La constatazione più amara di fronte al nuovo corso del partito è che sembra proprio che per noi un'altra politica non sia possibile. Un'altra politica richiederebbe un altro partito e Rifondazione, malgrado le svolte e il gran parlare d'innovazione, resta in fondo sempre uguale a se stessa. Con delle eccezioni naturalmente, anche trasversali rispetto a mozioni e componenti.
E' un partito con apparati gracili, ma con potenti logiche d'apparato. Non ha una burocrazia con lo spessore e la forza delle burocrazie autentiche, ma ha abitudini burocratiche cristallizzate. Al suo interno sono diffuse le critiche al centralismo leninista, ma è poi fortemente verticalizzata. Sinceramente in tutte le sue anime aspira al radicamento sociale, ma ha una tendenza spiccata a farsi partito leggero perché non riesce a trattenere e ad attivizzare le iscritte e gli iscritti.
Rischia insomma di diventare una sorta di partito post-burocratico, con tutto ciò a cui un post- allude in termini di crisi non risolta, del non essere più e del non essere ancora in una transizione senza sbocco. L'innovazione che non si fa, che non arriva e a cui qualcosa sembra fare una sorda resistenza, è proprio la più urgente.
Con quel po' di storia alle spalle, la rifondazione di qualsiasi cosa di classe avrebbe richiesto prima di tutto pratiche capaci di contrastare le tendenze alla separatezza, l'autonomia del politico, la riduzione delle strutture organizzative a comitati di sostegno alle candidature per le assemblee elettive. Queste osservazioni sono già state fatte soprattutto nella discussione e nei testi per lo scorso congresso. Se sono poi rimaste lettera morta, è perché la condizione sine qua non dell'autoriforma è stata semplicemente rimossa. Un partito non si autoriforma, se prima di tutto non rimette in discussione i meccanismi di formazione dei suoi gruppi dirigenti, le loro pratiche e i loro moventi all'agire.
Per comprendere davvero che cosa è e dove va Rifondazione bisognerebbe prima di tutto rispondere
alla domanda: "quali sono le preoccupazioni principali dei suoi gruppi dirigenti? ". Con significative
eccezioni, a me sembra che due dominino su tutte le altre: le lotte interne di potere e i seggi nelle
articolazioni molteplici della democrazia liberale. L'una e l'altra preoccupazione sono non solo
legittime ma (entro certi limiti) necessarie, purché non tendano a marginalizzare sempre più l'altra.
Quella che ha a che fare con la ricostruzione di società, che si oppone alla "modernità liquida",
che opera per la ricomposizione politica del lavoro salariato e per la costruzione di un "nuovo movimento
operaio"…
La marginalizzazione cronica delle preoccupazioni a cui è affidata la possibilità stessa
della rifondazione, è legata al ripetersi implacabile di logiche proprie dei ceti politici
delle sinistre nelle democrazie parlamentari.
Sono convinta che esistono pratiche, strutture organizzative, forme di relazione tra le correnti capaci di spezzare queste dinamiche o almeno di rappresentare efficaci antidoti. Alcune sono nella parte migliore delle nostre storie; altre sono state sperimentate nel "movimento dei movimenti" o nei movimenti di donne. Altre possono essere cercate e discusse.
Vorrei suggerirne una: l'astinenza. Per quanto non condivida l'idea della rinuncia al potere, penso che invece pratiche interne di astinenza dal potere sarebbero salutari come il digiuno della Quaresima, senza cioè teorizzare il digiuno in sé come valore. La svolta verso governi nazionali e locali purchessia è dannosa in primo luogo per noi stessi, per i processi che alimenta o blocca e per i moventi all'agire che fa prevalere. Alla fine nello spazio angusto di un partito non grande una storia rischia di ripetersi, ma appunto con la logica del post-. Un ceto politico che sovrappone esigenze proprie di potere e di ruolo alle esigenze della rifondazione di qualcosa di classe; minoranze marginali che si barricano in difesa della virtù insidiata. Quando le due cose non si combinano.
Mi sembra che Sinistra Critica tenti di sottrarsi a questa logica.