influenza, l’esigenza di gestire/organizzare le nuove filiere produttive a livello mondiale, i mutati rapporti di forza tra Paesi dominanti e Paesi dipendenti, hanno inaugurato una nuova stagione di competizione globale, quanto ad accumulazione di capitale su scala mondiale, tra Stati capitalistici, nella loro forma evoluta dei colossi finanziari transnazionali. Competizione tutta inscritta nel quadro storico dell’imperialismo, secondo l’analisi e le previsioni di Lenin: dalla concentrazione monopolistica del capitale finanziario e commerciale al controllo politico-militare delle aree strategiche, dal possedimento diretto delle risorse energetiche al gioco a ribasso sulle condizioni medie della forza lavoro, dalla conquista di nuovi mercati di sbocco per le merci sovraprodotte al controllo dei settori chiave dell’import/export quali nuovi terreni d’investimento di capitale.
La tesi sostenuta da importanti settori della “sinistra critica” e da ampia parte del gruppo dirigente nazionale del PRC secondo cui la categoria leniniana di imperialismo sarebbe superata in direzione della rappresentazione di un mondo unipolare a dominazione centralizzata nordamericana, unico e omogeneo poiché capace di dissolvere in se stesso il ruolo e la funzione degli Stati nazionali tradizionali, denota un’incomprensione assoluta della complessità della realtà. Riconoscendo, inoltre, l’Unione Europea come semplice articolazione interna e subalterna a questo nuovo ordine mondiale, animata peraltro da una relativa rivendicazione d’autonomia locale con pretese “sociali e democratiche”, la nega nel suo carattere di polo imperialistico concorrente diametralmente opposto agli USA, corrompendo e confondendo così l’azione politica e organizzativa dei comunisti nei nostri stessi Paesi.
Già a partire dal ’92, lungi dall’essere un atto puramente formale o di mera ingegneria istituzionale, la nascita dell’UE segnava la conquista diretta degli spazi nell’arena internazionale lasciati vacanti dal declino del Giappone e dall’apertura dei mercati dell’Est Europeo e dei Balcani. La concentrazione monopolistica massiccia dell’industria strategica (banche, telecomunicazioni, settore militare, assicurazioni…) incoraggiata tramite i parametri di Maastricht, la breccia aperta nel muro dell’egemonia monetaria americana con l’imposizione dell’Euro come valuta di importanti transazioni economiche internazionali con Paesi arabi, America Latina e Medio-Oriente (Iraq, Iran…), il progetto di difesa comunitaria e di sviluppo del militarismo autonomo, costituiscono un tentativo reale di assicurare all’imperialismo europeo un sempre più forte posizionamento negli equilibri mondiali.
Ad oggi ancora indiscussa resta la superiorità economica e militare dell’imperialismo nord-americano. La questione è, però, riposta nei rapporti di forza. La ripresa di un forte sviluppo dell’industria militare USA – ed il suo impiego immediato e brutale nel corso di questi anni – è anche un tentativo di controbilanciare ed inibire l’ascesa politica ed economica dell’Europa.
Se da un lato, la partecipazione diretta di Paesi dell’UE (come Italia!) alle ultime imprese militari americane rappresenta un atto di “asservimento” per far fronte all’esigenza di rilanciare la propria economia sul piano internazionale, compartecipando alla spartizione del bottino – qui anche la radice della correità di questi Paesi al massacro, scientificamente organizzato, dei piani di guerra – dall’altro, le “resistenze” di Francia e Germania, finalizzate a proteggere i propri investimenti realizzati fuori e contro i cartelli dell’egemonia monetaria del dollaro USA, esprimono la necessità di conseguire un margine di manovra “indipendente” per affermare, passo dopo passo, un peso politico-economico-militare sempre maggiore, fino ad invertire, in prospettiva, gli attuali rapporti di forza.
Nel quadro delle comuni finalità imperialistiche, si verifica, quindi, il quadro mondiale delle contraddizioni interimperialistiche.
All’interno dell’attuale scenario capitalistico, i contrasti o alleanze tattiche tra potenze imperialiste diventano evidenti:UE e Russia possono accedere alle risorse minerarie solo attraverso il filtro americano, ai prezzi ed alle quantità che vengono concordate tra USA e Paesi detentori. Possono accedervi solo se pagano in dollari, garantendo così la rendita parassitaria del governo di Washington. Di qui, ad esempio le contropartite richieste da Mosca (azioni militari incondizionate in Georgia e Cecenia!) e la strumentale “opposizione” dell’asse Parigi-Berlino rispetto all’aggressione all’Iraq.
Nuove ambizioni, sullo scacchiere internazionale, si affacciano anche da potenze d’ordine più regionale che cercano di inserirsi nella dialettica tra poli concorrenti. Proprio la Russia restaurazionista di Putin, ad esempio, mira a ritagliarsi uno spazio strategico aprendosi un varco mediano tra USA e UE. La Gran Bretagna, dal canto suo, fungendo da crocevia dei rapporti diplomatici tra quest’ultimi, ne ricava peso specifico a livello internazionale. Mentre la burocrazia della nuova Cina, neofita al capitalismo più bieco, tende a capitalizzare il declino strutturale del Giappone.
Allo stato attuale delle cose, se il loro allineamento non è conforme alla regola imposta dal gigante americano, i partner imperialisti euro-asiatici rischiano di essere messi fuori dal circuito di distribuzione. Tra USA, Europa, Russia e Cina, già dal ’91, si combatte una guerra aperta per il controllo del petrolio – quello persico prima, quello carsico poi e ancora quello iracheno – sullo sfondo della definizione delle soglie di controllo dei paesi obiettivi di nuova espansione del capitalismo. Vere e proprie guerre nelle guerre, dunque, fatte di rendite e interessi,profitti e spartizioni.
Ne deriva uno scenario caratterizzato non da un segno di omogeneità ma da fattori di potenziale, possibile o reale instabilità, dove la guerra (commerciale, militare, aperta, sporca, a bassa intensità…) diventa permanente, condizione stessa del normale funzionamento del sistema del profitto. La guerra, quindi, come “necessità oggettiva” del capitale, strumento decisivo, determinante, unico modo tramite cui esso può regolare gli squilibri derivati da uno sviluppo ineguale che accentua le contraddizioni fra frazioni della classe dominante fino a tradurle in forme di conflittualità anche aperta e violenta.
La nascita di nuove organizzazioni internazionali ed il nuovo ruolo assunto da quelle già esistenti (WTO, FMI, ONU, BM, ecc…), pur rispondendo alla necessità avvertita dalla borghesia imperialista di dotarsi di strumenti di “regolazione” adeguati ad un’accumulazione che ha ormai superato gli ambiti strettamente nazionali, lungi dal costituirsi come sorta di autogoverno mondiale, riproducono, al loro interno, la competizione tra imperialismi secondo i diversi rapporti di forza, i precari equilibri o le momentanee compensazioni tra capitali in contrasto tra loro non possono annullare le contraddizioni interimperialistiche ma solo ritardarne le più violente manifestazioni di crisi.
Da tutto ciò consegue che, nell’attuale fase di sviluppo del capitale transnazionale, le contraddizioni non diminuiscono ma aumentano. Così l’intero quadro internazionale viene caratterizzato da una crescente disorganizzazione che smentisce su tutta la linea chi sostiene la tesi di un sistema-impero ormai omogeneo nella sua uniformità “unipolare”.
Questo quadro rende evidente in sé come il “neoliberismo”, metodo dell’accumulazione capitalistica, non può essere combattuto come mera “politica sbagliata”, essendo condizione stessa dei rapporti di capitale. Rapporti realizzati sempre sulla pelle del proletariato internazionale che, con i nuovi e più avanzati livelli di sfruttamento e controllo sociale, con ristrutturazioni progressive e disarticolazioni conseguenti, paga il prezzo del rilancio dell’accumulazione così come sconvolta dalla crisi. Lottare contro il neoliberismo rimanendo all’interno dell’orizzonte capitalistico, dunque, equivale al sogno vano, proprio degli apparati “riformatori”, di determinare un’improbabile capitalismo dal voto umano.
La nuova stagione di militarizzazione delle relazioni internazionali affonda le sue radici più profonde nel processo materiale della realtà economica e va analizzata con metodo scientifico, marxista, non sulla base d’astratte categorie impressioniste. Nessun generico “fondamentalismo del mercato” quale “risposta sbagliata” al “fondamentalismo del terrore”, dunque, come larga parte della sinistra di movimento e della stessa maggioranza del gruppo dirigente del PRC sostiene, nell’urgenza d’un astratto pacifismo tutto teso a capitalizzare i consensi delle piccole-borghesie illuminate. Nessuna “spirale guerra-terrorismo-guerra” da rifuggire in nome d’una non meglio precisata “rivoluzione antropologica” che si vorrebbe supporre come slegata dal contesto delle contraddizioni reali poiché tarata su uno scatto di coscienza individuale. Una tale impostazione di pensiero e la conseguente “pratica non-pratica” attende ad un ordine di mera dichiarazione d’intenti coniugata ad una grave miopia politica.
La reazione militare degli Stati dominanti all’attentato dell’11 settembre rappresenta, invece, il tentativo di strumentalizzare il grave atto terroristico e le sue pesanti ricadute emotive come “giustificazione ideologica” del rilancio di interessi imperialistici in aree strategiche del pianeta ed il conseguente tentativo di annientamento di qualsiasi forma di dissidenza rispetto alle politiche dominanti.
Consolidare ed estendere il controllo economico, politico e militare, in aree tradizionalmente interdette alla penetrazione capitalistica in vista della fruizione diretta delle risorse energetiche; intimidire i movimenti di liberazione nazionale dei paesi dipendenti; colpire e disarticolare ulteriormente il movimento operaio internazionale, compreso quello occidentale sul quale si abbattono i costi del militarismo (in termini di progressiva precarizzazione delle condizioni di vita e lavoro, smantellamento dei livelli di protezione sociale conquistati con anni di dure lotte, ecc…); disperdere la ripresa e l’organizzazione internazionale dei movimenti di lotta; combattere la recessione dell’economia mondiale col rilancio dell’industria militare; sono le finalità molteplici e concrete di questa nuova stagione di guerra.
Il rapido succedersi degli avvenimenti che ha registrato la guerra in Afghanistan prima – tutt’altro che conclusa! – e l’attacco all’Iraq poi, sono l’ulteriore dimostrazione della relazione contraddittoria che intercorre tra la nuova o rinnovata tensione imperialistica dei Paesi dominanti e la nuova instabilità del mondo.
All’incalzare dell’aggressione dell’imperialismo e dei suoi emissari, infatti, corrisponde un sempre più vasto sentimento di ribellione ormai proprio a interi settori di massa. Alla presenza delle truppe euro-americane – che si è tradotta in regime di occupazione militare permanente – gli Irakeni stanno contrapponendo una strenua opposizione di massa.
La continua e crescente resistenza popolare irakena sta trasformando il Paese da base della riorganizzazione imperialistica del Medio-Oriente a maggior fattore di destabilizzazione dell’area e dello scacchiere ad esso più prossimo. Dall’Arabia Saudita alla Turchia, dalle Filippine all’Indonesia.
Analogamente accade in Afghanistan, dove la resistenza popolare riorganizza le sue fila contro un governo fantoccio “neoeletto” – quello di Karzai – che è diretta espressione degli interessi occidentali e percepito come nemico.
I palestinesi, costretti per anni a fronteggiare da soli il terrorismo militare d’Israele, cominciano a guardare, con sempre maggiore interesse a ciò che avviene in questi due Paesi, nella convinzione che solo una lotta antimperialista a tutto campo possa porre le condizioni per la realizzazione della loro indipendenza e della loro liberazione. L’infame “muro di sicurezza” (muro della vergogna, in verità) che il governo razzista e fascista di Sharon sta innalzando per rinchiudere i Palestinesi in un enorme “lager a cielo aperto”, il mancato ritiro delle colonie armate israeliane dai territori Occupati, i continui bombardamenti, i bulldozer, ecc… rappresentano il tentativo di reprimere definitivamente la lotta e la dignità d’un popolo che storicamente resiste all’avanzata imperialista. Del resto, la stessa “Road Map” di Bush ed il “piano di pace” elaborato dall’ala labor del regime sionista in combutta con i leader delle feudo-borghesie arabe – riesumando gli Accordi di Oslo del ’93 a mera soddisfazione degli appetiti territoriali delle classi dominanti dell’area e non delle legittime aspirazioni d’indipendenza e liberazione dei Palestinesi – muove dall’intenzione diretta di aiutare USA e Israele ad uscire dalla “polveriera” mediorientale quale vicolo cieco in cui si sono cacciati.
I governi occidentali sono costretti ad ammettere ingenti perdite tra i propri eserciti a causa dell’intensificarsi di una resistenza armata che ormai assume proporzioni che difficilmente potevano essere immaginate prima. Una lotta che comincia a travalicare i confini nazionali: le divisioni etniche e religiose (che gli USA continuano a fomentare) in nome di un fronte unico delle masse arabe contro l’imperialismo. La stessa solidarietà espressa alla resistenza popolare da governi arabi dell’area (ad esempio la Siria o il Libano) appare, ora, meno formale e più convincente. Nella stessa direzione muovono dichiarazioni delle organizzazioni antiglobalizzazione riunitesi solo pochi mesi fa a Beirut in occasione del 22° anniversario della resistenza del popolo libanese.
Così, ai governi di guerra non resta che fare appello alle deboli coscienze delle popolazioni occidentali, nel tentativo di garantirsi il necessario consenso interno per legittimare l’intensificazione delle operazioni belliche e i relativi costi sociali che queste impongono a lavoratori, operai e disoccupati. La propaganda di guerra diventa “informazione ufficiale” nell’equiparazione, falsa e mistificatoria, tra resistenza e terrorismo, secondo una retorica tanto cara ai regimi fascisti storici. L’informazione manipolata impone al senso comune l’idea di “guerra legittima” ed il concetto stesso di “guerra giusta”, strumentalizzando le perdite registrate tra i propri eserciti. Esemplare è il caso dell’Italia dove il recuperato clima di “unità nazionale”, creato dai mass-media intorno alle vicende relative agli attacchi ed ai rapimenti subiti da militari e cittadini italiani in Iraq, si è tradotto in un’ulteriore giustificazione della partecipazione italiana ad una guerra coloniale spacciata per “missione di pace”.
La destabilizzazione derivata dalla guerra ha fatto esplodere, come ulteriore elemento della crisi mondiale, la crisi rimasta insoluta della Russia post-sovietica. La ripresa delle ostilità in Georgia, il grande nodo irrisolto della Cecenia, il collasso dei governi “riformatori” nell’intera ex-area d’influenza sovietica, rappresentano nuovi, gravi sconvolgimenti nel processo di restaurazione capitalistica.
Mentre gli eventi che hanno caratterizzato, negli ultimi anni, la resistenza sud-americana alle politiche invasive del capitale – dall’Argentina alla Bolivia, dall’Equador al Perù al Venezuela – rappresentano già un importante salto qualitativo in direzione della acquisizione progressiva della consapevolezza che solo la presa del potere politico potrà rendere giustizia alle masse di diseredati quali prodotto del supersfruttamento imposto dalle leggi dell’accumulazione capitalistica.
Lo sviluppo progressivo delle forze produttive, infatti, se da un lato è causa prima dell’acuirsi delle contraddizioni che da essa stessa derivano, dall’altro rende, rispetto al passato, il comunismo “più realizzabile”. La prospettiva socialista, l’unica via praticabile.
illusione riformiste ed attualità del Socialismo
Anche negli stessi Paesi dominanti la crisi politica si acuisce a causa dell’inasprirsi della crisi economica. E da vigore a un movimento di massa contro la guerra che segna un passo importante nel panorama della mobilitazione internazionale capace di portare in piazza centinaia di milioni di persone ha dimostrato, così, di saper recepire e dare risposta, seppur ancora parziale, disorganizzata, discontinua, a un dissenso nei confronti della propaganda e dell'azione bellica diffuso ormai su scala mondiale. Costituisce, pertanto, un prezioso riferimento per i comunisti.
Sarebbe inconcepibile pensare a forme d’intervento politico su basi internazionalistiche che prescindano da questo movimento. Compito dei comunisti dev’essere, tanto più, quello di lavorare ad un suo allargamento, radicandolo laddove non esiste o sconta difficoltà organizzative, quindi in primo luogo nelle sue articolazioni territoriali (quartieri, scuole, università, luoghi di lavoro). Soprattutto in questa fase, nel momento in cui il disegno dominante inizia a mostrare palesemente il proprio fallimento politico e militare, è quanto mai necessario far vivere, in qualsiasi ambito di lotta e di rivendicazione, le parole d'ordine del rifiuto della guerra e del ritiro immediato delle truppe: è essenziale per i comunisti ricondurre ogni battaglia, vertenza o movimento d’opposizione alle politiche dominanti, sul piano generale come su quello locale, alla battaglia internazionalista ed antimperialista. Fronte di lotta “interno” (rivendicazioni immediate nei propri Paesi) e fronte “esterno” (solidarietà militante internazionalista) sono e devono essere, per i comunisti in questa fase storica, intimamente connessi.
L’attuale quadro internazionale, infatti, conferma più che mai la chiusura di qualsiasi spazio storico riformistico. La crisi capitalistica e il crollo dell’URSS, nella loro combinazione, hanno cancellato addirittura i presupposti materiali delle cosiddette concessioni riformatrici maturate in occidente dal secondo dopoguerra. Ovunque le classi dominanti lavorano all’erosione progressiva di quanto era stato loro sottratto e conquistato dal movimento operaio con lunghi anni di lotte. Ovunque i governi dell’alternanza borghese (siano essi centro-destra o di centro-sinistra!) fanno proprie e gestiscono le stesse politiche anti-operaie ed anti-popolari, imponendo, così, ulteriori sacrifici a schiere sempre più larghe di popolazione. Ovunque la presenza al governo dei “partiti comunisti”, nel seno di coalizioni riformatrici, si è tradotto in una loro diretta corresponsabilizzazione alle politiche controriformiste che ha minato le fondamenta dei loro rapporti di massa.
Pertanto, fuori e contro ogni illusione legata ai “governi riformatori a democrazia progressiva” – storicamente falliti, dai “fronti popolari” di Spagna e Francia negli anni Trenta ai governi d’unità nazionale del Portogallo negli anni Settanta! – la svolta storica del nostro tempo ripropone, con maggiore urgenza, la necessità di una rottura strategica col riformismo quale decisivo fondamento di una vera rifondazione comunista.
Partiti e apparati del centrosinistra possono anche permettersi il lusso di limitarsi a denunciare gli orrori della guerra dal piedistallo di un'aula parlamentare – fermo restando, poi, l’appoggio incondizionato dei crediti di guerra per il rinnovo delle missioni militari! – e sfilare in piazza, una volta ogni tanto, per catturare qualche voto pacifista. I comunisti, al contrario, non solo non possono concepire un movimento come una mera passerella propagandistica, ma devono combattere a viso aperto contro tutti coloro che speculano sul movimento stesso.
Non possiamo esimerci, però, dall'osservare come l'iniziativa del movimento sia stata spesso altalenante sul piano organizzativo e balbettante sul piano strettamente politico. In Italia abbiamo assistito, parallelamente, alla crisi irreversibile dei "social forum" e al fallimento degli innumerevoli tentativi di strutturazione permanente delle realtà facenti riferimento alla galassia "no global". Regressivo si è dimostrato l’ambito di continua “mediazione” tra strutture incompatibili tra loro per cultura e linea politica, strategia e pratica d'azione. Il risultato è stato l'allontanamento progressivo delle forze vive del movimento (in primo luogo studenti, lavoratori e disoccupati) e la creazione, di conseguenza, di un ceto politico "no war" sempre più tendente all'auto-rappresentazione.
Evidentemente ritorna l'eterno nodo relativo alla direzione del movimento. Per i comunisti dirigere non significa semplicemente conquistare la testa di un corteo, né tanto meno pretendere che l'intero movimento sposi appieno, da un giorno all'altro, le tesi rivoluzionarie. Dirigere vuol dire in primo luogo dimostrare. Proporre. Assumersi le conseguenti responsabilità. Dimostrare con il lavoro politico quotidiano, nel movimento come nella classe, la necessità storica per i lavoratori e i proletari di prender posizione e mobilitarsi contro la guerra e contro i governi che la conducono e l'appoggiano. Proporre nella pratica la spiegazione e la denuncia del nesso profondo che lega la guerra alla sua causa reale e, quindi, la necessità oggettiva di superare il sistema capitalistico come condizione necessaria per porre fine alla barbarie cui è relegata, ormai, gran parte dell’umanità, a Sud come a Nord, nelle nostre metropoli come nel Medio-Oriente, dall’Asia all’Africa all’America Latina. Assumere la responsabilità dell’azione conseguente, nel tempo della ripresa di una rinnovata conflittualità di classe su scale mondiale, quale possibilità di rivendicare, ancora e nuovamente, la gestione sociale degli strumenti di produzione e dello Stato quale alternativa unica all’origine stessa delle contraddizioni capitaliste – la proprietà privata degli strumenti di produzione! – che imbriglia e dirige ai suoi fini lo sviluppo mondiale delle forze produttive.
Le domande sociali più elementari (difesa delle protezioni sociali, del lavoro, del salario…), infatti, si scontrano, oggi più che mai, con gli imperativi imposti dalla logica del profitto e dalla competizione globale. Così come le rivendicazioni ambientaliste vengono frustrate da un mercato che sempre più assimila a sé la natura. Analogamente le rivendicazioni indipendentiste o di liberazione nazionale dei popoli oppressi configgono, in maniera violenta, con le nuove rincorse coloniali degli Stati imperialisti e le stesse rivendicazioni antimilitariste e pacifiste sono annullate all’ombra del dilagare della guerra permanente quale mezzo di “risoluzione” delle controversie internazionali. Le stesse brevi domande di democratizzazione del tessuto della società civile si infrangono contro la svolta autoritaria e repressiva dello Stato e la conseguente chiusura degli spazi di agibilità democratica.
Qualsiasi petizione di progresso, in definitiva, cozza con la natura d’un sistema che, in risposta alla sua crisi, tende a “radicalizzarsi” in forme sempre più opprimenti e violente.
Tutto ciò richiama oggi obiettivamente ad un nuovo ordine mondiale, ad un’alternativa di sistema. Se è vero che “un altro mondo è possibile”, esso è possibile non certo come riforma del capitale e delle sue compatibilità ma solo ed esclusivamente come rottura degli attuali rapporti proprietari e produttivi. Solo come Socialismo.
Recuperare l’essenziale del manifesto-programma di Marx ed Engels, rivendicando l’abolizione della proprietà privata capitalista come acquisizione della proprietà collettiva dei mezzi di produzione, distribuzione, comunicazione, significa impugnare qualsiasi rivendicazione di classe, di libertà, democratica, pacifista, ambientalista contro il capitale per il suo rovesciamento. Significa lottare contro l’irrazionalità di un sistema in cui la crescita della povertà dipende da un eccesso di ricchezza prodotta, in nome di una gestione sociale razionalmente pianificata dell’economia mondiale basata sul primato della qualità della vita, dei bisogni sociali, della tutela ambientale. Significa, in definitiva, lavorare in direzione dell’organizzazione del proletariato internazionale come nuova classe dominante, rompendo, per via rivoluzionaria, l’involucro dei rapporti sociali capitalistici per un’alternativa di società, liberata dalla barbarie di un sistema fondato sulla violenza della sottomissione e dello sfruttamento.
Chi oggi nega questa necessità – la necessità della trasformazione rivoluzionaria dei rapporti sociali – nega la condizione stessa di “un altro mondo possibile”. Nessun socialismo, nessun nuovo ordine mondiale potrà mai affermarsi all’ombra dell’apparato dello Stato borghese né è pensabile che le condizioni della liberazione sociali possano trovare strumento in quello Stato. La rottura della macchina statale della borghesia, il suo rovesciamento e, quindi, la conquista del potere politico, è presupposto fondante della concezione rivoluzionaria. Viceversa, l’astratto richiamo alla categoria rivoluzionaria senza la prospettiva strategica della messa in discussione dello Stato borghese riduce ciò che storicamente ha significato il movimento reale dell’emancipazione delle classi oppresse a vuota “formula scarlatta”. Un ”altro mondo possibile” a improbabile metafisica del dissenso.
Compito dei comunisti, in definitiva, è quello di rafforzare politicamente la prospettiva del Comunismo che va sempre più maturando come necessità storica oggettiva.
Il rilancio internazionale della prospettiva socialista e rivoluzionaria nella sua complessità diviene punto all’ordine del giorno, nell’attuale fase storica. Tema centrale non solo per quanto attiene all’identità dei comunisti o ad un’astratta petizione “ideologica”, bensì risposta all’interesse generale delle classi subalterne, dei popoli oppressi, della larga maggioranza dell’umanità.
La rifondazione comunista si presenta dunque, oggi più che mai, come necessità internazionale. Se da un lato lo sviluppo delle forze produttive e dei processi sociali investe un piano immediatamente mondiale, dall’altro la crisi sociale e politica, che da questo promana, rappresenta un elemento di contraddizione stridente che oggettivamente spinge verso la prospettiva superamento del modo di produzione capitalistico.
Contemporaneamente, la riproduzione allargata dei rapporti sociali capitalistici su scala internazionale fa emergere un proletariato mondiale che, de facto, esprime una “soggettività” potenzialmente in grado – pur tra numerose diversità – di sostenere-agire-realizzare politicamente e per la prima volta nella storia, pienamente, la necessità/possibilità dell’alternativa di sistema e di potere.
La rifondazione di un nuovo internazionalismo proletario e delle sue forme/strutture organizzative diventa terreno politico/pratico ineludibile, per i comunisti in questa fase storica.
Il fallimento delle Internazionali passate e l’attuale assenza di un reale coordinamento internazionale, quale ordine di raggruppamento dell’avanguardia di classe, su basi marxiste e rivoluzionarie così come necessarie al metodo ed al programma di transizione, rappresentano una difficoltà oggettiva di ricomposizione politica del proletariato.
I tentativi, ad oggi già avviati, di “rifondare” Internazionali storicamente già concluse, risultano del tutto insufficienti a rappresentare, organizzare e dirigere il movimento operaio internazionale.
Ne consegue che l’esistenza di un proletariato da ricomporre politicamente, il suo mancato riferimento politco-organizzativo internazionale e la velocità degli sviluppi mondiali impongono ai comunisti di dotarsi degli strumenti politici adeguati ai loro compiti di fase. Rendono necessario accelerare senza posa il processo di rifondazione di un’Internazionale che si ispiri direttamente ai principi della Rivoluzione d’Ottobre ed al suo programma. Ciò ch’è fallito in URSS, infatti, non è stato né la pianificazione dell’economia né la conquista del potere politico e dello Stato, né il superamento rivoluzionario della democrazia borghese né, tanto meno, il potere dei soviet. Al contrario, l’instaurazione d’un più alto ed avanzato livello di democrazia – poiché diretta, proletaria e popolare, realmente rappresentativa – ha rappresentato storicamente un insostituibile riferimento per l’intero movimento comunista internazionale. A fallire, invece, è stata l’assunzione progressiva d’una burocrazia di partito che s’è impadronita di uno stato operaio tradotto, così, in apparato repressivo del blocco operaio.
Recuperare, invece, il programma originario della Rivoluzione d’Ottobre, quale fondamento dell’Internazionale dei lavoratori e dei suoi compiti, significa trarre la lezione essenziale lasciataci da Lenin e Gramsci: l’esigenza di darsi un’organizzazione responsabile e capace, internazionalmente coordinata, in grado di coniugare l’abolizione della proprietà privata con la costruzione d’un nuovo potere.
La svolta d’epoca attuale, infatti, rende del tutto improponibile la vecchia separazione – propria alla II Internazionale in opposizione alla quale nacque il movimento comunista internazionale – tra “programma minimo” e “programma massimo” del movimento operaio. Nel quadro della crisi capitalistica, ogni rivendicazione dell’immediato (casa, lavoro, ambiente, diritti sociali in genere…) diviene incompatibile col suo involucro capitalistico, mentre il livello medio di coscienza politica delle masse resta ampiamente al di sotto delle proprie esigenze di emancipazione e di riscatto. Questa contraddizione di fondo riattualizza la concezione del programma e del metodo di transizione: un programma, indispensabile all’organizzazione, in teoria e pratica, della rifondazione rivoluzionaria internazionale, poiché in grado di legare d’insieme l’attuale coscienza delle masse alla necessità della rottura anticapitalistica tramite l’individuazione di obiettivi transitori tutti tesi all’unificazione internazionale delle lotte in rapporto al programma d’azione del movimento operaio internazionale.
Partendo, infatti, dalla constatazione che le forze produttive si sviluppano e possono svilupparsi ulteriormente solo in una dimensione planetaria, ne consegue che qualsiasi presupposto teorico, pratico od organizzativo che non sia orientato in prospettiva “mondializzata” viene tarpato nella sua reale possibilità d’incidenza. Qualsiasi “socialismo” di ordine “locale” e concluso nei “confini d’un sol Paese”, dunque, equivarrebbe ad una generalizzazione egualitaria di una miseria relativa.
Il movimento marxista si è da sempre concepito come movimento internazionale e lo stesso carattere internazionalista degli orientamenti programmatici del marxismo conferisce carattere internazionalista al partito dei comunisti. Il rifiuto di assumere la prospettiva strategica dell’internazionalismo comunista e del conseguente piano organizzativo – persino come terreno di discussione! – rappresenta uno degli errori più gravi dell’attuale maggioranza del gruppo dirigente del PRC. Sia che tale rifiuto muova da posizioni di tipo “campista”(che individuerebbero come asse “antimperialista” internazionale improbabili alleanze tra Cina, Russia e India) poiché del tutto prive di basi e analisi di classe; sia che provenga da culture politiche “altermondiste” che coniugano le nuove suggestioni dell’attuale sinistra critica con le vecchie posizioni, relative alla possibilità dei “governi riformatori”, delle socialdemocrazie di sinistra.
Non è un caso che entrambe le prospettive rigettino il concetto stesso, oltre al programma ed alla pratica, dell’internazionalismo. L’Internazionale non serve né per conservare le grigie burocrazie di partito, né per sviluppare mera critica intellettuale alle ingiustizie del mondo; né per chiedere la Tobin Tax ad un governo dell’alternanza borghese né per votarsi alla disobbedienza fine a se stessa. L’Internazionale serve alla Rivoluzione e se si respinge la Rivoluzione si nega l’internazionale nel suo complesso, in teoria, pratica, obiettivi.
Ed in questo segno nasce il Partito della Sinistra Europea. Non quello che doveva e poteva essere, ossia primo passo della ricomposizione anticapitalistica d’avanguardia del proletariato europeo, inquadrato in un più ampio percorso internazionalista, bensì raccordo tra organizzazioni e partiti del tutto organici al quadro delle compatibilità sistemiche europeiste (“l’Europa sociale”!) cui restano profondamente legati, sospingendo, di fatto, ampie masse di lavoratori nel solco della “difesa” dell’imperialismo ”di casa propria” giacché contrapposto a quello americano. Nella palude del “social-sciovinismo”. Nel vicolo cieco della sconfitta, in definitiva.
L’imperialismo non è una politica che si può “riformare”, ma un sistema di sfruttamento e guerra. La guerra imperialista è il concentrato del ”normale” funzionamento del sistema del profitto. Ma lo sviluppo del militarismo e della guerra è inseparabile dal contesto generale della crisi capitalistica.
Abbattere questo sistema significa rilanciare una coerente opposizione di classe alle politiche guerrafondaie del capitalismo e a quelle socialdemocratiche, solidali e complici con i governi in guerra. L’attuale quadro generale di crisi e regressione rivela una volta di più il carattere utopico di ogni progetto riformistico e l’ipocrisia del pacifismo istituzionale che si manifesta attraverso la proposta di un intervento di organizzazioni internazionali come l’ONU chiamate a dirimere questioni estranee agli interessi del proletariato. Significa rilanciare un nuovo orizzonte strategico apertamente rivoluzionario e coerentemente internazionalista.
Non è sufficiente, dunque, limitarsi alla mistica “retorica del dissenso” dei movimenti pacifisti: si tratta, invece, di ricondurre il generico sentimento antiliberista che caratterizza le giovani generazioni ad una chiara prospettiva socialista la sola che possa svilupparle sul terreno della lotta antimperialista, fuori da ogni illusione astrattamente pacifista o riformatrice. La sola in grado di fondare concretamente il riferimento alla classe operaia quale soggetto centrale del blocco storico alternativo e della trasformazione rivoluzionaria. La sola che possa offrire un futuro ai movimenti stessi.
Di qui la necessità di fare avanzare la lotta sul terreno dello scontro di classe, moltiplicandone i fronti di mobilitazione diretta e protesta sociale a partire dai luoghi di lavoro e dai territori di riferimento. Di costruire nuovi scioperi generali per estendere e generalizzare la lotta per la difesa degli interessi di classe, fuori da qualsiasi suggestione di collaborazione interclassista. Di spezzare i regimi produttivi dei paesi imperialisti e di allargare il fronte di opposizione sociale alle politiche dominanti, per sabotare la macchina militare dello Stato borghese.
Repressione del dissenso e attacco frontale alle condizioni di vita e di lavoro marciano di pari passo. Il potere di abbattere questo sistema di guerra e oppressione, razzismo e sfruttamento, deve essere nelle mani di un partito in grado di organizzare e condurre coscientemente l’azione di classe, dal piccolo delle vertenze territoriali di settore o di categoria fino alla messa in discussione radicale dei paradigmi stessi delle società capitalistiche. Un partito che, fuori da mere logiche elettoraliste, recuperi la sostanza profonda dell’internazionalismo comunista nella sua accezione più ampia: non mero solidarismo di facciata, ma rivendicazione diretta e militante delle lotte e dei movimenti popolari di altri Paesi come elemento permanente di caratterizzazione dello stesso programma comunista.
La ricomposizione di una dimensione internazionale della lotta per il socialismo – unica credibile alternativa al fallimento dei miti liberali sorti dopo l’89, delle politiche socialdemocratiche degli ultimi anni e della recente deriva di destra – diventa obiettivo essenziale.
In quest’ottica i comunisti devono lavorare in direzione della ricostruzione del partito di classe, facendo proprie le battaglie del movimento operaio fuori e contro le logiche sistemiche in una prospettiva internazionalista. Lavorare, quindi, in direzione della ricomposizione del fronte unico operaio come coordinamento unitario delle lotte sindacali internazionali. Lotte che rischiano di spegnersi sull’altare della collaborazione di classe.
Necessaria è, dunque, una svolta politica e programmatica del PRC, in direzione della prospettiva dell’Internazionale comunista come partito mondiale della classe lavoratrice.
Al capitalismo globalizzato può e deve contrapporsi il partito mondiale della classe operaia. Strumento indispensabile di sviluppo di coscienza politica di massa e direzione alternativa. Raggruppamento democratico, omogeneo e cosciente delle forze rivoluzionarie dell’avanguardia di classe. Un partito che viva e porti a compimento il progetto politico della rifondazione comunista.
Il partito dell’internazionale rivoluzionaria dei lavoratori.