Sento forte il rischio che il Congresso si trovi schiacciato tra le elezioni e le rigidità interne.
Forse è utile mettere a frutto lo spirito che circola nelle “15 tesi”: accogliente ma non smagliato verso le confusioni. Questo spirito anima uno sguardo sulla “complessità” che è in sé alternativo e muove un impegno per rompere l’assedio del riduttivismo volto a sottomettere l’organizzazione della vita, della politica, della produzione all’ideologia cupa dell’impresa. Questo sguardo non è spaesante perché individua punti fermi su cui far leva per costruire risposte alternative, di classe nell’orizzonte del superamento del capitalismo. Su questo sfondo l’utopia e il reale, il quotidiano e la prospettiva stanno in relazione. Torna il presente come altra Storia in opposizione al narcisismo del presente o, peggio, al presente come fine della Storia, in cui si sono impantanati il riformismo gestionale e la politica come tecnica.
Dal Mezzogiorno si scorgono più chiaramente le ragioni dell’alternativa e l’inadeguatezza del riformismo. Infatti: il passaggio dal rapporto con lo Stato nazionale a quello prevalente con il mondo espone il Mezzogiorno al rischio, non solo del tradizionale dualismo, ma a separazioni e fratture; tra il Nord e il Sud del mondo si è scavato un abisso. Il Nord, per difendere i suoi privilegi e imporre le sue ideologie ha programmato di governare quell’abisso con la guerra preventiva, che ha come baricentro il Mediterraneo; la democrazia, che avrebbe dovuto mettere in crisi il capitalismo, è stata da questo messa in crisi e ridotta a sua funzione, facendo venir meno questo importante presupposto teorico del riformismo; le forme di produzione e riproduzione capitalistiche hanno raggiunto un grado raffinato e insieme brutale di sfruttamento da generare angosce, sradicamenti e addirittura la messa a rischio della stessa specie umana.
I movimenti hanno compreso la posta in gioco e hanno messo in campo soggettività e obiettivi, benché da adeguare, che esercitano, per fortuna non da soli, un forte contrasto ai colpi di coda di un liberismo aggressivo e in crisi. E’ sacrosanto e insieme carico di responsabilità l’accento posto sulla essenzialità dei movimenti. Nelle 15 tesi si sviluppa l’analisi e si affrontano nodi cruciali. Ci si propone di uscire dalla stretta gestione dell’esistente o testimonianza separata da luoghi del potere e delle decisioni. Si pongono, cioè, i nodi del rapporto tra movimenti e politica, società e istituzioni, lotta e governo.
La questione del governo nella storia del movimento operaio si potrebbe definire originaria. Un Partito Comunista sta in un governo di coalizione se riesce a dare rappresentanza al conflitto sociale e ad imprimere ai contenuti un segno alternativo. Negli anni 40 i “decreti” del Min. Gullo alimentarono un movimento di lotta per la terra che portò alla rottura del blocco agrario e, con l’entrata delle “plebi” nel solco della Storia nazionale, alla transizione meridionale dal fascismo alla Repubblica democratica.
Bisogna operare per mettere in rapporto congresso ed elezioni. Lotte come quelle di Scanzano, di Mefi, di Rapolla forniscono filo per tessere la trama di nuovi diritti e nuove libertà sostanziali: non solo uguali perché liberi, ma soprattutto liberi perché uguali: contro il comandamento liberista e berlusconiano: “liberi perché e affinché disuguali”.
Bisogna trovare strumenti operativi (intervento pubblico, beni comuni ecc.) per rendere reali le idee–forza su cui costruire un nuovo senso comune: pace, valorizzazione del lavoro, democrazia partecipata, elevata qualità delle relazioni nella società e con la Natura, riconoscimento e comunicazione dei e con i migranti.
Sul Partito. Si afferma che i mezzi debbono essere coerenti rispetto ai fini. Il Partito è un luogo strumentale particolare, in cui mezzi e fini dovrebbero concrescere. Non credo si possa pretendere che in esso si prefiguri il modello di società che vogliamo costruire, ma il minimo che si possa chiedere è di vigilare affinché non gli contrasti.