VI Congresso di Rifondazione Comunista

La politica estera della Gad guarda all’Europa, cioè all’esercito e al Patto di Stabilità

Intervento a sostegno della mozione quattro: “Un’altra Rifondazione è possibile”

Ancor prima che si definisse la mozione “sinistra critica”, ognuno di noi ha avuto un moto di ribellione per la mediazione al ribasso sulla guerra in Iraq raggiunta al tavolo della Gad ed ancor prima per la dichiarazione di sottomissione ai numeri della maggioranza, da parte del Prc, nel caso di una scelta di partecipazione a conflitti, espressa dal Segretario Nazionale in una delle sue tante interviste estive. Ultimamente sui temi di politica estera pare che non esistano eccessivi problemi in seno alla Gad.

Eppure qualcosa di importante è successo. Il Presidente della Commissione Europea uscente (Romano Prodi) ha iniziato il suo mandato con introduzione dell’euro e lo ha concluso con l’istituzione dell’Agenzia Militare Europea, prima pietra per l’istituzione dell’esercito europeo. Dalla divisa (unica europea) alle divise (militari): nel primo caso il Patto di stabilità europea ha vincolato gli stati membri a sacrificare ai parametri economici la qualificazione delle spese sociali, al ridimensionamento del welfare ecc., nel secondo un aumento delle spese militari dei paesi membri per sovvenzionare l’istituendo esercito europeo è scontato. Sulla questione delle spese militari, la scelta dell’Agenzia militare europea è la risposta più retriva alle esigenze poste in modo determinante dal movimento altermondista, una scelta dell’Europa di attrezzarsi per la costruzione di una sua forza di controllo ed aggressione “umanitaria” che è il nucleo politico, sul versante militare, della sua futura aggressività imperialista dentro e fuori i confini Ue). Come primo atto politico al suo rientro in Italia Prodi ha incontrato il Presidente della Repubblica e ha detto ad un compiaciutissimo Ciampi che è necessario ratificare la Costituzione Europea, cosa peraltro comprensibile essendone entrambi tra i fautori più accaniti.

Da Nizza in poi il nostro partito ha espresso un netto no a quell’ipotesi che inserisce il mercato al posto dei diritti, ha detto no prima alla bozza e poi alla ratifica del trattato costituzionale ritenendolo, giustamente, lo strumento costitutivo di un’Europa sempre più orientata sul mercato e le sue necessità e tesa a diventare un fortilizio in cui i diritti esistono solo in funzione del modello economico e diventano variabile dipendente e modificabile al ribasso se dovessero essere di freno alla crescita economica: A un regresso micidiale rispetto alle costituzioni di paesi come il nostro, che hanno nel loro impianto una forte definizione e garanzia per quegli stessi diritti conculcati dalla costituzione europea. Quale è stata la reazione del partito ad una affermazione che tiene conto solo delle esigenze del Triciclo? Assai tiepida, in questo caso: il nostro segretario nazionale sia è affrettato a dettare alla stampa una smentita, peraltro senza alcun seguito politico, “Prodi si è sbagliato”. Tutto ciò mentre il presidente Ciampi ha dato vita a due interventi davvero devastanti per la cultura della pace che anima i movimenti ed il nostro partito. Il primo sulla Finanziaria intimando a Berlusconi di non tagliare le spese militari, probabilmente mettendo nel conto i costi della nostra permanenza in Iraq sine die. Il secondo, ancor più sbalorditivo, dalla Cina dicendo che in fondo l’embargo sulle armi alla Cina era eccessivo; insomma, che le cause che avevano indotto a porlo, i fatti di Piazza Tienanmen ed il fatto che ancora oggi i diritti umani siano un optional in quel paese non sono ragioni rilevanti di fronte alle possibilità di esportazione della nostra industria bellica. Da buon economista ha pensato che un incremento consistente del nostro commercio di morte possa risollevare di qualche decimale un Pil esausto.

Queste due sortite sono state sostenute “con una sostanziale identità di vedute col capo della Stato” da parte del Centrosinistra. La pericolosità delle sortite del presidente Ciampi va accostata al suo continuo rifiuto ad esprimersi sull’Art. 11, sostenendo che la nostra missione in Iraq sarebbe una “missione di pace”, cosa che i fatti hanno smentito tragicamente. Nella nostra mozione congressuale sosteniamo che un accordo di governo con il centrosinistra non è possibile, su queste basi gli ultimi accadimenti di politica estera consolidano questo nostro orientamento. Sul piano dell’alternativa di società un ingresso in un governo che intendesse spingere sull’acceleratore dell’industria bellica, non abbandonare la Nato, non ridare alle comunità gli spazi sottratti dalle servitù militari, ma lucrare Pil grazie alla vendita di armi e tramite un riarmo professionale ed aggressivo dell’esercito sarebbe una jattura e porrebbe il Prc in una posizione diametralmente opposta a quella espressa dai movimenti.

Sergio Perniciano (Comitato federale di Cagliari)
Cagliari, 12 gennaio 2005
da "Liberazione"