Colgo, in questo inizio di dibattito congressuale un particolare segno di attenzione. Un rinnovato moto di partecipazione alla tessitura della linea e una consapevolezza matura dei rischi della fase. Largo è il riconoscimento del valore di questo Congresso. Un Congresso di linea e di prospettiva. Le tesi semplici, ma dense di significato, muovono lungo la nostra recente esperienza. Dicono chi siamo, cosa siamo stati capaci di fare e di comunicare, e da qui parlano del futuro prossimo e di quello più lontano.
Il PRC è una forza politica riconosciuta, apprezzata. Lo avvertiamo nei luoghi dell'agire politico e sociale. Questo è il primo elemento che rende merito all'impianto che sin qui abbiamo delineato? Ma è ciò che viene negato dalle altre tesi. Si soffermano su ciò che ritengono essere stati errori commessi, chi alla ricerca ideologica di una preservazione identitaria fuori dalla storia, chi per opporre una riproposizione acritica del rapporto Partiti/Movimento e della desistenza, chi per reiterare l'opzione del "mai al governo", cancellando così l'elaborazione prodotta e il consenso acquisito.
Il cuore del ragionamento che proponiamo poggia sull'esistenza del Movimento mondiale e sulla crisi del liberismo. L'una e l'altra intrecciate strettamente. C'è in tutto il pianeta l'evidente manifestarsi del fallimento della globalizzazione. Nata e cresciuta, anche come opzione ideologica promettendo pace, benessere, uguaglianza sociale porta in tutto il mondo i segni della scissione tra sviluppo e progresso, facendo dell'orrore più grande, quello della guerra preventiva e permanente, il suo elemento significante.
Per reggere ha bisogno di un comando in positivo, quello militare e repressivo. Dalla sua crisi il liberismo può uscirne, stringendo di più la morsa su diritti e libertà. Oggi è iscritta anche la possibilità di un'uscita a sinistra su contenuti radicalmente alternative. Questa è la sfida che intriga e che motiva a nuove pratiche, a lotte e conflitti sociali. C'è un cambiamento da indurre. Il futuro comincia dall'oggi. E' quello che abbiamo imparato a Genova, nella Selva Lacandona, a Seattle, a Bombay, anche nelle lotte di territorio e di lavoro, e nelle esperienze di democrazia partecipativa sperimentata. Perciò si può anche pensare alla cacciata di Berlusconi e alla costruzione di un governo alternativo. Non siamo più al primo Prodi. La crisi delle politiche imperniate sul mercato e l'impresa che hanno avuto il punto più alto nelle privatizzazioni, indica strade diverse da percorrere. Quello del nuovo pubblico, dei beni comuni, di una economia vocata territorialmente, del ciclo corto e della sovranità alimentare, che non dissipa risorse limitate appartenenti alla collettività ma rilancia il risparmio, il rispetto dell'altra/o, l'uso sapiente di terra, acqua, aria, una nuova cittadinanza per l'umanità.
Cicli naturali rinnovabili non dissipazione e profitto per pochi. C'è l'alternativa e dunque la possibilità di declinarla. L'eventuale partecipazione al governo per battere le destre inizia con il rovesciamento dell'impianto economico e sociale che ispira la loro politica. La partecipazione a questo cimento è perciò, per una forza comunista, di carattere strumentale. Abbiamo dimostrato di saper e poter rompere con quella "governabilità" che nell'esperienza del '96/98 era la barra mortale del comportamento del centro sinistra. Il governo (eventuale) è per noi un passaggio, e l'alternativa resta l'orizzonte. Siamo chiamati ad un'avventura collettiva. Le lotte sociali ne sono il lievito. I conflitti, la disobbedienza, l'azione nonviolenta, la pratica della rottura delle compatibilità, sono elementi indispensabili di accompagno al governo. Sono la dorsale anche per la scrittura di un programma alternativo da inverare nell'agire istituzionale. Fondamento e antidoto al moderatismo o che preclude e ostacola la trasformazione sociale, cui opponiamo radicalità e innovazione.