Emendamento aggiuntivo da collocare dopo la premessa
«Noi cerchiamo l'autenticità del gesto di rivolta e non la sacrificheremo né all'organizzazione
né al proselitismo» (Carla Lonzi)
Come è triste la prudenza (Teatro Valle occupato)
«Un altro mondo è possibile e necessario»: l'attualità e la potenza
di queste parole segnano per noi il senso e l'orizzonte del cammino che abbiamo deciso di intraprendere
dieci anni fa a Genova, e che abbiamo il desiderio e la responsabilità di continuare a percorrere,
ora più che mai.
La retorica capitalistica della crisi è oggi il vettore ideologico più
potente della ristrutturazione neoliberista. Nella «shock economy», la retorica della
crisi è giustificazione addotta per una riscrittura costitutivamente a-democratica delle relazioni
sociali, per la precarizzazione di lavoro e diritti, per depotenziare qualsiasi idea di possibile
alternativa.
Il nostro compito allora è proprio quello di «ampliare il fronte del possibile» (Braidotti):
smontare la retorica della crisi e nominare la necessità e la possibilità di uscire
dal capitalismo in crisi e la constatata impossibilità di uscire da sinistra dalla crisi del
capitalismo. E poiché il capitalismo è «continua crisi»-ristrutturazione
di se stesso (Gramsci), il senso della nostra esistenza come comuniste e comunisti è la costruzione
dell'antitesi, ossia del soggetto del conflitto e della liberazione.
Nella crisi costituente dobbiamo costruire l'opposizione costituente. Alla crisi capitalistica
presentata come natura dobbiamo opporre la possibilità di un'altra storia, di una storia
non finita e non scritta.
«Noi la crisi non la paghiamo», «noi il debito non lo paghiamo»: nominiamo
altre possibilità nella storia.
Dobbiamo, dunque, praticare qui ed ora il nostro orizzonte politico: l'alternativa di società;
e cioè connettere i soggetti politici e sociali del conflitto. Perché l'alternativa
non si costruisce per accumulo di contraddizioni interne alla logica capitalistica e in attesa di
una loro catastrofica esplosione; né per accumulo gradualistico di riforme, ormai incompatibili
con la ristrutturazione del capitale (e qui il fallimento delle socialdemocrazie). In questo senso,
non è
postulabile una maturità oggettiva del tema del superamento del capitalismo che non comprenda
il tema di una maturità soggettiva di questa possibilità.
L'attualità della rifondazione comunista, la necessità rifondazione comunista
sono oggi ancora più profonde di ieri. L'utilità della rifondazione per uscire
dal capitalismo in crisi si misura sulla capacità della costituzione politica della soggettività del
conflitto, dell'opposizione costituente: nella ricerca di una risposta alla domanda
«come si forma il movimento storico sulla base della struttura», di questa struttura.
La rifondazione comunista è, infatti, per noi consapevolezza della inscindibilità del
processo di conoscenza e di trasformazione: è divenire comuniste/i leggendo nel presente le
connessioni fra le forme attuali del dominio (capitalismo, patriarcato, sviluppismo, sessismo, fondamentalismi
religiosi) e costruendo il soggetto dell'alternativa all'altezza dell'oggi.
L'idea di comunismo vive in noi non come ideologia, non come identità e tantomeno come
nostalgia, ma come strumento di previsione e come mezzo per leggere il presente e come passione del
futuro, per un futuro all'umanità: un futuro di libertà uguale che desideriamo
praticare qui ed ora. Siamo contro la teoria dei due tempi e l'oggi è l'unico
giorno possibile per la rivoluzione, per un processo di rivoluzione molecolare. La rifondazione comunista
oggi deve vivere, per essere credibile, come pratica di un'utopia concreta, come un «“dover
essere” che è, quindi, concretezza, anzi è la sola interpretazione realistica»
dell'esistente: come una teoria delle pratiche di liberazione.
Il nostro compito in questo congresso è allora quello di contribuire a costruire un Partito
della Rifondazione comunista all'altezza della rifondazione comunista necessaria. Respingiamo
con forza i processi autorevisionistici che tendono a descrivere la storia di questo partito, da
una parte, come soggetto che ha esaurito la sua funzione storica (l'indicibilità del
comunismo), dall'altra, come serie di innovazioni puramente funzionali al suo scomparire in
una svolta governista. Dal congresso di Chianciano abbiamo ripreso la strada dell'alternativa
di società contro quella dell'alternanza, perché sappiamo che non c'è
più alcuna possibilità, come ci hanno insegnato il Governo Prodi e il tradimento del
suo programma, di rendere i governi permeabili al conflitto, poiché le politiche neoliberiste
prevedono costitutivamente lo svuotamento della democrazia della rappresentanza e la cessione di
sovranità alle tecnocrazie.
Restiamo, dunque, convinte/i della impossibilità di scindere aggettivo e sostantivo, rifondazione
e comunista, e di scindere la rifondazione comunista dalla alternativa di società, dalla scelta
di essere parte del movimento altermondialista. La rifondazione è camminare domandando, rottura
della gabbia ortodossia-eterodossia, divenire comuniste/i in una ricerca che si può svolgere
solo nella costruzione pratica dell'alternativa e nella passione per il futuro: «non
si fa politica-storia senza questa passione» (Gramsci).
Per queste ragioni il nostro “programma di fase” è la costruzione, nel movimento
altermondialista, di un nuovo movimento di massa su scala nazionale ed europea che riannodi fili
delle rivolte in nuovo «spirito di scissione». Senza una soggettività in grado
di nominare la propria alterità e di costruire una reale discontinuità, di rifiutare
il recinto neoautoritario del monetarismo europeo, di porre fine alla espropriazione della sovranità messa
in atto dalla BCE e dalla speculazione, di dichiarare illegittimo il “cosiddetto” debito
nei confronti degli speculatori e delle banche estere e di proclamare il diritto popolare all'insolvenza,
di porre la necessità di un welfare e di un reddito minimo di cittadinanza europea (anche
come misura antirecessiva), non vi sono possibili uscite da sinistra dalla crisi e perfino le proposte
che mirano a mitigare l'iniqua distribuzione del
“prezzo della crisi” rischiano di risultare irrealistiche o di essere riassorbite nella
logica della BCE.
Il nostro impegno è, dunque, nella costruzione di un nuovo «blocco storico», di
un nuovo senso comune in grado di superare il capitalismo anche sul terreno ideologico: di «un
movimento reale che trasformi lo stato di cose esistenti». Questo movimento reale traduce oggi
la sua domanda di liberazione, la sua idea di comunismo in quella di beni comuni. O meglio: attraverso
i soggetti che nel conflitto costruiscono l'idea, la definizione sociale ancor prima che giuridica,
di nuovi beni comuni non privatizzabili, non mercificabili, non recintabili. Un'idea estensiva,
quella di beni comuni, che accomuna in un'unica lotta democrazia, cultura, saperi, lavoro,
acqua, ambiente.
Il nostro programma di fase è, dunque, qui ed ora, la costruzione del movimento reale per
l'alternativa di società: una federazione dei conflitti, una connessione delle rivolte.
Proponiamo di costruire un polo politico della sinistra d'alternativa, che assuma come nodo
costituente quello dei beni comuni, che sia anticapitalista e antipatriarcale. Un polo che connetta
soggetti sociali e politici del conflitto; che sappia battersi al contempo contro il berlusconismo
e contro la BCE; che riapra spazi di democrazia lottando per il proporzionale e costruendo nuove
forme di partecipazione; che sappia produrre nuove forme di socializzazione del politico e di politicizzazione
del sociale, rompendo quella separatezza fra politica e società, fra etica e politica, in
cui muore ogni ipotesi reale di trasformazione.
Infine, uno sguardo su di noi. Amiamo troppo questo partito per tacere, per lasciare che esso muoia
della sindrome della sopravvivenza. Abbiamo troppa fiducia in noi, in noi tutte/i compagne e compagni,
per pensare che una discussione congressuale debba trasformarsi in una conta. Crediamo che almeno
nel partito la “retorica della crisi” o la “retorica dell'unità” non
possano essere usati come copertura ideologica di una gestione correntizia (in cui unitario diventa
sinonimo di pattizio) che ha rinunciato all'idea che ci si possa trasformare e confrontare
reciprocamente, vivendo a pieno la democrazia interna come costruzione collettiva della decisione.
Pensiamo ancora che questo partito possa e debba essere una comunità di affetti e relazioni,
di uomini e donne che praticano quotidianamente e con orgoglio la diversità comunista, che
vivono la politica con generosità e passione. Gli steccati tra di noi sono una mortificazione,
una riduzione di una risorsa di militanza straordinaria all'algebra delle correnti, a una “geometrica
impotenza”: l'ostacolo che ci impedisce di uscire dalle nostre stanze di partito, come
invece avevamo detto a Chianciano. La crisi, o la fine, della politica è nella sua riduzione
alla gestione dell'esistente: ricordiamocene anche dentro il partito. Un'altra rifondazione è
possibile, se è la strada che scegliamo di percorrere tutte e tutti insieme.
«E alla meta arriviamo cantando, o non arriva nessuno» (Modena City Ramblers)