Non ci sono altre strade. L'intreccio proposto tra una linea politica dinamica, capace di confrontarsi con i movimenti del nostro tempo, e una ricerca tesa a determinare gli elementi costituenti per una nuova cultura politica, mi sembra l'unica risposta possibile agli anni che viviamo. Per questo condivido le quindici tesi.
In questi anni molta strada è stata fatta, ed oggi il nostro partito è altra cosa rispetto a quello che nacque quindici anni fa. E questo congresso ha il compito di affrontare, forse una volta per tutte, il nodo aperto della rifondazione comunista. La centralità dei movimenti, il superamento della autonomia della politica, la messa in discussione dell'idea del frontismo come risposta all'aggressione neoliberista, e l'idea stessa del governo non come fine ma come strumento per promuovere una autentica "democrazia dei conflitti", sono il tratto distintivo di una ricerca aperta, che si è sviluppata nel fuoco delle lotte prim'ancora che nei documenti politici. Potremmo dire che abbiamo costruito sul campo la nostra linea e la nostra cultura politica, e che indietro non si torna.
Non di un partito comunista testimoniale e minoritario abbiamo bisogno oggi. E neanche di una forza, magari vagamente radicale, capace di rappresentare la sinistra di uno schieramento imbrigliato nelle logiche dell'alternanza. Questo rischio, per rispondere al quale abbiamo fondato la Sinistra Europea, sta dentro la discussione della sinistra radicale in tutto il continente.
E per sfuggire a questa tenaglia bisogna far conseguire, alla rottura di una continuità storica, una rottura del quadro analitico, come ha scritto il segretario della federazione di Palermo.
La nostra scommessa si gioca, a me pare, innanzitutto a partire dal tentativo di rompere l'impianto bipolare di questi dieci anni.
Considero decisiva, in questo senso, la costruzione della sinistra alternativa non come sommatoria di quello che già c'è, ma come processo costituente capace di intervenire sulla crisi della politica. Anche qui si ripropone il tema dell'intreccio tra la linea politica e una nuova identità: se la sinistra alternativa è questo, il tema della centralità del movimento e delle culture politiche espresse in questi anni da una nuova pratica conflittuale globale ritornano fortemente centrali. Non è stato forse il movimento altermondista a praticare, ancora una volta sul campo, l'idea della non violenza?
Non è stato cioè quel movimento a dire che il tema del potere così come lo abbiamo conosciuto nel novecento è inadeguato per rispondere ai processi aperti dalla globalizzazione?
Come si vede, se queste sono le premesse, anche l'idea di un governo di alternativa va letto in una chiave nuova: da questo punto di vista trovo singolare l'idea che le quindici tesi rappresenterebbero una svolta moderata. Si tratta invece di provare a sperimentare spazi di democrazia, superando l'idea della rappresentanza e introducendo quella della partecipazione conflittuale. E' per questo che trovo sterile la riproposizione della desistenza, ed è per questo che non possono bastare due o tre punti caratterizzanti dentro un quadro compatibile, e bisogna invece intervenire su grandi direttrici programmatiche, a partire da quelle aperte: crisi industriale ed intervento pubblico, tutela dei diritti sociali, un nuovo modello di sviluppo.
So bene che le difficoltà non mancano, e lo dimostrano le esperienze, anche quelle più avanzate, di governo territoriale. I nodi aperti, per esempio in Campania, su temi come il ciclo dei rifiuti, e la privatizzazione di beni essenziali come l'acqua (che pure hanno prodotto una rottura del centrosinistra, e certamente non un isolamento del Prc), dimostrano come gli interessi neoliberisti siano ancora presenti nonostante la crisi di quel modello. Ma è proprio dai movimenti che dobbiamo ripartire, per essere adeguati alle sfide del nostro tempo, e per immaginare un processo di trasformazione, e non di sola testimonianza.