Di per sé è una ragione semplice. Posta, infatti, come centrale la critica all'idea che la politica
sia confronto militare e che il potere sia un obbiettivo del suo agire diventa necessario la messa
in discussione delle esperienze organizzative che hanno caratterizzato la forma partito che fin qui
abbiamo conosciuto. Non solo è l'azione politica, la sua stessa fenomenologia, la sua attitudine
alla separatezza nei confronti delle dinamiche delle soggettività sociali che va posta a verifica
per costruire gli essenziali anticorpi che permettano (ci permettano) di essere e divenire- non c'è contraddizione
tra i due verbi- partito socialmente utile.
E' anche, se non soprattutto la qualità degli obiettivi, l'assunzione di valori di riferimento costruiti
con la domanda sociale che possono modellare il nostro partito e indirizzare le forme del nostro
fare organizzato.
Insomma, nessuna autoriforma, che abbiamo auspicato nel costruire parti importanti del nostro precedente
congresso, è possibile a freddo fuori dell'esperienza concreta, senza la corrente calda di una progettualità sociale
che si costruisce nell'essere in sintonia con le insorgenze sociali. Il nostro dibattito congressuale
ci parla anche di questo.
I rifugi che partendo dalle difficoltà oggettive del progetto della rifondazione ci trascinano e
ci richiamano a modelli e forme organizzative tanto rassicuranti quanto incapaci oggi di rispondere
alla domanda di partecipazione politica che invece viene dalle mille e mille domande sociali, non
solo non possono convincere ma sarebbero drammaticamente perdenti.
Spostare il baricentro, lo sguardo, il fare verso la società nella definizione, nella pratica degli
obbiettivi chiamano alla forte innovazione nel partito a strutturarsi per essere capaci di un'inchiesta
permanente a cominciare da noi stessi (un'organizzazione, per esempio, che è stata costretta a proiettare
le sue esperienze migliori nell'agire istituzionale) e alla verifica di ciò che l'agire sedimenta
e costruisce.
Se il percorso e la progettualità verso l'alternativa di società, che deve essere il nostro orizzonte
strategico, passa oggi ed ha come condizione necessaria l'investimento sulla partecipazione e la
convinzione che ciò, in combinato disposto con l'oggettività della crisi culturale e civile prima
che economica del neoliberismo, può costruire le condizioni per questo passaggio a nord-ovest, l'innovazione è essenziale.
Tuttavia senza la critica al potere, senza la riscoperta della necessità di un fare politica che
metta in congruità i mezzi ai fini ogni autoriforma del partito sarebbe impossibile. Essa, infatti,
non è e non può essere atto volontaristico, né la riproposizione del partito-fine novecentesco, forma
tipica anche delle organizzazioni del movimento operaio fin qui conosciute. Proprio per questo nella
riflessione e nella critica al potere va trovato l'asse su cui poggiar i percorsi di innovazione.
Non solo, questo anticorpo che dobbiamo agire innanzitutto nel partito può permetterci la sperimentazione
del governo, solo con esso infatti, i ruoli e le funzioni che potremmo o dovremmo assumere vengono
desacralizzati e resi strumenti funzionali e quindi da subordinare al primato della domanda sociale.
In questo territorio occorre imparare dal fare, e quindi, le esperienze dei bilanci partecipativi,
le azioni dei “municipi”, le esperienze che oggi ci permettono di avanzare la candidatura
del compagno Vendola alla presidenza della Puglia, o quelle che ci hanno consentito il successo nella
provincia di Ascoli Piceno non possono essere parentesi ornamentali ma debbono rappresentare paradigma
su cui costruire la nostra innovazione.
Lo spessore di questi temi, la loro serietà, l'impegno della ricerca non possono essere “semplificati” con
formule rassicuranti, ma come nella mozione “Per un'alternativa di società” affidate
ad un progetto di ricerca che si fattualizzi nella sperimentazione.