La scelta fondante di indicare i movimenti e la loro autonomia come elementi imprescindibili per puntare ad un progetto politico connotato come socialmente alternativo porta con sé diverse implicazioni. Questa scelta, dunque, non è semplicemente riconducibile alla pur giusta valutazione che abbiamo sviluppato anni fa quando ci siamo resi conto pienamente del potenziale insito nella "coscienza anticipatrice" del movimento. Oggi dobbiamo confrontarci con il portato ad un tempo periodizzante e complesso, antideterministico e aperto alla speranza che i movimenti hanno sedimentato. Lo possiamo fare esattamente a partire dalla nostra necessità di rifondazione. Quest'ultima, mentre ridefinisce l'identità ed il ruolo delle/dei comunisti, colloca il partito in un contesto sociale dinamico le cui caratteristiche salienti sono l'incompiutezza (mancano ipotesi "forti", omogenee e complessive) e la possibilità (come volontà concreta di riappropriarsi del proprio destino senza appellarsi a teorie salvifiche meccanicistiche ed astratte).
Vivere materialmente questa condizione ci ha fatto acquisire, credo in via definitiva, un concetto molto importante per chi si dichiara materialista e marxista: in ogni esperimento sociale e processuale il fallimento e la speranza, l'annichilimento e l'apertura in avanti convivono gli uni accanto agli altri. Sta ben qui, in questa ri-valorizzazione piena del profilo umano di ogni tentativo di trasformazione, uno degli input fondamentali per riformulare una prassi comunista.
Proprio perché rifiutiamo un approccio deterministico alle questioni sociali siamo consci dell'importanza degli spazi di autonomia che i movimenti debbono conservare. Anche quando proponiamo di affrontare il passaggio stretto dell'alternativa di governo, lo facciamo da una parte avendo ben presente il potenziale di un programma costruito attraverso il protagonismo diretto dei soggetti sociali, dall'altra mettendo a valore la capacità di questi di agire autonomamente e criticamente anche in futuro. Quello su cui scommettiamo, dunque, è la possibilità di ricostruzione di uno spazio pubblico degno di questo nome, su un progetto vivente di politica come sfera di allargamento e riqualificazione degli ambiti democratici.
In questi anni la costruzione di una comunità ampia e nuova, di cui noi siamo parte, ha portato con sé un carico di stimoli teorici, culturali, pratici ed ha messo sotto pressione i modelli organizzativi. Nessuno di noi, proprio nessuno escluso, possiede una rete su cui adagiarsi mollemente in attesa di nuove "sintesi". Tutti, invece, abbiamo la responsabilità di guardare a questa comunità, a questi movimenti, come ad un "intero" in cui la dialettica tra le varie posizioni va assunta nella sua totalità, per tentare e ritentare uscite in avanti dalle difficoltà.
Dobbiamo riconoscere sino in fondo l'idea che dentro un medesimo tempo cronologico coesistono e si intersecano tempi qualitativamente diversi sul terreno sociale e politico. Dobbiamo riconoscere e valutare positivamente la compresenza di materiali politici più tradizionali e materiali nuovi. Quello che conta, quello che noi dovremo fare con molta cura, è mettere mano costantemente alle connessioni di questi tempi e di questi materiali in transizione.
Così come dobbiamo lavorare per un protagonismo dei movimenti che sappia irrompere nel cielo della politica tradizionale, creando un canale di comunicazione capace di evitare la tentazione della rappresentanza delegata, dobbiamo altresì saper garantire il fluire autonomo del tempo in cui far crescere i collegamenti tra le esperienze sociali e concretizzare la costruzione della sinistra di alternativa.
Le compagne ed i compagni che aspirano ad una alternativa di società come utopia concreta, che matura nel cuore stesso del reale, non possono sfuggire da un ruolo di infaticabili tessitori.
Da una "funzione artigiana" che sa quanti sentieri aperti a fatica vengano interrotti e abbandonatiti, per essere magari ripercorsi più tardi per un tratto ulteriore.