Il VI Congresso del Prc sarà, com è pacifico a tutti, un congresso di linea. Così come lo era stato il precedente, quello svoltosi nell'aprile 2001. Duole constatare, purtroppo, che la linea politica proposta e delineata dalla prima mozione si muove lungo un crinale politico e strategico esattamente opposto rispetto alle determinazioni assunte dal V Congresso.
In particolare, ciò che lascia decisamente esterefatti è lo spostamento repentino del baricentro dell'agire del partito dai movimenti e dalla società alle istituzioni, dalla rappresentanza ed organizzazione diretta delle relazioni sociali alla delega tout court: in sintesi, il "politico" che si sostituisce al "sociale" per ingabbiarlo e depotenziarlo.
È per questo (ma non solo per questo) che avendo condiviso e sostenuto le Tesi dell'ultimo congresso trovo che l'unico documento che ne assume in toto i valori ed i principi ispiratori sia il numero 4: "Un'altra Rifondazione è possibile".
Tale mozione già nel suo percorso di elaborazione, collettivo ed includente, partecipato e democratico ha dimostrato di perseguire quella tendenza all'innovazione ed alla sperimentazione che costituì uno dei tasselli della svolta del V Congresso.
Infatti, partendo da un appello precongressuale sottoscritto da centinaia di compagni e compagne, di diversa estrazione politico-culturale e senza, dunque, issare perniciosi e controproducenti steccati di appartenenza identitaria si è pervenuti ad un testo che assume una diversa ricerca di proposta relativamente all'ipotesi di accordo programmatico e di governo, alla linea da seguire nei confronti dei movimenti e del conflitto sociale, alla costruzione della sinistra di alternativa e riguardo al ruolo del partito.
Ed è proprio quest'ultimo aspetto che mi preme focalizzare maggiormente. Il nostro partito sembra aver rinunciato alla pratica della autoriforma tanto decantata e declamata ma scarsamente inverata laddove l'assenza cronica di sperimentazione e una conduzione sempre più informale hanno favorito il procedere per inerzia delle nostre strutture, i circoli, ridotti a meri comitati elettorali, chiusi ed autoreferenziali.
Non è vero, beninteso, che sia il concetto di partito tout court ad esser andato in crisi. E' un preciso modello di organizzazione che implode su se stesso: il partito degli apparati e delle burocrazie, quello che fa della perpetuazione di sé e del proprio potere il solo scopo fondandosi quindi sull'autoritarismo dei gruppi dirigenti. Viceversa sarebbe più fecondo e produttivo lavorare ad un altra idea di partito, e della sua unità di base che è il circolo.
Un partito che lavora per individuare le strutture organizzate più importanti, che manifesta il suo impegno a dialogare, senza nessuna presunzione di primato, con tutto quello che all'esterno si muove, puntando in primo luogo alla sua cristallizzazione in termini di azione continuata e di energie disponibili a quella fatica quotidiana che è il lavoro militante, anche sacrificando qualcosa di sé stesso. Un partito siffatto che sa di essere distinto ma interno ai movimenti sociali con la consapevolezza che la sovranità della trasformazione appartiene a quelli ed alle strutture democratiche che quelli sono in grado di darsi e di affermare, un partito che pensa e propone collettivamente in forma organizzata con la consapevolezza che la maturazione dell'autorganizzazione sociale è al contempo la condizione ed il fine della propria, strumentale, esistenza ancora non si è visto.
All'opposto ciò che si ripropone è un modello di partito centralista e verticista, autoritario e antidemocratico dove il corpo militante viene espropriato del potere decisionale (vedi primarie, questione non violenza, entrata nella Gad) che è esercitato da un uomo solo (il segretario nazionale) e per di più in luoghi plebiscitari ed informali come le tribune televisive o giornalistiche. E' ora di cambiare.