Emendamento sostitutivo del paragrafo «Un fronte democratico per cacciare Berlusconi»
La gestione neoliberista della crisi, ossia il processo di ristrutturazione capitalistico in atto,
implicano in maniera fondativa la sospensione della democrazia: nella cornice drammatica del colpo
di Stato monetario, della “cessione di sovranità” statuale al vincolo esterno
monetario non è possibile il reale rispetto della nostra Costituzione repubblicana. E infatti
il rischio sempre più concreto è di una modifica sostanziale della stessa attraverso
l'introduzione del vincolo di pareggio di bilancio.
Particolarmente pericolose risultano le modalità con cui le classi dirigenti italiane gestiscono
questa “cessione di sovranità”, che in realtà è sostanzialmente
un esproprio di sovranità popolare: la vergogna di essere “rappresentati” da Berlusconi;
la guerra bipartizan; la subalternità di Tremonti ai diktat europei; l'approvazione
di due manovre sostanzialmente recessive che si prefiggono di “pagare il debito” attraverso
la distruzione dello stato sociale e dei diritti del lavoro; l'interventismo presidenzialista
di Napolitano in favore delle due manovre; il silenzio delle opposizioni parlamentari; l'assunzione
della lettera di Trichet e Draghi come programma per l'Italia da parte di autorevoli dirigenti
del PD; le parti sociali rappresentate dalla Marcegaglia.
Viviamo, in Italia e in Europa, all'interno di un salto di qualità dalla governance
al neoautoritarismo monetario. È in questo passaggio che l'assetto della democrazia
rappresentativa si svuota ulteriormente di reali poteri e diviene ancora più impermeabile
al conflitto e alla società: di qui un nodo cruciale per la sinistra politica, quello dell'irrappresentabilità della
rivolta nella crisi della rappresentanza e nella sospensione della democrazia.
Il passaggio al neoautoritarismo comporta infatti non solo un'ulteriore perdita di consistenza
dell'utilità sociale dell'alternanza di governo, perché ogni ipotesi di
alternativa, anche riformistica, passa necessariamente dalla messa in discussione della cessione
di sovranità
popolare alla BCE; ma anche l'aggravarsi del solco tra le due sinistre per l'internità sostanziale
della sinistra moderata al partito unico della BCE e di Confindustria.
È un passaggio, dunque, difficilissimo per quella sinistra politica, di cui il Prc vuole essere
anima, che intende costruire l'alternativa di società. All'interno del recinto
del neoautoritarismo monetario, infatti, il rischio per la sinistra politica è, da un lato,
quello della sua definitiva esclusione dalle istituzioni e, quindi, della definitiva espulsione del
conflitto dalla rappresentanza: della “riduzione a minoranza della società”, nella
separatezza irreversibile della politica e nella riduzione della rivolta e del conflitto a protesta
inefficace; dall'altro, quello di una sua inclusione, o tramite una sostanziale cooptazione
o ancora attraverso una sua riduzione testimoniale, la concessione di un diritto di tribuna che garantirebbe
al massimo qualche seggio in Parlamento: uno Speaker's Corner con rimborso elettorale. Un nostro
ritorno in Parlamento sarebbe infatti inutile se non rappresentasse efficacemente un punto di vista
alternativo sull'uguaglianza sociale e sui diritti civili, sul rifiuto di ogni guerra, per
la formazione pubblica e la produzione culturale.
Nel passaggio drammatico della crisi istituzionale, Rifondazione Comunista non può non porsi
l'obiettivo di sconfiggere Berlusconi e lo schieramento di destra che lo sostiene e, allo stesso
tempo, di contrastare le ipotesi di stabilizzazione moderata che puntano a sostituire Berlusconi
dentro un quadro di continuità a partire dalle politiche economiche e sociali, tentando di
mascherare questa manovra nell'ipotesi fintamente istituzionale del governo tecnico in cui
abbiano un ruolo di primo piano esponenti del padronato, delle banche, delle tecnocrazie europee.
La fine del Governo Berlusconi rappresenta una priorità assoluta, una condizione necessaria,
anche per impedire un avvitamento ulteriore del degrado politico e morale delle istituzioni e il
pericolo di colpi di coda di tipo autoritario che colpiscano ulteriormente l'indipendenza e
l'autonomia dei poteri costituzionali. La stagione del berlusconismo si connota, infatti, non
solo per la totale internità al quadro neoliberista, ma anche per un acutizzarsi grottesco
della questione morale, di processi di corruzione, di quotidiana eversione, per un rinnovato «sovversivismo
delle classi dirigenti». Il berlusconismo, inoltre, come osceno intreccio osceno tra sesso
e potere, come processo onnivoro di mercificazione che trasforma i corpi delle donne in merce di
scambio rappresenta la mortificazione della democrazia sessuata, l'icona del dominio maschile
e di un patriarcato che mostra il suo volto nudo e fino in fondo la sua mancanza di autorevolezza.
Costruire l'opposizione a qualsiasi ipotesi di “governissimo” e contrastare l'uscita
morbida dal berlusconismo, dentro un quadro di continuità nelle politiche economiche e sociali, è altrettanto
fondamentale per impedire che una camicia di forza venga messa sulla società italiana e, in
nome di una presunta unità nazionale, si marginalizzi ogni opposizione sociale e politica
ai diktat delle tecnocrazie europee. Anche per questa ragione consideriamo fondamentale l'obiettivo
di superare il bipolarismo verso un sistema elettorale proporzionale, per tenere aperta la possibilità di
una uscita da sinistra dalla crisi della II Repubblica e rendere efficace il conflitto sociale.
La nostra valutazione di fase, per quanto riguarda l'impraticabilità di un accordo di
governo con il centrosinistra, non rende meno necessaria la battaglia per la difesa della Costituzione
e per tenere aperti gli spazi democratici che permettano ai conflitti di incidere, né di svolgere
una grande campagna di massa per una sfida programmatica con il centro sinistra né di intraprendere
confronti e percorsi unitari sui contenuti anche con le altre forze della sinistra che si propongono
organicamente dentro il centrosinistra. Il contrasto radicale alle destre è infatti costitutivo
del profilo politico e culturale del Prc. Ricordiamo che nel 2001, nel massimo del contrasto con
il centro sinistra e nel pieno di una campagna denigratoria che intendeva descrivere il Prc come
una forza che favoriva la vittoria delle destre, il Prc praticò, nelle forme consentite dalla
legge elettorale, la desistenza unilaterale nell'elezione della Camera dei Deputati.
Per queste ragioni, nel quadro necessitato della attuale legge elettorale, chiediamo si vada immediatamente
al voto e diamo la nostra disponibilità al centrosinistra per un patto elettorale che impedisca
la vittoria delle destre e che impedisca ipotesi di governi di unità
nazionale che, mascherando operazioni trasformistiche, affidano il governo direttamente a esponenti
delle tecnocrazie europee, della finanza o delle imprese. Nel contesto dell'attuale bipolarismo,
non possiamo sottrarci dal contribuire alla costruzione di una massa critica che, anche dal punto
di vista elettorale, ponga fine al ventennio berlusconiano.
Rimane l'impossibilità di qualificare in senso programmatico, e finanche in senso democratico,
un'alleanza col centrosinistra, con il nuovo Ulivo: pur in un quadro dinamico e denso di accelerazioni,
resta il pesante dato politico dell'internità del centrosinistra alle politiche neoliberiste:
l'appoggio alla guerra; la sudditanza alla BCE; lo scandalo di due manovre drammatiche approvate
senza reale opposizione parlamentare; il tacito assenso al colpo di Stato monetario e l'esplicito
appoggio all'ipotesi dell'introduzione del pareggio di bilancio, cioè di un vulnus
alla Costituzione; l'indisponibilità ad uscire dal maggioritario e dal bipolarismo.
Per queste stesse ragioni l'opzione strategica del Prc Rifondazione, da praticare anche nell'immediato
sul terreno elettorale nel caso del prevalere di ipotesi neocentriste o di grandi coalizioni, è la
costruzione di un polo autonomo, sociale e politico, della sinistra d'alternativa che sappia
riannodare i fili delle rivolte di questi mesi, costruire consenso sul conflitto, ricomporre massa
critica su una reale alternativa di programma.
Nella costruzione strategica della sinistra d'alternativa è importante praticare l'internità allo
spazio pubblico e politico che si è aperto con l'assemblea del primo ottobre, a partire
dal rifiuto vincolo monetario esterno («noi il debito non lo paghiamo»), dalla no alla
guerra e alle spese militari, dalla critica radicale all'accordo del 28 giugno, dalla centralità dei
beni comuni e dalla costruzione di democrazia reale; così come è fondamentale il dialogo
e l'attraversamento di tutti quei soggetti di movimento uniti nella costruzione della manifestazione
europea del 15 ottobre.
Non ci interessa la deriva delle primarie, in quanto strutturalmente sono il terreno che riguarda
il tema del governo nella logica del maggioritario. Sul leader o sul programma non cambia la sostanza
su questo aspetto fondamentale. Tanto più critichiamo le primarie per la scelta del capo del
governo perché esse introiettano le distorsioni del maggioritario e del presidenzialismo e
fingono di affrontare questioni di contenuto nell'identificazione del programma al leader e
nell'affidamento alla persona.
Ci interessa il coinvolgimento dei movimenti, delle associazioni, delle lavoratrici e dei lavoratori,
delle e degli studenti, dei/lle precari/e, dei tanti comitati che sono la vera opposizione al governo
delle destre. È dentro quel campo largo che deve essere raccolta e alimentata la sfida sulle
idee e i programmi per l'alternativa.
Facciamola lì una sfida aperta sui programmi, anche con pronunciamenti di tipo popolare sui
contenuti principali di una nuova politica. Chiediamo a questo popolo, al popolo, cosa pensa della
uscita dalla guerra o della riduzione drastica delle spese militari; della patrimoniale e della tassazione
delle transazioni finanziarie invece dei tagli al welfare; della nazionalizzazione delle principali
banche o dell'introduzione una norma che imponga alle imprese che hanno ottenuto fondi pubblici
di restituirli qualora delocalizzino; dell'abrogazione della legge 30 per dare futuro a una
generazione precaria che ne è
deprivata; del riconoscimento giuridico delle coppie di fatto come avanzamento di civiltà o
come “minaccia”; della libertà della rete e del web come contenuti forti per contrastare
i monopoli dell'informazione e della comunicazione e così via.
Ci rivolgiamo, dunque, a tutte le forze politiche democratiche, dentro e fuori il Parlamento, alle
forze sociali, ai movimenti, a singole personalità, per la costruzione nel popolo della sinistra
di un fronte democratico e di salvaguardia costituzionale, fondato sulla intangibilità della
Costituzione democratica e per impedire l'inserimento di vulnus che ne stravolgano il carattere
progressivo, quali la libertà di licenziamento o l'intervento sui diritti del lavoro,
il vincolo del pareggio di bilancio, l'assoluto dominio dell'impresa, senza limiti e
regole di responsabilità
sociale. Lo strumento delle leggi di iniziativa popolare nazionali ed europee, così come il
ricorso al referendum e alla democrazia diretta contro l'esproprio di sovranità in base
al vincolo esterno possono essere strumenti per ridare voce ed efficacia a quel popolo che già con
i referendum di giugno ha dato prova di essere uscito dalla passività.
In questa prospettiva, dunque, la sfida programmatica che lanciamo non è
nella precipitazione, in questa fase non praticabile e in fondo fuorviante, delle primarie e tantomeno
del governo ma entro il quadro dello sviluppo dell'opposizione costituente alla gestione bipartizan
della crisi, che è il fuoco della nostra iniziativa politica e sociale. In questo percorso,
di lotte, di coinvolgimento popolare, di ricostruzione dei soggetti, proponiamo, quindi, una sfida
in campo aperto al centrosinistra. Una sfida da lanciare anche nei territori con tutte le forze disponibili
al confronto.