Devo riconoscere che i congressi non mi appassionano particolarmente, li sento come appuntamenti un po' obsoleti, che non siamo ancora riusciti a rifondare. Sono però ineludibili per la vita di un partito che ha il dovere, verso sé stesso e verso i soggetti con i quali è in relazione di mettere sul piatto le sue difficoltà, la sua ricerca, i tentativi di dare delle risposte. Si tratta di una fatica dovuta, a mio avviso, alle troppe divaricazioni tra la politica per come si realizza e le domande che vengono poste dalla società.
Divaricazioni che riconosciamo, delle quali intuiamo persino la natura, ma che non siamo ancora in grado di colmare. Eppure di strada ne abbiamo fatta, qualche innovazione siamo riusciti a produrla e forse i congressi hanno un senso se riescono a raccogliere ed a sistematizzare proprio ciò che si è prodotto.
Dobbiamo fare i conti con questioni contingenti, come la cacciata del governo più regressivo del dopoguerra, la costruzione di un programma di svolta che si possa intrecciare con un'alternativa di società, con la costruzione di una sinistra d'alternativa.
Dobbiamo anche fare i conti con questioni epocali, come il rapporto tra potere e governo, tra transizione e trasformazione degli assetti sociali e politici della società della globalizzazione.
Piani diversi, che non costituiscono un prima e un dopo, ma stanno insieme e possono così scongiurare da un lato derive moderate, che vedono nel governo e nelle istituzioni in genere, "il" e non "un" luogo della costruzione dell'alternativa, e dall'altro posizioni che in nome di una radicalità astratta si chiamano fuori dai processi, affidando alla presa di coscienza, da parte della maggioranza degli sfruttati, il momento della rivoluzione. Due atteggiamenti opposti che hanno in comune, mi sembra, una visione non processuale della politica, con la conseguenza di relegare in altri momenti e luoghi la questione dell'alternativa.
E' utile perciò tornare brevemente alla rottura con il governo Prodi, che vedo leggere oggi con chiavi molto diverse. In quella fase, dalla quale non a caso sembrano passati anni luce, dovevamo guadagnare a tutti i costi un'autonomia politica che non possedevamo ancora, pena la sopravvivenza asfittica in una nicchia tutta identitaria ed inefficace.
Quell'atto duro e spericolato ci ha consentito, oltre a raggiungere quell'obiettivo funzionale alla nostra soggettività, di favorire ed intercettare la rinascita dei movimenti, la loro autonoma identità sociale e di starci poi a pieno titolo, in modo rispettoso ed incisivo.
Oggi la fase è totalmente diversa, come riconosciamo tutti, i soggetti che danno corpo ai movimenti chiedono un cambiamento di rotta rispetto alle politiche liberiste e risultati anche nelle istituzioni, per cambiare le loro condizioni di vita materiali. Dare una risposta a questa domanda è un dovere verso coloro che hanno aspettative verso di noi, che sono tanti, più di quelli che ci votano. Nemmeno questo di per sé sarebbe sufficiente, se non lo richiedesse la necessità di incoraggiare i movimenti, di stare nella politica, cioè produrre i cambiamenti, condizione principale per la costruzione dell'alternativa di società. Tutto ciò è pericoloso ed estremamente impegnativo, vedo i rischi che comporta e ne temo anche di più, ma non trovo convincenti né scorciatoie né il sedersi sulla riva del fiume. Penso che vada fatto uno sforzo aggiuntivo sulla nostra soggettività, che deve essere più aderente alla domanda diffusa di una politica "pulita", che non riproduca, con una sorta di dannazione dantesca, ceti separati dai soggetti che dicono di rappresentare.
Credo che la sfida che abbiamo davanti non si possa affrontare con un atteggiamento meccanicistico, ma con una grande capacità di stare nella complessità dei processi, per sollevare e far crescere i conflitti, per qualificarli e farli tradurre in maggiore consapevolezza ed organizzazione politica, in cui si possa porre il problema della ricomposizione tra personale e politico, delle pratiche che configurano gli obiettivi e per questo qui e ora la non violenza.