Emendamento aggiuntivo al capitolo «Il partito della rifondazione comunista» da inserire all'inizio del paragrafo «le proposte»:
Richiami alle giuste proposte emerse dalle Conferenze di Carrara e Caserta non servono senza una
comprensione delle ragioni per cui sono rimaste sostanziante inattuate. Servono misure concrete e
coraggiose innovazioni: un'autoriforma radicale.
Democrazia, lotta alla separatezza, cultura sono le tre questioni essenziali da affrontare.
La democrazia è il punto fondamentale della svolta necessaria e possibile. La democrazia in
una forza politica che vuole essere tra i soggetti della trasformazione non è una questione
di metodo, è il cuore stesso del problema, il contenuto fondamentale dell'innovazione. La
democrazia di genere è l'obiettivo minimo che deve porsi un soggetto politico antipatriarcale,
che voglia assumere come fondative le pratiche e il pensiero del movimento femminista. Essa deve
diventare elemento sovraordinatore della vita del partito e cogente nella sua gestione. Una politica
sessuata è il punto di partenza di qualsiasi ipotesi di cambiamento. Democrazia di genere
vuol dire anche rappresentanza paritaria dei sessi, a partire dalla massima responsabilità.
Un punto di innovazione profonda, anche della forma partito, sarebbe quello di individuare in un
uomo e una donna la responsabilità di rappresentare il partito, superando la sacralità della
funzione del segretario (nome neutro maschile) ad ogni livello.
Il Prc deve diventare il partito della democrazia diretta e partecipata. Nel partito, quindi, non
possono valere esclusivamente le forme di funzionamento mutuate dalla democrazia liberale, in cui
i congressi sostituiscono le elezioni e le correnti i partiti. Dobbiamo trovare le forme attraverso
cui le/gli iscritte/i e gli iscritti possano intervenire nelle scelte politiche, anzi, il cui coinvolgimento
con un voto documentato sia un obbligo per gli organismi dirigenti.
Dobbiamo trovare strumenti concreti (non bastano appelli generici) per sconfiggere il correntismo
esasperato che sta trasformando il Prc in una federazione di correnti. Uno strumento può essere
ritornare al metodo per il quale una parte consistente dei gruppi dirigenti vengano eletti dall'istanza
di base inferiore; un altro, quello di generalizzare il meccanismo di voto della stagione dei consigli:
una testa un voto, tutte/i eleggibili, scheda bianca senza nomi prestampati, obbligo di doppia preferenza,
un uomo e una donna; niente più liste votate in blocco, dopo l'accordo spartitorio tra le
correnti. Nel dibattito delle idee si confrontino idee e proposte differenti ma da questo non devono
derivare rigidamente gli organigrammi. Vanno impedite, quindi, le riunione separate che spesso precedono
gli organismi dirigenti. Assistiamo troppo spesso allo svuotamento di funzione degli organismi dirigenti,
che diventano luogo di ratifica di quanto concordato negli accordi pattizi sia sulla linea politica
e su organigrammi e rappresentanza istituzionale. Tutto questo svuota la democrazia nel Prc come
luogo collettivo della decisione consolidando la prassi del centralismo democratico di corrente,
che peraltro prevale sul rispetto della democrazia di genere. Il tutto viene coperto dal racconto
mistificante di un partito non abbastanza adulto per affrontare l'onere della discussione.
Altro punto di applicazione per una svolta nel partito consiste nel portare fino in fondo, oltre
quanto positivamente è stato già fatto, la lotta contro la separatezza istituzionale.
La democrazia partecipata è
un antidoto fondamentale al rischio del “partito degli eletti”, ma servono anche una
serie di misure specifiche: massimo invalicabile di due mandati elettorali; eletti/e che versano
per intero la retribuzione percepita e vengono stipendiati dal partito come i funzionari a tutti
i livelli; nessun doppio incarico. Da subito, una verifica stringente dell'effettivo versamento delle
quote da parte degli eletti al partito (non a correnti o a proprie strutture di riferimento). Occorre
una radicale critica alle forme di istituzionalizzazione e all'appiattimento del dibattito interno
sui temi delle alleanze elettorali e le candidature (anche su questi temi, però, si deve esercitare
l'obbligo del voto delle iscritte e degli iscritti).
Inoltre, il Prc deve mettere al centro della propria iniziativa politica la ricerca e il confronto
culturale dentro e fuori di sè, superando le torsioni economiciste o “efficientiste” che
lo caratterizzano. Una ricerca oggi ostacolata dentro il partito dalla contrapposizione speculare
delle identità di corrente che impedisce la formazione dell'intero partito come «intellettuale
collettivo». Una ricerca indispensabile per una rifondazione comunista che si ponga il compito
di una costruzione del soggetto dell'alternativa e di un nuovo senso comune: di una sconfitta del
neoliberismo anche attraverso la ricostruzione di un immaginario dell'altro mondo possibile e un
«progresso intellettuale di massa» che renda uomini e donne in grado di leggere criticamente
il presente e di scegliere liberamente del proprio futuro. Dobbiamo autoeducarci come militanti e
dirigenti di tipo nuovo, capaci di un agire politico in grado di costruire partito, movimento, società,
mutualismo, cultura. Anche su questo piano si misurerà
concretamente la capacità di superare le ingessature correntizie che troppo spesso hanno sostituito
le attività formative del partito in quanto tale, di fatto impedendole.
Senza una ricerca, collettiva, dialogica e in campo aperto, è
impensabile la stessa rifondazione comunista che rischierebbe di essere ridotta o a icona identitaria
o a vuoto nuovismo. Dobbiamo svolgere questa ricerca nell'ottica dell'elaborazione di una teoria
della liberazione e a partire dalle pratiche di conflitto che costruiamo quotidianamente, nella relazione
con movimenti, intellettuali, soggetti della produzione culturale e della formazione. Solo così potremo
praticare una «lotta per l'egemonia», essere realmente efficaci contro l'ideologia neoliberista
e della fine della storia, contro vecchi e nuovi revisionismi. Se il capitalismo ha messo in atto
una devastante
«mutazione antropologica», noi dobbiamo provare a riaprire un processo di «riforma
intellettuale e morale».
Si tratta allora anche di ridare concretezza a un immaginario di liberazione, di trovare nel nostro
agire quotidiano parole nuove, di rendere leggibile nelle pratiche, e non nella pura fascinazione
discorsiva, la nostra narrazione: divenire uomini e donne libere/i e uguali. Il nostro sogno è la
realtà: futura umanità in un altro mondo possibile.